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DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO Al NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARIl GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC,
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MOROSI ROMANO
SECONDO AIUTANTE DI CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
VOL. XL.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
MDCCCXLVI.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO -E C C LE S USTICA
LUB
JLUBECCA, Lubecum. Città ve-
scovile, la più settentrionale delle
città libere ed anseatiche della Ger-
mania , un tempo capitale della
Wagria, nel circondario della Sas-
sonia inferiore, al confluente della
Wackenitz e della Tra va, a tre le-
ghe dall' imboccatura di questa nel
mar Baltico. È capitale della re-
pubblica di Lubecca, la quale fa
parte della confederazione germani-
ca. Eretta in gran parte sopra
una collina, Lubecca ha una si-
tuazione deliziosa e favorevole al-
la politezza della città. Un ba-
luardo , fornito di dodici bastioni
ed ornato di un bel viale di albe-
ri, la cinge ; le strade in numero
di novantasette, anch'esse quasi tut-
te ornate di viali di tigli, sono lar-
ghe e regolari. Le case, general-
mente in pietra, sono quasi tutte
di forma antica, ma alcune costrut-
te di recente non mancano di e-
leganza. Si divide la città in quat-
tro quartieri. Vi sono quattro piaz-
ze pubbliche, un' antica cattedrale
LUB
dedicata a s. Giovanni Battista,'
cinque chiese luterane^ fra le qua-
li si distingue quella di s. Maria,
di cui ammiransi le due torri alte
4.00 piedi, l'aitare maggiore in
marmo nero, l'orologio astronomico,
1' organo e le pitture allegoriche
rappresentanti ciò che chiamasi il
ballo de morti; evvi pure una chie-
sa cattolica, una riformata, ed una
sinagoga. Fra gli altri edifizi, i
più osservabili sono : la casa del
consiglio, colla borsa fabbricata nel
1755, e la sala che serviva per le
adunanze dei deputati delle città
anseatiche; 1' arsenale , che serve
presentemente di caserma e ma-
gazzino; il teatro dell'opera, i col-
legi de' borghesi, e la zecca che
coniò pure il zecchino d' oro, lo
che ebbe forse origine nel i3y5
quando V imperatore Carlo IV fu
ricevuto in Lubecca con grandissi-
mo onore. Evvi una casa religiosa
di donne, chiamata Johanisstift.
Gli stabilimenti di beneficenza so-
no quivi assai numerosi ; si devono
6 LUB
Citare l'ospedale dello Spirito Santo,
il Borgospital, l'Annen-Kloster, ch'è
una casa di carità e di lavoro, la
nuova ed antica casa delle orfane,
il Gòrgenshospital, la casa di asilo
per gli operai viaggiatori, l'ospizio
de'pazzarelli, sei luoghi di ritiro
per le vedove e figlie di borghesi,
quattro case per le donne vecchie,
il s. Klements-Kaland, dodici case
e undici gallerie per gì' indigeni,
un istituto pei poveri, un monte
di pietà, una casa di credito pub-
blico per gli artefici di Lubecca.
Evvi una società di utilità pubbli-
ca che porta dei soccorsi agli a-
sfissiati ed annegati, e scuole di
chirurgia, disegno, nuoto, industria,
di navigazione e della domenica ;
si può nominare pur anco il gin-
nasio di sette classi, stabilito nel
soppresso convento di s. Caterina,
la scuola de' borghesi , quella del
capitolo, la scuola normale e l'i-
stituto del commercio. L' industria
conta in questa città molte fabbri-
che, fonderie di cannoni e di cam-
pane, e cantieri di costruzione per
legni mercantili. In vicinanza al
Baltico, con cui è unita mediante
la Tra va, e comunicante all' Elba
per la Steckenitz, Lubecca fa un
esteso commercio, che si può di-
videre in interno, esterno e di tran-
sito; il primo si fa colla Germa-
nia per mezzo fluviale; l'esterno è
quello che fa colle proprie mani-
fatture ec. ; quello di transito, as-
sai considerabile, consiste nelle mer-
ci che vi giungono principalmente
da Amburgo e da altre parti del-
la Germania , per essere inoltrate
pei porti del Baltico o vicendevol-
mente. Travemunda serve di porto
alla città, ed i grossi bastimenti
sono obbligati di scaricare nella
rada le proprie merci che poscia
LUB
si trasportano sopra battelli. Anche
gli affari di banca e le assicurazio-
ni sono di grande interesse per
Lubecca. Lubeèca è patria di mol-
ti uomini distinti; noi citeremo
Giovanni Kirekman letterato, En-
rico Mcihomius medico e letterato,
Enrico Moller dotto scrittore pole-
mico, Lorenzo Surius, Mosheim, ed
il pittore Kneller. Conta piìi di
venticinquemila abitanti , la mag-
gior parte luterani.
Lubecca non era rimotamente
che un grosso borgo, e fu fondata
da Adolfo II conte di Holstein, nel
ii44> «l tempo dell'imperatore
Corrado III, colle rovine di un'altra
città di Lubecca, che i wilzi ave-
vano innalzata sulla riva dello
Schwartan, posseduta da lungo tem-
po dagli obotriti, e che fu distrut-
ta dai rugii. Il duca di Sassonia
Enrico il Leone ne ottenne il pos-
sesso nel ii 58, la ingrandì, e le
diede un codice di leggi che chia-
mò il Regolamento di Lubecca, e
che fu poscia adottato da molte
città e paesi. L'anno 1161 vi si
trasferì la sede episcopale che stava
ad Oldenburgo, e nel 1182 l'im-
peratore Federico I le concesse di-
versi privilegi , quando cioè nella
guerra contro il detto duca di Sas-
sonia occupò Lubecca. In ili verse
occasioni fu rovinala dal fuoco e
dalle scorrerie de' nemici, ma sem-
pre si ristabilì con vantaggio. Di-
venuta soggetta ai danesi, verso il
1209 scosse il loro giogo, e l'im-
peratore Federico II nel 1226 le
accorciò sotto la sua protezione il
privilegio di città libera ed impe-
riale. Nel 1238 un terribile incen-
dio la ridusse quasi in cenere, ma
riparata tanta sciagura, il commer-
cio la rese possente. Un trattato
con Amburgo nel 1241 divenne la
LUB
base della lega anseatica, di cui fu
per lungo tempo riguardata come
la metropoli, e la cui prima assem-
blea si tenne nelle sue mura nel
1260. L' età d' oro di Lubecca si
eclissò con la decadenza di questa
lega, verso la fine del secolo XVI,
LUB 7
di Lawenburg, e fra questo e quelli
di Mecklenburg-Strelitz e di Hol-
stein. Il territorio è piano e fer-
tile, vi si alleva molto bestiame,
e conta senza la città 16,000 abi-
tanti , generalmente luterani. La
forma del governo della città li-
continuando però ad essere contata^ bera di Lubecca è democratica: il
potere sovrano si divide fra un se-
nato di trenta membri e la citta-
dinanza. Questo stato somministra
407 soldati all'armata della confe-
derazione germanica. Ha una voce
all'assemblea generale, all'assemblea
particolare ne ha una insieme col
fra le città più floride di C
nia. Nel i5oo i sn^*
videro obbligati o.iendeic* o
libertà contro i danesi, guerra che
rinnovossi nel i5oo„ ed ebbe fu-
neste conseguenze. Gli svedesi pre-
sero il loro partito. Abbracciossi il
luteranismo nel i535, e si otten-
ne dall'imperatore Carlo V nel
i547 Ia continuazione degli antichi
privilegi. Dall'anno i562 fino al
1570 fece questa città la guerra
ad Enrico XIV re di Svezia. Go-
vernandosi a modo di repubblica,
si col legò cogli stati generali , che
la compresero nel LXXII articolo
della pace colla Spagna nel 1648.
Nel 1802 videro a farsi alcune utili
modificazioni nella circoscrizione del
suo territorio , che divenne una
massa quasi continuata, da smem-
brata ch'essa era in origine. Molto
soffrì nel 1 806 , perchè dopo la
battaglia di Jena, essendosi quivi
ritirato il generale Blucher con un
corpo di sedicirnila prussiani , av-
venne nella città istessa una bat-
taglia sanguinosa coi francesi , che
rimasero vincitori nel giorno 6 no-
vembre, e coi quali fu costretto di
capitolare. Nel 18 io Lubecca fu
compresa nel dipartimento francese
delle Bocche dell'Elba, di cui di-
venne un capoluogo di circondario.
11 congresso di Vienna le rese la
sua libertà nel 181 5. Il territorio
di Lubecca è composto di cinque
parti ; le altre parti non sono che
piccoli distretti situati nel ducato
langraviato di Assia-Homburg e le
città libere di Francfort, Amburgo
e Brema.
L'imperatore Carlo Magno fece
annunziare la fede di Gesù Cristo
agli schiavoni per mezzo d'Ansca-
rio, di s. Remberto e di alcuni al-
tri ; ma que' popoli essendo rica-
duti nell'idolatria, l'imperatore Ot-
tone I animato dal medesimo zelo
mandovvi altri predicatori, e fon-
dò verso l'anno 940 sei vescovati,
cioè Oldenburgo, Havelberg, Bran-
deburgo, Mersburgo, Misnia e Zeilz.
Diede loro per metropolitano, con
beneplacito apostolico, il nuovo ar-
civescovo di Magdeburgo, eccettuan-
do il solo vescovo di Oldenburgo,
che soggettò all'arcivescovo d'Am-
burgo. Fu in origine il vescovato
di Oldenburgo assai esleso, talché
l'imperatore Enrico III ed Adalber-
to arcivescovo di Brema credette-
ro bene nel io5o di smembrarne
una parte e dotarne con essa i ve-
scovati di Sleswick, di Ratzbourg
e di Meclenburgo, che venne po'
scia trasferito a Schwerin. Il primo
vescovo di Oldenburgo fu Marco
o Marko, il quale morì nel g52,
cui succedettero Edoardo od Erago,
Wago, ed Ezichone morto nel
8 LUB
io38. Folcardo successore di Ezi-
chone venne co' suoi diocesani per-
seguitato dagli idolatri , e dovette
fuggire presso il suo metropolitano
in Amburgo. Successori di Folcar-
do furono Remberto, Bennone, Mei-
nardo, Abelino, Eisone, e Vicelino
che mori nel 1 1 58. Geroldo no-
minato vescovo dopo la morte di
Vicelino , col consenso del duca
Enrico il Leone, nel 1 1 6 1 o 1 1 62
trasferì la sede vescovile di Olden-
burgo a Lubecca, città divenuta
floridissima, e meno soggetta alle
incursioni de* barbari. Allora Ge-
roldo edificò la vasta chiesa di s.
Giovanni super arenam. Però que-
sto prelato lasciò nello stesso anno
la sede vescovile, per tutto dedi-
carsi alla conversione degl' idolatri,
particolarmente nel Meclenburgo ,
in Norvegia, e nei paesi circonvi-
cini : morì nel 1 1 64, e fu sepolto
nella cattedrale di Lubecca da lui
medesimo fondata. Gli succedette
Corrado suo fratello, il quale an-
dò in Terrasanta coli' imperatore
Enrico di Baviera, e con altri pre-
Iati e signori , e morì nella città
di Tiro in Palestina verso 1' anno
1174. Il successore Enrico, già
abbate del monastero di s. Egidio
di Brunswick, edificò il monastero
di s. Giovanni che donò ai mona-
ci benedettini, e passò poi in uso
delle monache quando i monaci
furono trasferiti altrove. Quanto a-
gli altri vescovi di Lubecca fino a
Cristiano Augusto duca d'Holstein,
eletto nel marzo del 1709, si po-
trà consultare la Storia ecclesiasti-
ca d'Alemagna t. II, p. 33 1. Ag-
giungeremo qui solamente, ch'elet-
to Martino V nel concilio di Co-
stanza, nel 1418 fece consegnare al
vescovo di Lubecca la custodia di
Baldassare Cossa deposto dal pon-
LUB
tificato che tenne col nome di Gio-
vanni XXIII, dalla prigione del
quale fuggì nel 12(19, e recatosi
a Firenze da Martino V ottenne
non solo il perdono; ma la digni-
tà di cardinal decano del sacro
collegio con altre prerogative.
Fu poi all' epoca del vescovo
Enrico Bocholt, nell'anno i535,
che il luteranismo s'introdusse nella
diocesi di Lubecca ; indi nel 1 586
Giovanni Adolfo duca d' Holstein ,
nipote di Federico I re di Dani-
marca, abbracciò il luteranismo, e
divenne amministratore del vesco-
vato di Lubecca, rimettendo poscia
nel 1597 questo benefizio a suo
fratello minore Giovanni Adolfo.
Dacché il vescovo di Lubecca di-
venne luterano, fu principe dell'im-
pero, e risiedette ad Eutin, città
del granducato di Oldenburgo, ca-
poluogo del principato di Lubecca
e del baliaggio del suo nome, con
dintorni deliziosi , ove il vescovo
Giovanni Federico della casa d'Ol-
denburgo edificò un castello . Il
principato di Lubecca è diverso
dalla città libera di Lubecca. La
casa di Holstein avendo reso impor-
tanti servigi al vescovato luterano
in tempi di turbolenze,* e partico-
larmente il duca Giovanni nel 1648,
coli' impedire che il vescovato di
Lubecca venisse secolarizzato come
gli altri, alla pace di Westfalia, fu
dal capitolo per riconoscenza con-
venuto nel i655, che in avvenire
sarebbero i suoi vescovi scelti dalla
casa di Holstein, locchè venne con-
fermato nel 1700 col trattato di
Travendal. Nel 1802 il vescovato
e principato di Lubecca passò al
duca di Oldenburgo a titolo di
principato; diventò nel 18 io di-
partimento francese, indi nel 18 15
ritornò alla casa di Oldenburgo.
LUB
Nelle diete dell'impero il vescovo
di Lubecca era seduto a fianco
di quello d'Osnabruck, sopra una
sedia particolare. Era il solo della
confessione augustana che godesse
in Germania dei diritti diocesani
e della giurisdizione ecclesiastica. Il
capitolo di Lubecca è composto di
trenta canonici, ventisei protestanti
e quattro cattolici: il senato della
città esercita sulla cattedrale il di-
ritto di patronato. La missione
cattolica di Lubecca e di Eutin
dipende dal vicario apostolico delle
missioni settentrionali di Germa-
nia , amministratore apostolico di
Osnabruck, ascendendo i cattolici
a trecento : in Lubecca vi è la casa
del missionario con cappella, ed in
Eutin un oratorio. 11 governo non
si oppone alle abiure, né vi è leg-
ge che vieti l'educazione della prole
dei matrimoni misti nella religione
cattolica.
LUBIANA (Labacen). Città con
residenza vescovile della Carniola ,
in oggi capitale del regno illirico,
capoluogo di governo e di circolo,
lungi venti leghe da Trieste e ven-
totto da Gratz, sulla Lubiana che
l'attraversa in tutta la sua lunghez-
za. Assai bene fabbricata in pia-
nura, ha otto sobborghi, ed un ca-
stello fortificato, situato sopra una
vicina collina, forma tutta la sua
difesa. Vi si osserva il palazzo della
città, di gotico stile, l'edifìzio degli
stati ed il teatro. Oltre la sua bella
cattedrale ha dieci altre chiese, fra
le quali la più osservabile è quella
delle orsoline. Vi sono due ospe-
dali, un liceo avente i privilegi di
università, un ginnasio, una pri-
maria scuola normale, una società
agraria, una scuola militare, un os-
servatorio , una pubblica bibliote-
ca ed un arsenale. L'antico castel-
LUB 9
lo arciducale, situato sopra una
montagna, serve al presente di pri-
gione. Le sue manifatture di stoffe
di lana e seta, assai floride un tem-
po, sono molto decadute; ma pro-
sperano ancora quelle di panni, te-
le, maioliche, strumenti chimici,
cappelli ec, come pure i suoi con-
cia toi. Questa città fa un commer-
cio attivo coli' Italia, la Croazia, ed
il sud della Germania, e molto sof-
frì pei terremoti ed incendi. Lu-
biana, in tedesco Laybach, in illi-
rico Lubiana, ed in latino Aemo-
na seu Labacum, già capitale del
ducato di Carniola che dividevasi
anticamente in alta, media, inter-
na e bassa, dopo avere apparte-
nuto per lungo tempo agli slavi,
passò in potere dei duchi di Ba-
viera, ed ebbe poscia dei signo-
ri particolari : dopo la morte del-
l'ultimo di questi, gli stati del paese
si diedero spontaneamente a Fe-
derico il Bellicoso duca d'Austria,
verso la metà del secolo XIII.
Nel 1 782 fu onorata dalla presen-
za del Pontefice Pio VI, che recossi
a Vienna dall'imperatore Giuseppe
II per affari di religione. A' 16
marzo partendo il Papa da Adels-
berg arrivò verso le ore ni a Lu-
biana, mentre nevigava. Smontò al
palazzo dell'ordine teutonico, e fu
ricevuto da monsignor Scrottenbach
vescovo di Lavant, da monsignor
Herbestein vescovo di Lubiana, e
da molta nobiltà. Nell'appartamen-
to decorosamente preparato per or-
dine dell' imperatore, ricevette Pio
VI benignamente l'arciduchessa Ma-
rianna d'Austria sorella dell'impe-
ratore , che ad appagare la sua
particolare venerazione pel capo
della Chiesa, vi si portò con tutte
le sue dame dall' abbaziale residen-
za di Klagenfurt, e poscia più voi-
io LUB
te tornò a visitare il santo Padre.
TSel giorno seguente, domenica , il
Pontefice ascollò la messa nella
chiesa dell' ordine teutonico con-
tigua al palazzo, e nelle ore pome-
ridiane proseguì il viaggio per Cil-
la, ove pervenne alle ore 2 3, dopo
passato il fiume Lintz. Quindi Lu-
biana fu per la prima volta presa
dai francesi nel 1797. Dipoi nel
1821 vi si tenne un celebre con-
gresso, coli' intervento degli alleati
Francesco I imperatore d' Austria,
Alessandro I imperatore delle Rus-
sie, della diplomazia europea, e vi
si recò in appresso Ferdinando I
re delle due Sicilie, per deliberare
sullecommozioni politiche delle due
penisole, ispanica ed italica , onde
ristabilire, di concerto ai mezzi per
reprimere i torbidi e le ribellioni
di Napoli, Piemonte e Spagna, l'au-
torità reale che vi era decaduta.
A' 21 dicembre 1845 la popola-
zione di Lubiana fu posta in gra-
ve costernazione, pel violento ter-
remoto, di cui la memoria uma-
na non sa rammentarsi il simile.
Questa scossa si fece repentinamen-
te sentire senza particolari precur-
sori, e durante più minuti secondi
ondeggiò il suolo, tremarono le mu-
ra degli edifici, per cui gli abitanti
nella maggior parte corsero a pre-
cipizio fuori delle loro case, cercan-
do di salvarsi all'aperto, tutti, com-
presi da terrore e da spavento.
La sede vescovile fu eretta dal
Pontefice Pio II nel 1462, con let-
tera apostolica data octavo idus
septembris in Pienza sua patria, di-
chiarando cattedrale la chiesa di s.
Nicola, e dismembrandola dalla giu-
risdizione del patriarcato di Aqui-
leia. Con altra lettera emanata nel-
lo slesso luogo ed anno, quarto idus
septembris, nuovamente confermò
LUD
l'eretto vescovato di Lubiana, ne
stabilì la diocesi, e questa pure li-
berandola da qualunque soggezione
del patriarca d'Aquilcia e dell'ar-
civescovo di Salisburgo, la rese im-
mediatamente soggetta alla santa
Sede, esenzione che nel 1468 con-
fermò il Papa Paolo II, ad istan-
za dell' imperatore Federico III. In
questo stato restò la diocesi e sede
vescovile di Lubiana sino al 1787.
Quindi Lubiana fu innalzata al gra-
do di metropolitana da Pio VI.
Dappoiché colla bolla In universa
gregis Dominicele curae> octavo idus
martii 1788, presso il Bull. Rom.
Continuano t. Vili, p. 124, sop-
presse l'arcivescovato di Gorizia,
dismembrò molte delle sue parroc-
chie, e l'unì al vescovato di Lu-
biana, restando Gradisca soltanto
cattedrale. Colla stessa bolla Pio
VI elevò Lubiana a metropolitana,
assegnandogli per suffraganei i ve-
scovati di Segna e Moclrusca uniti,
e Gradisca e Gorizia, la quale isti-
tuita dal medesimo Papa era stata
fatta concattedrale di Gorizia, e ciò
colla bolla Super specula militali'
tis Ecclesiae) tertio decimo kal.
septembris 1788. Vi sottopose e-
ziandio per suflTraganea la sede ve-
scovile di Trieste, mediante la bolla
Ad supremum milìlantit Ecclesiae
regimtn, data pridie idus septembris
1797. Nel quale anno lo stesso Pio
V 1 colla bolla Ree li prudenti sque con-
silii ratio postulai, de' 12 settem-
bre, Bull, citato t. IX, p. 5i, tras-
latò la sede vescovile di Gradisca
col capitolo della cattedrale de' ss.
Pietro e Paolo, nella città di Go-
rizia e nella chiesa de' ss. Ilario e
Taziano, per cui poi questo vesco-
vato prese il nome Goritiensem
scu Gradiscanum. Pio VII nel 1807
colla bolla Quaedam tenebrosa ca-
LUB
Ugo, quarto decimo kalendas septctn-
bris, soppressa la dignità arcivesco-
vile e metropolitana di Lubiana ,
la ripristinò nel suo stato antico
di sede vescovile ed immediatamen-
te soggetta alla Sede apostolica. Fi-
nalmente Pio Vili, per aver eretto
di nuovo Gorizia in arcivescovato,
colla bolla In su per eminenti apo-
slollcae dignitatis specula, sexto kal.
augusti i83o, a richiesta dell'im-
peratore d'Austria Francesco I, tra
le altre gli assegnò per suffraganea
Lubiana, alla quale però accrebbe
sedici parrocchie tolte dalla diocesi
di Gorizia stessa, e ventuna sepa-
rate da quella di Trieste. Dicem-
mo che Lubiana in latino si chia-
ma anco Aemona , perchè vuoisi
edificata sopra le rovine d'una città
di tal nome, che fu sede vescovile
fin dai primi secoli della Chiesa ;
sembra diversa da Aemonia o Città
Nova.
Il primo vescovo di Lubiana fu
Sigismondo conte di Lamoerg no-
minato nel 1 4-^3 ; gli successero
nel 1488 Cristoforo Ranbert nobi-
le carniolo, consigliere dell'impera-
tore; avendo appena dieciotto anni
fu ordinato nel i494> quindi fu
fatto amministratore di Secovia nel
1^09, e morì in Vienna nel 1 536.
Paolo III dichiarò allora vescovo
di Lubiana Francesco de' baroni
Cazianez canonico di Passavia, mor-
to nel 1 544- Lo furono successi-
vamente Urbano Textor confessore
di Ferdinando I; nel i56o Pietro
Spacher; nel. 1 568 Corrado Ada-
mo Glushitz; nel i5y8 Baldassare
Radlizio, che per la mirabile sua
eloquenza fu chiamato il Cicerone
carniolano; nel i58o Giovanni Zam-
chei arcidiacono di Gorizia ; nel
1597 Tommaso Krein o Cromi
consigliere intimo dell' imperatore ;
LUB ti
nel i63o Rinaldo Scherlichio un-
garo, traslato da Trieste, che rifor-
mò i costumi, ed eresse il conven-
to ai minori osservanti. Nel 16^1
Urbano Vili fece vescovo Ottone
Federico conte Pacheim suo cubi-
culario , canonico di Salisburgo,
Magdeburgo e Passavia, ornato del-
le più belle virtù. Nel 1664 gli
successe fr. Giuseppe Rabatta di
Gorizia cavaliere gerosolimitano. In-
di divennero vescovi: nel i683 Si-
gismondo Cristoforo conte d'Her-
bestein, che nel 1701 si ritirò, per
cui gli fu sostituito Ferdinando con-
te di Riemburg canonico di Pas-
savia; nel 171 1 Francesco Carlo
de' contr 4i Kaunitz di Vienna, u-
ditore di rota, canonico di Salisbur-
go e Passavia; e nel 17 18 Gu-
glielmo de Leslie scozzese, già coa-
diutore di Trieste col titolo vesco-
vile in partibus Al dentano, non che
vescovo di Vaccia. Questa è la se-
rie de' vescovi riportata dall'Ughelli
iiell' Italia sacra, tom. V, p. 1072
e seg. I vescovi registrati nelle an-
nuali Notizie di Roma sono i se-
guenti : 174^ Ernesto Amadeo dei
conti degli Attimi, traslato dalla
chiesa Traconen. 1759 Leopoldo
de Petazzi di Vienna, traslato da
Trieste, a cui nel 1769 fu dato in
coadiutore con futura successione
Carlo Herbestein di Gretz diocesi
di Salisburgo, fatto per ciò vesco-
vo di Mindo in partibus, divenuto
nel 1772 effettivo. Dopo un tratto
di sede vacante, come abbiamo
detto, Pio VI eresse Lubiana in
arcivescovato, e dichiarò a' 7 apri-
le 1788 primo arcivescovo Michele
libero barone de Brigido di Trie-
ste, e lo fu sinché Pio VII nel
concistoro de' 23 marzo 1807 lo
trasferì alla sede vescovile di Sce-
pusio in Ungheria. Nella sede va-
il LUB
cante lo stesso Papa soppresse l'ar-
civescovato di Lubiana , come si
è detto. Ritornata però Lubiana
ad essere sede vescovile, Pio VII
a* 24 agosto 1807 vi traslatò da
Zela in parlibus Antonio Kaut-
schitz d'Idria diocesi di Lubiana,
e dipoi a' 22 luglio 18 16 fece ve-
scovo Agostino Gruber di Vienna;
quindi Leone XII nel concistoro
de' 12 luglio 1824 gli diede in
successore l'attuale vescovo monsi-
gnor Antonio Luigi Wolf d' Idria
diocesi di Lubiana , già canonico
della cattedrale.
La cattedrale, ediflzio di magni-
fica struttura , è dedicata a Dio
sotto l'invocazione di s. Nicola ve-
scovo, con fonte battesimale e cu-
ra d'anime, la quale viene ammi-
nistrata da un canonico e da quat-
tro cooperatori. Il capitolo si com-
pone di due dignità , essendo la
prima il proposto, di dieci cano-
nici senza le prebende del teologo
e del penitenziere, e di altri preti
e chierici addetti all'uffiziatura. Pres-
so la cattedrale è situato l'episco-
pio, ch'è ampio e magnifico. Oltre
la cattedrale nella città vi sono al-
tre quattro chiese parrocchiali, tut-
te munite del battistero, un con-
vento di religiosi , un monastero
di monache, seminario ed ospeda-
le : evvi pure il monte di pietà ed
alcune confraternite. La diocesi è
amplissima, poiché contiene nove
città, diversi castelli e luoghi. Ogni
nuovo vescovo è tassato nei libri
della camera apostolica in fiorini
cinquecento, corrispondenti alle ren-
dite della mensa, le quali ascendo-
no a circa diecimila fiorini, senza
alcun gravame di pensione eccle-
siastica.
LUBINO (§.), vescovo di Char-
tres. Nativo di Poitiers, applicò allo
LUB
studio delle sacre lettere, e si fece
religioso nel proprio paese. Dopo
ott' anni passò a Lione, nell' isola
di Barba, sotto la condotta di s.
Lupo, ed in appresso nel Percese,
sotto quella di s. Avi, dopo la mor-
te del quale ritirossi nel deserto
di Charbonnieres, ove passò quasi
cinque anni , lontano affatto da o-
gni commercio col mondo. Ma E-
terio vescovo di Chartres, conoscen-
do la sua santità, lo ordinò prete,
e lo fece abbate del monastero di
Brou nel Percese; indi lo diede
per compagno di viaggio a s. Al-
bino vescovo d'Angers che andava
a visitare* s. Cesario d'Arles. Suc-
cedette poscia ad Eterio sulla sede
di Chartres nel 544; nel qual mi-
nistero adempì fedelmente a tutti
gli uffizi di buon pastore. Interven-
ne al quinto concilio d' Orleans e
al secondo di Parigi, e mori nel
577. Il suo capo è custodito nella
cattedrale di Chartres ; il resto del
suo corpo fu bruciato dai calvini-
sti nel i568. S. Lubino è nomi-
nato nel martirologio romano ai
i5 di settembre; ma la sua festa
si celebra due volte all'anno nella
diocesi di Chartres, cioè ai 14 di
marzo e a' r 5 di settembre.
LUBLINO (Lublinen). Città con
residenza vescovile di Polonia, ca-
poluogo di woiwodia e di obwo-
dia del palatinato del suo nome,
lungi 34 leghe da Varsavia, e iZ
da Siedlec, sulla riva sinistra della
Bistrzyca . È sede della seconda
corte di appello del regno, e delle
magistrature. Sta in parte sopra
un'altura, e parte sulla sponda del-
la riviera, ciò che la fa dividere in
alta e bassa città ; la prima parte fu
un tempo fortificata, essa non ha più
che un castello situato sopra una
roccia, presso cui evvi un sobbor-
LUB
go. Le case sono nella maggior
parte in legno e le strade irrego-
lari. Si osserva una gran piazza
ove è situato il palazzo della città
di bella architettura ; il palazzo So-
bieski, la cattedrale e le chiese de-
gli ex-gesuiti, dei domenicani e dei
carmelitani meritano di essere ci-
tate. Vi sono in tutto dieciotto chie-
se, molti conventi dei due sessi ,
una vasta sinagoga, un seminario
vescovile, un'accademia, un ginna-
sio di piaristi, alcuni ospedali civili
e militari, un orfanotrofio, varie
società di agricoltura e di benefi-
cenza, un teatro e fabbriche di
grossi panni. Il suo commercio è
assai importante. Vi si tengono for-
se tre annue fiere che durano cia-
scuna un mese, e dove concorrono
i negozianti di diverse nazioni. Ev-
vi un gran numero di ebrei che
abitano principalmente nella città
bassa; è rimarchevole l'indicato
edifizio della sinagoga israelitica.
Fu presa dagli svedesi nel 1406. I
suoi dintorni sono coperti di laghi
e paludi.
La sede vescovile fu eretta dal
Papa Pio VII, e dichiarata suffra-
ganea della metropoli di Varsavia,
ad istanza dell'imperatore France-
sco II che lo supplicò con lettera
de' 12 dicembre i8o3. Per primo
vescovo nel concistoro de' 23 set-
tembre i8o5 vi nominò Adalberto
Skarzewski di Janow diocesi di
Leopoli, traslatandolo da Chelma.
A questi Leone XII nel concistoro
de' io dicembre 1825 diede in
successore l'attuale vescovo monsi-
gnor Marcellino Dziecielski della
diocesi di Uladislavia, trasferendo-
lo da Arath in partibus , essendo
allora ausiliare del vescovo di U-
ladislavia. La cattedrale è dedicata
a Dio, in onore de' ss. Giovanni
LUG i3
Battista e Giovanni Evangelista,
ma siccome l'edifizio trovasi in cat-
tivo stato, almeno all'epoca del
1825, si officia nella chiesa Cras-
noctaviae. Il capitolo si compone
di quattro dignità, la prima delle
quali è il preposto, di otto cano-
nici, di sei vicari, del penitenziere
e del teologo. L'episcopio per abi-
tazione del vescovo è un sufficiente
edifizio. Nella città avvi una sola
chiesa parrocchiale munita del sa-
cro fonte, ch'è pure collegiata ; il
seminario con alunni, cinque con-
venti di religiosi, quattro monaste-
ri di monache, tre ospedali, ed una
confraternita. La diocesi si estende
in venti leghe di lunghezza, e con-
tiene quarantaquattro parrocchie.
Ogni vescovo è tassalo ne' libri del-
la camera apostolica in fiorini 3y3,
corrispondenti alla rendita di 6666
scudi di moneta romana.
LUCA (s.), evangelista. Origina-
rio di Antiochia, metropoli della
Siria, ivi fece eccellenti studi nella
sua giovinezza , e dicesi ch'egli
abbia perfezionato altresì le sue
cognizioni con diversi viaggi nella
Grecia e nell' Egitto. Professò la
medicina, ma non si conosce qual
fosse la sua condizione, poiché la
medicina era sovente esercitata anco
da schiavi che si facevano allevare
in questa scienza. Grozio opina che
s. Luca fosse attaccato a qualche no-
bile famiglia in uffizio di medico,
e che dopo la sua liberazione con-
tinuasse sempre la sua primiera
professione. Non si sa del pari pre-
cisamente se egli fosse ebreo o pa-
gano di nascita. Alcuni pretendo-
no ch'egli sia stato convertito al cri-
stianesimo da s. Paolo ad Antio-
chia, locchè altri negano. S. Epi-
fanio lo fa discepolo del Salvatore;
ma Tertulliano accerta espressa-
i4 LUC LUC
mente che non fu del numero di le reliquie di s. Luca da Patras-
cjuelli che si unirono al Salvatore so a Costantinopoli, dove furono
mentre era ancor sulla terra; ed deposte nella chiesa degli Apostoli,
in fatti s. Luca nella prefazione ed allora si fecero , donne distribu-
dcl suo vangelo dice aver scritto rioni delle medesime. 11 Baronio,
giusta i testimoni oculari delle a- ad an. 586, dice che il capo di
zioni di Gesù Cristo, non dice di s. Luca fu portato a Roma da s.
esserne slato testimonio egli stesso. Gregorio, e deposto nella chiesa
Fu compagno nei viaggi e nei del monastero di s. Andrea. La
travagli di s. Paolo, che lo chia- sua festa si celebra ai 18 di otto-
ma più volte come il suo coope- bre. S. Luca insiste parlieolarmen-
ratore. S'imbarcò seeolui per pas- te nel suo vangelo sopra ciò che
saie dalla Troade nella Macedonia spetta al sacerdozio di Gesù Cristo;
l'anno 5i di Cristo; soggiornò al- ed è appunto per questo che gli an-
quanto con esso a Filippi, e scorsero tieni applicando ai quattro evange-
insieme le città della Grecia. Se- listi le rappresentazioni simboliche
condo s. Girolamo e s. Gregorio menzionate in Ezechiele, assegnano
IVazianzeno, s. Luca scrisse il suo ad esso il bue, come emblema dei
vangelo nel tempo che s. Paolo sagrifizi. Egli lo scrisse iu greco,
predicava nell'Acaia, ove andò due del pari che gli Atti degli apostoli,
volte coll'apostolo, cioè neh' anno ed il suo stile è più purgato di
53 e nel 58. Verso il 56 fu da esso quello degli altri evangelisti. Cre-
ìnviato a Corinto con s. Tito, indi desi comunemente che s. Luca ol-
segui s. Paolo a Roma, allorché vi tre la medicina coltivasse anche la
fu mandalo prigione da Gerusalem- pittura. Leggesi in Teodoro Let-
me nell'anno 61, e non lo lasciò mai tore, il quale viveva nel 5 18, che
durante i due anni che rimase cai- si mandò da Gerusalemme all'ini-
ccrato. In questo tempo egli scris- pelatrice Pulchena uu ritratto dei-
se gli Alti degli apostoli, che sono la Beata Vergine dipinto da s.
come il seguito del suo vangelo. Luca, e che questa principessa lo
S. Paolo, nella sua ultima prigio- mise in una chiesa ch'ella avea
nia, scriveva da Roma, che tutti fatto edificare a Costantinopoli. Si
gli altri lo avevano abbandonalo, è trovata a Roma, in un sotterra-
e che s. Luca era solo con lui. neo presso alla chiesa di s. Ma-
Dopo il martirio dell' apostolo , ria in via Lata, un'antica iscrizione
dice s. Epifanio che s. Luca pie- iti cui dicesi d' uu ritratto della
dico nell'Italia, nella Gallia, nella R. V'ergine, che è uno dei sette
Dalmazia e nella Macedonia. Se- dipinti da s. Luca. Vi sono anco-
condo Fortunato e Metafraste, il ra tre o quattro altri ritratti si-
santo evangelista passò in Egitto mili, di cui il principale è stato
e predicò nella Tebaide. Alcuni collocato da Papa Paolo V nella
pretendono ch'egli abbia sparso il cappella Borghese nella chiesa di
sangue per la fede, ed altri dicono s* Maria Maggiore. V. Immagine,
che mori tranquillamente a Pa- Chiesa di s. Maria Maggiore, e
trasso nell'Acaia, in età di ottanta Pittura. Della celebre pontificia
od ottanquattro anni. Nel 357 *'im" accademia di s. Luca di Roma, ne
peratore Costanzo fece trasportare parlammo all' articolo Accademie,
LUG
e meglio all'articolo Cavalieri, or-
dine de presidenti della pontificia
accademia di s. Luca.
LUCA, Cardinale. Luca origi-
nario delle Galiie, educato nel mo-
nastero di Chiaravalle, da Inno-
cenzo II nel ii3o o nel 1 1 33 fu
creato cardinale dell' ordiue dei
preti, col titolo de'ss. Giovanni e
Paolo, mentre il Papa era in Frati-
eia, per cui lo seguì nel suo ritorno
in Italia. Di lui fa onorata menzio-
ne il suo amico s. Bernardo, in u-
na lettera scritta ai monaci di
Chiaravalle. 11 cardinale sottoscrisse
due bolle, una nel 1 1 34 a favore
del vescovo di Pistoia, V altra nel
nel 1 1 38 a favore del vescovo di
Foligno.
LUCANO (s.), martire. Secondo
un'antichissima tradizione fu mar-
tirizzato aLogny nella Beauce, sui
confini del paese Chartrain e del-
l' Orleanese; e ciò credesi avve-
nuto nel principio del quinto se-
colo. Le sue reliquie furono po-
scia trasportate nella cattedrale di
Parigi. La sua festa si celebra ai
3o d'ottobre , ed i parigini hanno
sempre avuto grandissima divozio-
ne a s. Lucano.
LUCCA (Lucan). Città con re-
sidenza arcivescovile, insigne capi-
tale del ducato cui dà il nome, re-
sidenza ordinaria del duca sovra-
no, e capoluogo del distretto di
Lucca o del Serchio, già capitale
della repubblica lucchese in Italia.
Trovasi sulla riva sinistra del fiu-
me Serchio che le passa circa un
terzo di miglia distante, in mezzo
ad una fertile e irrigalissima pianu-
ra, circoscritta dal lato di scirocco
e libeccio dal monte, da ponente a
maestro mediante le branche del-
l' Alpe Apuana; da settentrione a
greco le fanno spalliera le balze
LUC i5
dell' A pennino, fra le quali scendo-
no il Serchio, la Lima e le Pescie;
mentre di là dalle foci che si av-
vallano a levante e a libeccio di
Lucca, giacciono i due laghi più
vasti della Toscana attuale, chiama-
ti Bientina e Massaciuccoli ; il pri-
mo è in qualche parte promiscuo
colla Toscana, di circa miglia die-
ciotto di circuito, l'altro è piccolo,
come quello di Castel Gandolfo
(Fedi). Incontrasi la città sotto il
grado i8° io' longitudine e 43° 5i
latitudine, sopra un piano appena
32 braccia toscane più elevato del
livello del mare Mediterraneo; i3
miglia a settentrione greco da Pisa,
passando per Ripafratta, e sole die-
ci miglia per l' antica strada del
Monte Pisano; 26 miglia per la
stessa direzione lontana da Livor-
no; 24 miglia a levante da sci-
rocco di Massa di Carrara; 12 a
ponente libeccio di Pescia ; 14 a
ostro dei bagni di Lucca, e 46
miglia a ponente di Firenze.
Tre sono i successivi cerchi delle
mura di questa città. A quale epoca
risalga il primo s'ignora, poiché seb-
bene si attribuisca all'impero di Pro-
bo, ed altri ne abbia fatto autore
il re Desiderio, vi sono ragioni di
crederlo più antico, essendo Lucca
munita di mura sino dai tempi
della repubblica romana, anzi si
rinvennero non poche vestigia di
costruzione all'etnisca. Col secondo
cerchio delle mura restarono rin-
chiusi nella città diversi sobborghi,
varie strade e case che avvicina-
vano il primo giro, massimamente
dalla parte di oriente e di greca-
le. La popolazione di questi sob-
borghi dopo il secolo XII costitui-
va nel regime della repubblica una
sezione della città, designata col ti-
tolo di quartiere dei borghi, e eoa-
16 LUC LUC
seguentemente diversa dall'altra de- Lucca, contornata da colline, da
nominata dalla porta s. Frediano poggi e da monti sparsi di ville
ossia del Borgo. Il secondo cerchio signorili, di paeselli, di chiese, di
di Lucca venne decretato dal go- toni e di borgate. 11 passeggio dei-
Temo nel 1200, e restò terminato le mura non è tampoco interrotto
nel 1260; forse verso il iog5 era- dalle porte della città, poiché Tarn-
si presa qualche misura per met- pia strada vi passa sopra pianeg-
tere in più largo cerchio la città, giante lungo tutto il giro della
11 terzo ed attuale più grandioso città che misura metri 4f92>55.
giro delle mura di Lucca fu decre- In questo terzo cerchio di Lucca
tato nel 1 5o4 dalla repubblica, che esistevano tre sole porle, chiamate
vi fece lavorare dalla parie di le- Borgo, s. Donato e s. Pietro, in-
vante e di mezzodì sino al i544» nanzi che dirimpetto a una ma-
Per altro fattisi accorti che quel gnifica , veramente strada regia,
modo di costruire i bastioni circo- fosse aperta la porta Nuova o di
lari e le mura forse con poca s. Croce, già detta Elisa, perchè
scarpa, .non era il più confacente questa principessa la ordinò nel
a ridurre Lucca, come si voleva, 1806. Dalla porta Nuova esce
una piazza forte, gli anziani affi- 1' ampia strada postale Pesciatina,
darono 1' esecuzione ad altri inge- fiancheggiata da doppio marciapie-
gneri, fra i quali meritossi maggior de per circa un miglio, e difesa
lode Vincenzo Civitali lucchese, da quadrupla linea di alberi. Dal-
Questa grandiosa opera non restò la porta al Borgo, detta anche s.
compita interamente prima del i645, Maria, esce la strada nuova dei
mediante la spesa di scudi 956,000, Bagni e di Barga ; dalla porta
senza contare il valore di centoventi s. Donato escono le strade postali
grossi cannoni di bronzo che guar- di Pisa e di Genova; e dalla
nivano gli undici bastioni dai qua- porta s. Pietro parte la strada
li è difesa la città. Le mura dal- vecchia del monte di s. Giuliano,
la parte che guardano la città sono Le chiese più grandiose e più
fornite di larghi terrapieni , lungo celebri della città sono quelle che
i quali campeggia una spaziosa andiamo a notare. Quantunque sus-
strada carrozzabile. È questa via sistano molti documenti scritti in-
fiancheggiata dal lato della cam- nanzi al 1000, ne' quali si ram-
pagna da un comodo marciapiede, mentano fra le molte chiese alcu-
mentre dalla parte esterna le mu- ne delle più insigni tuttora esi-
ra sono difese da opere avanzate stenti in Lucca, sé debbasi eccet-
con tornate da fossi e da terrapieni, tuare la cattedrale di s. Martino
A questi fa corona da ogni lato e la chiesa di s. Frediano, non
una libera e aperta pianura sino sembra che le altre fossero di quel-
alla distanza di circa j5o braccia, la dimensione e struttura architet-
chiamata la Tagliata, per la ra- tonica che dopo il secolo X hanno
gione che in quello spazio è vie- acquistato. La chiesa di s. Michele
tato piantare alberi di sorte alcu- in foro nel secolo IX era un ora-
na. Da questo punto bella e va- torio, dopo il 1000 vi si riuniro-
riata offresi la prospettiva della no alcuni preti per vivere canoni-
coltivatissima campagna intorno a camente, finché poi vi passarono
LUC
i monaci benedettini , per opera
de'quali nel 1142 quel tempio si
restaurò, e forse allora fu nella
grandezza e forma attuale riedifi-
cato. Contiguo a questa chiesa vi
sta un seminario, che mentre serve
nei di festivi alle funzioni di quel-
la collegiata , gli alunni vi sono
istruiti nella religione e negli slu-
di sino almeno alla filosofia. Di
questa gode il giuspatronato atti-
vo il sovrano di Lucca, che fra
gli altri diritti ha quello di nomi-
nare il superiore che dicesi deca-
no, il quale approvato dal Papa
usa il distintivo degli abiti pao-
nazzi come protonotario apostolico
extra urbem, gode il privilegio dei
pontificali, ed è immediatamente
dipendente dalla santa Sede, aven-
do giurisdizione quasi episcopale sul
suo clero, con particolar tribunale.
Della chiesa di s. Maria Forispor-
tam si hanno notizie dal 768, ma
il vescovo Jacopo nel principiar
del secolo IX la ricostruì di ma-
teriale. Chiamasi Forisportam, per-
chè prima del i522 era situata
fuori dell'antica porta di s. Gerva-
sio. L'edifizio è di stile longobar-
do, fabbricato di pietre quadran-
golari scavate ne'vicini monti luc-
chesi. La cattedrale di s. Martino,
è una delle più antiche d' Italia,
comechè il bei tempio attuale sia
stato riedificato in dimensioni assai
più grandiose dal vescovo Anselmo
di Badagio, mentre egli sedeva con-
temporaneamente nella cattedra di
s. Pietro col nome di Alessandro
II 3 e fu lo stesso Pontefice che a' 6
ottobre dell' anno 1070 solenne-
mente la consacrò. In quella oc-
casione fu collocato il simulacro
della veneranda effigie di Gesù
Crocefisso detta il Folto santo nella
cappella in cui attualmente si tro-
LUC 17
va. Questa elegante cappella in
forma di tempietto ottangolare ven-
ne rifatta nel 1 4^4 c°l disegno e
direzione del Fidia lucchese Mat-
teo Civitali, eh' è pure l'autore
della bellissima statua di s. Seba-
stiano nella nicchia esterna dietro
l'altare del Volto santo. Nel i836
i lucchesi effettuarono l'offerta alla
santa immagine di una lampada
votiva d'oro del peso di ventiquat-
tro libbre, appesa ad un sostegno
di argento di libbre venticinque,
colla spesa di lire lucchesi 44>00°j
pari a scudi romani 611 3, acciò
ardesse avanti il santo simulacro
per indelebile gratitudine di essere
stati preservati dal morbo cholera,
essendo stati stabiliti anco i fondi
per 1' olio di essa. I lucchesi ave-
vano solennemente coronato il Vol-
to santo nel i655. Nel i834 coi
tipi lucchesi di Rocchi, Giovanni
Battista Conti dedicò alla regnante
Maria Teresa principessa di Savo-
ia, duchessa di Lucca, una nuova
edizione arricchita di molti auten-
tici documenti, del libro intitolato:
Della origine, invenzione e trasla-
zione del prezioso simulacro di
Gesù Crocefisso detto comunemen-
te Folto santo, che si venera nel-
la metropolitana di Lucca. In
questo libro si parla ancora di
altri autori che fecero la storia
ed illustrarono il Volto santo.
La facciata esteriore del duomo
fu eseguita nel 1204 dall'architet-
to Guidetto, che eresse pure quella
di s. Michele. Gli ornamenti del-
l'atrio sopra la porta minore, a
sinistra entrando nel duomo di s.
Martino, sono del celebre Nicolò
Pisano. Questo grandioso tempio,
della prima maniera così delta
gotica, è a tre navate divise da
nove grandi archi per parte; nella
voi. xi.
i8
LUC
navata maggiore e praticalo un
secondo ordiue di archi in nume-
ro doppio di quelli del primo or-
dine, figurati da altrettanti fine-
stroni in due gallerie che percor-
rono tutta la chiesa sino alla tri-
buna. L'edifizio al di fuori è tut-
to incrostato di marmo del vicino
Monte Pisano, e nell'insieme pre-
senta all'occhio un'armonia e rego-
larità che per il tempo in cui fu
fatto può dirsi portentosa. Questa
cattedrale abbonda di belle opere
di scoltura, di pittura e di orefi-
ceria. All'altare del Volto santo e-
sistono preziosi lavori di cesello in
argento dorato ; così in sagrestia,
dove si custodisce una croce di
argento dorato del peso di trenta
libbre, detta la croce dei pisani, la-
voro del secolo XIV, assai delica-
to e ricco di figure. Neil' alta-
re della stessa sagrestia avvi una
bella tavola del Ghirlandaio , ed
in una stanza contigua si vedeva
il sarcofago d'Ilaria del Carretto
moglie di Paolo Guinigi, per es-
sere un pregiato lavoro di Jacopo
della Quercia. Oggi però questo
monumento è in chiesa nella cro-
ciera a lato di settentrione, a mano
sinistra di chi entra per la porta
laterale di tal parte. Dentro alia
chiesa poi si ammira sopra tutte
le opere di scalpello il monumento
sepolcrale di Pietro da Noceto, e
vicino a questo il ritratto di Do-
menico Bertini mecenate dell'arte-
fice lodato Civitali, cui si debbono
eziandio i bassorilievi del pulpito,
i due angelelti di marmo al taber-
nacolo del Sagramento , e le tre
statue coi bassorilievi nell' altare
di s. Regolo, mentre le figure
scolpite dalla parte del vangelo
sull'altare della Libertà sono lavo-
rate da Giovan Bologna. Rapporto
LUC
agli oggetti di pittura , trovasi
nella cappella detta del santuario,
nella croce della chiesa dal lato
di settentrione, una tavola di fra
Bartolomeo della Porta rappresen-
tante la B. Vergine; agli altari delle
navate la Visitazione di Ligozzi, la
Presentazione di Allori, la Cena
del Signore del Tintoretto, la Cro-
cefissione e la Natività del Passi-
gnano , l' Adorazione de' magi di
Federico Zuccari, e una bella Ri-
surrezione del valente Michele Ri-
dolfo* lucchese. In quanto alla fab-
brica della contigua canonica, fu
nel 1048 fondata dal vescovo Gio-
vanni li che prescrisse al clero
della sua cattedrale la vita comu-
ne secondo le regole canoniche,
per cui concedè al capitolo di s.
Martino un pezzo di terreno con
casa contigua alla cattedrale e al-
l' episcopio, al quale dono fu da
Alessandro II nel io63 aggiunto
un altro pezzo di terreno.
La chiesa di s. Frediano è do-
po la cattedrale una delle più an-
tiche e più vaste chiese di Lucca,
giacché la sua prima riedificazione
rimonta all' anno 685, sebbene vi
sia da dubitare che non fosse tale
come ora si vede. Ciò non ostan-
te essa è stata segnalata per un'
opera dei tempi longobardici e
quasi la sola chiesa che sia ri-
masta in Italia di quell' epoca, la
meno alterata nell'interno, qualora
si eccettuino le cappelle in fondo
alla chiesa e il presbiterio rialzato.
Già da qualche tempo esisteva
la chiesa de* ss. Lorenzo, Vincenzo
e Stefano martiri, nella quale sul
declinar del VI secolo fu sepolto
il corpo del vescovo s. Frediano,
quando la stessa chiesa fu, come
alcuni hanno supposto, riedificata da
Faulone, creduto maggiordomo del
LUC
re Cuniberto, e da esso lui dotata
e assegnata a Babbi do abbate ed ai
tuoi monaci, lo che indica esservi
stato (in d'allora un monastero di
claustrali. In fatti nell'anno stesso
Felice vescovo di Lucca die facoltà
a quei monaci di vivere conven-
tualmente e di amministrare la loro
chiesa, promettendo ai medesimi di
conservar loro i beni donati da
Faulone e di lasciar loro la nomina
dell'abbate. Le carte pubblicate nel
voi. IV delle Memorie lucchesi, e
citate nel voi. XII degli Atti della
reale accademia lucchese per oc-
casione della questione sulla basi-
lica, non dicono che Faulone rie-
dificasse la chiesa, ma dicono solo
che dotasse il monastero. Questa
famiglia religiosa alla metà del
secolo Vili era in molto credito;
ma verso la metà del IX il vesco-
vo Giovanni die la chiesa in be-
nefizio al fratello Jacopo, che poi
fatto vescovo lo rinunziò ad un
prete. .Nel 1042 il vescovo Giovan-
ni 1 1 dichiarò la chiesa parrocchia-
le e battesimale , per cui divenne
pieve. Il Papa Pasquale II nel
iiq5 ad istanza di Rotone pro-
posto e pievano di s. Frediano,
istituì in mezzo a quella famiglia
di preti, una nuova congregazione
regolare di canonici denominati poi
Lateranensi di s. Frediano, e vuoisi
che allora il priore della nuova
canonica abbia riedificata e resa più.
ampia la chiesa. Dopo la morte
di Pasquale lì, che grandemente
proleggeva questi canonici, e del
priore Rotone, la congregazione a-
gostiniana di s. Frediano restò per
poco tempo soppressa, finché Ca-
listo II la ripristinò. D' allora in
poi crebbe in fama quell'ordine di
canonici regolari, e ne' pontificati
d' Innocenzo II ed Eugenio HI gli
LUC 19
riuscì di ottenere dal vescovo di
Lucca la chiesa di s. Salvatore
in Mustiolo, colle chiese ed eremi
di s. Antonio e di s. Giuliano, e
poscia il convento di s. Pantaleo-
ne nel Monte Pisano ; dal vescovo
di Luni la pieve di Carrara, da
quello di Siena la chiesa di s.
Martino, e dal Pontefice Adriano
IV il monastero di s. Maria di
Bagno in Romagna. Cresciuti i
claustrali in tanta prosperità e lu-
stro , bellamente restaurarono la
chiesa di s. Salvatore in Mustiolo, e
probabilmente rifecero pure la chie-
sa di s. Frediano, il cui altare
consecrò Eugenio III in presenza
di Gregorio vescovo di Lucca.
Questo tempio è a tre navate. La
nave di mezzo ha dodici archi
per parte a intiero sesto, sostenuti
da colonne di marmi diversi, con
capitelli e basi di antico stile. Vi
si vede tuttora una gran vasca
marmorea che serviva pel batti-
sterio d'immersione, nel quale so-
no scolpite varie storie del Testa-
mento vecchio: il moderno batti-
sterio è di Nicolò Civitali nipote
di Matteo. Da ultimo fu dall'ami-
cizia eretto un sarcofago al lettera-
to Lazzaro Papi, scoltura esprimen-
tissima del fiorentino Luigi Pam-
paloni. Meritano menzione le chie-
se di s. Alessandro, di s. Pietro
Somaldi, di s. Giovanni, di s. Pier
Cigoli o del Carmine, di s. Maria
in Corte Landini, di s. Cristoforo,
ec. Sono pure antiche quelle di
s. Agostino, di s. Francesco, di s.
Paolino , e di s. Romano rifatta
nel secolo XVII. La chiesa di s.
Alessandro è una basilica longo-
barda dello stile il più puro, di
giuspatronato del sovrano, ed il
regnante duca, per l'amore che
porta alle belle arti, mediante 1' o-
ao LUC LUC
pera e lo studio dell' egregio di- di questa davanti alla piazza e
pintore lucchese professore Michele quella laterale volta a settentrione,
Ridolfi, ha restaurato l'abside fa- che restò terminata verso il 1729
cendovi dipingere ad encausto la dall'architetto lucchese Francesco
Madre di Dio col suo di fio par- Pini. Quantunque il palazzo nello
goletto che eccitato dai ss. Alessan- stato attuale, fornito di due gran-
dro e Lodovico benedice i riguar- di alrii, comparisca grandioso, e
danti ; opera riputata finora senza sia divenuto uno de' più comodi e
esempio e di studiata composizione, dei più confacenti ad una reggia,
lodata da ogni intendente della pure esso è un buon terzo mino-
meravigliosa arte del dipingere. Il re di quello in origine ideato
tipografo Luigi Guidotii nel 1 844 dall'Ammannato. Il magnifico peli-
ci diede: Scritti vari riguardanti stilio di colonne doriche della pie-
le belle arti, del dipintore Michele tra di Guamo, dà accesso ad una
Ridolfi, ec. La chiesa poi di s. grandiosa scala con gradini di mar-
Maria di Corte Landini, non cede mo bianco: tale opera fu eseguila
affatto a quella di s. Michele in per ordine della duchessa Maria
Foro, anzi è da tutti riputala più Luisa di Borbone, dall'architetto
stimabile pei capolavori d' arte lucchese Lorenzo Nottolini. La Io-
che vi sono. È così denominata dalla data sovrana fece collocare nella
nobile famiglia Orlandi, che sin piazza ove trovasi il palazzo, la sta-
dal 1228 abitava vicino ad essa, tua del suo avo re Carlo III. Si
Un tempo fu collegiata, quindi legge però nella Guida di Lucca
rettoria o parrocchia sino all'anno del eh. marchese Mazzarosa, del
i583, epoca in cui fu data alla 1 843 : » ma ora dopo diecinove
congregazione, tanto benemerita del- anni che si stava attendendo, è
la patria ed illustre per gli uomi- giunto il gruppo destinalo per qui,
ni dotti che vi fiorirono, deChicri- rappresentante la stessa Maria Lui-
ci regolari della Madre di Dio. sa, che il comune commise il 1823
In questa chiesa si espone alla al famigerato scultore Lorenzo Bar-
venerazione de' fedeli nel dì 16 a- tolini, in memoria del benefizio
gosto d'ogni anno il sangue di s. inestimabile dell'acquidotto ". Quin-
Pantaleone racchiuso in un'ampolla, di la statua di Carlo III venne
che già veneravasi nella cattedrale trasportata nella passeggiata sulle
di Benevento, e stando per oidi- mura di Lucca. L' antico palazzo
nario congelato, nella ricorrenza pubblico è quello di s. Michele
della festa del santo ammirasi li- in piazza, da dove sino dal secolo
quefatto. XVIII si traslocò nel ducale pa-
li palazzo ducale o reggia du- lazzo la signoria di Lucca. Il pa-
cale del sovrano , era 1' antica re- lazzo de'lribunali fu già residenza
sidenza del gonfaloniere e de' si- del secondo magistrato della re-
gnori della repubblica lucchese, pubblica lucchese , detto palazzo
Ebbe principio questo palazzo nel pretorio, cioè del podestà ; fu in-
1578 col disegno e direzione del cominciato nel secolo XV e com-
celebre Bartolomeo Ammannato, pilo ne' primi del XVI. In gran
cui appartiene il portico interno e parte sì regge sopra una loggia che
l'esterna facciata, tranne la parte ha dirimpetto alla piazza tre ar-
LUC
cote a sesto intero. In quanto
all' edifizio della zecca antica non
ne reità più indizio alcuno, essen-
do scorsi molti secoli dacché fu
distrutto quello che servì per si-
mile uso al tempo de' longobardi.
La zecca lucchese fu la più accre-
ditata della bassa Italia. Nei secoli
intorno al mille esisteva presso
la chiesa di s. Giusto ; più tardi
la zecca fu eretta dove ora si tro-
va, cioè nella via del Fosso, fra
la porta s. Pietro e quella di s.
Donato. Delle sue monete antiche
ne tratta il Vettori nel suo Fio-
rino d' oro p. 201 e 202 : dice
che Castruccio Castracane per fare
ingiuria ai fiorentini, fece battere
una nuova moneta coli' impronta
dell'imperatore Otto, la quale fece
chiamare caslruccini. Il Muratori,
Dissert. sopra le antichità Italia rw}
disseti. XXVII, della zecca e pri-
vilegio di battere moneta, osserva
che siccome provò nella parte I
delle Antich. estensi cap. XVII, la
città di Lucca fu ne* vecchi secoli
cnpo della Toscana, e però ivi
sotto i re longobardi, ed impera-
tori franchi e tedeschi esisteva il
privilegio della zecca, e la pecunia
lucchese non era in minor credito
per 1' Italia che la pavese. Indi
parla de' soldi d' oro lucchesi del
746 e del 750; delle monete col-
T epigrafe Flavia Luca, coniate
sotto i re longobardi e gl'impera-
tori tedeschi ; citando Tolomeo da
Lucca, dice che nel 1 1 55 Fede-
rico I confermò ai lucchesi il bat-
tere monela, e le analoghe conces-
sioni degli imperatori suoi prede-
cessori. Non conviene con Tolomeo
che il Papa lucchese Lucio III
della nobile famiglia Allucingoli ac-
cordasse a Lucca il privilegio di
batterla, ma bensì ne ammise il
LUC 21
corso nei dominii della romana Chie-
sa. Pare in vece certissimo che Lu-
cio III abbia ottenuto da Federico I,
che in tutta la Toscana non vo-
lesse in corso altra moneta che la
lucchese, e fosse pure ricevuta ne-
gli stati pontifìcii. Questo Lucio IH
arricchì la chiesa metropolitana ,
ov'era stato canonico, di molti cor-
pi santi. Denari lucchesi col Volto
santo e sua epigrafe, se ne trova-
no antichissimi, pel frequente uso
ch'ebbero i lucchesi di batterli in
onore del simulacro rappresentante
la vera effigie del Salvatore, che
dicesi fatta da s. Nicodemo, e mi-
racolosamente pervenuta a Lucca.
Molte monete portarono 1" epigra-
fe Libertas, e all' intorno Otto
Rex il III o il IV imperatore, for-
se per riconoscenza di aver ai luc-
chesi confermato il gius di battere
moneta. Altre portarono le parole:
Otto Imperator; Luca Imperialis;
Sanctus Paulinus vescovo e pro-
tettore di Lucca.
Tra le fabbriche destinate al-
l' uso pubblico, deve rammentarsi
la torre che appellasi delle ore>
perchè sopra di essa è collocato
uno dei più antichi orologi a peso,
fatto nel 1 39 1 dal lucchese La-
bruccio Cerlotti: la torre fu perciò
dal governo acquistata dalla fami-
glia Diversi. Le fabbriche dei pii
stabilimenti sono le seguenti. I luc-
chesi diedero antiche e cospicue
prove di tali istituzioni, massime
fondazioni di spedali presso le porte
della città e lungo le strade mae-
stre del contado. Da gran tempo
simili ospizi sono cessati o riuniti ne-
gli spedali superstiti. Tale si è quel-
lo della Misericordia, dotato dal-
l'arte dei mercanti lucchesi, sotto
la protezione di san Luca cui è
è dedicata la chiesa. Fu edificato
ai LUC
presso i beni dei marchesi Adal-
berto e della gran Contessa Matil-
de (Fedi), giacché il suo locale
trovasi accosto al Prato del Mar-
chese ossia al circo di porta s. Do-
nato. Scrissero alcuni che fu fon-
dato nel 1287 per opera ancora
dello spedalingo Bonaccorsi; ma è
certo invece che fu fondato dalla
corte de' mercanti nel 1262, come
si legge nella Guida sacra di Lue-
fa, edizione del i836, a p. 260.
E di fatto il privilegio di fonda-
zione di Enrico I vescovo di Luc-
ca, fu spedito a* 27 settembre 1263
a Bonansegna rettore e agli ope-
rai della Misericordia. A tenore di
questo privilegio il rettore dell'o-
spedale doveasi nominare dai con-
versi ospitalieri, e confermare dal
vescovo, come dal vescovo riceve
anche oggigiorno 1' istituzione ca-
nonica, benché l'ospedale sia in
potere del regio governo. Su que-
sto punto il chiaro monsignor Te-
lesforo Bini bibliotecario pubbli-
co, ci diede molte notizie auten-
tiche, nel voi. Vili della Pragma-
logia cattolica, che si pubblica in
Lucca, anno 1840, a p. 60. Indi
l'ospedale nel 1 34o sotto il vesco-
vo fr. Guglielmo venne ingrandito,
e più. tardi nel 1735 la chiesa fu
rimodernata, col farne in gran par-
te le spese lo spedalingo Balbani.
La nomina dello spedalingo di-
pendeva probabilmente dai consoli
della curia, ossia dall'arte de'mer-
canti, per vigilare sullo stabilimen-
to. Appena sottentrò io Lucca il
reggimento dei principi Baciocchi,
quel governo avocò a sé il gius-
patronato di questo e di ogni
altro luogo pio. La fabbrica è di-
visa in due separate e spaziose
corsie, una per gli uomini e l'al-
tra per le donne ; contiguo al-
LUC
l'ospedale degli uomini esiste l'o-
spizio dei fanciulli esposti, e quel-
lo de'maschi orfani. Sino dal 1809
fu ridotto per ricovero delle fem-
mine orfane l'antichissimo mona-
stero di s. Giustina, già di s.
Salvatore in Bresciano, ove per
dieci secoli le monache vi aveano
professato la regola di s. Benedet-
to. Per ospedale de* pazzi In desti-
nato sino dai 1770 il soppresso
monastero de' canonici regolari la-
teranensi_, con bel claustro, ed in
sito ameno, lunge oltre due miglia
dalla città, e tale luogo chiamasi
Fregionaia. Il deposilo di mendici-
tà è nel vasto palazzo de' Borghi,
il quale fu fondato nel 1 41 ^ da
Paolo Guinigi pei divertimenti del
popolo; indi nel 1726 la repubbli-
ca vi raccolse gì' invalidi e que-
stuanti della città, divenne poscia
bagno de' galeotti, finché nel 1823
la duchessa Maria Luisa lo ripri-
stinò pei poveri vagabondi. La
confraternita di carità cristiana os-
sia della Misericordia 3 esistente
già da più secoli, fu riordinata
nel 18 16 dal generale governatore
austriaco, e quindi avvalorata dal
duca regnante che ne prese la pro-
tezione : sembra modellata su quel-
la della Misericordia di Firenze.
Nel 1489 la repubblica per ripa-
rare alle usure degli ebrei fondò
il monte di pietà.
Passando a parlare degli stabili-
menti d' istruzione pubblica inco-
mincici emo a dire che tra le conces-
sioni dall'imperatore Carlo IV fat-
te alla repubblica nel 1 36cj, vi fu
quella di possedere un' università,
la quale venne poi confermata -nel
1387 da Urbano VI. Però il go-
verno dì Lucca non si valse di
questo privilegio sino al 1780;
imperocché, se dalle lauree di dot-
LUC
forati state conferite dal vescovo
di Lucca mercè i privilegi impe-
riali e pontificii, trasparisce 1' esi-
stenza d'uno studio lucchese, nondi-
meno dalla Storia letteraria dell'e-
rudito Cesare Lucchesini , pubbli-
cata nei volumi IX e X delle Memo-
rie lucchesi, si rileva che il governo
di Lucca si limitò a chiamare in
città, o a pensionare qualche mae-
stro di umane lettere, di geome-
tria, di calcolo, e poco più. Però
anche in tempi di barbarie il cle-
ro lucchese venne istruito in teo-
logia, e sino dal principio del se-
colo XIII nella canonica del duomo
di Lucca tenevansi scuole pel clero;
come ancora fuori del clero non
si mancò di scuole ove si professa-
vano le umane lettere. Il liceo ebbe
principio nel 1780, quando la re-
pubblica domandò ed ottenne da
Pio VI la soppressione dei canonici
regolari lateranensi di s. Frediano,
a condizione d' impiegare il loro
patrimonio, e destinare il vasto e
ben disposto locale del monastero
per pubblica istruzione. Il nuovo
liceo portò il titolo d' Istituto dei
pubblici sludi, poi nel 1802 quello
di Università. Questo liceo attual-
mente è fornito di ventisei catte-
dre, compresevi due di teologia
dommatica e morale. E ripartito
in tre facoltà, legale, medico-chi-
rurgica, e fisico matematica, con
un gabinetto di macchine e un or-
to botanico. La laurea in legge si
conferisce dall'arcivescovo ; nelle al-
tre facoltà la dà il rettore della
pubblica istruzione , delegato dal
sovrano. Vi sono scuole de Chieri-
ci regolari della Madre dì Dio
(Pedi) nel convento di s. Maria in
Cortelandini , dove fu trasportata
dopo ch'ebbe origine nel 1 583
nella chiesa di s. Maria della Ro-
LUC a3
sa quella dotta e benemerita con-
gregazione, ove si danno pubbliche
lezioni di umane lettere. Inoltre e-
siste nel convento medesimo una
pregevole biblioteca corredata di
più di ventimila volumi, molti dei
quali appartenenti al celebre mon-
signor Gio. Domenico Mansi, al
Franciotti, al Beverini, al Paoli, che
furono altrettanti luminari di quel-
la famiglia di regolari. Accanto al-
la chiesa di s. Frediano sino dal
1802 fu aperta una scuola di di-
segno diretta da un professore di
pittura lucchese, provvista di suffi-
cienti modelli con lo studio del
nudo. Nella pubblica biblioteca, e-
sistente nelle molte sale che fanno
parte della fabbrica di s. Frediano,
vi sono un immenso numero di
volumi stampati , molti libri mss.,
e vi furono riunite le pergamene
de'con venti e monasteri soppressi
al tempo de' principi Baciocchi;
l'incendio del 1822 le recò gravi
danni. Questi danni in ispecie di
manoscritti sono con somma accu-
ratezza e precisione indicati dal
consigliere di stato Vincenzo Tor-
selli direttore delle finanze del
ducato di Lucca, amantissimo pro-
tettore delle scienze ed arti , socio
di varie accademie, nella sua eru-
ditissima opera : Delle scienze in
Lucca, p. io5 e seg., pubblicata
dal tipografo Giusti nel i843.
Però se patì in tale infortunio,
andò poi tanto aumentando di vo-
lumi dal i83o in là dal regio go-
verno, non che provveduta di una
dote fissa di mille scudi lucchesi
annui, che oggi conta sopra cin-
quantamila volumi in ogni genere
di lettere e di scienze. Fra i qua-
li meritano speciale menzione i die-
cimila volumi della biblioteca del
marchese Cesare Lucchesini, acqui-
*4 LUC
stati tutti in una volta dal reale
governo con molti e pregevoli mss.
Oltre a ciò vi è una bella rac-
colta di mss. di cose patrie e del-
le famiglie lucchesi, raccolti qua e
là, di circa cinquecento volumi.
Altre notizie su questa insigne bi-
blioteca si possono leggere a p.
110 della Guida di Lucca del
eh. Mazzarosa, edizione del 1 843.
Sino dal 1809 nel claustro di
s\ Frediano fu aperto un collegio
di giovani alunni, cui il governo
Borbonico del 18 19 cambiando il
nome di Felice in quello di Colle-
gio Carlo- Lodovico, accrebbe mez-
zi e locale, quando il liceo fu
trasportato nel palazzo già Lucche-
Mtn. La real biblioteca palatina,
sebbene da pochi anni creata, con-
ta sopra 25,ooo volumi e molti
pregevoli. Sebbene Lucca nei se-
coli scorsi non mancasse di stabi-
limenti per le fanciulle , conosciuti
sotto il nome ài Ritirate, di Conver-
tite, ec. , pure mancava di un con-
servatorio per l'educazione delle
fanciulle civili. Due di questi si
videro sorgere nel corrente secolo,
il primo de'quali prese il nome di
Istituto Elisa, poi di Maria Luisa,
dalle due sovrane cui doveva la
fondazione e la protezione. L' al-
tro conservatorio di s. Nicolao fu
appellato di Luisa Carlotta, dalla
principessa di Sassonia sorella del
duca regnante; ma nel ib34 il
vasto locale dell' Istituto Maria
Luisa fu restituito alle monache
domenicane, che tornarono ad abi-
tarlo, ed il conservatorio Luisa
Carlotta venne traslocato nel restau-
rato monastero di s. Ponziano, per
cedere il locale alle vicine monache
agostiniane in s. Nicolao. Non vi è
erudito che non conosca per fama
il ricchissimo archivio arcivescovile
LUC
e quello de'canonici. Neil' archivio
poi dello stato o sia delle riforma-
zioni della repubblica lucchese fu-
rono riuniti i documenti officiali
dello stato : merita pure di essere
rammentato l'archivio pubblico de-
gli atti notarili , esistente nel pa-
lazzo Guidiccioni, fabbricato sul
fine del XVI secolo con disegno
di Vincenzo Civitali . Resta so-
pra una piazzetta di contro al pa-
lazzo de'Sanminiati, ora detto de-
gli uffizi, essendo colà attualmente
riunite le segreterie di stato, e i
primi dicasteri politici, amministra-
tivi e finanzieri del ducato. Quan-
to alle accademie scientifiche e
letterarie di Lucca, la reale acca-
demia lucchese, chiamata per due
secoli degli Oscuri, fu tra le più
illustri di quante altre società let-
terarie sorsero in Lucca nei tempi
trapassati, sotto i variati vocaboli
degli accesi, dei Freddi, dei Ba-
lordi, dei Principianti, e dei Raf-
freddati, sino a quella che si ap-
pellò Accademia dell' Anca. Que-
st' ultima ottenne cortese ricovero
fra i chierici regolari della Madre
di Dio in Cortelandini, dove pur
nacque verso la metà del secolo
XVIJI un' altra società dedicata
alla storia ecclesiastica. Il gabinetto
letterario, l'associazione destinata a
incoraggire con commissioni gli ar-
tisti più abili della città, 1' istitu-
zione della cassa di risparmio a-
perta nel 1837, onorano pure Luc-
ca. Questa conta tre teatri ; il tea-
tro del Giglio per la musica, il
teatro della Pantera, e quello di
Nota già Castiglioncelli per la prosa.
Per ciò che riguarda le mani-
fatture nazionali, dopo l'agricoltura,
una delle principali industrie dei
lucchesi e di antichissima data è
l'arte della seta, giacché nel IX se-
LUC
colo ivi si tessevano drappi in se-
ta e lana, e tappeti ; e nel XII
era già stabilita la corte o collegio
de'mercanti di generi e di prodotti
lucchesi, i quali tenevano case e
società di commercio nell' alta Ita-
lia e nelle principali città d'Euro-
pa. Si distingue in Lucca per gu-
sto e precisione l'arte degli eba-
nisti, intarsiatori e lavoranti di mo-
bilie di legno. Il principale e più
ricco articolo d'esportazione consi-
ste nell'olio d'oliva, la di cui otti-
ma qualità è bastantemente fami-
gerata, per l'olio in ispecie raccolto
nel distretto de' sei miglia attor-
no alla città. L' industria vi è at-
tivissima, onde Lucca può dirsi
una delle principali città industrio-
se dell'Italia. Lungo sarebbe tesse-
re il novero degli uomini illustri
lucchesi, per santità di vita, di-
gnità ecclesiastiche e civili, che si
distinsero nelle scienze, nelle arti,
nelle armi, nella diplomazia, ed in
altre cospicue doti ; laonde ci li-
miteremo nominarne i principali.
Imperocché si osserva dagli erudi-
ti, che in proporzione del territo-
rio e del numero degli abitanti
forse pochi paesi possono vantare
tanti uomini celebri , quanti ne
fiorirono tra i lucchesi. Non di-
remo di due principi assoluti della
propria patria, non compresivi il
marchese Bonifazio , gli Adalberli,
e la gran contessa Matilde, eroina
il cui nome è splendido elogio, ne
del gran numero di vescovi ed
arcivescovi lucchesi. Primieramente
fiorirono in santità i vescovi di
Lucca s. Paolino primo vescovo e
discepolo di s. Pietro, s, Valerio,
s. Dionisio, s. Massimo, s. Teodo-
ro, s. Follarlo, s. Frediano, s.
Corrado e s. Anselmo, i cui corpi
riposano nella città di Lucca, ec-
- LUC 25
cetto quello di s. Anselmo, di cui
solamente si ha nella cattedrale
una reliquia. Celebre poi e ricor-
data ancora da Dante è la ver-
gine lucchese s. Zita, il cui corpo
intero e quasi flessibile si conserva
e si venera in una cappella di s.
Frediano, patronato della nobile
famiglia Fatinelli, nella cui casa
s. Zita era al servizio. Della dio-
cesi di Lucca^ prima de'suoi smem-
bramenti, erano la b. Orenga di
s. Croce di Val d'Arno, e vissuta
qualche tempo in Lucca al servizio,
la b. Verdiana, s. Benedetto da
Compito diocesi tuttora lucchese ,
ec. ec. Di famiglie originarie di
Lucca erano s. Francesco figlio
eli Bernardone Monconi, come di-
cono Dante e il Gamurrini, e il
b. Alessandro Sauli, dappoiché si
conoscono ancora dove fossero in
Lucca le case dei santi dipoi spa-
triati. Morirono in Lucca s. Da-
vino armeno, il cui corpo intatto
riposa nella collegiata di s. Miche-
le in foro ; s. Riccardo il cui cor-
po riposa sotto l'altare del ss. Sa-
gra mento in s. Frediano; s. A ver-
ta ns, ec. ec. Altri lucchesi godono
del titolo di venerabili, meritando
particolar menzione Giovanni Leo-
nardi fondatore de' chierici regolari
della Madre di Dio. Molti poi so-
no i corpi de' santi che si venerano
nella città di Lucca, e le reliquie
insigni, il cui catalogo si riporta
in fine del Diario sopra citato.
Furono sublimati al sommo pon-
tificato, secondo alcuni, e come me-
glio diremo alla sua biografìa, il Pa-
pa s. Lucio I creato nel i55} non
che Lucio 111 Alluncingoli , che
fatto cardinale nel ii4o, fu eletto
Pontefice nel 1181. Dei seguenti
cardinali lucchesi porremo avanti
ai loro nomi 1' epoca della loro
a6 LUC
esaltazione, riportandosi in questo
Dizionario le rispettive biografìe.
772 Ubaldo Cornelio. io58 Uber-
to di Poggio. io58 Ugobaldo de-
gli Obizi. 1088 Paolo Gentili. na3
Luigi Lucidi. I 1 34 Ubaldo di Lu-
nata. 1 1 53 Alberto. 1 182 Gherar-
do Allucin-nli. 1182 Uberto Allu-
0ÌDgoli.iag5 Jacopo Santuccci. i4o8
Bandello de Randelli. 1 4-6 1 Jaco-
po Ammannati . i5o3 Galeotto
Franciotti-Rovere. 1 539 Bartolomeo
Guidiccioni. i585 Gio. battuta
Casti ucci. 1598 Buonviso Buonvisi.
i633 Antonio Franciotti . i654
Giambattista Spada. 1657 Girola-
mo Buonvisi. 1681 Francesco Buon-
visi. 1706 Orazio Filippo Spada.
1817 Lorenzo Prospero Bottini. Il
p. Bartolomeo Beverini chierico re-
golare della Madre di Dio, poeta
ed oratore rispettabile, lasciò fra i
suoi mss. gli Elogi di tutti gli uo-
mini illustri della città di Lucca,
ed una raccolta d'iscrizioni sepol-
crali della città di Lucca, con le
armi delle famiglie, e con diverse
osservazioni , che recano gran lu-
me all'antichità della patria, come
attesta il Mazzuchelli t. II, par.
II, p. 1107. M P- Alessandro Pom-
peo Berti, altro luminare della me-
desima congregazione, pubblicò fino
dal 17 16 nel Giornale de 'letterati
d' Italia t. XXVII, pag. 539, il
frontespizio delle Memorie degli
scrittori e letterati lucchesi. Il pa-
trizio Bernardino Baroni , come
iu annunziato nel t. IIF, p. 644
della Biblioteca della storia lette-
raria , sottentrò a questa lodevole
impresa, che però non ha avuto
miglior fortuna di quella delle al-
tre due, che sono rimaste tuttora
inedite. Fra i numerosi mss. di
monsignor Pier Luigi Galletti e-
*iste : Necrologium romanum lu-
' LUC
censium memoratu dignorum, R.me
p. Paulo Ant. Pauli Incensi con-
gr. cler. reg. Ma tris Dei, Acade-
miae rom. eccl. nobilumi praesidi
dieatnm anno 1786.
Il merito e le gesta de' celebri
lucchesi finalmente trovarono nel
dotto lucchese marchese Cesare Luc-
chesini, uno de' più nobili orna-
menti d'Italia che fu pianto nel
1 838 in cui morì, un degno bio-
grafo per la storia che ne compi-
lò in due volumi; chi volesse per-
tanto da quella lodevole fatica co-
glierne il più bel fiore, troverebbe
nel primo di que' volumi moltis-
simi letterati anteriori al secolo
XVI, fra' quali per opere edite di
maggior grido meritano di essere
citati un Bonaggiunta Orbiciani
poeta del secolo XIII; un Teodo-
rico Borgognoni medico di gran
fama ; un Giacomo Sercambi sto-
rico e novelliere ; Flatninio Nobili
elegante scrittore latino e italiano;
Andrea della Rena poeta latino di
vaglia; Agostino Ricchi autore d'u-
na commedia in versi, colla quale
intertenne Clemente VII e Carlo
V il dì della coronazione del se-
condo in Rologna ; Chiara Ma trai-
ni che scrisse gentilmente in prosa
e in verso, e Laura Guidiccioni
che per la prima diede esempi di
drammi per musica. Come ancora
un Castruccio degli Antelminelli ,
che nella scienza della guerra splen-
dè quasi sole nella metà del secolo
XIV, e del quale riparleremo ; un
fr. Tolomeo Fiadoni autore dei pri-
mi annali lucchesi; un Nicolao Te-
grini primo biografo del valoroso
Castruccio; un Giovanni Guidiccio-
ni oratore e poeta ; un fr. Sante
Pagnini celebre orientalista, a cui
dobbiamo la prima Bibbia tradot-
ta dall'ebraico e dal greco ; un Si-
LUC
mone Cordella e un Bartolomeo
Civitali, primi tipografi a Roma
e a Lucca negli auni i47 1 e i477 J
finalmente un insigne scultore in
Matteo Civitali , come lo furono
Nicolao Civitali per Tornato, ed
altri. Matteo fu pure eccellente ar-
chitetto, arte che lodevolmente e-
sercitarono Francesco Marti, Nico-
lao e Vincenzo Civitali, Gherardo
Finiteti , ed il celebre Domenico
Martinelli. Incisori in rame di me-
rito furono Michele Lucchesi e
Pietro Testa: tra i lavoratori di
tarsia e d'intaglio in legno van-
no mentovati Matteo Civitali, Ago-
stino Pucci, Gasparo Forzani e Sil-
vestro Giannotto
Nei secoli che succederono al
XVI la lista di detti lucchesi
è anche più copiosa ; basta dire
che Bartolomeo Beverini, il Fran-
ciotti, Gio. Domenico Mansi, Se-
bastiano Paoli e tanti altri eru-
diti e scienziati, uscirono tutti dalla
congregazione di Corleiandini, che
fu per Lucca un seminario di uo-
mini di merito in varie dottrine.
A questi giova aggiungere gl'illu-
stri giureconsulti Lelio e Giuseppe
Allogradi; tre Palma, Girolamo,
Francesco e Girolamo giuniore ;
Gio. Ballista Sanminiati, Lelio Man-
si, Giovanni Torre; il celebre idrau-
lico Attilio Arnolfìni; l'eruditissimo
medico ed egregio storico France-
sco Maria Fiorentini, uno de' risto-
ratori della critica; Castruccio Buo-
namici scrittore di storia in pur-
gatissimo latino idioma; Andrea
Ammonio poeta latino; Lodovico
Marracci versatissimo nelle lingue
orientali; Vincenzo Lena oratore
sacro in francese; Alfonso Nicolai,
Costantino Roncaglia , Jacopo Bac-
ci, Andrea Farnocchia, Bartolomeo
Pellegrini, Pietro Tabarrani, Tom-
LUC 27
maso Narducci, Girolamo Saladini,
Gio. Vincenzo Lucchesini, Pietro
Filippo Mazzarosa, Francesco Gaspa -
rini, Luigi Boccherini, Lazzaro Papi,
Teresa Bandeltini, Pietro Franchi-
ni , Giacomo Franceschi , Marti-
no Poli chimico; ed i pittori, oltre
Auriperto, che per l'eccellenza del-
l'arte pittorica nel secolo Vili eb-
be in dono dal re Aistolfo la chie-
sa e monastero di s. Pietro Somal-
di ; Bonaventura Berlinghieri e Deo-
dato Orlandi celebri pittori; anzi
Angelo Puccinelli e Giuliano di Si-
mone si segnalarono tra quelli del
secolo XIV; Francesco d'Andrea di
Anguilla, Zacchiail vecchio, Agosti-
no Marti, Agostino da Massa, Michel-
angelo Anselmi, Paolo Biancucci,
Pietro Testa, Giovanni Coli., Filippo
Gherardi, tutti riputati pittori, mas-
sime Pietro Paolini, Velutello, Ber-
nardo Nocchi, e Pompeo Battoni
di bella fama, Gaetano Vetturali,
Stefano Tofamlli disegnatore cor-
rettissimo e buon coloritore , ed
altri registrati dal eh. marchese
Antonio Mazzarosa, a p. 1 5 e seg.
della sua beila Guida dì Lucca e
de' luoghi più importanti del duca-
to, Lucca 1843, tipografia di Giu-
seppe Giusti.
Lucca città illustre, di origine
etrusca, poi ligure, quindi romana
prefettura, colonia e municipio, più
tardi residenza dei duchi greci e
longobardi, cui sottentrarono i conti
e marchesi imperiali, sotto i quali
Lucca si costituì in repubblica , e
tale quasi continuamente si resse
fino al principio del secolo XIX,
quando fu destinala capitale d' uà
principato napoleonico, siccome at-
tualmente lo è divenuta d'un bor-
bonico ducato. Senza far conto della
congettura sull'etimologia del suo
nome , di Lucca etrusca e ligure
*8 LUC
$' ignorano non solo le vicende, ma
qualunque siasi rimembranza iste-
rica al pari, se non più, di quelle
che si desiderano per altre città
antichissime della Toscana. Laonde
quel più che di Lucca si può so-
spettare, come un indizio di opera
etrusca, sarebbero i fondamenti su-
perstiti delle sue antiche mura ci-
clopee, che in qualche parte a sci-
rocco dentro la città tuttora fra le
muraglie di più moderna età si
nascondono. Non vi sono dati po-
sitivi per conoscere in quale anno
le armi romane cacciassero da Luc-
ca i liguri, che al loro arrivo nella
valle del Serchio dominavano. Luc-
ra e Pisa sono le due città della
Toscana che conservano a prefe-
renza maggiori memorie tanto dei
tempi romani, quanto dei periodi
più oscuri dell' istoria del medio
evo. Non mancano scrittori in af-
fermare che Lucca era in potere
dei liguri , quando alla testa dei
soldati romani Gneo Domizio Cal-
vino l'assediò, e poi con semplicis-
simo inganno v'introdusse le sue
genti. Frontino qualificò Lucca ,
oppiduin Lìgurum, volendo proba-
bil mente riferire alla contrada li-
gustica, nella quale Lucca fu per
molli secoli dai romani conservata ;
nella stessa guisa che Pomponio
Mela, coetaneo di Frontino, chia-
mò Luna Liguruni, per quanto que-
sta ultima città, già do gran tem-
po innanzi staccata dalla provincia
ligure, facesse parte della Toscana.
Sebbene la perdita della seconda
decade di Tito Livio ci privi di
documenti meno equivoci, relativi
a chiarirci rapporto all'epoca, nella
quale Lucca venne conquistata dalle
armi romane, altronde i fatti isto-
rici intorno alle prime guerre e al
pruno trionfo riportato dai consoli
LUC
nell'anno 5i6 di Roma e quelli
immediatamente posteriori ai libri
perduti, ci danno a divedere che
innanzi alla seconda guerra punica
i lucchesi già obbedivano o alme-
no erano alleati di Roma, tostochè
dopo la battaglia della Trebbia ,
accaduta nell'anno di Roma 530,
in Lucca potè con sicurezza fissare
i suoi alloggiamenti il console Sem-
pronio, come città difesa da valide
e solide mura. Di questa antica
città (anno menzione tra gli altri,
Slrabone, Plinio, Tolomeo e Tito
Livio. Nell'anno di Roma 577 vi
fu dedotta una colonia di diritto
romano, composta di duemila citta -
dini, a ciascuno de' quali venne-
ro consegnati jugeri cinquantuno e
mezzo di terreno stato tolto ai li-
guri, territorio che apparteneva a-
gli antichi etruschi , al dire di Li-
vio.
Nove anni dopo insorse grave
lite che fu discussa avanti ai padri
coscritti in Roma, quando i pisa-
ni si querelavano di essere respinti
dal loro contado dai coloni roma -
ni di Lucca, e all' incontro i luc-
chesi affermavano, che il terreno
di cui si contendeva dai triumviri
della colonia era stato loro conse-
gnato. Non conoscendosi precisa-
mente il luogo tra i due popoli
controverso , è certo che la città
di Lucca anche innanzi la deduzio-
ne della sua colonia possedeva un
territorio suo proprio, siccome aver
doveva una magistratura civica e
leggi diverse da quelle che erano
peculiari della sua colonia. Deve
avvertirsi che il terreno donato ai
duemila coloni lucchesi non fu tol-
to ai cittadini indigeni, ma sibbene
venne ad essi distribuito tutto o la
maggior parte di quello montuoso
lasciato deserto dal'e guerre, o dal-
LUC
l'espulsione dei liguri apuani , dei
friniati, e di altri simili congrega-
zioni di appennigeni fra loro limi-
trofe. La colonia frattanto di Luc-
ca andò prosperando insieme col
municipio lucchese : ne pare che
dappoi decimasse o che la sua po-
polazione andasse declinando , sic-
come avvenne di tante altre città
che spontanee chiesero, e forzate
dovettero accogliere nel loro seno
colonie militari, non più come quel-
le dei tempi della repubblica. Nar-
ra Strabone che a' tempi suoi da
questa contrada si raccoglievano
grandi compagnie di soldati e di
cavalieri, donde il senato sceglie-
va le sue legioni. Uno degli ultimi
avvenimenti più clamorosi, di cui
Lucca, mentre era città della Li-
guria, divenne teatro, fu quando
Giulio Cesare proconsole delle Gal-
lie inviò a Lucca Crasso e Pompeo,
per fissare la famosa triumvirale
alleanza che decise della sorte po-
litica dell'orbe romano, cinquanta-
sei anni avanti l'era volgare. In tale
occorrenza Lucca accolse tra le sue
mura i primi magistrati di varie
provincie romane, moltissimi sena-
tori, e circa 120 fasci di littori che
servirono di treno ai proconsoli, ai
propretori ec. Una città com' era
Lucca al tempo dei cesari, centro
di un paese molto esteso e popo-
loso, doveva necessariamente essere
fornita e decorata di grandiosi mo-
numenti e di pubblici edilizi sacri
e profani. Che se ora non restano
di quelle età altro che rarissimi
avanzi e sepolte sostruzioni d' in-
formi mura, vedesi però il suo an-
fiteatro, specialmente nei muri es-
terni, in gran parte conservato si-
no alla nostra età. E fu ben prov-
vida la misura presa da quel cor-
po decurionale di liberare da tanti
LUC 9.9
imbarazzi di orride case l'interna
arena, per convertirla in una piaz-
za regolare, e tale che ne richiami
a prima vista le forme dell' antico
edilìzio. La più gran parte dell'in-
terno di tale anfiteatro è occupata
dal palazzo della nobile famiglia
Lippi, ed il principale entrone è
stato costruito sotto il medesimo.
Ora in questa famiglia fiorisce «non-
signor Cesare Lippi in Roma av-
vocato concistoriale per la sua na-
zione, e votante del supremo tri-
bunale della segnatura di giustizia.
Dal congresso di Cesare a Lucca
fino alla disfatta de' goti data da
JN arsele, cioè durante il lungo pe-
riodo di 600 anni, tace la storia
sulle vicende speciali di questa cit-
tà. Sotto il regno di Teodorico gli
ordini delle magistrature continua-
rono però a un dipresso come quel-
li introdotti durante il romano im-
pero ; talché si può ben credere
che Lucca, al pari di Pisa e di al-
tre città della Toscana annonaria,
avesse i suoi decurioni, duumviri,
edili, questori, censori, quinquen-
nali ed altri magistrati, molti dei
quali sono rammentati nell'editto
di quel savio re de'goti. Nell'anno
553 dell'era volgare Lucca sosten-
ne un lungo assedio contro l'eser-
cito de'greci, condotto dal valoroso
Narsete. Cosicché nel tempo in cui
le altre città della Toscana in viavanoi
loro ambasciatoli incontro all'arma-
ta vittoriosa, Lucca sola osò chiu-
dere le sue porte al favorito eu-
nuco di Giustiniano I. Dopo una
resistenza di tre mesi, la città fu
costretta a capitolare, con onore-
voli condizioni, e tali da poter con-
tare sino da quell 'epoca un gover-
natore civile e militare col titolo
di duca, titolo che venne posterior-
mente, e forse con una più estesa
3o LUC
giurisdizione, «otto il regno de' lon-
gobardi rinnovato.
I longobardi sotto la condotta
del re Alboino, nell'anno 568 del-
l'era volgare, scesero in Italia e
l'occuparono. I territorii di Pisa ,
di Lucca e di Limi caddero in ba-
lia de' nuovi conquistatori, e Guin-
marit loro duce verso l'anno 574
o 575 pose a ferro e a fuoco le
maremme di Populonia, sicché quel-
la contrada fu poi riunita alla giu-
risdizione politica lucchese. Non si
conoscono i magistrati che nel pri-
mo secolo de' longobardi presiede-
rono al governo delle città delia
Toscana, solo si nomina un duce
Allo visi no. Per quanto Lucca pos-
sa dirsi fra tutte le città della To-
scana la sede prediletta di alcuni
duchi, per quanto essa conservi nei
suoi archivi documenti vetusti e
preziosissimi, pure di Lucca longo-
barda e de' suoi duchi non si scuo-
prirono finora memorie sicure an-
teriori al secolo Vili, nominandosi
nel 7 1 3 il duca Walperto, e nel
754 il duca Alperto : non vi sono
documenti sufficienti a fare ammet-
tere fra i duchi lucchesi Desiderio,
che fu poi re , e il di lui figlio
Adelchi. All'ultimo periodo del re-
gno dei longobardi dovrebbe bensì
appartenere il duca Tachiperto del
773. Fino a qui dei duchi lucche-
si sotto il regno de' longobardi ,
durante il qual regime Lucca ci
fornisce un pittore regio, qualche
orefice e dei lavori d'oro e di ce-
sello, mentre al medesimo periodo
gli archeologi assegnano alcuni dei
più vetusti templi esistenti ora in
Lucca. Finalmente contasi tra i
privilegi più segnalati che gli ultimi
re longobardi concederono a Luc-
ca come a Pisa, quello della zec-
ca per battere moneta di argento
LUC
ed oro, ed in Toscana sino dal
746 si contraitava a soldi buoni
nuovi lucchesi e pisani. Nel ponti-
ficato di Adriano 1 il regni» lon-
gobardico ebbe termine, quando di-
sceso in Italia ad istanza del Pa-
pa, Carlo Magno vinse ed impri-
gionò Desiderio ; laonde Lucca pas-
sò sotto il dominio dei re franchi,
quindi nel 775 n'era duca, e in-
sieme di Pisa e loro contadi, Allo-
ne di nazione longobardo, contro
di cui reclamò Adriano I presso
Carlo Magno, a motivo che non
potè mai indurlo ad armare una
flottiglia per dare la caccia e in-
cendiare le navi dei greci, i quali
scendevano nel lido di Toscana per
raccogliere i longobardi . Adone vi-
veva nel 785, ed a lui deve Lucca
la chiesa di s. Salvatore , poi s.
Giustina. Ne fu successore Wiche-
rano duca e conte. Duca e conte
nel tempo stesso fu il famoso conte
Bonifazio 1, il quale nel marzo del-
l'8i2 intervenne in qualità di duca
ad un placito celebrato in Pistoia,
dove assistè pure come delegato
pontificio di s. Leone IH, Pietro
duca romano; mentre in altro giu-
dicato celebrato in Lucca nell'a-
prile 81 3 a Bonifazio I fu dato il
titolo d'illustrìssimo conte nostro,
cioè di Lucca. Neil' 823 n'era conte
Bonifazio li , fratello di Richilda
abbadessa del monastero de' ss. Be-
nedetto e Scolastica di Lucca. Do-
po l'anno 838 ne fu conte Agano
o Aganone, e terminò di esserlo
neh' 845, che come i predecessori
presiedeva pure al governo di Pi-
sa. Neil' 847 era conte di Lucca il
potente marchese Adalberto I, fi-
glio di Bonifazio li, che pronunziò
un placito nella corte ducale di
Lucca, assistito dal vescovo Am-
brogio; dal gastaldo, da vari sca-
LUC
bini giudici e da altri personaggi.
Per quanto dai documenti risulta,
pare che Adalberto I usasse ora
il titolo di marchese, ora quello
di duca, e più spesso di conte, non
sempre però riunì le doppie inge-
renze di conte della città di Luc-
ca e di marchese della Toscana :
da lui il prato di s. Donato prese
il nome di prato del Marchese ,
ora detto del Circo.
Dopo F858 Ildebrando fratello
di Geremia vescovo di Lucca si tro-
va esercitare le funzioni di conte
di Lucca, dove il di lui amico A-
dalberto I marchese di Toscana
faceva costante residenza, anzi vie-
ne detto conte assai potente, es-
sendo da lui discesa la casa prin-
cipesca de' conti Aldobrandeschi di
s. Fiora e di Soana. Dicemmo
altrove le violenze che Adalberto
I, di versatile politica negli affari
diplomatici d'Italia, usò contro il
Papa Giovanni Vili, per favorire
il partito di Carlomanno, insieme
col suo cognato Lamberto duca di
Spoleto, come sposo della sua so-
rella Rotilde. Nell'889 Adalberto I,
dopo aver giurato fedeltà a Beren-
gario I re d'Italia, ribellò la To-
scana affidata al suo governo, per
favorire il re Guido zio della mo-
glie e poi imperatore. Avendo Be-
rengario I invocato il patrocinio di
Arnolfo re di Germania, questi nel-
l'8g3 passò in Italia e costrinse al
giuramento di fedeltà Adalberto II
detto il Ricco marchese di Tosca-
na, e Bonifazio, figli di Adalberto
I. Arnolfo celebrò il Natale del-
l' 895 in Lucca, festeggiato da A-
dalberto II; ma poco dopo l'im-
peratore Lamberto fu riconosciuto
in Lucca per supremo signore, ad
onta che Arnolfo era stato coro-
nato imperatore dal Pontefice For«
LUC 3i
moso. Adalberto lì alienatosi da
Lamberto per opera di sua moglie
Berta, figlia di Lotario re di Lo-
rena, e vedova di Teobaldo conte
di Provenza, fu armata mano fatto
da esso prigione, che tornò ad es-
sere riconosciuto imperatore in Luc-
ca e nella Toscana. Morto nel-
l'anno 898 Lamberto , Lucca e
le altre città della Toscana pre-
starono a Berengario I obbedienza
ed omaggio; Adalberto II fu libe-
rato dal carcere, e ritornò alla sua
residenza di Lucca, ed al governo
della marca di Toscana. Nel de-
clinare del secolo IX gli ungheri
scesero a devastare l'alta Italia, ed
al di qua delle Alpi comparve
un'armata di provenzali e borgo»
gnoni , condotta da Lodovico IH
figlio di Bosone re di Provenza,
però fu respinto da Berengario I
assistito da Adalberto II. Ad isti-
gazione di sua moglie l'ambiziosa
Berta, si dice che Adalberto II con
altri principi italiani invitasse Lo-
dovico III alla conquista del regno
d'Italia. Certo è che Lodovico III
l'occupò ed in Roma fu coronato
imperatore da Benedetto IV; indi
con tutta la sua corte si trasferì a
Lucca. Tale fu la magnificenza e
10 sfarzo, di cui in questa circo-
stanza il ricco marchese Adalberto
11 volle far mostra, che l'impera-
tore dovè prorompere in non equi-
voche parole di sorpresa, quasi di-
cendo, che cotesto signore in nulla
cedeva a un re, toltone il nome.
Allora Lucca era la sede e la ca-
pitale della provincia toscana. Non
andò guari che Adalberto II ri-
volse nuovamente l' animo a Be-
rengario I, ed a' 10 novembre 9 \ 5
l'accolse in una sua villa suburba-
na di Lucca, mentre passava a Ro-
ma a ricevere la corona imperiale
3i LUG
• i.i Giovanni X. Intorno a questo
tempo il marchese per rimèdio del-
l'anima sua rilasciò a favore «Iella
cattedrale lucchese le decime di
cinque corti ch'egli possedeva in
Lucca, a Brancoli, in Garfaguana,
a Pescia e nel borgo s. Genesio.
Probabilmente nel 917 in set-
tembre moiì Adalberto II in Luc-
ca, già terrore dei Papi, degl' im-
peratori e dei re. Molti scrittori
confusero Adalberto II marchese
di Toscana, col marchese Alberico
di Roma, il quale sposò la famosa
Marozia patrizia romana. Più tar-
di Berengario I liberò dalla pri-
gione di Mantova Berta ed il figlio
Guido, vedendo di non potergli
levare le città ed i popoli della
Toscana, la quale però governaro-
no in suo nome mediante investi-
tura. Guido come il genitore fece
la sua residenza in Lucca, ove nel
925 morì Berta, e fu sepolta pres-
so le ossa del marito nella cattedra-
le. Intanto essendo pur morto Be-
rengario f, gli successe nel regno
d'Italia Rodolfo di Borgogna, ma
per le brighe di Ermengarda ve-
dova del marchese d'Ivrea, e figlia
di Adalberto II e di Berta, i prin-
cipi italiani ad insinuazione di Gio-
vanni X elessero re d'Italia Ugo
conte di Provenza, fratello uterino
di Ermengarda e di Guido, come
figlio della comune madre Berta e
di Teobaldo conte di Provenza.
Guido attese Ugo in Pisa, che al-
lora pare avvicendasse con Lucca
la sede dei duchi di Toscana , la
quale in nome del re continuò Gui-
do a governare. Il marchese nel
928 passò in Roma, e colla sua
moglie Marozia, con una mano di
sgherri, arrestarono nel palazzo la-
teranense Giovanni X, ed iniqua-
mente lo fecero morire. S' ignora
LUC
quando Guido tornasse a Lucca, e
dove morisse. Gli successe il fra-
tello Lamberto, di spirito bellicoso^
con dolore di Ugo che avrebbe
amato rimpiazzasse il defunto il
proprio fratello germano Rosone.
Volendo Ugo signoreggiare anco in
Roma sposando Marozia vedova di
due se non di più mariti, e cer-
cando il modo di toglier l' impe-
dimento di parentela, a disonore di
Berta sua madre fece spargere la
calunnia che Guido, Lamberto ed
Ermengarda erano figli di altre
donne, ed intimò a Lamberto che
non ardisse più appellarsi suo fra-
tello. Offeso questo nell' onore, a
mezzo di un campione sfidò Ugo
a duello per provare essere nati
da una madre medesima, e restò
vincitore. Tuttavolta Ugo impadro-
nendosi dell'odiato Lamberto lo fe-
ce acceccare e cacciar dal suo go-
verno, e lo conferì al fratello car-
nale Bosone. Così dopo la quarta
generazione della progenie del pri-
mo conte Bonifazio, che signoreg-
giò senza intervallo circa 120 an-
ni sulla provincia di Toscana, Luc-
ca dovè accogliere un principe di
Provenza. Ebbe Bosone conforme
ai suoi antecessori il titolo di mar-
chese promiscuamente a quello di
duca. Nel 936 Ugo temendo che
l'amato fratello macchinasse contro
di lui delle novità, lo fece carce-
rare, e s' impadronì delle sue ric-
chezze. Dopo la caduta di Bosone
mancano per molti anni i nomi
dei governatori che ressero la To-
scana; ma nel 941 Uberto figlio
spurio di Ugo, era in quel tempo
duca della Toscana e conte del
sacro palazzo, il quale dopo due
anni fu dal re innalzato al gover-
no di Spoleto e di Camerino.
La fortuna nel 944 cominciò a
LUC
distaccarsi da Ugo, reso ormai o-
dioso a tutte le classi della nazio-
ne; poiché il marchese d'Ivrea Be-
rengario, nipote dell' imperatore di
questo nome, con poche truppe ca-
lò in Italia, fu ovunque accolto
quale liberatore, e tolse ad liber-
to Spoleto e Camerino. Ugo nei
g47 tornossene in Provenza, dopo
aver raccomandato il re Lotario
suo figlio alla fede dell'acclamato
Berengario, che in lui qualche al-
tro tempo conservò la dignità e
potestà regia, restando sovrano pur
di Lucca. Poco dopo nel g5o Be-
rengario II col figlio Adalberto e
con Willa di lui madre nata da
Bosone marchese di Toscana, fu
coronato in Pavia come re d' Ita-
lia ; quando già sembra che Uber-
to si fosse ritirato dal governo di
Lucca e della Toscana. Si crede
che regnando Berengario II e A-
dalberlo, signoreggiasse per poco
in Lucca il conte Albert'Azzo figlio
di Sigifredo illustre magnate luc-
chese. Questi ben presto si tirò
addosso l'odio del re per avere ri-
covrato nella sua rocca di Canos-
sa Adelaide vedova del re Lotario,
dallo stesso conte offerta ad Otto-
ne I re di Germania, che sul fine
del 95 1 la sposò in Pavia. Tor-
nato Ottone I in Sassonia, sapen-
do Berengario II che la regina era
in Canossa, si portò ad assediarla,
in cui il conte Albert'Azzo per tre
anni e mezzo si tenne saldo, finché
furono liberati dall' esercito man-
dato da Ottone I. Non si conosce
dal 95 1 al 960 quali signori do-
minarono Lucca; pare che un Ugo
fosse marchese di Toscana , forse
figlio di Uberto od Ugo autore dei
marchesi di Petrella, di Sorbello
e del Monte s. Maria. Essendo a
cuore di Ottone I fare ritorno in
vol. it.
LUC 33
Italia, ov' era per la sua saggezza
desiderato, l'effettuò nel 961, ben
accolto dall'universale, proclamato
re d'Italia in Milano, e coronato
imperatore in Roma da Giovanni
XII, il quale era stato grandemen-
te travagliato da Berengario II e
dal figlio. Reduce da Roma , Ot-
tone I passò in Toscana, ed a' i3
marzo 962 era in Lucca, ove spe-
dì due diplomi, uno in favore di
Uberto vescovo di Parma che di-
chiarò conte o governatore della
città, l'altro ai canonici della cat-
tedrale lucchese, cui confermò le
donazioni delle corti lasciate loro
da Ugo e Lotario : un terzo pri-
vilegio a favore delle monache di
s. Giustina di Lucca, l' imperatore
compartì a' 29 luglio 964, in oc-
casione d'un secondo suo ritorno
da Roma nella città, ch'era passa-
ta sotto il dominio dei re sassoni.
Anche nel 3 agosto dell'anno 964
medesimo, Ottone I continuava a
stare in Lucca. Sotto il regno dei
due primi Ottoni poche notizie si
trovano della condizione civile di
Lucca, e de' suoi governanti, tran-
ne il gran conte Ugo figlio del
marchese Oberto salico e della con-
tessa Willa nata da Bonifazio mar-
chese di Spoleto. Nel detto anno
964 ebbe luogo in Lucca un pla-
cito del marchese Oberto conte del
sacro palazzo, ossia giudicato della
corte suprema, che in ultimo ap-
pello soleva darsi dai messi impe-
riali o dai conti del sacro palaz-
zo, i quali ad intervalli inviavansi
dai regnanti a render giustizia ai
reclami che all' imperatore presen-
ta vansi nelle varie parti dell'Italia.
11 gran conte Ugo pertanto dovè
governare , finché visse, la Marca
di Toscana, oltre quella dell' Um-
bria, e fare di Lucca la sede prin-
3
34 LUC
cipale; ivi in fatti esercitò atti go-
vernativi e diede prove del suo
potere, non solamente sopra la cit-
tà, ma sopra tutta la Toscana , e
fece battere nella zecca di Lucca
moneta in nome proprio. Inoltre
Ugo figurò sopra ogni altro prin-
cipe italiano alla corte imperiale
durante il regno di Ottone II, e
la reggenza nella minorità di Ot-
tone III. Ugo ricevè questi in Luc-
ca nel 996, reduce da Roma, e no-
bilmente lo festeggiò, essendogli di-
lettissimo quale inlimo consigliere.
Nell'ultimo mese dell'anno ioor,
essendosi Ugo recato insieme ad
Ottone III in Roma , insorse una
rivoluzione nella quale molti cor-
tigiani , e probabilmente lo stesso
marchese, per salvar l' imperatore,
furono fatti prigionieri o rimasero
dai rivoltosi trucidati. Accaduta po-
co dopo la morte eziandio di Ot-
tone III, molta parte dell'alta Ita-
lia e forse anche Lucca abbracciò
il partito di quei principi che avea-
no chiamato al trono d' Italia il
marchese d' Ivrea Arduino, il quale
nel 1002 con diploma XI kal. di
settembre diede da Pavia un pri-
vilegio alle monache di s. Giustina
di Lucca. Su di che può vedersi
il cav. Provana negli Sludi storici,
a p. 362 delle Memorie della rea-
le accademia di Torino, serie se-
conda, t. VTÌ. Però nel 1004 il
popolo lucchese e le altre città del-
la Toscana , cambiando consiglio ,
risolvettero di riconoscere in legit-
timo re d'Italia Enrico II di Sas-
sonia detto il Sanlo, quindi è che
a nome del popolo toscano, nel
mese di luglio, una deputazione
recossi in Lombardia a prestare
obbedienza al monarca alemanno ;
Io che sembra indizio che allora
la provincia di Toscana fosse sen-
LUC
za un capo, duca o marchese che
la governasse. Realmente in detto
anno vi fu un fatto d'armi com-
battuto fra i lucchesi ed i pisani,
poco lungi da Ripafratta, fatto che
per avventura può designarsi per
il primo embrione di due nascenti
repubbliche e di due città che ri-
masero per tanti secoli rivali. Se
per altro la città di Lucca restò
qualche anno priva del suo gover-
natore, non è per questo che alla
maggior parte della Toscana man-
casse il suo governante. Tale sem-
bra il marchese Bonifazio di legge
ripuaria, figlio del conte Alberto ,
da cui discesero i conti Alberti di
Mangona, per parte della contessa
Willa nipote del di lei marito il
marchese tJgo; ma nel 1012 non
era più tra' vivi, senza aver mai
esercitato alcun dominio nella città
e contado lucchese. Ve lo esercitò
bensì il marchese Ranieii figlio del
conte Guido, progenitore dei conti
S. Maria e di Sorbello, il quale siri
dal ioi4 figura in qualità di mar-
chese di Toscana. Allorché l'impe-
ratore Corrado II nel 1026 si a-
vanzava verso Roma per sottomet-
tere i toscani, Ranieri che coi luc-
chesi erasi in Lucca fortificato ,
dopo qualche ostile dimostrazione
si sottomise a' suoi voleri . Nel
1028 era governatore della Tosca-
na Bonifazio III, padre della con-
tessa Matilde, figlio del marchese
Tedaldo di Lombardia, e ciò nel
tempo in cui un fratello del mar-
chese Bonifazio sedeva nella catte-
dra aretina : Bonifazio in alcuni
documenti viene chiamato serenis-
simó duca e marchese di Tosca-
na. Il valore militare, le ricchezze,
l'estensione dei possessi ed i cospi-
cui matrimoni fecero aumentale
successivamente il potere e l' in-
LUC
fluenza politica del marchese sulle
faccende d' Italia, a segno che nei
regni di Corrado II ed Enrico III
figurò coli' arcivescovo di Milano
Eriberto fra i primi magnati, sino
ad essere qualificati duo lumina
regni. Bonifazio se non nacque in
Lucca , traeva però V origine da
Lucca come discendente da Sigis-
fredo, che il biografo della contes-
sa Matilde dichiara principe pre-
claro del contado di Lucca , equi-
valente cioè ad un conte rurale.
Nella villa sua prediletta di Vivi-
naia nella terra di Montecarlo, nel
febbraio io38 Bonifazio accolse con
magnificenza reale il Papa Bene-
detto IX, e Corrado lì con la con-
sorte e il figlio, infra comilatu lu-
cerne, emanando l'imperatore tre
privilegi a favore de' canonici e
della cattedrale di Lucca.
Delle esorbitanti ricchezze di Bo-
nifazio fece pompa strabocchevole
egli stesso, sia allorché contrasse le
seconde nozze con Beatrice figlia
di Federico duca di Lorena, dalla
quale nacque la gran contessa ; sia
all'occasione in cui il marchese me-
desimo fece presentare in Mantova
dal suo visconte, e in Piacenza da
altri suoi ministri, sontuosissimi re-
gali all'imperatore Enrico III, il
quale stupefatto da tal pomposo
procedere in un principe subalter-
no, si vuole che esclamasse: Quis
vìr habel servos qualts Bonifacius?
Siccome poi Bonifazio faceva mer-
cato riprovevole di molti beni di
chiesa e molti se ne appropriava
con vari prelesti, Guido venerabile
abbate della Pomposa gli ingiunse
una peuitenza : lo slesso Fiorentini
indica le sevizie ed angarie intro-
dotte da Bonifazio a danno dei luc-
chesi. Morendo egli in Mantova nel
ìuSi per uccisione, fu chiamalo
LUC 35
ricchissimo e tiranno. Vuoisi che
la sua gran potenza cagionasse ge-
losia ad Enrico III; tuttavolta do-
po la morte di Bonifazio, nella ca-
rica marchionale di Toscana sot-
tentrò pacificamente la sua consor-
te Beatrice. Diede bensì ombra al-
l'imperatore il nuovo matrimonio
senza sua saputa nel io54 conchiu-
so dalla vedova di Bonifazio con
Goffredo III duca di Lorena delto
il Barbuto, tanto più che il secon-
do marito fu ribelle di Enrico III.
IVon potendo questi aver nelle ma-
ni Goffredo, nel io 55 ritenne in
ostaggio la sua moglie coi figli
da lei partoriti al marchese Boni-
fazio. Quindi Enrico III inviò E-
berardo vescovo di Ptatisbona suo
rappresentante a Lucca , che nel
palazzo dell' imperatore presso le
mura della città pronunziò un pla-
cito a favore del vescovo e della
cattedrale di Lucca. Venne poco
dopo in Toscana, passando per
Lucca e per Pisa, lo stesso impe-
ratore, per far posare le armi ai
pisani e ai lucchesi ch'erano tor-
nati a farsi guerra sotto il Monte
Pisano. I lucchesi sebbene allora
mancassero di un proprio gover-
natore, stavano in pace coi loro
vicini, quando Enrico III infer-
mato in Germania e assistito dal
Pontefice Vittore II, cui racco-
mandò il figlio Enrico IV, a' 3
ottobre io56 passò all'altra vita.
La tenera età del principe, la cui
tutela fu appoggiata all' imperatri-
ce madre, fu cagione di gravi scon-
volgimenti in Italia, come in Luc-
ca ed in Toscana. Fu allora che
incominciarono ad emanciparsi qua-
si tutti i conti e marchesi dal loro
monarca , i sudditi dai marchesi ,
dai duchi e dai conti, gli uni per
governare a loro arbitrio, gli altri
36
LUC
per costituirsi a poco a poco in
regime repubblicano. Ad interces-
sione di Vittore II il fanciullo re
perdonò al duca Goffredo, e liberò
dall'ostaggio la sua moglie conlessa
Beatrice con la superstite figlia, le
quali donne dopo due anni di pri-
gionia tornarono a dominare in
Toscana. Accaddero poco appresso
avvenimenti gloriosi a Goffredo e
alla città di Lucca. Dopo la morte
di Vittore II, fu eletto Papa a' 2
agosto io57 Stefano IX detto X
fratello di Goffredo, al quale pro-
venne non piccolo aumento di re-
putazione e di potenza, e alla con-
tessa Beatrice cognata del Pontefice;
ma quando designavasi far di Gof-
fredo un re d'Italia, morì Stefano
IX in Firenze a' 29 marzo io58.
Altri dissero che il defunto nutren-
do non favorevoli disposizioni per
Enrico IV, avrebbe elevato all'im-
pero il fratello. Insorgendo l'anti-
papa Benedetto X per la potenza
di una fazione, il celebre Ildebran-
do poi s. Gregorio VII si recò in
Germania a rappresentare il deplo-
rabile stato delle cose di Roma.
Enrico IV e l'imperatrice madre
rimandarono subito in Italia Ilde-
brando, perchè col suo zelo in un
al potere di Goffredo ponessero
fine allo scisma. Giunto in Tosca-
na, di consenso del clero romano
trattò l'esaltazione di Gerardo ve-
scovo di Firenze, che godeva giu-
stamente del favore di Goffredo ,
mentre nel concilio di Siena e poi
in quello di Sutri venne deposto
l'antipapa. Allora Gerardo in com-
pagnia di Goffredo partì per Ro-
ma, e giuntovi fu intronizzato nel-
la sedia di s. Pietro col nome di
Nicolò lì, che dopo circa trentun
mesi di pontificato morì in Firen-
ze a' 22 luglio 1061.
LUC
Favorito dal duca e duchessa
di Toscana , e massime da Ilde-
brando, che vuoisi della famiglia
de' conti Aldobrandeschi , ovvero
romano e di bassa nascita, diven-
ne Papa col nome di Alessandro
II, Anselmo Badagio milanese, ca-
nonico regolare lateranense della
congregazione di ». Frediano di
Lucca , e vescovo di questa città ,
il cui governo spirituale ritenne.
Nel seguente anno 1062 comincia-
no gli Annali di Tolomeo lucche-
se, ne' quali trovansi accennate le
principali vicende istoriche , e più
specialmente quelle di Lucca sino
al i3o4; vicende che vennero più
tardi con aurea latinità ed eloquen-
za rifuse dal p. Bartolomeo Beve-
rini, coll'aggiunta dei fatti accaduti
dal i3o4 sino al declinare del se-
colo XVII. Adontato Enrico IV
dell'elezione di Alessandro II, fece
eleggere l'antipapa Onorio II, e lo
mandò con un esercito a Roma.
Accorse in aiuto di Alessandro II
Goffredo, e potè fugare l' antipapa
ed i suoi armati : tuttavolta il Pon-
tefice riparò in Lucca. Alessandro
II più volte si recò in Lucca, e
più mesi vi si trattenne nel 1064,
accordando privilegi alla cattedrale
ed alla città; vi ritornò nel 1067
e nel 1068 prima e dopo aver
presieduto al concilio di Mantova.
Nella quale ultima circostanza, cioè
nel giugno , stando nel Inolio o
giardino dell'episcopio di Lucca, la
duchessa Beatrice, alla presenza di
molli vescovi, conti e visconti, ema-
nò un placito a favore della men-
sa vescovile lucchese, col quale fu
confermata l' investitura di alcuni
beni posti ad Asciano ed a Vico
Auseressole nel territorio di Pisa.
Tornato in Lucca Alessandro II
nel 1070 consecrò e concesse nuo-
LUC
vi privilegi al rinnovalo tempio
della cattedrale di s. Martino, nel
cui episcopio, se non continuamen-
te, molti mesi degli anni 1071 e
1072 egli abitò, corteggiato e ono-
rato dalle due governatrici della
Toscana, Beatrice e Matilde super-
stite de' figli di Bonifazio, e che
sino dal io63 avea sposato Gof-
fredo o Gottifreddo o Gozzelone
il Gobbo duca di Lorena, figlio del
patrigno Goffredo 111, il quale era
morto nel 1070. Nell'aprile 1073
santamente finì di vivere Alessan-
dro II, ed immediatamente gli suc-
cesse Ildebrando che fu s. Grego-
rio VII, al quale articolo moltissi-
me cose si dicono riguardanti la
gran contessa Matilde. Il nuovo
Pontefice nelle emergenze tra la
Chiesa e I' impero , singolarmente
per r investiture ecclesiastiche con-
dannate, mostrò tanta eroica for-
tezza, tale ardore e incorrotta vir-
tù, da renderlo celebre a tutti i
secoli avvenire. Frattanto Matilde,
ora sola, ora in compagnia della
madre, esercitò atti di dominio
quasi assoluto sopra Lucca , e su
tutto il restante della Toscana, a-
Tendo detto alla citata sua biogra-
fia in quali stati esercitasse il suo
potere: dissi quasi assoluto domi-
nio, perchè ancora un'ombra di di-
pendenza regia verso Enrico IV,
in qualche modo nella celebrazio-
ne dei placiti di lei traspariva.
Goffredo suo marito esercitò in di
lei nome alcuna autorità in To-
scana, e ne' paesi di sua domina-
zione; nondimeno si afferma che
Matilde avesse fatto voto di tenersi
celibe nel maritaggio. I coniugi non
vissero lunga pezza insieme, perchè
Goffredo fu sempre devolo di En-
rico IV, indi venne assassinalo nel
febbraio 1076, per ordine del suo
LUC 37
nemico Roberto 1 conte di Fian-
dra. Dopo due mesi Matilde per-
dette anche sua madre, e fin d'al-
lora l'amministrazione trovandosi
nelle sole sue mani, fu veduta in
pari tempo ornare i suoi stati con
edifìzi magnifici , templi , castella ,
ponti di una architettura ardita e
singolare, ed offrire la sua potente
protezione a s. Gregorio VII, che
allora era nel bollore delle sue con-
tese con Enrico IV.
Nel concilio di Laterano, aven-
do il Papa scomunicato Enrico IV,
e dichiaratolo decaduto dal regno,
assolse i sudditi e vassalli ed i mi-
nistri di lui dal giuramento di ob-
bedienza e di fedeltà. D'allora in
poi la devota contessa Matilde co-
minciò a regnare da assoluta pa-
drona con intitolarsi negli alti pub-
blici, che se ella contava qualcosa,
era tale per la sola grazia di Dio:
Matilde Dei gratia si quid est.
Quantunque i lucchesi ed in ge-
nerale i toscani non avessero mo-
tivo, per la sua austera virtù, da
lodarsi del suo governo, pure essi
dovettero uniformarsi ai voleri di
quella padrona; non però potè im-
pedire che Lucca ed altri luoghi
di Toscana, seguissero le parti del-
l'antipapa Clemente III e di Enrico
IV. Per consiglio di s. Gregorio VII
prese Matilde per cappellano , di-
rettore spirituale e consigliere s. An-
selmo nipote di Alessandro II, che
a lui successe nel vescovato di Luc-
ca, sebbene viaggiasse colla contes-
sa anche dopo la sua elezione epi-
scopale. Appena morto il marito
partigiano di Enrico IV, Matilde
più francamente si dichiarò quasi
propugnacolo della Sede apostolica,
e il braccio forte di s. Gregorio
VII. In più luoghi narrammo gli
avvenimenti politico-ecclesiastici iu
LUC
: ni ella prese tanta parte ; co-
me nel 1077 accolse il Papa nella
sua inespugnabile fortezza di Ca-
nossa, dove a Ini presentò sotto-
messo e penitente il simulatore
Enrico IV; e come donò il suo
patrimonio alla Chiesa romana, dan-
do in feudo di essa a s. Gregorio
VII la Toscana e Lombardia, di
die parlammo pure all'articolo Gar-
f<7gnana ( Vedi ). A sostegno del
Papa e della Sede apostolica, Ma-
tilde armò più eserciti, quello però
che oppose ai nemici nel 1080 sul
territorio di Mantova, fu battuto
e disfatto dai combattenti fautori
di Enrico IV. A questo monarca
piuttosto che alla marchesana di
Toscana aderiva a quei tempi in-
telici e di scisma un buon nume-
ro di lucchesi e una gran parte
del loro clero, dappoiché molti ca-
nonici, trascurando i precetti della
disciplina ecclesiastica, che combat-
teva principalmente l' incontinenza
e la simonia , ricusarono obbedire
al loro degno pastore, eleggendosi
invece un vescovo scismatico. In
falli al passaggio che fece nel 1081
per la Toscana Enrico IV., volle la-
sciare alle sue fedeli città di Pisa
e di Lucca tali generosi privilegi
che possono dirsi i primi segnali
della loro municipale emancipazio-
ne; quindi in mezzo all' urto vio-
lento di tanti avvenimenti e pas-
sioni opposte, incominciò a germo-
gliare e crescere quello spirito di
libertà, che andò gradatamente au-
mentando, finché giunse a costitui-
re in repubblica non solamente
Lucca, ma molte altre città dell'I-
talia. Fra gli elementi primordiali
che contribuirono a predisporre i
lucchesi a regime costituzionale so-
no da coniarsi i diplomi concessi
fa Enrico IV nel 1081, dui suo.
LUC
figlio Enrico V nel i 1 1 (> e da
Lotario II nel 11 33 confermati a
favore di que' cittadini. Con altro
diploma del 1100 Enrico IV con-
validò le concessioni del 1081 ai
lucchesi, a favore dc'quali aggiun-
se il diritto di potere lenza diffi-
coltà navigare nel (lume Serchio ,
e aver libero accesso allo scalo di
Motrone. Nel primo diploma del
1081 Enrico IV diceva, che per
ricompensare i lucchesi della loro
fedeltà e dei servigi a lui resi ,
vietava a qualunque autorità eccle-
siastica o laicale di demolire il re-
cinto delle mura della città, di c-
dificar castella nel distretto delle
sei miglia; aboliva le consuetudini
perverse imposte loro con d me zza
dal marchese Bonifazio III; esen-
tava i medesimi dai placiti e sen-
tenze di giudici lombardi, dal ri-
patico pisano, dagli obblighi del fo-
dro e di curatura da Pavia linci
a Roma , non che degli alloggi ;
prometteva di non far costruire
dentro la città o ne' sobborghi al-
cun palazzo reale o imperiale , e
filialmente permetteva ai lucchesi
di recarsi a comprare e vendere
nei mercati di s. Donnino e di
Parma, dichiarando espressamente
esclusi da questo ultim,o permesso.
\ fiorentini.
In conseguenza del riportato pri-
vilegio, il popolo di Lucca comin-
ciò dal distruggere nel 1086 il vi-
cino castello eretto in Vaccoli da
alcuni nobili del contado ; e nel
1 100 lo stesso comune maudò gen-
te ad atterrare la torre di Casta-
gnole sulla riva destra del Serchio;
quindi nel i 1 o^, a cagione del ca-
stello di Ripafrallu., i lucchesi rin-
novarono contro i pisani mi juugq
conflitto, nei campi medesimi dove
cent'anni itiuanzi uvevan,o combat-
LUC
tuto. Intorno al 1090 i consoli
maggiori ossiano municipali, eser-
citavano il loro uffizio in Lucca ,
al pari che in molte altre città e
terre di Toscana, essendo questa la
memoria più antica di magistrato
proprio, o rappresentanti munici-
pali. In diverse scritture de' secoli
XII e XIII si rammentano varie
classi di consoli in Lucca ; impe-
rocché oltre i consoli maggiori, che
tenevano la prima magistratura, vi
erano i consoli delle curie, cioè i
treguani ossia i giudici di pace, la
di cui esistenza è antica quanto
quella de' consoli maggiori ; vi era-
no i consoli de' mercanti, i consoli
foretani, ed ogni vicinanza o con-
trada aveva i suoi. I consoli mag-
giori, cui spettava 1* ingerenza go-
vernativa, venivano eletti ogni an-
no, costituivano in Lucca il corpo
decurionale, e giurar dovevano fe-
deltà all'imperatore, di aiutarlo
nel possesso del regno d' Italia, non
che di Lucca e suo contado, cosi
pure di pagargli le regalie che gli
si dovevano; ed essendo l'impera-
tore in Germania, un di loro do-
veva per tutti recarsi a prendere
l'investitura , che s' era in Italia
dovevano recarsi tutti a riceverla ,
dovendo governare il popolo e la
città a onor di Dio ed a servigio
dell'imperatore. In Lucca vi fu la
corte o curia de' banchieri , cam-
bisti e mercanti ; la curia per giu-
dicar le cause civili della città e
sobborghi sino al merito di venti-
cinque lire j la curia de'consoli tre-
guani per cause civili ed ecclesiasti-
che, per pene incorse, livelli e tregue;
e la curia de' consoli foretani ossia
foranei per le cause tra forestieri
e lucchesi, e Ira forestieri e fore-
■ stieri. In una parola, Lucca a par-
tire dal privilegio di Enrico IV ,
LUC 39
godeva di magistrati propri, sicco-
me d'allora in poi possedè di buon
diritto un territorio di sua esclu-
siva giurisdizione. Nel 1086 a s.
Gregorio VII successe Vittore III,
ed a lui nel 1088 Urbano II. Que-
sti persuase la contessa Matilde ,
affine di rafforzare il proprio par-
tito e resistere ad Enrico IV, Cle-
mente III e loro fautori, di spo-
sare Volfone V 0 sia Guelfo figlio
di Guelfo I duca di Baviera, colla
condizione di rispettare inlatto il
letto maritale, dichiarandolo però
suo erede. Non andò guari che Ma-
tilde, non essendosi trovata molto
contenta del secondo marito, come
non lo era stata del primo, allon-
tanossi dal consorzio di Guelfo, a
segno che annullò i patti dotali.
Quindi essa a' 17 novembre 1102,
essendo Papa Pasquale li , stando
nella rocca di Canossa , alla pre-
senza del cardinal Bernardo degli
Uberti legato pontificio in Lombar-
dia , e di altri illustri personaggi ,
volle rinnovare per rogito l'atto di
donazione già da lei fatta nelle
mani di s. Gregorio VII. In vigore
del quale atto ella donò alla Chiesa
romaua tutti i suoi beni : omnia bo-
na mea3 jure proprietario 3 tam quae
mine habeo} quam quem in poste.rum
acquisitura sum} etc. Nel voi. XII,
pag. 289 del Dizionario facemmo
menzione di un frammento dell'i-
scrizione contenente tal donazione,
ed esistente nelle sacre grotte va-
ticane. V. l'articolo Sovranità' dei
romani Pontefici, Mantova, e Con-
tessa Matilde, che morì a' 24 lu-
glio 1 1 i5.
La donazione di Matilde per le
pretensioni degl' imperatori e degli
eredi di Guelfo fu più volte usur-
pata alla santa Sede, e cagione di
gravissime differenze^ coinè uotaiU'
4o LUC
mo in più luoghi, e pei primi la
usurparono Enrico V e Lotario
11. Appena nel ii5s venne innal-
zato al trono lo svevo Federico I,
dichiarò il patrimonio della contes-
sa proprietà del duca di Baviera
Guelfo VI, come nipote per parte
di padre di Volfone V o Guelfo
Bavaro- Estense. Divenuto Guelfo
VI marchese di Toscana , rilasciò
nel ii 60 ai lucchesi ogni regalia
marchionale nel contado sei miglia
intorno la città, e rinunziò a fa-
vore del comune di Lucca gli al-
lodiali di Matilde, di cui egli si
qualificava legittimo signore ed ere-
de , purché i beni della contessa
fossero stati dentro Lucca o nel di-
stretto delle sei miglia. Intanto in-
sorto fino dal 1 1 5g il funesto scisma
di Vittore IV detto V, che Fe-
derico I sostenne colle armi con-
tro il legittimo Alessandro II; men-
tre questi trovavasi in Sens, l'an-
tipapa Vittore V nel novembre
I i63 si abboccò in Lodi coli' im-
peratore, e nel seguente anno pas-
sò in Lucca, ove si ammalò e di-
venne frenetico, indi mori impeni-
tente a'20 aprile e fu sepolto a'22.
II padre Papebrochio in Propyleo
par. II, p. 25, dice che fu sepolto
in un monastero fuori della città
perchè i canonici della cattedrale
e quelli regolari di s. Frediano ,
vollero piuttosto essere scacciati dal-
le loro chiese, che ricevervi il ca-
davere di uno scismatico. Nel mo-
nastero fu portato dai soldati del-
l'imperatore, e dalla propria fa-
miglia. Interrogato dai Bollandisti
Mario Fiorentino, qual fosse questo
monastero, rispose che congettura-
va essere quello de' ss. Filippo e
Giacomo e Ponziano de' benedet-
tini, del qual ordine credeva essere
stato l' antipapa, il qual monastero
LUC
fu poscia levato dal Pontefice ai
benedettini, e dato ai monaci Oli-
vetani. I lucchesi a mediazione di
Federico I si riconciliarono nel 1 1 75
coi pisani; e sebbene l'imperatore
nell'anno seguente promise ad A-
lessandro III di restituire alla san-
ta Sede le terre della contessa Ma-
tilde, nella memorabile pace fatta
a Venezia nel 1177 se 'e ^ierbò.
Nel 1178 Federico 1 portatosi io
Lucca alloggiò nell'episcopio. L'anno
1181 fu segnalato dall'esaltazione
al trono pontificio del lucchese Lu-
cio III, e dalla rinnovazione della
pace tra Lucca e Pisa, giurando i
rispettivi consoli che sarebbero ri-
spettate le giurisdizioni de' loro pa-
stori; si convenne inoltre che il lu-
cro delle due zecche sarebbe stato
diviso tra le due città, e che i pi-
sani non avrebbero più coniato mo-
nete simili alle lucchesi , dovendo
ognuno batterle differenti. In que-
sto tempo era vi in Lucca anche
il podestà o rettore di giustizia; ed
al tempo del podestà Alcherio ,
dopo il 1 188, furono cacciati i con-
soli da Lucca, perchè contrariava-
no i suoi ordini e quelli del ve-
scovo. Dopo tali gare civili, altre
se ne accesero di assai maggior
momento per la morte accaduta
nel 1 197 dell'imperatore Enrico
VI figlio di Federico I, stante che
il trono imperiale fu contrastato
tra il fratello Filippo di Svevia ,
Ottone IV e Federico li figlio del
defunto: Ottone IV di Sassonia
fu sostenitore dei gudfi., i principi
svevi nominati de' ghibellini, am-
bedue fazioni che, come dicemmo
ai loro articoli, per più secoli de-
solarono la Toscana e l'Italia.
Dopo la morte di Enrico VI e
nel 1 1 97 stesso le città e i ma-
gnati della Toscana inlimarono una
LUC
dieta nel borgo di s. Ginesio sotto
s. Miniato, cui presiederono il car-
dinal Bernardo già canonico rego-
lare lucchese, ed il cardinal Pan-
dolfo Massa pisano. Nella dieta, tran-
ne i sindaci di Pisa e di Pistoia,
concorsero gli ambasciatori di quasi
tutte le città e terre della Tosca-
na, fra i quali furono due consoli
di Lucca. Ne fu scopo il far giu-
rare non riconoscere alcuno per im-
peratore, re, duca o marchese, sen-
za espresso consenso della Chiesa
romana. Ma appena Ottone IV nel
1209 fu riconosciuto da Innocenzo
III e dichiarato imperatore, lo ri-
conobbero pure per legittimo mo-
narca diversi comuni e magnati del-
la Toscana, e specialmente la città
di Lucca. A favore di questa l'au-
gusto spedi da Foligno a' 12 di-
cembre un diploma più. largo di
quelli compartiti dai suoi anteces-
sori ; e due giorni dopo spedi al-
tro diploma in benefìzio della cat-
tedrale lucchese. In s. Miniato poi
a' 2 novembre avea confermato il
privilegio da Enrico VI concesso
alla chiesa e canonici di s. Fredia-
no. Verso il principio del secolo
XIII ebbe luogo in Lucca T istitu-
zione d' una magistratura civile e
militare per provvedere alla difesa
della libertà lucchese. Adunatosi nel
1206 il senato nella chiesa di s.
Pietro maggiore, elessero dodici prio-
ri o tribuni e capitani delle mili-
zie, i quali colle loro insegne o
gonfaloni, insieme coi consoli mag-
giori, a* 22 marzo nella chiesa di
s. Senzio nominarono in podestà
di Lucca Aldobrandino Malpigli.
Già da qualche tempo la santa Se-
de, massime Onorio III e Grego-
110 IX, reclamando l'eredità lascia-
la al patrimonio di s. Pietro dalla
conlessa Matilde, nella quale ere-
LUC 41
dita erano comprese molte terre e
feudi da quella principessa e dai
suoi maggiori più , che altrove
posseduti nelle parti di Garfa-
gnana (al quale articolo dicemmo
come Gregorio IX non vedendo
restituirsi dai lucchesi gli usurpa-
ti feudi , e infestando essi anco le
chiese, il clero ed i sudditi ponti-
fìcii, dopo gravi minacce venne al-
la punizione, ed alle sentenze di
scomunica e d'interdetto), a' 27
marzo i23i riparti tutta la dio-
cesi di Lucca alle quattro cattedrali
limitrofe , e privò il capitolo di
Lucca delle prerogative che gode-
va per benefìcio della Sede aposto-
lica. In questo deplorabile slato
rimase la chiesa di Lucca sino al
1234, in cui ravvedutisi i lucchesi
degli eccessi commessi, imploraro-
no ed ottennero con diverse con-
dizioni il perdono e la reintegra-
zione della sede vescovile e degli
altri privilegi a' 1 2 dicembre. Tut-
to, il ripetiamo, insieme ai succes-
sivi e relativi avvenimenti, e con
qualche diffusione, all'articolo Gar-
pagnana già trattammo. Il consi-
glio generale di Lucca ascendeva
in quell'epoca a 38o persone, cioè
cinque consoli maggiori, i capitani
o tribuni della chiesa di s. Pietro
maggiore, i capitani della contrada
di s. Cristoforo , venticinque con-
siglieri speciali per ogni porta o
regione della città, e 207 cittadini
del consiglio maggiore. Eravi il
podestà, il capitano del popolo, gli
anziani e priori che si cambiavano
spesso; nel i2 5o i detti anziani
rimpiazzarono i consoli.
Dopo la pacificazione colla santa
Sede e la morte di Federico li ,
le cose dei lucchesi nei primi dieci
anni dell'impero vacante cammi-
narono di bene in meglio, e prospe-
4* LUC
rarono si negli affari del comune,
tome nel conservare i paesi che i
lucchesi a forza danni anelavano
acquistando, ad onta che in Lucca
non mancassero a distili bare la pa-
ce interna le malaugurate fazioni
dei guell; contro i ghibellini , dei
nobili di contado contro la comu-
nità, del popolo grasso contro il
magro, in una parola dei popolani
contro i magnati. Nel secolo XIII
e nel principio del seguente, i luc-
chesi per uniformità d'istituzioni
municipali e di sentimenti politici
coi fiorentini, erano con essi tanto
strettamente uniti e collegati , che
ogni alfronto ricevuto dai due po-
poli era affronto comune; quindi
le guerre, le tregue e le paci pro-
cederono d'accordo quasi costante-
mente come il governo; reciproca
la buona corrispondenza tra i si-
gnori della repubblica fiorentina e
gli anziani lucchesi, per cui i due
governi furono per lunga età 1' a-
nima e il maggior nerbo della le-
ga guelfa in Toscana. La prova
più solenne, più generosa, di cui
■ buon diritto il governo lucche-
se deve onorarsi , fu dimostrata
(orse all'occasione della battaglia
di Montaperto. Avvegnaché di tren-
tamila fanti e di mille trecento ca-
valli, di cui è fama che nei campi
d' Arbia si componesse V esercito
guelfo innanzi la pugna, dopo Ja
funesta sconfitta molti di quelli
scampati al macello vennero im-
molati alla rabbia del vincitore ghi-
bellino., e gli altri in numero di
circa undicimila meschinamente io
dure prigioni cacciati. Mai rovina
maggiore avea percosso le città
guelfe di Firenze e di Lucca; mai
più M pianse in Toscana tanto,
cpianlo dopo la terribile giornata
l|e| 4 settembre 1260; talché si
LUC
disse non esservi stata famiglia che
non avesse a deplorare la morte di
un suo congiunto. Da tanta deso-
lazione molte città e terre della
Toscana spaventate, inermi e sco-
raggile, dovettero aprire le porte e
far buon viso a' vincitori orgoglio-
si e sempre caldi d' ira. La sola
città di Lucca tenne forte, e nel
tempo che vegliava a tener lontani
i fuorusciti ghibellini, serviva di ri-
fugio e di sostegno ai guelfi che
da ogni parte oppressi e scacciati
vi accorrevano. Il perchè tutti i
ghibellini toscani si rivolsero ai
danni di Lucca, che avendo talvol-
ta potuto respingere alcuna aggres-
sione, giunse a tali strette che i
suoi reggitori furono costretti dopo
quattro anni a venire ad un ac-
cordo. Fu pattuito pertanto che i
lucchesi, salve le patrie leggi , ad
esempio de' fiorentini, riconoscereb-
bero in loro vicario Manfredi re di
Napoli, giurando di stare nella par-
te ghibellina; che allontanerebbero
i guelfi, a condizione di riavere il
castello di Motrone ed i prigio-
nieri fatti alla battaglia di Monta'
perto. Tutta volta Lucca guelfa per
genio e per principii, dalla sola ne-
cessità obbligata di piegare alla
parte ghibellina, ritornò ad esser
guelfa appena il polente sostenito-
re del ghibellinismo Manfredi nel
1266 rimase vinto ed estinto nei
campi di Benevento, quindi i luc-
chesi furono riconciliati colla Chie-
sa, giacché Manfredi era da essa
separalo.
Sebbene d' allora in poi non
mancassero frequenti guerre batta-
gliate per tenere in moto e in ar-
me il popolo lucchese, ora nel
1271 per conquistar il forte ca-
stello di Montecatini in Val di Nie-
\ole, fatto ni4o oY ghibellini i ora.
LUC
nel 1275 per unirsi ai genovesi e
fiorentini contro i pisani, co' quali
li pacificò il Papa Innocenzo V ; ora
nel 1288 per inviar aiuti di fanti
e cavalli alla lega guelfa in Val
d'Arno aretino; ciò non ostante può
dirsi, che le cose interne dei luc-
chesi si rimasero tranquille per tut-
to il resto del secolo XIII. Si co-
struirono quindi molti edifizi sacri
e profani, strade e piazze. Mentre
la repubblica fiorentina nel 1297
dava principio al suo palazzo detto
della signoria, ed ora palazzo vec-
chio, il comune di Lucca prese la
deliberazione d' ingrandire il pro-
prio. Ma era appena incominciato il
secolo XIV, quando gli antichi odii
di famiglie, ed i semi di cittadine
discordie germogliarono in guisa
tale, che resero oltracotante il par-
tito ghibellino contro il guelfo, sot-
to una nuova divisa di Bianchi e
di Neri, i primi uniti ai ghibellini,
i secondi ai guelfi, la cui origine
si ripete da Pistoia al modo che
a quegli articoli si narra. Vinse
naturalmente in Lucca la fazione
più numerosa del popolo, cioè i
neri, di cui era l'anima un poten-
te anziano, favorito dalla plebe e
reduce da una legazione al Papa
Bonifacio Vili, chiamato Buonturo
Dati, caldissimo guelfo. Per abbat-
tere la sede donde sotto nuove for-
me era partito V incendio delle po-
litiche fazioni, si unirono ai fioren-
tini i lucchesi per attaccare le ca-
stella di Pistoia, ed assediare la
città fatta nido de' più acerrimi ghi-
bellini. Debellata Pistoia, i vincito-
ri si divisero il suo governo, ri-
servandosi i lucchesi l'elezione d'un
loro cittadino per podestà, ed i fio-
rentini la nomina del capitano del
popolo. Volendo Benedetto AI pacifi-
cate le accanite fazioni, spedai legalo
LUC 43
in Toscana il cardinale Albertini di
Prato, che per essere stato oltrag-
giato in Firenze, il Papa ai 21
giugno 1 3o4 scomunicò i guelfi ed
i neri, e con essi i cittadini di Luc-
ca. Ivi poco dopo insorse nel i3o8
un tumulto fra il popolo e i no-
bili, in conseguenza del quale il
governo , che per principio politi-
co teneva dalla parte popolare, riu-
scì di far escludere dalle borse tutti
i magnati o potenti, tranne quelli
che ad una delle compagnie delle
armi, ossia dei venti gonfaloni di
contrade, si trovavano ascritti. Tale
fu una delle ragioni per riformare
gli antichi statuti del comune di
Lucca, e per sostituire quelli com-
pilati nel i3o8, che sono rimasti
i primi fra i conosciuti. In quella
riforma più di cento famiglie no-
bili furono escluse dalle prime ma-
gistrature, oltre i nobili di conta-
do chiamati cattani. Bonturo con
due altri popolani furono quelli che
formarono in Lucca una specie di
triumvirato, regolando quanto spet-
tava alla signoria e al governo del-
la repubblica. Fu tolta l* autorità
agii anziani e la giurisdizione ai
giudici delle diverse vicarie del ter-
ritorio, per sostituirvi de' popola-
ni. Quindi è che molte famiglie
vennero esiliate, e moltissime dis-
gustate abbandonarono la patria con
pregiudizio della città. A tanti mali
si aggiunsero per colmo le rovine,
le oppressioni, le stragi e i sac-
cheggi che Lucca ebb»e a soppor-
tare all'arrivo impensato ed ostile
nel i3i4 «h Uguceione della Fag-
giuola capftano generale e signore
de' pisani sempre nemici de' luc-
chesi, e terrore de' guelfi pel co-
mando che avea de' ghibellini di
Toscana. Essendo manca to iy vivi
Clemente Y ^Hbz.iotiutp a Roberta
44 luc
rt eli Napoli capo de' guelfi, Uguc-
cione vide agevole la conquista di
Lucca. In fatti travagliò tanto i
lucchesi che li costrinse alla resti-
tu/ione delle castella già cedute dal
conte Ugolino, ed ottenne che gli
usciti rientrassero in Lucca, tra'qua-
Ji Castruccio di Gerì degli Antelmi-
nclli rivide la patria.
Castruccio Castracani degli An-
telminelli, il quale alla nobiltà del-
l'origine aggiunse la grandezza del-
l' imprese, in gioventù avea provato
la fortuna contraria, poiché essendo
ghibellino foggi co' suoi da Lucca
nel i3oo, avendo allora anni die-
cinove. Riparò in Ancona, e per-
duti i genitori datosi tutto alla mi-
lizia guerreggiò in Francia, in In-
ghilterra, e di più in Lombardia,
contrae ndo amicizia coi signori di
Milano, di Mantova e di Verona.
Quivi stavasi quando per la pace
conchiusa da Uguccione tra' pisani
e lucchesi potè fare ritorno all'a-
mata patria. Divenuto capo de' ghi-
bellini ch'erano rientrati, volendo-
si vendicare de' guelfi , fece scop-
piare una sommossa , e gli assali
a' i4 giugno i 3 1 4- • mentre si com-
batteva entrò in Lucca Uguccione al-
la testa di undicimila e più soldati,
dal quale avea chiesto soccorso. I
lucchesi sopraffatti da interni ed
esterni nemici, ne potendo resistere
a tante forze, videro fuggir la ca-
valleria catalana a loro tutela in-
viata dal re Roberto, e la città fat-
ta preda degli assalitori. Con spa-
ventosa rabbia , sfrenata libidine ,
ed insaziabile avarizia si manomi-
se dal nemico e calpestò onore,
pudore e religione . La tragedia
del più crudele saccheggio durò otto
giorni, ne si risparmiarono le case
de' privati, le chiese, ed il ricco
tesoro che a Clemente V pollava
LUC
il cardinal Gentile Parlino da Mon-
tc/iorc, del quale parlammo a quel-
la biografia. In fine, a colmo di
tanti mali, si aggiunse un incendio
desolatole, di cui restarono preda
non solo quattrocento case, ma pre-
ziose suppellettili e pubblici archi-
vi. In tal guisa Lucca fatta, botti-
no de' ghibellini, con un'apparente
formalità legale dovè acclamare ai
i3 luglio Uguccione in capitano
generale del suo popolo, e così la-
sciarsi governare ad arbitrio dei
bianchi suoi fuorusciti, i quali a
vendicarsi de' loro emuli o li cac-
ciarono o li uccisero. Dolenti i fio-
rentini della sciagura di Lucca ,
vedendo Uguccione assoluto domi-
natore di due vicine repubbliche ,
procurarono collegarsi coi guelfi
delle comuni toscane , sollecitando
aiuti da Siena, da Bologna, da Pe-
rugia, da Gubbio e dal re Rober-
to. Uguccione a combattere i fio-
rentini, con ventimila fanti e due-
mila cinquecento cavalieri mos-
se verso la Val di Nievole per
conquistare il castello di Monteca-
tini, benché la lega guelfa avea riu-
nito più numeroso esercito. A' 29
agosto i3i5 i nemici scontraronsi
nella valle sul piccolo torrente bor-
ra. Al primo assalto Francesco fi-
glio del Faggiuolano e podestà di
Lucca, penetrò con tanto impeto nel
campo de' fiorentini, che ferito a
morte spirò in mezzo alla pugna ,
e già gli assalitori indietreggiavano,
quando accorso Uguccione col ner-
bo della sua armata, i respinti riani-
mò, e più caldi li ricondusse al ci-
mento. Allora fu che la giornata
essendo divenuta campale, dai ghi-
bellini si combattè con tanto ardi-
re e valore da portare ovunque la
morte, lo scompiglio e il terrore. I
primi capitani ira i guelfi rimasti
LtfC
estinti nella pugna, furono un fra-
tello e un nipote del re Roberto;
Firenze, Siena e molti paesi pian-
sero i loro prodi. Il lucchese Ca-
struccio si lece conoscere per buon
guerriero , avendo in questa me-
morabile giornata date prove di
coraggio e di militare perizia.
La vittoria di Montecatini fruttò
a Uguccione non solo un più si-
curo dominio in Pisa, ma aprì a
lui la strada per rendere totalmen-
te ligia al suo volere la città di
Lucca, nominandone podestà l'altro
figlio Neri. Trova vasi questo in uf-
fìzio, quando pochi mesi dopo la
vittoria di Montecatini occorse che
Castruccio di suo arbitrio, o come
altri vogliono d'ordine d'Uguccione,
essendosi recato con dei compagni
nelle parti della Versilia e di Mas-
sa Lunense, pose a ruba il paese.
Per la qual cosa appena tornato a
Lucca Castruccio, accusato di fur-
ti e di uccisioni, fu carcerato e
sommariamente condannato ad ave-
re il capo reciso. Già la scure sta-
va per piombare sul collo del va-
loroso capitano, quando il popolo
minacciò sollevarsi a stormo, in gui-
sa che intimorito il podestà ne man-
dò avviso al padre in Pisa. Si
mosse Uguccione colle sue bande,
ma pervenuto a metà del cammi-
no seppe della repentina sollevazio-
ne de'pisani. Nel mentre che re-
trocedeva per ricuperare il perdu-
to dominio, i lucchesi liberarono
Castruccio, gridandolo insieme ca-
pitano del popolo e difensore
della città di Lucca agli 1 1 apri-
le i3i6. Così Uguccione in un
giorno videsi spogliato della signo-
ria di due importanti città. Ca-
struccio fu confermato nella digni-
tà per sei mesi, con atto solenne
degli anziani e del consiglio ge-
LUC 4>
nerale ; ma innanzi che spirasse
tal termine Castruccio seppe così
destramente operare, che dal se-
nato e popolo lucchese con deli-
berazione del 4 novembre fu con-
fermato nella carica per un intiero
anno, e prima che spirasse questo
periodo con nuova elezione fu de-
ciso, che Castruccio col titolo di
signore e difensore della città e
stato di Lucca governasse la re-
pubblica ancora per dieci anni. Fi-
nalmente arrivato il 26 aprile i3?.o
Castruccio fu da tutti concordemen-
te proclamato dittatore della repub-
blica a vita, onde tutto si diede
a rendersene degno, ad abbellir
la città, a far ponti, strade, rocche
e fortificazioni di vario genere, spa-
ventando col suo genio intrapren-
dente i comuni a Lucca limitrofi.
Il sigillo da lui adoperato in una
lettera figura nella parte superiore
un cane avente al di sotto uno
scudo, e intorno al blasone I* epi-
grafe : S. Caslrucci Fìcecomìlis
Lunensis , essendo anche visconte
lunense ; avendo occupato in Lu-
nigiana Fosdinovo e gli altri ca-
stelli di qua dalla Magra. A Pon-
tremoli assegnò magistrali di par-
te guelfa e ghibellina, facendo e-
rigere nel centro del luogo la tor-
re Cacciaguerra : in sostanza egli
prese a regolare i ghibellini di To-
scana per farli operare in accordo
con quelli di Lombardia. Benché
occupato in diverse militari impre-
se, il dittatore non lasciava di far
decreti savissimi pel pubblico bene,
affinchè sotto un dominio assoluto,
una qualche forma di libertà tras-
parisse. Vi sono memorie della
sua pietà e della sua giustizia , e
fece restituire alla santa Sede il
tesoro depositalo in s. Frediano di
Lucca dal cardinal Gentile. Ebbe
46 LUC
per vicario un fedelissimo giure-
consulto e per consiglieri di stato
uomini espertissimi nella politica.
Così nelle cose di guerra tenne al
suo servizio valenti capitani presi
da diverse contrade; tenendo Ca-
stracelo per massima, che non al-
la patria o alla schiatta, ma al-
le virtù bisogna che i buoni prin-
cipi abbiano l'occhio. In quanto
poi alla costituzione militare da
Castracelo ordinata per fare di
tutto il territorio, non che di Luc-
ca, un esercito mobile pronto ad
ogni occasione , egli ripartì lo
stato in tante divisioni, quante e-
rano le porte della città di Lucca,
cioè di s. Pietro, di s. Donato,
di s. Gervasio, e di s. Frediano
ossia del Borgo; e ciascun villag-
gio, borgata o castello organizzò
in compagnie sotto periti uffiziali
ed insegne proprie, coli' obbligo di
esercitarle e star pronte a marcia-
re al primo cenno. Per modo che
circa venti ore dopo l'avviso dato,
da un polo all' altro della repub-
blica, dalla Val di Magra alla Val
di Nievole, le milizie lucchesi com-
parivano, assalivano, e i più mu-
niti castelli conquistavano celere-
mente.
Dopo tanti ordinamenti, dopo esser-
si assicurato un costante potere, Ca-
struccio alzò i suoi pensieri a cose
maggiori , tendenti niente meno
che a far crollare forti città co-
stituite in repubblica, le quali per
principii e per natura di governo
doveano essere naturalmente sue av-
versarie. Ad efletto pertanto di abbat-
tere la più polente di tutte, Firenze,
costrinse nel i322 Pistoia, ch'era
sotto il patrocinio della signoria, a
riconoscerlo per protettore, salva la
libertà pel paese. Nel frattempo
che Castruccio dimorava nella sua
LUC
capitale fece innalzar un'opera co-
lossale per servire di vasta citta-
della , nella quale rinchiuse oltre
il suo palazzo, arsenali d'armi, ca-
serme, chiese, conventi, abita/ioni
private e intiere strade, in guisa
che a questa piccola città circon-
data dal secondo recinto delle mu-
ra fu dato il nome di Augusta,
quasi per significare essere dessa
un'impresa degna de'cesari. Voleva
impadronirsi di Prato, e con ri-
provevole modo di Pisa, ma non
gli riuscì. A dar compimento alla
sua ambizione il signor di Lucca,
col solito mezzo de' suoi fautori,
per render ereditario nella sua fa-
miglia il supremo potere, nel i32J
fece eleggere il suo primogenito
Enrico suo compagno nella signoria
della patria a vita. Osservando i
fiorentini che Castruccio mirava
sempre al suo ingrandimento e al
conquisto di tutta la Toscana, for-
marono una potente lega guelfa
toscana. Nel settembre i325 ad
Altopascio accadde il terribile scon-
tro fra l' oste fiorentina e la luc-
chese ; ivi fu il celebre campo di
battaglia nel quale Castruccio fece
prodigi di valore, e dove diede le
più evidenti prove della sua gran
perizia nell' arte della guerra. La
battaglia d' Altopascio fu pei luc-
chesi gloriosa e completa. Pochi
nemici che avanzarono all' eccidio
poterono scampare dai vincitori; si
narra che i prigioni furono i5,ooo,
tra' quali il generale in capo del-
l' esercito e moltissimi personaggi
cospicui di diverse parti. Castruc-
cio piombò su Firenze, e depredò il
contado ed i sobborghi della città.
Il dì ii novembre fu per Lucca me-
morando, perchè Castruccio vi entrò
in trionfo colla pompa degli anti-
chi romani, colle ricche prede e i
LUC LUC 47
prigioni, in un col carroccio dei fu uomo non solamente raro dei
fiorentini ; rendendolo più solenne tempi suoi, ma ancora per molti
con molti atti di magnanimità e di quelli che innanzi erano passa-
di beneficenza. Seguitarono dopo li, e perchè l'arte strategica, la
ciò le scorrerie delle masnade dei celerità delle marcie e la destrezza
venturieri, die Castruccio teneva nel campeggiare fu meglio cono-
assoldate, in lutto il Val d'Arno si- sciuta e trattata da lui che da ogni
no alle porte di Firenze, finche altro capitano della sua età, e fra
la parte guelfa della Toscana , tutti coloro che avevano da gran
Giovanni XXII, ed il re Roberto tempo indietro figurato in Italia,
risolverono di far lutti gli sforzi Lodovico il Bavaro gli concesse in
per frenar la baldanza del capila- ducato gli stati di Lucca, di Lu-
no lucchese, cui dava maggior Itti» nigiana, di Garfagnana, di Pistoia
pulso 1' amicizia di Lodovico il e di Volterra : il diploma di Lo-
Bavaro giunto in Italia e scomu- dovico è riportato nella Fila di
nicato dal Papa. Recandosi Lodo- Castruccio d'Aldo Manuzio, ripub-
vico in Roma nel 1 328, Castruc- blicata con nuovi documenti a
ciò lo seguì, indi fu creato cava- Lucca nel 1 843, nel documento
liere e conte del palazzo di Late- n. 18 a p. 207. Quindici anni
rano, e destinato a porgergli la signoreggiò senza mai cessar di com-
spada dell'impero il giorno della battere: avea mente, cuore e brac-
coronazione nella basilica vaticana: ciò da operar grandi cose; accorto
fu anche fatto senatore di Roma, e dissimulatore sapeva farsi amare
dignità che per se erasi riserba- dai soldati, temere dal popolo e
ta Lodovico. Mentre in Roma si tener soggetti gli avventurieri che
godeva tanti onori , i fiorenti- teneva al suo soldo. Nuovo Pelo-
ni tolsero ai lucchesi Pistoia. La- pida, mostrò quanto possa un uo-
sciato cesare, passò a Pisa, ove dìo solo ingrandire la patria : Luc-
senza rispetto alcuno al nuovo au- ca fu grande per lui; ma al suo
gusto, ne al di lui vicario, cornili- cadere il principato fondato da lui
ciò a farla da padrone, e mentre fu distrutto. Castruccio Castracane
era quieta se ne impadronì. degli Antelminelli morì qual visse,
Tornato Castruccio nella sua capi- cioè da uomo forte, e conservò fi-
tale, con numerose forze si recò ad no all'estremo suo respiro tran-
espugnar Pistoia, e la prese ai 3 quillità di spirilo , cosicché potè
agosto; se non che le molte fatiche dare un ultimo saggio del suo
sostenute nel lungo assedio gli prò- senno, come profondo conoscitóre
dussero una febbre che in pochi delle cose umane. Che sebbene egli
dì lo tolse dai vivi. Mancò que- fosse più prode capitano, che dot-
st'uomo straordinario ai 3 set- to legislatore, ciò non ostante mo-
lembre i328, nell'anno quaran- rendo previde e predisse quanto
tasettesimo di sua età, lasciando pur troppo, mancato lui, accadde
di sé tale opinione, che se non gli di Lucca e della sua vasta signo-
fosse stala così breve la vita, egli ria. Tra le opere superstiti che
sarebbe pervenuto a signoreggiare rammentano il governo di Castruc-
gran parte d' Italia_, non che l'in- ciò, oltre la cittadella Augusta,
tiera Toscana. Per virtù militare alla costruzione della quale s' ini-
48 LUC
piegarono i materiali di undici
grandi toni e di molti casamenti
pubblici e privati, si deve aggiun-
gere la strada che dalla porta del-
la città guida al ponte s. Pietro
sul Serchio, la strada e il ponte
Squarci abocconi sulla Pescia di Col-
lodi, la strada costruita alla ma-
rina lucchese da Mon tra mito a
Viareggio, la nuova torre in que-
sto ultimo luogo, oltre diversi pon-
ti costruiti o restaurati sopra i
fiumi Serchio e Lima , senza dire
di molte rocche, torri e fortezze
sparse in vari punti del dominio
lucchese. Enrico figlio primogenito
di Castruccio , ricco delle gloriose
doti paterne, con tutti i saggi av-
vertimenti ascoltati da lui mori-
bondo, fu riconosciuto più. per gra-
titudine del popolo verso il gran
capitano che pei meriti propri in
signore di Lucca e degli altri stati
acquistati dal padre. Ma Lodovico
il Bavaro, per un tratto d'ingra-
titudine o per vendicarsi di Ca-
struccio, perchè dopo la sua par-
tita da Roma tolsegli Pisa, spo-
gliò poco dopo T erede di Ca-
struccio degli stati di Lucca , di
Lunigiana, di Pistoia e di Garfa-
gnana, figurando di rimettere i
lucchesi all'antico regime repubbli-
cano mediante però Io sborso d'u-
na vistosa somma di denaro.
Ben presto si scuoprì come la
promessa libertà fosse un vano no-
me, perchè tutto il reggimento
della repubblica fu ridotto nell'ar-
bitrio di un vicario imperiale, e
ciò sinché le milizie tedesche, la-
sciate dal Bavaro senza il soldo
reclamato, s'impadronirono di Luc-
ca per venderla al maggiore offe^
rente. I fiorentini offrirono ottan-
tamila fiorini, ed i pisani sessan-
tamila, dandone quindicimila in ca-
LUC
parrà che non poterono riavere. Si
recò in Lucca Gherardino Spinola
ricco genovese, il quale ai settem-
bre 13*29 si obbligò pagare ses-
santaruila fiorini, un terzo subito,
il resto nel seguente ottobre, facen-
do garanzia il comune di Lucca
per liberarsi dal governo militare,
e vendendo la propria libertà ad
un ghibellino genovese. I fiorentini
di ciò dolenti, incominciarono dal
togliere al nuovo signore di Luc-
ca una parte dei paesi da Castruc-
cio conquistati nel Pistoiese e in
Val di Nievole, e mandarono nu-
merosa oste ad assediar Lucca.
Col consenso dello Spinola i luc-
chesi inviarono ambasciatori a Gio-
vanni re di Boemia in Lombar-
dia, per offrirgli il dominio della
loro patria , purché egli sollecita-
mente inviasse forze sufficienti a
liberarli dall'assedio de'fiorentini. Il
re accettò, costrinse i fiorentini a
ritirarsi e lo Spinola a rinun-
ziar la signoria senza rimborso, e
dichiarò sua la città. Il dominio
lucchese consisteva allora in 9 vi-
carie, con 288 comunelli, compresi
quelli suburbani , e alcuni altri
popoli situati sulla riva sinistra
dell'Arno , oppure di quelli appar-
tenenti al territorio pistoiese. Il re
Giovanni ordinò agli anziani ed
al popolo giuramento di suddi-
tanza, e nominò un vicario luo-
gotenente per l'esercizio della au-
torità regia, e da cui dipendevano
gli anziani, il consiglio maggiore
e il consiglio generale. Nel 1 333
giunse in Lucca Carlo di Lussem-
burgo figlio del re e poi impera-
tore Carlo IV, il quale fu accolto
con dimostrazioni di sincero affet-
to, ma domandò quarantamila fio-
rini d'oro. Quindi per trarre dalle
borse lucchesi nuovi denari, lo stes-
LUC LUC 49
so re Giovanni passando in agosto e nemici del pari dei lucchesi co-
per Lucca moderò l'autorità regia me de' fiorentini, costrinsero questi
aumentando la municipale ; ma a capitolare a' 4 luglio i342, e
ad onta delle regie promesse di cedere quasi intatta ai pisani la
non cedere alcuna parte del ter- costosa preda.
ritorio di Lucca, e sempre più per A volontà di questi novelli mal-
mugnere i lucchesi , Carlo conferì visti padroni , e della incresce-
all' anziano Vanni Forteguerra il vole dominazione pisana , Lucca
castello di Cotrosso . Per egual dovette soffrire quel misero sta-
modo il re padre, in vece di resti- to, che fu dai lucchesi chiamato
taire al comune la promessa vi- servitù babilonica , la quale durò
caria di Correglia che avea tolto ventisette anni. Giunse finalmente
a Castracani dei Falabrini, la con- il 1369 , in cui i lucchesi colla
ferì con titolo di contea a un altro magia dell'oro poterono indurre
Castracani del ramo degli Antel- l'imperatore Carlo IV ad esaudi-
minelli. Essendo vicario regio in re i loro lamenti e liberarli dalla
Lucca Marsilio de'Rossi di Parma, soggezione dei pisani con diploma
nell'ottobre 1 333 il re impegnò a degli 8 aprile. Essendo suo vica-
Orlando de'Rossi, altro suo vicario, rio imperiale in Toscana il suo
e ai di lui fratelli, la città di Lue- parente cardinal Guido di Boulo-
ca con tutto il distretto per tren- gne, questi passò a far la sua re-
tacinquemila fiorini, e nell'anno sidenza in Lucca. A memoria per-
seguente la vendè ai medesimi, ciò petua di tale liberazione i Iucche-
che alcuno nega. Non poterono i si edificarono nella loro cattedrale
nuovi signori possedere Lucca per una cappella con altare, che tut-
lungo tempo, obbligati per inde- torà porla il nome della Libertà :
gne vie di doverla cedere il primo Ara Deo liberatori, ove finché du-
novembre 1 335 a Martino della rò la repubblica, i magistrati e il
Scala tiranno di Verona, che re- popolo vi si recarono in processione
stituì ai Rossi i trentacinquemila nella domenica in Albis, giorno
fiorini d' oro pagati per tutto lo anniversario della liberazione. Per-
stato lucchese. Finalmente lo Sca- che questa fosse completa e non
ligero, dopo aver signoreggiato in inceppata dal vicario imperiale, col-
Lucca quasi per un lustro, nel lu- la mediazione dei fiorentini e lo
glio del i34o la vendè per cento sborso di centoventicinquemila fio-
ottantamila o secondo altri due- rini d'oro, il vicario coll'assenso di
centocinquantamila fiorini d'oro ai Carlo IV rinunziò il suo potere
fiorentini. Subito i pisani per gè- nel corpo degli anziani, che dichia-
losia assediarono la città, e solo rò vicari perpetui di cesare. Per tal
con qualche sagrifizio i fiorentini guisa Lucca ricuperò dopo cinquan-
d' accordo coi lucchesi poterono tasei anni la libertà. Una delle prime
entrarvi dopo tre mesi, nominando operazioni dei reggitori della risor-
per luogotenente Giovanni de Me- ta repubblica fu quella di nor-
dici, che ricevette dagli anziani e ganizzare il governo mediante una
senato lucchesi il giuramento di nuova costituzione, sul modello del
obbedienza alla repubblica fioren- governo fiorentino, già ritorna-
tine. Continuando i pisani l'assedio, to dei lucchesi sinceramente ami-
vol. xi. 4
So LUC
co . II compartimento territoriale
venne diviso, come Io è attual-
mente, in vicarie, mentre l'interno
della città fu ripartito in tre for-
zieri, che presero il nome dalle
chiese di s. Paolino, di s. Salva-
tore e di s. Martino. 11 primo ma-
gistrato della repubblica ossia degli
anziani si compose di dieci citta-
dini, fra' quali si eleggeva un ca-
po, cui fu dato il titolo di gonfa-
loniere di giustizia, coll'obbiigo a
tutti gli anziani di risiedere sta-
bilmente in palazzo ne'due mesi
che durava il loro offizio. A pub-
blica difesa furono istituite com-
pagnie o gonfaloni ; in vece del
consiglio del popolo già composto di
cinquanta individui, se ne formò uno
di soli ventisei, il quale insieme ai
goufalonieri delle compagnie e al-
la signoria o magistrato degli an-
ziani e a tutti gli altri consiglieri,
costituirono i primi poteri: final-
mente il consiglio generale fu com-
posto di centottanta cittadini ; laon-
de sopra tali magistrati si aggirò
tutto il pondo della repubblica. Nel
1369 lo stato lucchese componevasi
di undici vicarie, comprese quelle
di Massa Lunense e Camporgiano,
in tutto 277 comuni, fra i quali i
suburbani. Nel 1870 fu demoli-
la l'antica bastiglia, cioè la citta-
della Augusta, emblema della pas-
sata schiavitù, con tutti gli edilizi
costruttivi da Castruccio; indi fu
creato un consiglio di diciotto cit-
tadini chiamati conservatori della
pubblica sicurezza, ridotti nel i3j5
a dodici col nome di conservatori
della libertà, che nel 1 385 cam-
biatomi col magistrato dei com-
missari del palazzo. Lo statuto fu
compilato nel 1872, sul regime
della repubblica, procedura crimi-
nale e civile, ec. , cui poi furono
LUC
fatte delle aggiunte. Nello statuto
furono escluse quasi affatto dalle
cariche di anziani, diverse casale
nobili lucchesi, e tra queste gli
Obizi, i Salamoncelli, i Quartigiani,
i del Poggio e tutti gli Autelmi-
nelli ; precauzione dettata a ca-
gione dei tentativi fatti contro la
quiete pubblica a danno della pa-
tria libertà. Queste disposizioni di-
rette al pubblico bene, nel succe-
dersi degli anni non ebbero quel
felice successo che sembrava dover-
si conseguire ; sia per le pestilenze
che nel 1371 e 1372 afflissero la
città e il contado; sia per le mi-
litari compagnie di 'masnadieri di
varie nazioni., le quali infestarono
la Toscana , e specialmente nel
i38o recarono sommo aggravio e
rovine allo stato di Lucca ; sia
finalmente per le intestine civili
discordie che tolsero alla repub-
blica la quiete desiderata.
Urbano VI, mentre in Avignone
sosteneva funesto scisma Clemente
VII antipapa, partì da Genova ai
16 dicembre 1 386, e per mare
recossi a Lucca, accoltovi onorevol-
mente nella vigilia del s. Natale, e
vi si trattenne nove mesi. Al porto
di Motrone era stato magnifica-
mente alloggialo dagli ambasciato-
ri lucchesi. Il Papa nella notte di
Natale celebrò la messa e fece la
benedizione dello stocco e berretto-
ne, insegne con cui onorò la re-
pubblica in persona del gonfalo-
niere Forteguerra Forteguerri, che
lo avea assistito da suddiacono e
cantata l'epistola. Nel tempo della
sua dimora in Lucca, Urbano VI
con tutta la corte pontificia fece
la benedizione delle candele, palme,
rosa d'oro, ed agnus Dei. Tenne
segnatura di grazia, concistori pub-
blici e segreti uell' episcopio dove
LUG
era alloggiato. Fece inoltre molle
grazie, tra le quali fu l'elezione di
Roberto Guinigi in protonotario a-
postoliuo partecipante, e di Bar-
tolomeo Forteguerri in avvocato
concistoriale. A?23 settembre 1387
Urbano VI partì da i Lucca per
Perugia. Intanto sul finire del se-
colo XIV perniciose discordie si ac-
cesero fra le famiglie più potenti
di Lucca ; e dopo replicate agi-
tazioni e congiure terminò la tra-
gica scena colla morte di Barto-
lomeo Forteguerri e poscia di Laz*
zaro Guinigi, capi entrambi di due
contrarie fa/ioni , in mezzo alle
quali potè farsi innanzi Paolo Gui-
nigi, per cui con intrigo nell'otto-
bre i4oo fu gridato per Lucca
in capitano del popolo. Paolo spe-
dì subito onorevole ambasciata al
duca di Milano, per notificargli il
suo esaltamento, e cercar la con-
tinuazione di sua benevolenza. Sul
momento Paolo nulla cambiò ne-
gli ordini dello stato, moderazione
die lo fece giudicar da poco e
facile ad opprimersi, il percbè
alcuni cospirarono contro la di lui
vita : discoperta la trama, uno dei
congiurati perde la vita, gli altri
furono o esiliati o condannati a
breve prigionia. Da questo primo
tentativo, Paolo seppe trarre op-
portuno profitto, crebbe in poten-
za e domandò imperiosa inente di
essere nominato ini signore assolu-
to di Lucca. Ni uno osando con-
traddirlo, diede principio ad un go-
verno assoluto con abolire il se-
nato degli anziani ed ogni cele-
brazione di comizii, consueti ad a-
dunarsi per l'elezione de' collegi;
facendo supplire alle magistrature
da un vicario o consiglio da lui e-
letti. Mediante una somma di de-
naro permise il ritorno degli e-
LUC Si
sub politici, e procurò dall'antipa-
pa Benedetto XIII l'assoluzione del-
le censure ecclesiastiche a quei luc-
chesi, che sino dai tempi di Ca-
struccio nJ erano allacciati per ca-
gione di Lodovico il Bavaro. Pen-
sando poi alla sua sicurezza, nel
i4oi ordinò l'erezione di un for-
tilizio dentro le mura della città,
nel quartiere che porta tuttora il
nome di Cittadella. Poco per altro
può dirsi del governo di Paolo
Guinigi, sebbene da assoluto signo-
re per trent' anni dominasse nella
patria. Imperocché , qualora si ec-
cettuino le misure prese per prov-
vedere ai casi di carestia, per in-
coraggile le prime sorgenti della
ricchezza nazionale, per promovere
la coltivazione, per purgar il paese
dagli oziosi e vagabondi, e per
aver impedito l'espatriazione dei la-
voranti di seta , Paolo seguì la
tattica che oggi diciamo giusto mez-
zo , mancandogli forza per farsi
temere e rispettare dai governi e-
steri. Alcuni dicono che sarebbe
stato degno di regnare per le qua-
lità del cuore, ma difettava per
quelle dello spirito, a cui si aggiun-
se l'avarizia. Il suo carattere fu
adatto ad essere mediatore d'accor-
di tra principi e repubbliche, e
figurò qualche volta anche come
politico.
Nella signoria del Guinigi, Lucca
fu onorata della presenza di Gre»
gorio XII (Fedi), il quale per ter-
minar lo scisma sostenuto dall'an-
tipapa Benedetto XIII si pose in
viaggio con dodici cardinali. Giunse
a Lucca sul fine del gennaio 1408,
ove a' 9 maggio creò quattro car-
dinali, cioè il b. Gio. Domenico
Bianchini fiorentino; Antonio Cor-
raro veneziano suo nipote, Gabriel
Condulmieri veneziano altro suo
5a LUC
nipote e poi Eugenio IV; e Jaco-
po da Udine. Siccome il Papa
per l'estinzione del lungo e perni-
cioso scisma avea giurato in con*
clave di non creare cardinali, ve-
dendosi poco amato dai cardinali
vecchi 3 credette nella sua autorità
dispensarsi dalle promesse. Ma i
cardinali vecchi, non essendo riu-
sciti ad impedire tal promozione,
giurarono di non riconoscere mai
i nuovi cardinali, e risolvettero di
abbandonare Gregorio XII. Pel pri-
mo parti da Lucca agli i i mag-
gio il cardinal di Liegi, appresso
al quale inutilmente corse con
gente armata Paolo nipote del Pa-
pa; nel seguente giorno abban-
donarono Lucca sei altri cardinali,
cioè d' Aquileia, Corrado di Mal-
ta, Francesco di Bordeaux, Gior-
dano Orsini, Rinaldo Brancacci, e
Ottone Colonna poscia Martino V.
Tutti si ritirarono a Pisa, ove uni-
ti ad altri cardinali, vescovi ed am-
basciatori de'principi celebrarono il
famoso concilio ove deposero Gre-
gorio XII, ed elessero Alessandro
V. Gregorio XII nel giugno o ai
i4 luglio i/|o8 partì da Lucca
per Ancona; ma avvisato dei peri-
coli che poteva incontrare, passò
in vece a Siena. Dimorando Gre-
gorio XII in Lucca vi celebrò di-
verse pontificie funzioni e conci-
stori, emanando ordini, bolle e
decreti che ne portano la data.
Finche un complesso di fortunate
circostanze favorì il sistema del
giusto mezzo, Paolo Guinigi potè
riuscire a trarsi d'impaccio in va-
rie emergenze; ma quando i fio-
rentini e il duca di Milano Maria
Visconti gli domandarono de'soccorsi
ne cadde vittima. Schermendosi in
principio colle parti guerreggianti,
tu poi costretto mandar al duca sette-
LUC
cento uomini a cavallo sotto la con-
dotta di suo figlio. Questo proce-
dere avendo offeso i fiorentini ,
giurarono vendicarsi alla prima oc-
casione, e questa venne quando
nel i4^8 si conchiuse la pace tra
loro e il duca, senza comprendervi
il signore di Lucca. Laonde nell'an-
no seguente a'i5 novembre la si-
gnoria e il popolo di Firenze di-
chiararono guerra al governo di
Lucca, e mandarono sedicimila uo-
mini ad assediar la città. Guinigi
non potendo esporsi in campo a-
perto, fortificò Lucca, e rivoltò a
danno de'nemici il canale che a-
veano scavato per inondarla colle
acque del Serchio, secondo il con-
siglio del celebre architetto Bru-
nelleschi. Allagato il campo de'fio-
renlini , questi fuggirono pei colli,
abbandonando armi , bandiere e
macchine da guerra. Ritornando
però all'assedio i fiorentini dovet-
tero contentarsi di largo blocco per
lo scontro avuto colle genti con-
dotte pel duca di Milano da Fran-
cesco Sforza. Mentre questi era
corucciato col Guinigi per avere
in vece di lui domandato il riva-
le Nicolò Piccinino, e per non a-
verlo ricevuto co' suoi nella città,
sospettando alcuni de'principali luc-
chesi che Guinigi volesse venderli
ai fiorentini , ordirono una con-
giura d'accordo collo Sforza, e si
impadronirono di Guinigi a'4 ago-
sto i43o. Nella mattina seguente
entrò lo Sforza nella città, ricevu-
to come liberatore colle sue solda*
tesche, alle quali bisognò consentire
il sacco del palazzo del deposto
signore, benché il tumultuante po-
polo avesselo rispettato , e sborsar
loro dodicimila fiorini d'oro. Paolo
fu consegnato al generale Viscon-
ù per inviarlo a Milano a quel
LUC
duca, che lo fece trasportare e rin-
chiudere nel castello di Pavia, dove
col crepacuore di aver perduto la
signoria della sua patria, nell' età
di cinquantanove anni perde la vita
nel i432.
Alla rovina di Guinigi concor-
sero i fiorentini principalmente con
5o, 000 ducati pagati allo Sforza
acciò ritirasse le sue genti dal ter-
ritorio di Lucca, e cosi oltre il
dittatore allontanar pure il protet-
tore de' lucchesi. Tornati questi
ultimi al regime repubblicano, i fio-
rentini strinsero di nuovo la città con
assedio perchè li ricusava per signo-
ri. Ricorsero i lucchesi al duca di
Milano, il quale per impedir l'ingran-
dimento della repubblica fiorentina,
e non mostrare di ledere i patti, figu-
rò che i genovesi allora suoi sudditi,
assoldato il Piccinino con genti ar-
mate l'inviassero subito a Lucca. In
unione coi lucchesi il Piccinino,
forte di novemila uomini, sbaragliò
con grande uccisione i fiorentini ai
3 dicembre i43o, dopo tredici
mesi d'assedio. I lucchesi celebra-
rono poi con festa quel giorno
per loro faustissimo. Nel 1432
tornarono i fiorentini per tentare
un assalto, ma nel seguente anno
si pacificarono con Lucca restituen-
dole il tolto. Nel 1437 vedendo
i fiorentini privi di aiuto i lucche-
si , assoldando Francesco Sforza
occuparono Viareggio, Camaiore ed
altri luoghi ; quando il Visconti
accorrendo in soccorso di Lucca
mediante un esercito comandato da
Piccinino, e richiamando segreta-
mente al suo servigio lo Sforza, i
fiorentini convennero alla pace nel
i438, indi restituirono i luoghi
conquistati, meno Monte Carlo, e
la fortezza di Motrone. Godendo i
lucchesi stabile quiete, rivolsero le
LUC 53
loro cure a dar miglior ordine a*
gli affari interni per la conserva-
zione di un vivere libero, promul-
gando nel i446 nuova costituzione.
Tranne le insidie tentate da Ladis-
lao figlio di Paolo Guinigi, per
riacquistar la paterna signoria, Luc-
ca non ebbe più scontri pericolosi
alla sua tranquillità e governo fino
alla venuta di Carlo Vili re di
Francia inJ Toscana nel i^5. A-
vendo il re dato per denari ai
lucchesi la terra e rocca di Pietra-
santa, e aiutando essi i pisani con-
tro i fiorentini, si riaccesero 1' e»
stinte amarezze. Lucca avrebbe per-
duto la sua indipendenza, senza
l'aiuto di Massimiliano I, che
mediante lo sborso di novemila
fiorini d'oro, rilasciò ampio diplo-
ma a favore della lucchese libertà;
privilegio che nel i522 confermò
Carlo V. La caduta di Firenze
allarmò il popolo lucchese, e sic-
come i grandi abusavano del po-
tere per arricchire, il popolo nel-
l'aprile i53i si ribellò, gridando
morte al governo aristocratico ; si
impadronì di molti luoghi della
città, ma quando voleva ristabilire
il governo popolare gli anziani coi
senatori dissiparono gli ammutinati
con mille uomini armati nel con
tado di Camaiore, ove il senato e
resse poi una specie d'arco di trion
fo ad onore de' camaioresi.
Avendo 1' imperatore Carlo V
destinato partire per Algeri con
un esercito, pregò il Pontefice Pao-
lo III nel i54i di recarsi a Lue*
ca per trattare su questa spedizio-
ne, e del concilio generale che fu
il Tridentino. Ad onta della sua
vecchiaia, della stagione estiva e
contro il parere de'medici , Paolo
HI parti da Roma a' 27 agosto,
ed agli 8 settembre entrò in Lue-
54 LUC LUC
ca accompagnato da sedici cardi- la libertà de' popoli italiani: per
nali, da ventiquattro prelati, dagli ordine di Carlo V fu condotto a
ambasciatori del re de'romani, di Milano, e giustiziato. Nel i556 il
Francia, di Portogallo, di Firenze gonfaloniere Martino Bernardini fe-
e di Ferrara, dall'ammiraglio dei ce pubblicare una leg^e, che per
gerosolimitani con dieciotto cavalie- lui fu detta Martiu<<nui , nella
ri, da centocinquanta soldati a cavai- quale si ammettevano alle cariche
lo, e da duecento a piedi. Fu ricevu- del governo quelle famiglie che
to con ogni venerazione ed alloggiato allora le godevano, col diritto di
neir episcopio. Quattro giorni do- trasferirle alla loro discendenza,
pò, reduce dalla dieta di Ratisbona, tranne quelli nati da padre fore-
giunse in Lucca Carlo V, accolto stiere, e i figli di persone del
con molto splendore. Condotto al- contado, meno quelli che allora
la cattedrale ritrovò il Papa in a- erano impiegati. Perciò la repub-
Lito pontificale, calato dall'episco- blica di Lucca d' allora in poi di-
pio, e cesare gli baciò i piedi . venne di diritto quello che già
Sei congressi ebbero luogo tra il da molto tempo eia di fatto,
capo della Chiesa, e il capo del- cioè aristocratica : tuttavolta la quie-
l'impero, nell'appartamento abita- te si consolidò concentrandosi il
to da Paolo III. Sì parlò del con- potere in chi era più che altri
cilio per la cui celebrazione i ve- interessato alla pubblica felicità,
neziani non erano in grado di Lucca come paese libero e neu-
accordare Vicenza, e si stabilì che trale, nel i55g fu riconosciuto nel
si sarebbe aperto nell' anno se- trattato di pace tra la Francia e la
guente. Il Papa pregò caldamente Spagna, il cui re Filippo li au-
l'imperatore a pacificarsi colla Fran- mento la potenza di Cosimo I du-
cia, e procurò distoglierlo dalla ca di Firenze , colla cessione di
guerra d'Africa, ma inutilmente, e Siena e suo vasto territorio. Pio
di correggere quelle cose statuite IV nel i564 per d. Giulio Cesa-
nella dieta di Ratisbona, contrarie re Colonna inandò in dono alla
ai sacri canoni. Carlo V chiese al cattedrale, altri dicono al magistra-
Papa la sua benedizione , e parti to della città di Lutea, la rosa
per Algeri, e Paolo III si restituì d'oro da lui benedetta, cioè una ra-
in Roma. ma contenente più rose d'oro con
Neil' anno seguente , per le molte foglie. La rosa d'oro fu ri-
mene di Pietro Fatinelli , Lue- posta nel palazzo della signoria, fu
ca fu in procinto di perdere la ricevuta con gran solennità, l'ab-
libertà ; imprigionato 1' ambizioso legato portatore della medesima
Pietro, e decapitato, la congiura ebbe in dono seicento scudi d'oro,
svanì. In questo tempo s'introdus- fu aggregalo alla nobiltà lucchese,
se in Lucca 1' empia eresia di Lu- e tenuto a pranzo dai magistrati
tero, per cui si procedette contro i nel giorno della cerimonia. Tutto
settatori col massimo rigore. Nel descrive il Cartari, a p. 108 della
i546 insorse un altro Cola di Rosa d'oro pontificia.
Rienzo, in Francesco Burlamacchi Tranquillo il governo al di fuori
di cospicua famiglia lucchese, che e in casa, potè occuparsi de' lavori
niente meno agognò di rivendicare di pubblica utilità, fra' quali nomi-
LUC
neremo un fosso navigabile per
mettere in comnuicazione Lucca
coli' Ozzeri e il lago di Sesto, don-
de poi per l'emissario della Seres-
sa sboccare nell'Arno, navigando
verso Firenze o Pisa. Tante spese
depauperarono l'erario, per cui il
governo potè dare a Massimiliano
li soli quindicimila scudi dei ses-
santamila che domandò per la guer-
ra contro il turco. In tutto il re-
stante del secolo XVI i lucchesi
ebbero calma interna, e pace al
di fuori. Per turbare quest'ultima
cominciarono nel 1607 a risuscita-
re antichi dissapori tra i reggitori
della repubblica e il duca di Mo-
dena, sulla Garfagnana ; però la
guerra fu sospesa per ordine del-
l'imperatore, e giudicata la causa in
Milano, fu risoluta in favore di
Modena. Posate le armi, il go-
verno lucchese si occupò a re-
stringere la borsa degli eleggibili al-
le pubbliche cariche, in quelli soli
ch'erano in possesso di tal prero-
gativa all'epoca della legge Marti*
niana. Quindi è che in ordine alla
stessa provvisione, nel libro d'oro
furono registrati i nomi e le armi
di tutti coloro, cui sino a quel
giorno si apparteneva tale diritto, cioè
duecentoveutiquattro famiglie. Così
le antiche famiglie vollero perpetuare
tra loro il comando, ad esempio delle
repubbliche genovese e veneta. La
repubblica soleva spedire oratori in
Roma al nuovo Papa. Il Cancel-
lieri nella Storia de* possessi p. 196,
dice che il diarista Gigli registrò,
che ai 2 maggio 1621, in dome-
nica, fecero l'entrata tre ambascia-
tori di Lucca con bella cavalcata,
ed ai 4 detto i medesimi amba-
sciatori di Lucca fecero l'altra ca-
valcata, e andarono al concistoro
pubblico a rendere obbedienza al
LUC 55
Pontefice Gregorio XV. Nel i63i
e nel 1648 la peste infierì in Luc-
ca e nel contado, ed il magistra-
to fece quanto suol praticarsi in
simili sventure ; esso però sempre
si mostrò severo contro i macchi-
natori del governo, che sino al
1700 visse quieto. Lievi cagioni
d'inconsiderata violenza e di par-
ziali ingiurie recarono ai senatori
di Lucca nel 1700 un qualche im-
barazzo per parte di Cosimo III
granduca di Toscana, e sedici anni
dopo per conto del duca di Massa e
Carrara. Clemente XI nel 171 3
rimproverò severamente con apo-
stolico breve il gonfaloniere e gli
anziani della repubblica, per aver
pubblicato un decreto apertamente
contrario ai sacri canoni, alla eccle-
siastica giurisdizione , e principal-
mente all' autorità della sacra ro-
mana inquisizione. Impose loro che
religiosamente eseguissero quanto per
lo slato lucchese era stato pre-
scritto da Paolo V col breve de'i2
ottobre 1606, e fino allora dal-
l'uso costante osservato, non tra-
lasciando frattanto di provvedere
cristianamente alle loro coscienze.
Diede pur motivo di qualche ama-
rezza fra il senato lucchese e la
santa Sede V inchiesta stata dal
primo avanzala per avere il diritto
di presentare al Papa una terna
di tre soggetti idonei ad ogni va-
canza della sede vescovile di Lucca;
inchiesta che finalmente nel 1754
dal Pontefice Benedetto XIV fu
secondata. Clemente XIII con suo
breve apostolico accordò alla na-
zione lucchese un posto nel rispet-
tabile ed antichissimo collegio de-
gli avvocati concistoriali , e pel
primo ne fu investito Prospero
Lorenzo Bottini patrizio lucchese,
poi cardinale. Il breve Devolionìs
56 LUC LUC
vJLabsequii erga, de'28 luglio 1764, dai francesi in Italia cambiarono
m Ugge nel t. Ili, p. 5 Bull. Roni. affatto le sorti della penisola, sic-
Co riti tuta ti o. che i padri coscritti di Lucca inu-
Nel 1764 fu dal governo de- tilmente con l'ambascerie e con
creta to che niuno potesse alle cor- l'oro procurarono di guadagnar la
porazioni morali donare o testare protezione del direttorio di Fran-
ùn valsente superiore alla ventesi- eia, di acquistare la benevolenza
ma parte del suo patrimonio, né del loro generalissimo in Italia, e
mai una somma maggiore di scu- di blandire le fervidissime neonate
di duecento. Tale legge fu emanata repubbliche Cispadana e Traspa-
dal vedere la classe degli ecclesia- dana. L'occupazione di Lucca, dai
stici a sovrabbondanza provvista francesi da lungo tempo medi-
di beni, i quali si calcolò che tata , ebbe finalmente il suo effet-
superassero il valore di nove mi- to. nef primi giorni dell'anno 1799,
lioni di scudi, goduti da circa i5oo quando vi entrò con una parte
individui de'due sessi; lo che ve- della sua divisione il generale Ser-
niva a equiparare circa la metà rurier, quello medesimo che aveva
del patrimonio de' privati di tutto maltrattato Venezia. Spietate requi-
lo stato, il quale fu calcolato esse- sizioni di vettovaglie, di pecunia
re di venti milioni di scudi, in e di vestiario, accompagnate da
una popolazione di circa 140,000 minacce tenibili, spaventarono ed
abitanti. Intanto un tarlo a poco avvilirono i lucchesi d'ogni celo. I
a poco rodeva nelle famiglie sena- senatori nella speranza di poter
torie il sistema aristocratico. Le continuare a dirigere il timone dei-
case ascritte al libro d'oro nel la repubblica tutto sopportarono
1 787 si trovarono ridotte ad ot- anzi deliberarono di fare ritorno
tantotto, e perciò il governo con- all'antica costituzione democratica,
vertito in oligarchia. In detto an- cos'annullare la legge Martiniana
no si decretò che non meno di del i556 e le riforme posteriori,
novanta dovessero essere gli sti- Essendo le elezioni de'nuovi magi-
piti di famiglie nobili originarie, strati cadute sopra persone meri-
e dieci quelle delle famiglie dal tevoli della fiducia del comune, i
Senato ascritte alla nobiltà, con fa- fautori de'francesi se ne gravarono,
colta di crearne di queste ultime scongiurando il generale a prov-
a proporzione che si fossero estin- vedere alla causa loro, ch'era pur
te le prime. Quanto alla politica quella della Francia; e Serrurier
esterna dei reggitori di Lucca, fu vi provvide all'orientale. A' 4 feb-
quella de' feudatari , cioè sempre braio 1799 mi'ono invitati da lui
Jigii al supremo dominatore del- a palazzo tanto quelli destinati da
l'Italia; quindi all'elezione di ogni lui a prender le redini del nuovo
imperatore se ne domandava la^ governo, che i senatori e gonfalo-
benevolenza, e |a conferma de'pri- niere della vecchia repubblica. In-
vilegj di Carlo IV, qualificandosi i di Serrurier dichiarò in nome del
signori della repubblica, sino a generale in capo dell'esercito d'Ita-
Francesco II, come vicari dell'ini- lia al vecchio senato, che d' allora
pero. Filialmente sulla fine del se- in poi restava abolita fra i lucche-
cojo XVJIÌ, le vittorie riportate si la nobiltà, e ogni sorte di ca-
LUC
ste privilegiate. Nel tempo stesso
soggiunse, aver scelto da ogni clas-
se de' cittadini quelli destinati a
governare in un modo provvisorio
la repubblica di Lucca, e di ave-
re in quella scelta creato uomini
virtuosi, che fossero per appagare
il voto di tutti i buoni. Così finì
dopo 243 anni il governo aristo-
cratico di Lucca.
La costituzione data da Serru-
rier ai lucchesi, fu la stessa della
repubblica ligure. La parte orga-
nica riducevasi a un potere legis-
lativo diviso in due consigli, oltre
un potere esecutivo quinquevirale
che si nominò direttorio, assistito
da cinque ministri di stato. I
nuovi rappresentanti della repub-
blica di Lucca erano diretti dal
comandante francese, e maneggiati
dai pretesi rigeneratori, con oppres-
sione de'nobili, degli ecclesiastici e
de'cittadini, onde ben presto i fran-
cesi vennero odiati dall' universale.
Essendo gli animi mal disposti, e
molto più quei del contado , si
ammulinarono al primo successo
ottenuto dagli alleati in Lombar-
dia, più ancora dopo le tre giornate
della Trebbia, 17, 18, 19 giugno,
contro Macdonaid battagliate. Le
falangi tedesche furono accolte in
Lucca con entusiasmo, ma esiget-
tero le armi da fuoco dell'arsenale,
e i bellissimi cannoni di bronzo,
che in numero di 120 guarnivano
gli undici bastioni sulle mura del-
la città. Non andò guari che i
tripudi si convertirono in lagnan-
ze, pegli ordinamenti de'nuovi pa-
droni. Ben presto le sorti di Luc-
ca e dell' intiera Italia tornarono
in favore de'francesi, dopo che Bo-
ua parte, speuto il direttorio, qual
fulmine calò in Italia , ed a' 1 4
giugno 1800 riacquistò a Mareu,-
LUC 07
go quanto i generali suoi prede-
cessori avevano perduto in un an-
no; quindi mutazioni di reggi-
mento ed imperiose contribuzio-
ni gravitarono su Lucca dopo il
ritorno de'francesi. Nel 1801 piac-
que a Napoleone di ridonare a
Lucca una specie di esistenza po-
litica, mediante un governo repub-
blicano temperato, eh' entrò in at-
tività nel primo del 1802; ma
nel maggio i8o5, epoca in cui
l' imperatore Napoleone s'incoronò
re d' Italia, i lucchesi furono in-
dotti a redigere una costituzione
semi-liberale, e a' 12 giugno rice-
vere per capo sua altezza serenis-
sima Felice Baciocchi principe di
Piombino, sposo di Elisa sorella
favorita di Napoleone, giacche i
lucchesi stessi con accorgimento a-
veano domandato all' imperatore
de'francesi di affidare il loro go-
verno ad uno de' principi della
sua prosapia. Fu allora redatto un
nuovo statuto organico, nel quale
si esentarono i lucchesi dalla co-
scrizione militare francese; ma la
più vecchia delle repubbliche to-
scane sparì. Il ducato di Massa e
Carrara dichiarato feudo imperiale,
fu riunito per l'amministrazione go-
vernativa colla Garfagnana, eccet-
to Barga, al principato di Lucca.
Dopo il quale accrescimento si or-
dinò ai principi di Lucca di porre
iu vigore in tutto il loro dominio
il codice di Napoleone , e di far
valere il concordato per gli affari
ecclesiastici fatto per la Francia al
principato di Piombino, e pel ducato
di Lucca quello fatto e sottoscritto
tra la santa Sede ed il regno italico,
lo che non riuscì discaro ai lucche-
si, massimamente ai corpi religiosi
dell' uno e dell'alilo sesso. Inoltre
il principe di Piombino e di Lucca
58 LUC
intimò all'arcivescovo che cessavano
atfatto le attribuzioni del tribunale
ecclesiastico, rimaner dovendo la
giurisdizione ecclesiastica soggetta
alla politica, e dopo altre innovazio-
ni si chiamò a dare il giuramento
prescritto dal concordato. L'arcive-
scovo di Locca monsig. Sardi, pri-
ma di obbedire a queste intimazioni,
si rivolse al capo della Chiesa per
riceverne le necessarie istruzioni .
Pio VII credette espediente diri-
gere al principe di Lucca e Piombi-
no e degli ex feudi della Luui-
giana una lettera paterna e fami-
liare ai 9 maggio 1806, colla
quale lo ammonì dell' irregolarità
dei decreti che avea emanalo ai
4 e 12 aprile, mostrandogli ad
evidenza, che l'applicazione de'due
concordati non poteva aver luogo
né per 1' uno né per V altro dei
due principati , poiché que' due
concordati erano stati conchiusi
all'oggetto di riparare i mali pro-
dotti in quelle regioni dalla cala-
mità de' tempi , e di riordinare le
rose con uno stabile sistema, e
che quindi ogni ragione voleva
che nulla s'innovasse là dove que-
sti mali e disordini non erano ac-
caduti. Napoleone per questa lette-
ra mostrò un fiero risentimento, a
mezzo di una nota di Talleyrand,
pretendendo che a lui doveva man-
darsi la lettera. Non si contavano
allora in Lucca meno di 32 con-
venti, i5 d'uomini e 1 7 di don-
ne; quindi ad eccezione di sette,
spettanti ad ordini mendicanti, gli
altri pili o meno possedevano va-
sti patrimoni. Aggiungansi i beni di
vari capitoli, seminari, confraterni-
te e benefizi, egualmente soppres-
si e indemaniati, il dominio di
Lucca accora u lo un patrimonio di
sopra venti milioni di franchi. Con
LUC
questa vistosissima risorsa potè il
nuovo governo farsi onore senza
imporre contribuzioni, e la princi-
pessa Elisa potè fare molti van-
taggi allo stato, a diversi stabili-
menti, alle arti, alle scienze, all'in-
dustria nazionale, all'abbellimento
«Iella capitale ed altri luoghi, alle
pubbliche strade, all'agricoltura, al
genio naturalmente industrioso dei
lucchesi; finalmente coli' idea di
provvedere Lucca di acqua potabile,
fu dato principio alla grandiosa fab-
brica degli acquedotti, oltre una più
pronta amministrazione della giu-
stizia. Tutte queste ed altre cose
faceva Felice Baciocchi sovrano di
nome, ed Elisa Bonaparte di fatto
e di suo arbitrio, e senza consul-
tare il senato lucchese, come la co»
stituzione prescriveva.
Dopo trentaquattro mesi di sta-
bile dimora nel principato, in vir-
tù di un decreto di Napoleone
del 3 marzo 1809, Elisa recossi a
Firenze col titolo di granduchessa
governatrice di Toscana. Imperoc-
ché il regno d'Etruria, cominciato
il 12 agosto 1801 , essendo finito
col io dicembre 1807, fu per vo-
lere di Napoleone levata di là
Maria Luisa regina reggente quel
regno pel tenero figlio infante don
Carlo Lodovico di Borbone, e to-
sto la Toscana dichiarata provincia
dell' impero francese. Quantunque
però i principi Baciocchi dall'aprile
dell' anno 1809 m Pm risiedessero
in Firenze, Elisa non rinunziò to-
talmente al suo prediletto soggior-
no di Lucca, dove gli pareva di
essere in mezzo alla sua famiglia ;
attribuendosi tutti i miglioramen-
ti al grande impulso da essa dato,
non che alla docile indole del po-
polo lucchese. Dopo la terribile
campagna di Mosca, il mondo par-
LUC
ve desiarsi per avventarsi cernirò
Napoleone che lo voleva tutto per
sé, e ne crollò il grande edilìzio.
Mentre pericolava in Lombardia
la sorte del reguo italico, si atfae-
ciarono davanti alle spiagge di
Viareggio a* 9 dicembre 181 3 le
navi inglesi, per eseguirvi lo sbar-
co di una fazione di armati, quali
liberatori dell'indipendenza italiana.
La popolazione non curò le loro
parole, ed essi tornarono alle navi.
Dopo poche settimane, il re Gioac-
chino Murat, di recente alleato col-
l'Austria, inviò una divisione na-
poletana per cacciarne Elisa sua
cognata, la quale dovè abbandonare
anche la sua Lucca prima del 14
marzo 1 8 1 4- In questo giorno vi
entrarono i napoletani, che a' 5
maggio furono rimpiazzati dai te-
deschi , che tennero Lucca da pa-
droni, finche Maria Luisa di Bor-
bone già regina d'Etruria, non di-
chiarò di accettare per sé e per
l' infante don Carlo Lodovico suo
figlio, Lucca con l'antico suo ter-
ritorio sotto il titolo di ducato.
Quindi in conformità degli arti-
coli segreti deliberati col trattato
di Vienna del 9 giugno 181 5,
si stabilì di tener fermo di sub-
entrare nell'avito ducato di Par-
ma (Vedi), quando fosse vacato
per morte o per altra destinazio-
ne dell'ex imperatrice di Francia,
Maria Luisa d' Austria. Verificato
che sarà un tal caso, il ducato
di Lucca, salvo alcuni distretti di-
staccati, a tenore dello stesso trat-
tato dev'essere incorporato al gran-
ducato di Toscana, e i delti di-
stretti si aggiungeranno al ducato
di Modena. Maria Luisa di Bor-
bone con l'infante suo figlio ed e-
rede, entrò in Lucca il giorno 7
dicembre 1817. Le prime cure di
LUC 59
quella saggia e pia sovrana furono
dirette alla ripristinazione de' con-
venti, monasteri e compagnie sop-
presse; fu pagato ai corpi morali
l' usufrutto de' beni ecclesiastici in-
venduti, il cui valore ascendeva al
valore di circa undici milioni di
lire lucchesi, abolendosi la legge
sulle mani morte. Si fecero quelle
altre opere , di cui superiormente
facemmo menzione, dappoiché sot-
to il governo di Maria Luisa se
ne fecero molte a pubblica utilità,
proseguendosi la dispendiosissima
fabbrica degli acquedotti sopra un
piano più grandioso. Nel 1820 eb-
be in comincia mento l' orto bota-
nico; fu terminato il regio tea-
tro del Giglio ; fu rimodernata,
nobilitala, ingrandita e resa più
bella e più ornata la reggia di
Lucca ; fu comprato un palazzo
pel liceo, e dalla sovrana dotato
e corredato di macchine , e fu e-
retto un osservatorio astronomico a
Madia.
il duca ed infante don Carlo
Lodovico di Borbone, succeduto nel
1824 nel trono di Lucca, ha pro-
curato quieto vivere al paese, e
migliorato d'ogni maniera il mate-
riale della città. Uno de' provvedi-
menti diretti a quest'ultimo scopo,
fu il moto-proprio del 19 aprile
1828, col quale venne ordinato,
che tutti gli edifizi pubblici e pri-
vati della città di Lucca dentro
l'anno i83o fossero intonacati, e da-
to ad essi di tinta o di bianco, e che
questa ultima operazione ogni de-
cennio si rinnovasse, oltre altre ec-
cellenti disposi/ioni sulla polizia del-
la città, e circa al murare all'e-
sterno. Inoltre fu creata un'appo-
sita commissione, nominata degli
edili, affinché vigilasse sulle fabbri-
che pubbliche e privale; allo zelo
fio LUC
biella quale devesi il vantaggio di
aver restituito a molti vetusti edi-
lìzi sacri la loro antica fìsonomia ,
sia col far togliere l' intonaco so-
vrapposto alle interne pareti di mar-
ino, sia coll'aver ordinato la pristi-
na sua forma all'antico anfiteatro.
11 duca regnante per fomentare nel
mio dominio l' industria, le arti e
le scienze, e promoverne l'emula-
zione ne' suoi sudditi, come la fe-
deltà e la disciplina ne' suoi sol-
dati, nel 1 833 fondò l'ordine eque-
stre di s. Giorgio (Vedi)j quindi
per dare una decorazione e cospi-
rilo segno d'onoranza a quelli che
avessero reso ragguardevoli servigi
allo stato ed alla sua real perso-
na, o che si distinguessero per va-
lore e preeminenza nelle scienze ,
lettere ed arti, ed avessero un titolo
alla speciale sua considerazione, nel
i 836 istituì l'ordine cavalleresco
di x. Lodovico [Fedi). Il lodato
sovrano nel 1820 sposò la regnan-
te duchessa di Lucca Maria Tere-
sa, figlia del re di Sardegna Vit-
torio Emmanuele, che nel 1823 die
alla luce il principe Ferdinando
Carlo che nel 1 8^5 ha sposato la
principessa Luisa Maria, figlia di
Carlo duca di Berry. Sulla storia
di Lucca e suo stato si possono
consultare : Machiavelli , Somma-
rio delle cose lucchesij Cianelli ,
Memorie lucchesij Mazzarosa, Sto-
ria di Lucca, e Guida del fore-
stiere per la città e contado di
Lucca; Berlini, Memorie lucchesij
Barsocchini, Memorie lucchesi; Re-
petti, Dizionario geografico fisico
storico della Toscana, ducalo di
Lucca, Garfagnana, ec. ; e le Me-
morie per servire alla storia del
ducato di Lucca, che vanno pub-
blicando i deputali dell' accademia
Jqcchese. Palla tipografia di Fran-
LUC
cesco Baroni nel 1829 si comin-
ciò a pubblicare l'interessante gior-
nale letterario intitolato: Pragma-
logia cattolica. Una seconda serie
incominciò a stamparsi nel i838.
Il ducato di Lucca o il Lucche-
se, regione dell'Italia centrale, si
distingue in due parti, una unita,
l'altra disunita, perchè dalla prima
affatto isolata. Sono in tutto un-
dici comunità, suddivise in i5i se-
zioni, ossiano parrocchie. Fra i ca-
poluoghi delle undici comunità si
coniano tre città, Lucca, Viareg-
gio, Camaiore: le altre hanno per
residenza delle terre , dei castelli ,
o dei villaggi. Nel territorio unito
del ducato lucchese trovasi la sua
capitale con nove comunità. Esso
è circondato quasi da ogni lato dal
granducato di Toscana, meno che
da settentrione e da ponente. Dal-
la parte di tramontana ha a con-
fine la Garfagnana granducale ed
estense, e dal Iato di ponente ter-
mina col lido del mare Tosco per
il tragitto di dieci miglia. In quan-
to al territorio disunito lucchese,
esso è attualmente ridotto a due
vicarie e comunità, Minucciano e
Monlignoso, situate sopra due fian-
chi opposti dell'Alpe Apuana. Mi-
nucciano è nel lato di settentrione,
e Montignoso dalla parte di mez-
zogiorno ; la prima di esse fra la
Garfagnana estense e la Lunigia-
na granducale, la seconda fra il
ducato di Massa e il vicariato gran-
ducale di Pietrasanta. L' Apennino
toscano, dal lato di grecale serve
di confine al territorio unito luc-
chese, mentre a levante viene chiu-
so dalle diramazioni che dall'Apen-
nino medesimo si avvallano fra le
fiumane delle due Pescie sino al-
TAltopascio. Costà il territorio luc-
chese attraversa da greco a libec-
LUC
ciò il lago di Bientina o di Sesto;
quindi volgendosi a ostro serve al
pisano e al lucchese di confine la
cresta dentellata del Monte Pisano
sino alla ripa del Serchio ; alla de-
stra del quale inoltrasi per la pa-
lustre pianura di Massa ciucco li , e
nella direzione da levante a ponen-
te attraversa il lago omonimo, per
quindi arrivare alla spiaggia del
mare. Di costà andando verso mae-
stro, percorre il littorale fino a Mo-
trone, finché voltando direzione
verso settentrione grecale fra Pie-
trasanta e Camaiore sale per uno
sprone meridionale dell'Alpe Apua-
na, e varcando il giogo ritorna
nella valle del Serchio lungo il
torrente di Torrita-Cava. Passa in
mezzo al territorio unito del du-
cato di Lucca il fiume Serchio; la
porzione più settentrionale è ba-
gnata dall'ultimo tronco della Li-
ma, e da quelli della Petrosciana
e della Torri ta Cava, tre fiumane,
una a sinistra e le altre due a
destra del Serchio, le quali tutte
si versano nel nominato fiume sul-
l' ingresso della Garfagnana. Stante
la variata situazione ed elevatezza
del suolo che cuopre il territorio
lucchese, il suo clima al pari dei
suoi prodotti mostrasi varia tissiino.
Fra le produzioni naturali sono ce-
lebri per l'Europa, non che in Ita-
lia, le acque termali di Corsena,
note sotto il nome generico di Ba-
gni di Lucca; mentre il paese ab-
bonda di marmi e di macigni. Si
trovano rocce di diaspro nel Mon-
te Fegatese, e a Gallo sotto il Mon-
te di Pescaglia. In quanto all' in-
dustria agraria lucchese , tipo e
modello di tutti i paesi, essa può
dividersi in tre porzioni , secondo
la qualità del suolo, la posizione
ed elevazione rispettiva del paese.
LUC 6t
11 territorio lucchese in riguardo
alla sua estensione è uno de' più
popolati che contino gli stati d'Eu-
ropa, e si fa ascendere il numero
degli abitanti a circa 170,000, com-
presi quelli che in molta parte del-
l'anno vivono lungi dalla patria o
per lavorare in altri paesi, anche
lontani, o per vendere figurine di
gesso e di stucco. Osserva il eh.
marchese Mazzarosa, Guida di Luc-
ca pag. 41» che la estensione del
ducato è di miglia quadrate 328,
cioè sopra ogni miglio quadrato vi
sono 5*26 abitanti, e sopra ogni le-
ga quadrata se ne hanno 47^4 >
numero forse maggiore di ogni al-
tro stato in ragione della superfi-
cie. Il sovrano del ducato di Luc-
ca è investito dei poteri esecutivo
e legislativo in tutta la loro am-
piezza, ed il senato più non sussi-
ste. Vi è un solo ministro segreta-
rio di stato per gli affari esteri, ed
incaricato ancora dell' interno. Da
quattro consiglieri dipendono i di-
partimenti della giustizia, finanze,
buon governo , forza armata e
pubblica istruzione. La religione
cattolica è la dominante , ed evvi
un solo arcivescovato. Il duca re-
gnante tiene in Roma presso la
santa Sede un ministro plenipoten-
ziario. Ora passeremo a dare un
cenno della città di Viareggio, co-
me luogo principale del ducato, e
come unico porto del medesimo ;
della città di Camaiore ; di Bagno
o sia de' famosi bagni di Lucca ;
e di Marlia villa reale; quindi par-
leremo della sede ed arcidiocesi di
Lucca , e per ultimo della chiesa
ed ospedale che hanno in Roma i
lucchesi.
Viareggio , Via Regia . Città
moderna e ognor crescente, nella
valle inferiore del Serchio, presso
6i LU C
la riva del mare con Porto Cana-
le, n I tua I mente con due chiese par-
rocchiali, s. Antonio e s. Andrea.
capoluogo di comunità e di giu-
risdizione, nell'ai'cidincesi e ducato
di Lucca. Risiede tra Pietrasanta
e la foce del Serchio, tredici mi-
glia a ponente da Lucca. Questa
città tagliata a guisa di paralello-
gramina ha strade larghe e dritte,
con regolari edifizi. Il suo nome
deriva dalla Fia Regia che nel
medio evo fu tracciata lungo il lit-
torale passando da Viareggio. Gli
apparteneva la vastissima tenuta di
Migliarino, che un dì faceva parte
ed era compresa nella Selva regia,
la quale con tutte le altre macchie
che incontra vansi lungo il littorale
toscano apparteneva alla corte regia
ossia alla corona d'Italia, da cui pre-
se il titolo di regia. Nel secolo XII
già Viareggio era un luogo di con-
siderazione, col nome di castello, e
fu preso dai pisani; ma nel 1172
i lucchesi fugarono gli occupatoli
e distrussero il castello. Vuoisi che
nel 1221 Federico II con diploma
lo dasse in feudo a messer Pagano
di Baldovino di Lucca col suo di-
stretto, e che restasse in quella fa-
miglia sino al i2<S3, epoca in cui
il comune di Lucca col favore del
conte Ugolino della Gherardesca ,
allora signore di Pisa, potè riacqui-
starlo. Verso il secolo XIV fu edi-
ficata la forte torre che serve di
bagno carcerario ai condannati di
Lucca, diversa però da quella fab-
bricata sino dal 1 171 presso la fo-
ce del Serchio. Fu oggetto fre-
quente di contrasto tra i genovesi,
i lucchesi ed i fiorentini, che il tol-
sero vicendevolmente ai primi 'do-
minatori pisani, Castruccio la unì
stabilmente ai suoi dominii , e vi
formò la bella strada che da Luc-
LUC
ca vi conduce. Quell'eroe avea con-
cepito il disegno di fabbricare un
ampio porto, e la forre di Molro-
ne un poco al nord-ovest di Via-
reggio indica il sito ove doveasi
il vasto progetto mandare ad ese-
cuzione. In Viareggio si gode este-
sa veduta del mare, la spiaggia
essendo inclinatissitna e aperta per
lutto intorno. Ai vascelli di alto
bordo non solo è impedito V in-
gresso nel suo Porto Canale, oli
non ponno dar fondo in quei pa-
raggi. Solamente i legni a vela la-
tina trovano costà un buon suolo
per gettarvi l'ancora, ed anche in-
ternarsi nella città per mezzo del
suo Canale corrispondente colla Fos-
sa Burlamacca ed altre fosse emis-
sarie del lago di Massari uccoli , o
che raccolgono gli scoli di quella
pianura. Lo che per altro basta
pel vantaggio della pesca, che suole
essere ricca assai, e per il comodo
del commercio. L'aria attualmente
è cotanto sana in tutte le stagioni
dell'anno, e così temperata nell'in-
verno, che molte deile principali
famiglie lucchesi vi possiedono pa-
lazzoni e casini, mentre nell'estate
vi accorrono anche dall'estero per-
sonaggi per far uso de' suoi bagni
di mare. Quando il paese non con-
tava che poche capanne, vi fu eret-
to un convento francescano con
chiesa annessa sotto l'invocazione
di s. Antonio, quindi vi passarono
i riformati, fu dichiarata cura la
chiesa, sulTraganea della pieve d' 11-
lice. Considerando il duca regnan-
te il notabile aumento della popo-
lazione, la cui comunità ascende a
circa 12,000, nel 1839 decretò
l' erezione di una seconda chiesa
parrocchiale, e quando fu dal Papa
Gregorio XVI emanato l' analogo
breve a 21 luglio 1840, fu fab-
LUC
bricalo presso la spiaggia un tem-
pio a tre navate ed un convento
contiguo di servi di Maria, essen-
do la chiesa intitolata a s. Andrea
apostolo, a croce latina , e adorna
di statue nella facciata. Ninno fra
i territorii commutativi della To-
scana forse offre tanta messe allo
studioso delle scienze fisiche e idro-
statiche, quante ne fornisce la comu-
nità di Viareggio nella sua pianu-
ra. In Viareggio risiede un gover-
natore, un comandante militale,
un giusdicente civile e criminale ,
ed una dogana principale per lo
scalo del Porto e la via del litto-
rale. La conservazione delle ipote-
che, la direzione delle acque e stra-
de, ed il tribunale di seconda istanza
sono in Lucca.
Camaiore dì Versilia. Città nella
marina lucchese, con in>igne colle-
giata di s. Maria Assunta, capoluo-
go di comunità e di un giusdicen-
te. Giace nella pianura presso la
base meridionale dell'Alpe Apuana,
che diramasi dai monti Gabbali
e Pruno, alla confluenza dei tor-
renti Lombricese e di Nocchi, dove
questi prendono il nome di Ca-
maiore. E di forma rettangolare ,
circondata da tonile mura ca-
stellane e da antifossi, con stra-
de regolari ben lastricate. La me-
moria più antica di Camaiore co-
mincia a conoscersi dopo la metà
del secolo Vili, pel monastero che
presso vi esisteva, poi abbazia dei
benedettini, di s. Pietro di Cama-
iore. Prese Camaiore forma di re-
golare borgata nel 1255, mentre
era podestà di Lucca Guiscardo
Pietrasanta, e nel 1271 vi alber-
garono i figli di Carlo I d'Angiò.
Sottomessi dal comune di Lucca i
nobili della valle di Camaiore , il
borgo crebbe di popolazione e di
LUC 63
fabbricato, onde nel i3y4 fu chilo
delle menzionate mura e toni. Nel
1429 i fiorentini l'occuparono con
tutta la valle sino al mare: nel
i43o soffrì altri disastri dall'eser-
cito del Piccinino. Nel i436 e 14^7
presa e ritolta ora dai milanesi ,
ora dai fiorentini, questi ultimi per
accordo nel i442 riconsegnarono
ai lucchesi il castello di Camaiore,
con tutti quelli della sua vicaria,
dalla quale dipendeva Viareggio
con tutto il suo littorale. Per avere
i camaioresi liberato gli anziani di
Lucca assediati nel palazzo pubblico,
la repubblica fece innalzare in Cama-
iore un arco trionfale, in benemerenza
di tanta fedeltà. Restata Camaiore
costantemente sotto il dominio della
sua capitale, ne segui sempre i de-
stini. Per la industria dei coltiva-
tori, il territorio rende un prodot-
to superiore alia qualità del ter-
reno. La chiesa principale è am-
pia, a tre navate, ornata di cupo-
la, con spaziosa tribuna; antica-
mente fu dipendente dalla pieve
di s. Giovanni Battista posta nel
sobborgo, col grado di prioria : fu
edificata nel 1278 ed eretta in col-
legiata da Leone X nel i5i5, che
Pio VI aumentò sino al numero
di quattordici canonici , otto cap-
pellani, e la dignità del priore col-
l'uso de' pontificali. Le rozze scol-
ture del fonte battesimale, eseguite
nel 1387, sono osservabili. Il qua-
dro dell'altare maggiore è buona
pittura di Brandimarte; la ss. An-
nunziata nella cappella del Rosario
è lavoro del valente Stefano To-
fanelli lucchese. Nel 1260 non esi-
steva dentro Camaiore che la par-
rocchia di s. Michele, ora pubbli-
co oratorio. Dall' antica pieve di
Camaiore nel secolo XIII dipen-
devano diecisette chiese: dipendono
64 LUC
attualmente dalla collegiata quat-
tordici chiese succursali. Nel sob-
borgo occidentale di Camaiorc, do-
ve fu l'ospedale di san Lazzaro^
esiste un convento di francescani
riformali con chiesa dedicata alla
ss. Concezione. Cauiaiore ha un
teatro, due pubbliche scuole ele-
mentari, un magistrato coni unita-
ti vo ed un podestà. Camaiore fu
patria di vari uomini distinti in
dottrina, fra i quali lo storico Ni-
colao Donati benedettino nel mo-
nastero di s. Eugenio presso Siena,
che fiorì nel secolo XVI. Poco di-
stante da questa città esiste un
luogo deliziosissimo detto le Piano-
re, ove in mezzo alle feraci colli-
ne, tutte ricoperte di alberi d' oli-
vo, sorge la villa di delizia , che
insieme a non piccola quantità di
terreni acquistò la duchessa regnan-
te di Lucca , che vi suole passare
la maggior parte dell' anno.
Bagno o Bagni di Lucca , Bal-
nea Corsenae et Villae. Comune
in Val di Lima, due a tre miglia
lungi dalla confluenza di questo
fiume nel Serchio, capoluogo di co-
munità nel piviere di Controne ,
giurisdizione, e quattro miglia a
greco dal Borgo a Mozzano, dio-
cesi e ducato di Lucca, eh' è i4
o i5 miglia a grecale. I contorni
de' Bagni di Lucca possono anno-
verarsi fra le più seducenti pro-
spettive del bel cielo d' Italia, che
in molte vallate s'incontrano pure
della bellissima Toscana. Alla fa-
vorevole situazione de' Bagni di
Lucca, in un'aria elastica e pura,
accrescono pregio le eleganti fab-
briche ivi sparse, la diligente cul-
tura che a guisa d' un anfiteatro
si mostra nelle adiacenti colline,
la caduta delle acque che scendo-
no dai torrenti nella Lima , e la
LUC
fama delle efficacissime terme, di
cui il luogo dalla natura fu arric-
chito. Sono tre o quattro villaggi
uno prossimo all'altro, tutti va^in,
tutti comodi, tutti pregevoli e ac-
creditati per qualche scaturigine
minerale . All' insieme di .queste
ville e sorgenti termali è stato da-
to il nome generico di Bagno, nel
modo stesso che sotto un egual ti-
tolo fu compresa tutta la comuni-
tà già conosciuta nella storia della
repubblica di Lucca come vicaria
di vai di Lima. Il primo a incon-
trarsi, partendo da Lucca, è il
villaggio del Ponte a Serraglio ,
borgo situato in parte alla sinistra
del fiume Lima, e porzione alla sua
destra, sulle due testate di un bel
po+He di materiale da cui ebbe
nome. Questo borgo deve la sua
maggior fortuna a una nuova fon-
te termale usata nel secolo XVI
da un pistoiese per nome Berna-
bò; il quale essendo attaccato da
pertinace malattia cutanea, dopo
aver sperimentato senza profitto
gli altri bagni , risanò coli' usare
per immersione la sorgente vicina
del Ponte a Serraglio, dove fu poi
costrutto il bagno denominato tut-
tora di Bernabò. A brevissima di-
stanza da queste terme sono altri
due stabilimenti , cioè le Docce
basse, e i Bagni caldi. Quelli detti
alla Villa si trovano un mezzo
miglio discosti sulle falde orientali
della stessa collina. La più antica
terma, quella che diede il nome
ai bagni di Lucca, è il Bagno
caldo, più nolo col nome di Cor-
sena, dalla chiesa e villaggio omo-
nimo. Cominciò la celebrità di que-
sto bagno sino dal secolo XII, ed
è opinione che la contessa Matilde
costruisse sul Serchio , presso al
borgo, il ponte chiamato della Mad-
LUC
dalena, onde agevolare agli abitanti
della Garfagnana il viaggio di Luc-
ca, e l'accesso ai bagni ; coniechè
sia più sicuro fatto, che lo stesso
ponte fosse innalzato per ordine di
Castruccio, siccome due altri furo-
no costruiti sul fiume Lima nel
i 3 i 7 , nell'anno appunto che quel
famoso capitano faceva uso del ba-
gno di Corsena. Questo è alimen-
tato da quattro sorgenti, una delle
quali il Doccione è la più abbon-
dante e la più calda di tutte. La
sua sorgente provvede le Docce
alle, le Docce temperate e i bagnet-
li, che si distinguono col nome di
acqua di s. Lucìa. Alle scaturigi-
ni del Doccione stabilironsi i Ba-
gni a vapore, ossia stufe, sino dal
più remoto uso dei bagni di Cor-
sena. Questo bagno vaporoso , di
cui forse non si conosce in Italia
né il più utile, ne il più comple-
to, trovasi modellato alla foggia del
Calidario delle antiche Terme, for-
nito anch'esso del suo Tepidario.
Ne' contorni del bagno caldo sono
stati recentemente costruiti vari
pubblici edifizij un ospedale e un
nuovo tempio elegantissimo, con
varie abitazioni a maggior agiatez-
za de' concorrenti. Il secondo sta-
bilimento, quello delle Docce bas-
se, appartiene al bagno denominato
una volta Bagno ross®, dove un-
dici sorgenti versano le loro bene-
fiche acque, fra le quali sono di-
venute famose e reputatissime le
Docce trastulline, quelle della Dispe-
rata e la Doccia rossa. In piccola
distanza trovasi il Bagno di s. Gio-
vanni, le cui sorgenti come meno
mineralizzate sono credute più utili
ai deboli e ai fanciulli. Il locale
delle Docce basse è fornito di ba-
gni a comune, oltre i bagnetti pri-
vali, mentre a pochi passi è stata
VOL. XL.
LUC 65
eretta la fabbrica del Casino. I
Bagni alla Villa, costituenti il ter-
zo stabilimento termale, non cedo-
no ai descritti per celebrità e ma-
gnificenza delle abitazioni : le acque
termali della Villa sono ad oprate
in bevanda anche in lontani paesi.
Presso a queste terme, e lungo la
strada rotabile sulla destra riva
della Lima trovasi il teatro, e qua
fu innalzato dalle ultime sovrane
di Lucca un palazzo principesco ,
poco lungi dal borgo dove risiedo-
no le autorità civili e amministra-
tive nella stagione della bagnatu-
ra. Quasi tutti gli autori che trat-
tarono delle terme, parlarono delle
lucchesi : fra' quali meritano distin-
zione, il Trattato de' bagni di Luc-
ca pubblicato nel 1792 dal dottor
Moscheni ; e l' Igea de' bagni e più
particolarmente di quelli di Lucca,
del direttore de' medesimi profes-
sor Franceschi. A questi due au-
tori devesi altresì le analisi chimi-
che delle slesse acque. Le terme
lucchesi sono state riconosciute di
costante efficacia nelle febbri lente
e nelle ostinate intermittenti; alle
malattie nervose, alle ostruzioni del
basso ventre, alle renelle e calcoli,
alle affezioni d'utero, e vantaggio-
se alla fecondità, per tralasciare al-
tri buoni effetti. Il governo alla
cura de' bagni provvede con una
deputazione, con un medico, un
chirurgo, un farmacista, e diversi
altri impiegati. La popolazione a-
scende a circa 9,000 abitanti, com-
presi quelli del territorio.
Madia già Marìlla nella pia-
nura orientale di Lucca , contrada
con villa reale e chiesa plebana
di s. Maria, nella comunità giuris-
dizione di Capannori. Risiede alla
base meridionale del monte delle
Pizzorne, in mezzo a una campa-
5
6G LUC
gna attraversata dal torrente Sa-
na. È un paese aperto, sparso di
ville, di giardini, di laghetti arti-
ficiali, di parchi, di viali., e di ra-
re piantagioni, fra le quali primeg-
gia la real villa dello stesso nome.
Marlia ne' secoli anteriori al mille,
portava vari nomi, essendo il più
antico quello di Vico Elingo. Il
giuspatronato della pieve di Mar-
lia con l'annessa corte di s. Teren-
zio, e con quella della distrutta
chiesa di s. Martino, innanzi e do-
po il mille appartenevano ai ve-
scovi di Lucca, insieme ad un ca-
stello e villa signorile. Il marche-
se Ugo di Toscana nell' estate del
996 ed in quella del 998 accolse
e festeggiò 1' imperatore Ottone
III. In progresso di tempo la villa
e il parco di Marlia pervenne nella
famiglia lucchese Orsetti, dalla qua-
le dopo il 1806 fu comprata dai
principi Baciocchi, che ampliarono,
circondarono di mura , e d' ogni
maniera abbellirono si delizioso luo-
go, il quale servi loro bene spesso
di residenza, siccome serve tutta-
via di frequente abitazione alla rea-
le famiglia Borbonica, che gli ha
fatto ulteriori abbellimenti. In que-
sta villa si compresero varie vil-
le, fra le quali anche quella dei ve-
scovi.
La religione cristiana fu annun-
ziata in Lucca nel primo secolo
dell'era volgare da s. Paolino di
Antiochia , discepolo di s. Pietro
principe degli apostoli, il quale Io
spedì a Lucca per convertire i luc-
chesi dal paganesimo e battezzarli,
laonde s. Paolino è venerato qua-
le apostolo e primo vescovo di Luc-
ca. Fu egli che nella città fece co-
struire una chiesa dedicata alla ss.
Trinità, come dice la tradizione, la
qual chiesa fu poi riedificata e
LUC
consecrata prima in onore di s.
Antonio, e finalmente scoperto mi-
racolosamente il corpo di s. Pao-
lino nel 1260, fu dedicata a lui,
ossia prese il suo nome; poscia nel
secolo XVI fu rifatta a spese della
repubblica sul disegno di Baccio
da Monte Lupo, come ora si vede.
La cattedrale antica di Lucca, pro-
babilmente del VI secolo della Chie-
sa, e dei tempi di s. Frediano, fu
riedificata e aggrandita dal Papa
Alessandro II, e dedicata ad onore
di s. Martino arcivescovo di Tours,
sotto la quale invocazione è anco-
ra. La diocesi di Lucca dunque è
una delle più antiche, siccome
era una delle più vaste della To-
scana, il di cui pastore prima di
essere arcivescovo, fu esente e sem-
pre immediatamente soggetto alla
Sede apostolica, come lo furono fino
dal IV secolo tutte le cattedrali
della provincia etrusca. Quindi è
che i vescovi di Lucca si trovano
talvolta sottoscritti nei sinodi roma-
ni del secolo IV come^ suffraga nei
del sommo Pontefice. E noto che
le diocesi ecclesiastiche all' epoca
della loro prima istituzione costi-
tuironsi sul perimetro distrettuale
delle giurisdizioni civili, nel modo
che allora trovavansi ripartiti i di-
stretti delle città provinciali, laon-
de resta incerto quali fossero i li-
miti giurisdizionali di Lucca nel
IV secolo, mentre esisteva pure a
Pisa il suo vescovo. Certo è che
dal III all' VIII secolo le notizie
sono incerte, non sembrando sicu-
ro il perimetro che dimostrava la
diocesi lucchese sotto il regno dei
longobardi ; cioè allorquando un
medesimo personaggio col titolo di
duca presiedeva al governo di Pi-
sa, di Limi e di Lucca. Aggiungasi
ancora, qualmente le persone ani-
LUC
ni, e persino i figli dei ciuchi ve-
nivano promossi alla prima digni-
tà della chiesa lucchese, in guisa
che essi a preferenza degli altri ve-
scovi furono beneficati e protetti
a scapito forse delle vicine diocesi.
Infatti, trovandosi nel secolo Vili
la diocesi di Lucca nelle colline
di s. Miniato, di Palaia e di Lari,
non pare che tali luoghi apparte-
nessero a quel territorio lucchese
dell'epoca romana. Inoltre la dio-
cesi lucchese si estese dentro i con-
tadi di Luni, di Pistoia, di Vol-
terra, di Pisa, ed in altre separate
diocesi. Il perchè nelle diocesi di
Volterra, di Populonia, di Roselle
poi Grosseto e di Soana, si trova-
rono delle chiese, oratorii e cap-
pelle di giuspatronato de* vescovi
di Lucca, cui erano pervenute per
donazioni o per diritto ereditario.
Sembra che il limite dell'antica dio-
cesi di Lucca sia dimostrato in un
catalogo delle sue chiese, monaste-
ri e pivieri, redatto nel 1260 per
ordine del Pontefice Alessandro IV.
Dal medesimo risulta, che nel se-
colo XIII la diocesi di Lucca con-
tava 5i6 chiese; 58 di esse den-
tro la città, fra le quali la metro-
politana, dietro alla quale e in pic-
cola distanza dal palazzo arcive-
scovile esiste il seminario, i di cui
alunni vestono per concessione ono-
rifica la veste e zimarra rossa co-
me in Koma quelli del collegio
Germanico- Ungarico. Questo luogo
d'istruzione ha dato alla Chiesa ed
allo stato moltissimi uomini illu-
stri e pei talenti e per le scienze
ed arti belle che professarono. Vi
è pure un altro seminario dello
di s. Michele in Foro, ove gli alun-
ni non coabitano che le ore del
giorno, dovendo in ogni sera ri-
tornare alle loro rispettive abita-
LUC 67
zi oni. Al seminario arcivescovile fu
dai principi Baciocchi nel 1807 riu-
nito un nuovo collegio di giovani
secolari da essi istituito, e chiama-
to Collegio Felice dal nome del
principe che in quel tempo regna-
va : nel 1809 fu collocato nella
gran fabbrica, un giorno convento
de' canonici lateranensi , soppresso
dal governo aristocratico del 1780,
con l'approvazione della santa Se-
de. Nel 1819 dalla duchessa Ma-
ria Luisa già regina d'Etruria, ri-
cevette nuovo lustro e incremento,
facendolo dirigere dai sacerdoti i
più distinti per la loro morale sa-
viezza. I convittori vi ricevono la
istruzione nelle belle lettere, e in
quanto alle scienze vanno ad ap-
prenderle al real liceo. Dal men-
tovato catalogo pure risulta , che
eranvi quattro canoniche, tredici
ospedaletti e cinque monasteri; al-
tre ventidue chiese erano suburba-
ne, con sei monasteri e tre ospe-
dali ; mentre nel restante della
diocesi esistevano 4*9 chiese, fra le
quali cinquantanove pievi , trenta-
due spedaletti e trentotto fra mo-
nasteri, celle e romitorii , stiman-
dosi tutto il patrimonio ecclesiasti-
co dare la rendita di 120,000 scu-
di di lire sette per scudo.
A favorire le pie istituzioni di
Lucca concorsero i devoti magnati
della città e molti vescovi eletti fra
le principali famiglie, per cui non
deve far meraviglia se la catte-
drale lucchese giunse ad acquista-
re molti beni e giuspalronati di
chiese, non solo dentro i confini
della sua, ma ancora nei territorii
di altre diocesi della Toscana, e
specialmente nelle maremme pisa-
ne e rosellane; grandi furono le ric-
chezze possedute dalla cattedrale
di s. Martino, e dalle chiese, aio-
68 LUC
nasteri ed ospedali dentro e fuori
di Lucca, laonde fu dato a Lucca
l'epiteto di Città devota. Il patri-
monio della chiesa lucchese si au-
mentò in guisa, che per causa di
livelli si resero dai vescovi tribu-
tarie non solo le primarie famiglie
della città e del contado, che figu-
rano dopo il mille nella storia, ma
molti altri cittadini e perfino de-
gli ebrei, i quali ottennero in en-
fiteusi beni di chiesa. Essendo i ve-
scovi riguardati fra i primi digni-
tari del regno longobardo, incom-
beva ad essi l'obbligo in tempo di
guerra di recarsi all'armata per
far la corte al re, o per incorag-
gire colla loro presenza i soldati.
Fu di questo numero il vescovo
lucchese Walprando, nato dal du-
ca Walperto, il quale innanzi di
partire per l'esercito, nel luglio del
754 fece il suo ultimo testamen-
to in Lucca, che più. non rivide.
Con tale alto egli assegnò il suo
pingue patrimonio sparso in Limi-
giana, in Garfagnana, in Versilia,
e nelle pisane maremme, per metà
alla mensa vescovile di s. Martino,
e per l'altra metà alle chiese di s.
Frediano e di s. Reparata di Luc-
ca, dichiarando il testatore che i
suoi fratelli superstiti si contentas-
sero di un legato in denaro. Ne
da meno in ricchezze e per lustro
di natali fu il vescovo Peredeo suc-
cessore di Walprando, il quale de-
stinò alla sua chiesa cattedrale il
vasto patrimonio ch'egli avea ere-
ditato dal di lui padre Pertualdo,
posto nel lucchese, nel pisano, vol-
terrano, populoniese, nel rosellano
e saonese territorio. La giurisdizio-
ne ecclesiastica lucchese nel secolo
XIII, al pari di quella di Arezzo,
era senza dubbio la più estesa in
Toscana. Tale si conservò sino a
LUC
Leone X che nel 1^19 vi distac-
cò la pieve di Pescia. Maggiore e
più vasto smembramento operò nel
1622 Gregorio XV, per erigere la
sede vescovile di s. Miniato. La
terza riduzione della diocesi di Luc-
ca segui sotto il pontificato di Pio
VI, il quale per bolla de' 1 8 lu-
glio 1789 distaccò dalle parrocchie
lucchesi quelle dei vicariati gran-
ducali di Barga e di Pietrasanta,
oltre il distretto di Ripafratta, che
assegnò tutti all'arcidiocesi di Pisa,
dalla quale la lucchese ebbe in
cambio sette chiese costituenti il
piviere di Massaciuccoli. Finalmen-
te l'ultimo smembramento fu de-
cretato nel 1823 da Leone XII,
nel tempo in cui fu eretta in cat-
tedrale la collegiata di Massa di
Carrara a carico delle diocesi di
Luni-Sarzana e di Lucca; l'ulti-
ma delle quali dovè perdere tutte
le chiese comprese negli antichi pi-
vieri della Garfagnana, cioè quelle
di Pieve Fosciana e di Caregine
con una porzione del piviere di
Gallicano. Il Pontefice Gregorio
XVI col breve Sununus Ponti fexs
de' 21 giugno e 833, diretto all'ar-
civescovo di Lucca, confermò il de-
cretato da Pio VJIe da Leone XII
sulla restituzione de' beni ecclesia-
stici rimasti invenduti, prescrisse la
distribuzione da farsene, non che il
modo di pagare i vitalizi stabiliti
su di essi, e di rimettere i debiti
che li gravano, formando una com-
missione di cinque individui, ed in-
caricandola dell'esecuzione.
Al primo vescovo s. Paolino ,
nell' anno 69 successe s. Valerio
lucchese, che vuoisi compisse il tem-
pio dedicato alla Beata Vergine,
già incominciato dal predecessore,
e che edificasse due chiese una in
onore di s. Pietro, l'altra di s. Pao-
LUC
Io. Fu martirizzato a' 29* gennaio
nell'anno 90. Non si hanno me-
morie, secondo 1' Ughelli, Italia sa-
cra, tom. I, pag. 789 e seg., di
altri vescovi sino a Teodoro eletto
verso l'anno 3 24? cne governò san-
tamente. Il vescovo Massimo nel
347 assistè al concilio di Sardica,
celebrato contro gli ariani, negli atti
del quale si trova segnato : Maxì-
rnus a Thuscìa de Luca. Paolino
li intervenne al concilio di Rimi-
ni del 359, e venne succeduto da
Fullano o Fullario. Nel 4^5 fu al
concilio romano il vescovo Felice.
Nel 546 lo era Obsequenzio , indi
Io fu Geminiano. Immediatamente
fiorì s. Fridiano o Frediano che
dicesi figlio d'un re d' Irlanda, che
morì a' i3 marzo nel 578, e di-
venne insigne patrono de' lucchesi.
L'Ughelli, la cui serie riportiamo ,
lo dice X vescovo, il Buller XI.
Gli successero Valeriano, Paterno,
Pisano, Vindicio, Probino, Massi-
mo lì, Aureliano, Normoso, Dicem
zio, Avenzio, Abundanzio e Loren-
zo. Leto si trovò nel 649 al con-
cilio lateranense, ed Eleuterio a
quello del 680. Felice fiorì nel
685, Balsario nel 700 che ricupe-
rò molte chiese. Taporperiano se-
dette dal 714 al 730, essendo il
fratello Sigismondo arciprete della
cattedrale. Walprando fu eletto nel
732, benemerito per le narrate do-
nazioni, e nel 780 Peredeo altro
vescovo benemerito. Nel 781 gli
successe il beato Giovanni figlio di
Teuperto lucchese , e collocò nella
cattedrale il Follo santo. Nell'8o3
divenne vescovo il fratello Giaco-
mo arcidiacono della cattedrale :
nell'819 occupò la sede l'altro fra-
tello Pietro, diacono della chiesa di
Lucca, che si recò al concilio adu-
nato dal Papa Eugenio li. Nell'843
LUC 69
era vescovo Berengario,, nell* 844
Ambrogio che collocò i corpi di s.
Cassio e di s. Fausta nella chiesa
di s. Frediano. Gli successe nell'852
Girolamo nobilissimo lucchese, fra-
tello del conte Ildebrando. Ghe-
rardo dell' 868 vendicò quanto era
stato tolto alla chiesa di Lucca, e
gli successe nell'896 Pietro, che Io
imitò nello zelo di ricuperare quan*
to apparteneva alla sede, e ricevet-
te in dono dal Pontefice Giovanni
X il corpo di s. Ponziano, la cui
festa si celebra a' 2.5 agosto. Ja-
copo arcidiacono della cattedrale
fiorì nel 934; e nel seguente an-
no Corrado che fu sepolto nella
chiesa di s. Frediano, nella cap-
pella da lui eretta a s. Vincenzo
martire. L' imperatore Ottone I di-
chiarò i vescovi di Lucca principi
e conti dell' impero. Indi furono
vescovi, nel 967 Aghino lucchese,
nel 968 Adalongo, nel 981 Guido
lucchese traslato da Populonia, nel
982 Teodigrimo lucchese , nel 987
Isalfredo, nel 990 Gherardo luc-
chese, nel ioo5 Rodilando, nel
1014 Grimizzo o Teogrimo Tucci,
e nel 1023 Giovanni lucchese che
con l'autorità di s. Leone IX in-
dusse i canonici alla vita comune.
Anselmo Badagio o Baggio mila-
nese, fu fatto vescovo nel io56, e
pei suoi grandi meriti il primo ot-
tobre 1061 fu creato Papa col no-
me di Alessandro II. Egli ricevette
tale notizia in riva al Serchio ,
mentre tornava da consecrare la
chiesa in allora de' monaci bene-
dettini di s. Quirico in Monticello.
Si narra che raccolta colla mano
dell'arena e gittatala in aria, con-
cesse tanti giorni d'indulgenza quan-
ti potevano essere quegli atomi, a
chiunque visitasse quella chiesa te-
sté consecrata, nell'anniversario del-
7o LUC
lu sua esaltazione al pontificato.
Ritenne per dieci anui il vescova-
to di Lucca; rifabbricò e consacrò
la cattedrale; concesse al comune
per gli atti pubblici un sigillo con
bolla di piombo coli' impronta del
santo patrono, il quale venne usa-
to sinché durò la repubblica; ai
canonici della cattedrale accordò
nelle processioni 1' uso della mitra
di tela bianca, non però le vesti
cardinalizie come scrisse il Novaes,
bensì la mitra V usano i canonici
anche nelle altre solenni funzioni
ecclesiastiche. Ornò il vescovo della
dignità di primate, col privilegio
di farsi precedere dalla croce asta-
ta, e di usare il pallio, il quale
confermarono Pasquale II , e nel
il 20 Calisto II mediante la bolla
Ex caritalis, presso l'Ughelli tom.
IX, pag. 819. Questi inoltre nel
tom. I, pag. 809 riporta le bol-
le di Alessandro II: Cimi divina;
Quamvis ecclesiasticae j Quamvis
circa, per la chiesa, canonici, clero
e popolo di Lucca, che ricolmò di
onori e privilegi. Fu tenuto in
Lucca un concilio in presenza di
Alessandro li, e da lui sottoscritto
nel 1062. In esso venne presa ad
esame la condotta di Eritta, abba-
dessa del monastero di s. Giustina
in Lucca, accusata d'aver introdot-
to un ecclesiastico nel suo mona-
stero , e di aver peccato con lui.
La causa fu deferita al sommo Pon-
tefice nel concilio, ed Eritta vi as-
sistette in persona : esaminate le
deposizioni delle sue accusa tri ci ,
vennero le loro testimonianze giu-
dicate insufficienti e calunniose ;
l'abbadessa fu assolta, ed alle sue
accusatrici venne inflitta la pena
del taglione, essendo stute scaccia-
te dal monastero e chiuse in uua
prigione, come viene ordinato dai
LUC
sacri canoni in simili casi. Mansi ,
Sujìplrm. alla raccolta de concila ,
t. I, col. 1267. Alessandro lì inol-
tre creò cardinale il nipote s. An-
selmo Baggio, e gli conferì pure la
sede lucchese, ovvero dichiarò chi:
lo avrebbe succeduto ; e s. Grego-
rio VII subito lo consacrò e poscia
lo destinò consigliere della contes-
sa Matilde, indi prima di morire
gli mandò la sua mitra pontifìcia,
per mezzo della quale il santo per
virtù divina operò molti miracoli.
Alla sua biografìa che come santo
riportato dal Butler facemmo, e co-
me cardinale, si è detto quanto Io
riguarda, che alcuni canonici si ri-
bellarono perchè voleva ritornarli
alla vita comune, che perciò eles-
sero vescovo l'arcidiacono Pietro
capo dello scisma, ed il santo si ri-
tirò per non essere vittima della
cospirazione. Nel 1074 s. Gregorio
VII punì i canonici colle censure
nel concilio lateranense, e nel sino-
do che si celebrò in s. Genesio dal
legato cardinal Igneo con s. Ansel-
mo e molti altri vescovi, furono
scomunicati. Allora i canonici fecero
ribellare la città alla contessa Ma-
tilde, ricorrendo ad Enrico IV. II
Papa incaricò s. Anselmo del go-
verno di più diocesi in Lombar-
dia eh' erano prive de' loro pastori
per sinistre circostanze, e morendo
gli mandò la sua mitra pontificale,
che il Donesmondi nell'Istoria ec*
clesiastica di Mantova chiama re-
gno, e vi aggiunge altri ornamenti
papali, quasi lo designasse a suc-
cedergli nel pontificato, di che si
vuole averne anche tenuto propo-
silo colla possente Matilde. Ansel-
mo pieno di modestia non volle
neppure sentir parlare di dignità
pontificia, e morì a' 18 iiiarz.0 1086
in Mantova, che lo scelse per suo
LUC
protettore. Gli successero nella sede
di Lucca, nel 1089 Goffredo, nel
1098 Ringerio, nel 11 12 Rodolfo,
nel 1 1 1 8 Benedetto arcidiacono
della cattedrale, a cui die il pallio
Calisto II, nel 1 128 Uberto che fa-
vori le parti dell'antipapa Anacleto
II, nel ii4o Ottone, nel 1 1 4^
Gregorio, al cui tempo Eugenio III
consacrò la chiesa di s. Frediano,
nel 1 1 64 Plebano che segui lo
scisma dell' antipapa Vittore V, e
Pasquale III successore di questo,
vedendo che Plebano era ritornato
all'obbedienza di Alessandro 111, in-
truse nella cattedra vescovile Cu-
llilo. Mori Plebano, e gli successe-
ro nel 1 166 Enrico, nel 1 171 Lan-
dò, nel 1 1 75 Guglielmo Roffredi
primicerio della cattedrale, che in-
tervenne al concilio generale La-
teranense III : morì nel 119^ e fu
eletto a succedergli il cardinal Ghe-
rardo Allucingoli lucchese, ma oc-
cupato in gravi affari della santa
Sede non accettò , laonde divenne
vescovo Guidone.
Nel 1201 fu eletto vescovo Ro-
berto canonico di Lucca; nel 1225
M. R. altro canonico, ed assicura
il Mansi nel suo Diario che colle
sole lettere M. R. si trova memo-
ria di questo vescovo al registro
vaticano riportato dall'Ughelli ; nel
1227 Opizo, sotto del quale Grego-
rio IX privò Lucca del seggio ve-
scovile: mori nel i23i,e quel Pa-
pa nel 1236 fece vescovo Wercio o
Guercio Testa sanese che ottenne
la reintegrazione delle prerogative
che godevano i vescovi e canonici
di Lucca, mediante la bolla Re-
dernptor nosler. Nel 1253 egli
tenne in Lucca un sinodo diocesa-
no, in cui furono emanali venti
regolai— oti relativi alla disciplina
ed altre materie ecclesiastiche, co-
LUC 71
me dal Mansi tom. II, col. 1171.
Successivamente furono vescovi, nel
1257 Enrico, nel 1268 Paganello
I, nel 1272 fr. Pietro Angelelli di
Lucca domenicano e maestro del
sacro palazzo; nel 1275 Paganel-
lo II zelantissimo ; nel i3oo fr.*
Enrico de'minori francescani, elet-
to da Bonifacio Vili dopo aver
cassato 1' elezione di Raniero da
Monte Magno canonico di Lucca,
fatta dal capitolo: a tempo di que-
sto ultimo nel i3o8 fu tenuto in
Lucca un concilio in cui furo*
no fatti settantasette regolamenti
diversi, che potranno leggersi nel
Mansi toni. HI, col. 307 e seg.
Sotto Lodovico il Bavaro l'anti-
papa Nicolò V intruse nella sede
Rocchigiano Tadolini; ed in morte
di Enrico nel i33o Giovanni XXII
fece vescovo fr. Guglielmo di Monte
Albano, procuratore generale dei
domenicani. Ne furono successori,
nel 1 349 Berengario arciprete del.
la cattedrale, nel i368 Guglielmo,
nel 1 374 Paolo Gabrielli di Gub-
bio, nel 1 38 1 Antonio de Riparia,
nel i383 fr. Giovanni francescano,
eccellente dottore e predicatore, già
vescovo di Betlemme, che restaurò
l'episcopio. Bonifacio IX nel i3q4
nominò vescovo Nicola Lazzaro de
Guinigi nobilissimo lucchese, paren-
te di Paolo signore di Lucca ; e
dopo di lui vennero elevali a que-
sta sede, nel i436 Lodovico de
Maurini nobile lucchese, nel 1 44 r
Baldassare Manni lucchese, arcipre-
te della cattedrale, che unì le mo-
nache cisterciensi di s. Cerbone con
quelle di s. Giustina, e consacrò
la chiesa de' gesuati. Nel i44$
Stefano Trenti nobilissimo lucchese,
arcidiacono della cattedrale, dotto
nelle leggi, erudito e di eccellenti
costumi ; celebrò il sinodo, e fu
72 LUC LUC
nunzio e legato in più luoghi. Si- fece vescovo e creò cardinale Mur-
ato IV nel 1477 fece vescovo il ce- co Antonio Franciotli di Luco.
lebre cardinal Jacopo Ammannati Per sua rassegna, Innocenzo X nel
ili Lucca, detto Piccolomini perchè 1646 dichiarò successore Giani bai
Pioli lo aggregò alla sua famiglia, lista Rainoldi milanese, degno di
e Papiense per essere stato vesco- ogni lode; dopo di lui lo furono
vo di Pavia, che restaurò il pa- nel i65o Pietro Rota nobile d
lazzo del vescovo; e nel i479 ^l" Ravel,na> nel 1657 ^ cardinal Gi-
cola de'conti di s. Donnino di Lue- rolarao Bonvisi lucchese, nel 1677
ca, vescovo di Modena, che celebrò il cardinal Giulio Spinola genovc-
il sinodo, fu benemerito dell' epi- se., nel 1690 Francesco Bonvisi
scopio, eresse 1' altare di s. Cle- lucchese, nei 1704 Orazio Filip-
1 non te uella cattedrale, fornì i car- pò Spada lucchese poi cardinale,
melitani di biblioteca, fece altre nel 1 7 1 4 Ginnesio Ambrogio Cai-
belle cose, e morì compianto da co nobile milanese. Fin qui arriva
tutti nel i499- Gli successe il eoa- la serie dell' Ughelli, quale conti-
diutore Felino Maria Sandeo lue- nueremo colle annuali Notìzie di
chese, vescovo di Atri e Penne, Roma. Innocenzo XIII nel conci-
dotto ed egregio, che servì la san- storo de' 29 dicembre 1723 trasla-
ta Sede in diversi uffizi. Nel i5o3 tò a questa sede Bernardino Gui-
Giulio II dichiarò vescovo il nipo- nigi di Lucca, eh' era vescovo di
te Galeotto Franciotti lucchese, fi- Rieti. Volendo Benedetto XIII di-
glio di sua sorella Luchina della mostrare la sua considerazione ver-
Rovere, della quale era pur figlio, so questa distinta città, in cui nac-
ma di altro padre, il cardinal Si- que la gran contessa Matilde tan-
sto Gara della Rovere lucchese, che to benemerita della romana Chie-
il Papa zio fece vescovo nel i5o8, sa, con bolla de'i5 febbraio 1726,
e poi rinunziò a favore del cardi- Rornanus, presso il Bull. Rom. t.
nal Leonardo Grosso della Rove- XIII, p. 74, scrive nella sua vita
re. Nel i5iy ne divenne ammini- il Novaes, che non solo confermò
stratore il cardinal Raffaele Riario ai canonici della cattedrale, come
che lo rassegnò al nipote Francesco aveano fatto Alessandro III, Lucio
Sforza-Riario , figlio di Girolamo III, Martino V e Giulio III, i pri-
signore d'Imola e di Forlì, ottimo vilegi che godevano; ma vi aggiun-
e prudente pastore. Nel 1 546 Pao- se loro all'uso della mitra, quello
lo III nominò il cardinal Bartolo- ancora di tutti i paramenti vesco-
meo Guidiccioni lucchese e gli sue- vili ed abbaziali , come croce, a-
cesse il nipote Alessandro Guidic- nello, ec. Con bolla poi dei 2
cioni nel i55o: celebrò diversi settembre eresse la cattedrale al
sinodi , consacrò la chiesa di s. grado di metropolitana , come si
Chiara e s. Nicola, divenne il de- legge nella costituzione Inscrutabili \
cano de' vescovi, e morì pieno di loco citato pag. i38; ma senza
meriti nel i6o5. suffraganei, confermando negli ar-
Alessandro Guidiccioni il giunio- civescovi i privilegi e prerogative
re, parente e coadiutore del prece- godute dai vescovi , comprensiva-
dente, gli successe degnamente. In mente al distintivo del berrettino
sua morte nel 1637 Urbano VIII rosso cardinalizio ne'pontificali, di-
LUC
chiara ndo per primo arcivescovo
nel 1726 il vescovo Bernardino
Guinigi (sebbene anche prima che
fosse innalzato a tal dignità, go-
desse del privilegio del pallio, af-
fermandolo pure il Mansi nel suo
Diario a p. 5), al quale nel 1729
diede in successore fra Tommaso
Cervioni di Montalcino che tras-
lato da Faenza ; e siccome i ma-
gistrati della repubblica per anti-
ca consuetudine non permettevano
che un invidilo toscano fosse loro
pastore,, costantemente lo ricusa-
rono, né mai g li dierono l'ingres-
so. Divenuto Pontefice Clemente
XII fiorentino, per togliere queste
dissensioni, fece il Cervioni sagrista
del palazzo apostolico, ed a* 19
novembre 1781 nominò arcive-
scovo di Lucca don Fabio Col-
loredo filippino della diocesi di
Aquileia, che sebbene non fosse di
quella di Lucca fu ricevuto benis-
simo. Ecco gli arcivescovi suoi suc-
cessori : 1743 Giuseppe Palma di
Lucca; 1764, dopo qualche anno
di sede vacante, Gio. Domenico
Manzi de' chierici regolari della
Madre di Dio, di Lucca, dotto e
benemerito. Prima dell' elezione di
tale arcivescovo , Clemente XIII
col breve, Etsi aitae per occasio-
nem vacantis archiepiscopali s _, pres-
so il Bull. Rom. Continualio, t. II,
p. 442> encomiò la docilità del
magistrato di Lucca, che nella
controversia del patronato della no-
mina dell'arcivescovato di Lucca,
si erano rimessi al giudizio della
santa Sede. Dichiarò quindi che
l'indulto di Benedetto XIV sulla
presentazione del nuovo arcivesco-
vo in sede vacante, era ben diffe-
rente dal giuspatronato che l'esclu-
deva; talché conchiuse che la san-
ta Sede eia nel suo diritto di sce«
LUC
73
gliere 1' arcivescovo fra quelli che
la repubblica presentava, non che
di riservarsi sopra i frutti della
mensa arcivescovile una discreta
pensione. 1770 Martino Bianchi
di Lucca; 1789 Filippo Sardi di
Lucca che governò lungamente con
lode ; 18 9.6 Giuseppe Nobili di
Brusselles patrizio lucchese, abbate
decano dell'insigne collegiata di s.
Michele Arcangelo di Lucca e ca-
valiere gerosolimitano. Il Pontefice
Gregorio XVI, nel concistoro degli
1 1 luglio i836, fece arcivescovo
monsignor Gio. Domenico Stefa-
nelli di Lucca domenicano, che tras-
latandolo in quello de'20 genna-
io i845 al titolo arcivescovile in
partibus di Traianopoli, finalmente
nel concistoro de' 21 aprile del
medesimo anno, dichiarò arcivesco-
vo monsignor Pier Luigi Pera, na-
to in s. Gennaro arcidiocesi di Luc-
ca, canonico della cattedrale, esa-
minatore pro-sinodale e prefetto
della biblioteca reale del duca che
regna. Questo rispettabile prelato
cessò di vivere agli 8 luglio 1846,
con dispiacere de'diocesani, ed ora
la sede è vacante. Nelle solenni
funzioni l'arcivescovo usa il berretti-
no o zucchetto rosso cardinalizio,
per inveterata consuetudine. Usa
ancora di una simbolica cerimonia
allorché intuona nella messa pon-
tificale il Gloria in excelsis, nel
fare cioè abbruciare in mezzo alla
cattedrale una quantità di stoppa
di canape disposta sopra una gra-
tella di ferro.
La cattedrale, edifizio di elegante
struttura, è sacra a Dio sotto l'in-
vocazione di s. Martino, con cura
parrocchiale, amministrata da un
prete custode e da due curati : non
vi è il fonte battesimale, il qua-
le però esiste nei prossimo tempio
74 luc
di s. Giovanni Battista e di s.
lustituta. La cattedrale ha tre sa-
grestie, una pei cauonici, 1' altra
pei beneficiati, la terza pel restan-
te del clero : il palazzo arcivescovile
gli è aderente. 11 capitolo si compo-
ne di quattro dignità, cioè del-
l'arciprete, eh' è la prima, dell'ar-
cidiacono, del primicerio e dell'ab-
bate: i canonici sono quattordici,
comprese le prebende del teologo
e del peuitenziere; i beneficiati tren-
ta, e vi sono pure altri preti e
chierici addetti al servizio divino.
Nella città vi sono altre nove chie-
se parrocchiali, e quella di s. Fre -
diano è munita del sacro fonte,
oltre due collegiate con canonici
e dignità. Vi sono inoltre diversi
monasteri di monache e conventi
di religiose, cioè le monache bene-
dettine nel fu convento de'servi di
Maria; le benedettine di più stret-
ta osservanza, nel fu conservatorio
della zecca; le gesuate a s. Giu-
seppe; le cappuccine; le domenica-
ne; le agostiniane a s. Nicolao No-
vello; le francescane all'Angelo; le
altre a s. Michele arcangelo ; le sa-
lesiane, e le suore de'servi. Fuori
della città sono altri monasteri di
monache, uno al Borgo a Mozza-
no; due a Camaiore, uno in città
e l' altro alla Pieve di Camaiore,
in città sonovi le teresiane ultima-
mente approvate. I conventi di re-
ligiosi nella città di Lucca sono a-
desso i seguenti: i canonici rego-
lari del ss. Salvatore, i chierici
regolari della Madre di Dio , gli
agostiniani , i domenicani, i car-
melitani , i francescani osservanti ,
ed i cappuccini. Fuori di città i
servi di Maria a Viareggio, ultima-
mente introdottici passionisti nel
ritiro di s. Angelo in Monte; i
francescani a s. Gerbone; i cap-
LUC
puccini a Villa Basilica; i france-
scani riformati al Borgo a Mozza-
no, a Viareggio ed a Camaiore.
Negli antichi tempi poi sono stati
successivamente in Lucca quasi tut-
ti gli ordini religiosi d'ambo i ses-
si tranue i gesuiti, gli scolopi, ed i
signori della missione, e fra le
donue le salesiane venute ultima-
mente, e le suore della carità, le
quali per decreto sovrano si a-
spettano per servigio e consolazio-
ne degl'infermi nello spedale. Inol-
tre in Lucca vi sono quegli altri
pii stabilimenti e seminari con a-
lunni, di cui parlammo di sopra,
essendo un seminario addetto alla
cattedrale, l'altro alla collegiata di
s. Michele. Nello stato presente l'ar-
cidiocesi di Lucca conta i5i chie-
se parrocchiali , con 32 pievi ma-
trici. A Camaiore vi è un'insigne
collegiata con quattordici canonici
e una dignità, il priore, che ha il
privilegio de' pontificali. Jl Mura-
tori nella dissert. LXI sopra le
Antichità italiane, dice che la chie-
sa di Lucca ebbe i suoi preti car-
dinali, riportando un documento
del 92 3 ove ne sono sottoscrit-
ti sei. Ad ogni nuovo arcivescovo
la mensa è tassata ne' libri della
camera apostolica in fiorini 2008,
corrispondenti alle rendite , che
consistono in scudi cinquemila di
moneta romana, coll'obbligo per-
petuo di somministrare annui scu-
di centoquaranta alla chiesa ed al-
l'ospedale nazionale sotto il titolo
della ss. Croce, e s. Bonaventura
dei lucchesi di ftoma, di cui andia-
mo a dare un cenno.
Nel rione Trevi alle falde del
Quirinale esiste detta chiesa con
contiguo ospedale, che dà nome
alla contrada. Nel declinare del se-
colo Xil fu edificata in questo luo-
LUG LUG 75
go una chiesa dipendente e filiale tetto che la rinnovò, dicesi Mattia
della basilica de' ss. XII Apostoli, de Rossi, che diresse pure il dise-
sotto l' invocazione di s. Nicolò di gno del soflhto messo a oro, nei
Bari, e dal sito occupato già dal quale i due lucchesi Giovanni Co-
foro Suario o mercato de' porci, fu li e Filippo Gherardi fecero le
chiamata s. Nicolò de Porcis ed pitture. Nell'altare maggiore si ve-
anche in Porcilibus, o de Olivete, nera il ss. Crocefisso di Lucca, di-
o de Portiis 3 o Mi Portili, o de pinto in tela, regalato dalla se-
Forbitaribus. Gregorio XIII nel renissima repubblica di Lucca. Del-
i5j5 la fece rifabbricare in onore le cappelle quella dedicata alla bea-
di s. Bonaventura cardinale più ta Zita vergine di Lucca, il di cui
ampia, ed annesso eresse un con- culto immemorabile approvò Inno-
vento che consegnò col tempio ai cenzo XII nel 1697, è ricca di
minori cappuccini, ove rimasero inarmi e fu dipinta da Lazzaro
sino al 1 63 1 , essendovi abitato e Baldi: i due putti di marmo sono
morto s. Felice da Cantalice. Ur- di Lorenzo Ottoni , tutto fatto a
bano Vili a concedere al bene- spese del lucchese monsignor Fa-
merito ordine una chiesa ed un tinello Fatinelli votante di segnatu-
convento più grande , 1' una e ra, che fece onore alla patria, ed
l'altro fece fabbricare sulla piazza arricchì la curia romana d'utili o-
G ri mani , poi Barberini dal suo pere, essendo slata la beata serva
cognome e palazzo, al modo che delia sua nobile famiglia. La cap-
dicemmo nel voi. IX, p. 208 e pella della Concezione fu eretta da
209 del Dizionario. Quindi Urba- Frediano Castagnoli, che vi spese
no Vili con breve de' 22 maggio cinquemila scudi, con disegno di
i63i concesse parte del convento Simone Costanzi : il quadro di
antico, e la chiesa di s. Bonaven- mezzo è di Biagio Puccini Iucche-
tura nationi lucanae in Urbe coni- se; il laterale, rappresentante il rni-
moranti, ex plurium romanae cu- racolo di s. Frediano, che con un
riae praelatorum, aliorumque vi- rastrello si tira appresso il fiume
rorum doctrina pielate, rerum gè- Serchio che minacciava Lucca per
rendarum usu, aliisque egregiis vir- divertirlo, è di Francesco del Tin-
tutum ornamenlis praeslantium me- tore pure lucchese ; e l'altro di s.
ritis insigni. Ricevutasi dai lucchesi Lorenzo Giustiniani è di Domeni-
la chiesa colle case annesse, la na- co Maria Muratori. Dall'altra par-
zione rinnovò la chiesa pressoché te la cappella Pierleoni colla tavo-
inleramente e la ornò, siccome og- la che rappresenta la Beata Ver-
gi si vede, edificando ancora l'at- gine, s. Girolamo e s. Francesco,
tuale facciata, dedicandola alla ss. è della scuola del Domenichino ;
Croce e Volto santo di Lucca, prima eravi il quadro della Pre-
ed a san Bonaventura titolare di sentazione di Maria, dipinto da
essa , come si legge nella iscri- Pietro Testa. In questa chiesa si
zione sopra la porta interna. Della celebra la festa della ss. Croce ai
antica chiesa di s. Nicolò si veg- 3 maggio ed ai 14 settembre, e
gemo ancora superstiti la tribuna quella del francescano s. Bonaven-
ed alcune parli esterne, altra par- tura ai i4 luglio. Dopo che la
te essendone la sagrestia. L'archi- nazione lucchese prese possesso del-
76 LUC
li chiesa e delle annesse case, to-
sto si applicarono ad istituirvi una
confraternita nazionale, e con be-
neplacito apostolico di Urbano VII!
nel i634 la stabilirono con regole
e statuti approvati da monsignor
Tornielli che fu poi vescovo di
Novara, per ordine della visita apo-
stolica ; gli statuti furono poi stam-
pati in Roma nel 1684. Ed ac-
ciocché i poveri nazionali nelle infer-
mità trovassero ospizio, nel 1649 ^
sacerdote lucchese Giovanni Gual-
tirotto applicò il pietoso animo a
fondare nelle dette case un ospe-
dale. Il Piazza tratta della con-
fraternita e dell' ospedale de' luc-
chesi, nelle Opere pie di Roma,
trat II, cap. XXIII, e trat. VII,
cap. XVI li; e neh' Eusevologio
romano, trat. Il, cap. XXIII, trat.
Vili, cap. XVIII. Ivi pure parla
del cardinale protettore e del go-
vernatore che suole essere un pre-
lato della nazione lucchese, come
lo fu da ultimo monsignor Cesare
Lippi nobile di Lucca, al presente
avvocato concistoriale , votante di
segnatura ec. L' ospedale ora ha
quattro letti e uno spedaliere; rice-
ve a preferenza que' lucchesi che
sono aggregati alla confraternita, e
che intervengono all'oratorio. Uno
de'guardiani è il superiore che di-
rige ed amministra la chiesa e
l'ospedale, per ordine del quale si
ammettono gl'infermi di febbre, e-
sclusi i cronici e le febbri inter-
mittenti. Il sagrestano della chiesa é
il superiore ecclesiastico.
LUCEOLI o LUCCOLI. Città
vescovile non più esistente dello
stato pontifìcio, nella legazione di
Urbino, dalle cui rovine vuoisi che
sorgesse l'odierno Cantiano, distret-
to e diocesi di Gubbio. Luceoli
ebbe i suoi vescovi., fra' quali nel
LUC
A i.\ si trova Leonzio , e credesi
che si conservasse la sede vescovi-
le fino al 1007; onde allora la
sua diocesi fu divisa, e data ai ve-
scovi di Gubbio e di Nocera. Si
dice che la città fosse edificata dai
pelasgi l'anno 1 3 1 1 avanti l'era
cristiana. Tenendo le parti di To-
tila re de'goti, nella caduta di quel
principe venne distrutta dal vin-
citore Narsete capitano di Giusti-
niano II. In progresso di tempo
pare che tornasse a risorgere, poi-
ché Eleuterio esarca, che si era fat-
to imperatore d' Italia, fu ucciso
dai suoi soldati nel 619 in Luceo-
li. Dopoché il Papa Stefano II
detto III invocò il soccorso del re
Pipino contro Aistulfo re de' lon-
gobardi, il primo costrinse il se-
condo a restituire alla Chiesa ro-
mana le usurpate terre, ed aumen-
tò il principato di essa con altre
città e terre, tra le quali Anasta-
sio Bibliotecario novera Luceolos,
detto pure Luculli e Lucciolo: ciò
avvenne l'anno 755. Di Luceoli
ne parlammo pure nel voi. XXXIII,
p. 1 65 del Dizionario.
LUCEORIA o LUCK (Lucco-
rin). Città con residenza vescovile
della Russia europea, nel governo
di Wolinia. Appartiene alla Rus-
sia nera, e fu già del granduca-
to di Lituania nella Polonia: è ca-
poluogo di distretto, sulla riva de-
stra dello Styr. Evvi un castello
e diversi altri belli edilizi, il re-
stante della città non consiste che
in case di legno, la maggior par-
te abitate dagli scismatici e dagli
ebrei, i quali vi fanno un grande
commercio, e vi tengono delle fie-
re. Rinchiude molte chiese greche
e poche cattoliche. Questa città
fu importante sotto il governo po-
lacco, essendo stata alternali va-
LUC
mente con Wladimiria la sede di
una dieta, e perchè vi risiedeva il
palatino. Nel 14^9 vi si tenne
una brillante assemblea, ove si tro-
varono l'imperatore Sigismondo,
due re e molti altri principi. La
maggior parte della città fu ab-
bruciata nel 1782, ed ecco perchè
si rifabbricò di legno. Il distretto
di Luck o Luceoria sta nel nord-
ovest del governo. La parte setten-
trionale è ripiena di paludi ; quel-
la del sud bagnata dallo Styr è
fertilissima ed intersecata di bo-
schi. Luceoria è chiamata anche
Luck, Lucko o Lutsk, in latino
Luscum o Luceoriuni. Sotto la de-
nominazione di Luceoria le an-
nuali Notizie di Roma indicano
il vescovato di Luceoria o Zyto-
rneritz, o meglio Zytomierz uniti
nella Wolinia, Luceorien et Zy-
lomierien: sotto quella di Luck ed
Ostrog di rito greco-ruteno nella
Wolinia, Luceorien3 le medesime
Notizie registrano i due vescovati
uniti di Luck e di Ostrog di rito
ruteno, il cui vescovo come quello
latino di Luceoria o Luck risiede
in questa città. Accenneremo le
principali notizie di ambedue le
diocesi latina e greco-rutena qui
appresso separatamente.
Luceoria e Zytomierz uniti,
vescovati di rito latino.
La sede vescovile di Luceoria
fu istituita dal Pontefice Urbano
IV del 1261, già legato apostoli-
co in queste regioni, e la dichiarò
suffraganea della metropoli di Gnes-
na: il vescovo divenne senatore
del regno di Polonia. Ne furono
tra gli altri vescovi , Bernardo
Macieiowski o Marzieowski polac-
co, creato cardinale da Clemente
LUC 77
Vili nel i6o3; e Giovanni Ales-
sandro Lipski polacco, che Cle-
mente XII traslatò poscia a Cra-
covia, e nel 1737 dichiarò car-
dinale, egli fu il XXXVI vescovo
di Luceoria o Lucko. Il medesi-
mo Papa nel 1736 fece ' vescovo
di Luceoria Andrea Koslka Zalu-
ski, traslatandolo da Plosko: ne
furono successori, nel 1739 Fran-
cesco Robielski, traslato da Ca-
mieniec; 1759 Antonio Wolowicz
della diocesi di Gnesna; 1771 Pao-
lo Turski della diocesi di Gnesna,
traslato da Chelma ; 1790 Adamo
JNaruszewicz della diocesi di "Wil-
na_, traslato da Smolensko : nel
1781 Pio VI avea fatto vescovo
di Cariopoli in parti bus, Gio. Cri-
sostomo Kaczkowski della diocesi
di Gnesna, indi suffraganeo di Lu-
ceoria. Il suo vescovato soppresso
dall' imperatrice Caterina JI, fu
ripristinato da suo figlio l' impera-
tole Paolo I, a persuasione di mon-
signor Litta ambasciatore e dele-
gato apostolico di Pio VI alla
corte di Russia, allorquando il Pa-
pa nel 1 798 dichiarò la sede di
Luceoria suffraganea della metro-
poli di Mohilow da lui istituita,
della quale è tuttora suffraganea:
il vescovato latino di Luceoria di-
venne dominio della Russia sino
dal 1793, pel secondo spartimento
della Polonia. Inoltre Pio VI unì
al vescovato di Luceoria quello di
Zyt omeri tz o Zilomierz (Vedi) ca-
pitale della Volinia, ed a' 16 di-
cembre 1798 vi traslatò da Kio-
via Gaspare Casimiro Colonna di
Wolitz diocesi di Posnania, che fu
il primo ad intitolarsi vescovo di
Luceoria e Zytomierz. Per Lu-
ceoria fu destinato suffraganeo il
suddetto vescovo di Cariopoli; per
Zytomierz fu nominato suffraganeo
78 LUG
Giovnnni Canzio Beozodar-Podho-
rodecki della diocesi di Luceoria,
fatto da Pio VII nel 1804 vesco-
vo in partìbus di Polemonia. Al
vescovo Gasparo, Leone XII nel
concistoro de' 3 luglio 1826 diede
in coadiutore con futura succes-
sione monsignor Michele Piwni-
cki della diocesi di Luceoria , ed
arcidiacono della cattedrale, che
fece vescovo di Ramata iti partibus,
benché vivessero i due nominati
suffraganei. Nel 1828 monsignor
Piwnicki divenne vescovo elFettivo,
e lo è tuttora, ma senza suffraganei.
La cattedrale di Luceoria è de-
dicata alla ss. Trinità, con fonte
battesimale, e cura d'anime, la
quale è amministrata da un sacer-
dote del capitolo. Questo si com-
pone di sette dignità, la prima
delle quali è il proposto, di dieci
canonici comprese le prebende del
teologo e del penitenziere, di otto
vicari, con alcuni mansionari. Avvi
l'episcopio, il seminario con alunni,
monasteri di monache, e conventi
di religiosi. La diocesi è amplissi-
ma; ed ogni nuovo vescovo è tas-
sato ne' libri della camera aposto-
lica in fiorini 66, corrispondenti
alla rendita di 16,000 rubli. Que-
sto stato è desunto dalla proposi-
zione concistoriale per l'odierno ve-
scovo : aggiungeremo le seguenti
notizie. La diocesi di Luceoria e
Zytomierz comprende it governo
della Volinia, non che la diocesi
di Riovia, il cui vescovo risiedeva
aZytomierz. Le parrocchie sono 87,
le chiese succursali 6, le cappelle
12 5. I preti nel 1834 erano 169.
I canonicati sono di tenui rendite.
I religiosi erano, agostiniani, fran-
cescani, servi di Maria, scolopi e
trinitari; in tutti 498 , che aveano
5j conventi. Una casa delle sorel-
LUG
le della carità; due monasteri con-
45 religiose, carmelitane e di san-
ta Brigida ; e tredici scuole. L'ar-
civescovo scismatico della Volinia
ha delle chiese in questa città. Il
vescovo avea la facoltà di confe-
rire ai canonici i benefìzi sempli-
ci per accorrere ai loro bisogni.
I servi addetti ai villaggi del cle-
ro secolare erano 5562 : i fondi
del medesimo si valutarono rubli
432,337, che rendevano annui ru-
bli 44^37. I servi addetti al cle-
ro regolare dei due sessi erano
4865. I suoi capitali si valutava-
no a rubli 568,667, che ne ren-
devano annualmente 32,892.
Luck ed Ostrog uniti, vescovati
di rito greco ruteno.
La sede vescovile di Luck di
rito greco ruteno fu eretta nel
secolo XIII, prima della latina, e
venne fìtta suffraganea del metro-
polita di Kiovia [Vedi)', il vesco-
vo fu dichiarato esarca della Rus-
sia, nella Volinia. Tra i suoi ve-
scovi nomineremo i seguenti. Ci-
rillo Terlecki, Uno degl'inviati del
concilio di Russia al Pontefice Cle-
mente VIII per l'unione nel i5g5:
avendo sino allora professato lo
scisma, abiurò gli antichi errori,
fece la professione di fede, e fu
ricevuto dal Papa nel grembo del-
la santa romana Chiesa. Girolamo
monaco russo, nominato dal Pon-
tefice Urbano VIII. Atanasio sci-
smatico, assistette nel 1642 al con-
cilio tenuto in Moldavia da Par-
tenio, contro Cirillo di Lucar, e
lo sottoscrisse. Wihowski, già re-
ferendario del granducato di Li-
tuania, abbate commendatario di
Siecikow in Volinia, ordinato nel
i7or, morì nel 171 4- Gioacchino
Przebendowski, ordinato nel 1 7 1 5,
LUC
morto nel 1720. Stefano Rup-
niewski eletto nel 1721. Silvestro
Lubienicki Rudniki di Volinia, del-
l'ordine di s. Basilio, fatto vescovo
nel 1750 di Luck e di Ostrog,
Ostroginen (Fedì), che già era uni-
to al vescovato di Luck. Cipriano
Stecki del palatinato di Kiovia,
dell'ordine di s. Basilio, vescovo
nel 1777. Matteo Stadnicki mo-
naco basiliano, eletto nel 1783.
Pio VI nel 1784 gli diede per
coadiutore con futura successione
Stanislao o Stefano Lewinski, che
fece vescovo in partibus di Tegea,
il quale nel 1797 a' 26 giugno
divenne vescovo effettivo ed esar-
ca della Russia. Ma V imperatrice
Caterina II nel 1795, perla terza
divisione della Polonia avendo ri-
cevuto sotto il suo dominio tutti
i vescovi ruteni, salvo quelli di
Leopoli e di Premislia, li volle
tutti soppressi, fuorché la sede di
Polock , incamerando e donando
i beni ai suoi generali ed uffiziali
pubblici ; e siccome assegnò scarse
rendite ai vescovi cui avea tolto
diocesi e rendite, provvide Lewin-
ski vescovo di Luck e di Ostrog
con tremila scudi annui. Divenuto
imperatore nel 1796 Paolo I, nu-
trendo sentimenti umani per la
Chiesa cattolica , con monsignor
Li Ita stipulò una convenzione, che
Pio VI approvò nel 1798, nella
quale si ricompose pure il vescova-
to di Luck delle provincie della
Volinia, della Podolia e del pala-
tinato di Kiovia. Stanislao Lewin-
ski, già espulso da Caterina li, fu
richiamato a questa antica sua se-
de; riassunse il titolo -di eparca o
esarca della chiesa greco-unita, ebbe
un snffraganeo con assegnamento
di seimila scudi, e fermò la sua
residenza nel rinomato monastero
LUC 79
basiliano di Poczajow, poiché il
palazzo vescovile era stato nelle ul-
time guerre incendiato. Indi me-
diante la benignità dell'imperatore
Alessandro I, l'ottimo vescovo con-
corse che al collegio cattolico latino
fossero aggiunti quattro assessori del
clero ruteno nel 1804. Quindi dopo
la morte di Lewinski fu nominato
vescovo di Luck il zelante prelato
Giacomo Matuszewicz, cui fu dato
a suffraganeo nel 1825 il piissimo
sacerdote Cirillo Sierocinski, col ti-
tolo di vescovo di Pinsco e Tu-
rovia unite nella Lituania; ma in-
felicemente nel 1828 l'imperatore
Nicolò I abolì la sede vescovile di
Luck, incorporandola alla metro-
poli di Polock, riunendo nel col-
legio ecclesiastico greco-unito il
concistoro di Luck. Nel i832 per
le disposizioni imperiali la chiesa
rutena diventò semplice parte della
scismatica, e la sede scismatica di
Volinia sottentrò alla cattolica di
Luck, ed ebbe poco appresso un
suffraganeo: lo scisma si propagò
ed ebbe lagrimevole compimento
nel 1839. Qui appresso riportere-
mo lo stato di questa chiesa, co-
me si trovava prima del disgra-
ziato avvenimento.
La sua giurisdizione si estende-
va non solo a tutta la Volinia e
Podolia, ma comprendeva anche
il governo di Kiovia. Conteneva
molte chiese greco-cattoliche ; Ostrog
città vescovile era concattedrale. I
cattotici dei due sessi maggiori del-
la pubertà erano 111,598. Le
chiese parrocchiali ascendevano a
i5i. 11 clero secolare era di 266
individui, quello regolare compo-
nevasi di 343. I basiliani vi avevano
trentatre monasteri. Le monache
basiliane, ch'erano 55, vi possede-
vano quattro monasteri. In Ostrog
80 LUC
si trovava aperto un seminano. Vi
era anco un convento di basiliani.
Il clero secolare possedeva in ca-
pitali 7897 rubli. I servi addetti
ai villaggi di questo clero erano
168. Il clero regolare aveva in beni
stabili rubli 207,180; di annua ren-
dita 39,256. I servi ne' suoi villaggi
erano 6374. Il vescovo portava il ti-
tolo di esarca della Russia sopra gli
arcivescovi di Smolensko e di Po-
lok. In questa città era stato sta-
bilito il concistoro, secondo le nor-
me delle altre città. I beni del-
l'abbazia Zydyczinense erano stati
destinati pel mantenimento del con-
cistoro e del sulnaganeo, che pe-
rò non si potè mai ottenere dal
governo, e dell' istesso vescovo dio-
cesano, oltre i seimila rubli che pa-
gavagli il fisco imperiale. Avanti la
presente apostasia, il governo ave-
va tolto ai cattolici e dato agli
scismatici 32 chiese. I parrochi nel-
le loro case amministravano al
numeroso popolo i sagramenti. In
Kamieniec ne ai latini, ne ai ru-
teni restava una chiesa. Vi era in-
oltre proibizione di fabbricarne
delle nuove senza esserne autoriz-
zati. Luck ed Ostrog alla erezio-
ne di Mohilow in metropoli diven-
nero di essa suffraga nei.
LUCERÀ (Lucerin). Città con
residenza vescovile nel regno delle
due Sicilie, nella provincia di Ca-
pitanata, distretto di Foggia, da cui
è distante quattro Jeghe, e capo-
luogo di cantone. E posta su di
un'alta collina fra il Volgano ed
il Salzola, influenti del Candelaio,
al termine occidentale della pia-
nura di Puglia Daunia. Ivi sono
i tribunali civili e criminali , non
che il real collegio per tutta la
provincia di Capitanata. La gran
fortezza ed il magnifico palazzo in
LUC
essa costruito sul più elevalo cli-
vo, non formano oggi che un am-
masso di ruderi che servono alle
greggie di ricovero, e fra' rottami
vedesi la torre quadrata di pietra
erettavi da Carlo II nella libera-
zione di Lucerà. Nella remota an-
tichità vi era un celebre tempio
consacrato a Minerva, ov'eransi ra-
dunate per la liberalità pagana im-
mense ricchezze : negli scavi vi si
trovarono molte medaglie. E que-
sta l'antichissima Luceria, una del-
le più famose città del Sannio,
che Strabone dice fondala da Dio-
mede re de^li etolii. Quivi i roma-
ni andando al soccorso di questa
città, che credevano assediata, cad-
dero in un' imboscata e passaro-
no sotto le forche caudine; ma un
tale affronto venne poscia vendica-
to da Lucio Papirio Cursore, 320
anni avanti la nostra era, facendo
passare i sanniti sotto il giogo me-
desimo. Livio dice che vi fu con-
dotta una colonia romana nel con-
solato di M. Petilio Libone, e di
Caio Sulpizio Longo , l' anno di
Roma 439 , avanti la nostra era
3r4- Nella guerra civile tra Cesa-
re e Pompeo, questi se la elesse per
sede, come appare dall'epistola di
Cicerone ad Attico. Dopo la rovi-
na e divisione dell' impero romauo
fu occupata e manomessa prima
dai goti e poi dai longobardi , ai
quali nel 663 dell'eia nostra la
tolse l'imperatore greco Costante
II, nel pontificato di s. Vitaliano,
e venne allora saccheggiata ed in-
teramente distrutta, con eccidio di
lutti i cittadini. L' imperatore e re
di Napoli Federico II nell'anno
1227 la popolò di saraceni, che
avea fatto venire dall'Africa, col-
l'obbligo di rifabbricarla, rimanen-
dovi il solo vescovo cattolico e
LUC
pochi del suo clero. Inoltre Fede rico
II diede ai medesimi saraceni le
pianure di Capitanata perchè le
coltivassero, mediante un annuale
censo. Da questi nuovi abitanti, la
città fu comunemente chiamata
Lucerà de' saraceni. In queste vi-
cinanze e presso Foggia mori Car-
lo I d'Angiò re di Napoli nel 1285.
Intanto i saraceni di Lucerà, fatti
ogni di più. orgogliosi, infestarono
lungamente, e posero a ruba le vi-
cine contrade, finche non riuscì a
Carlo II re di Napoli di farne ma-
cello, e di snidarli da Lucerà in nume-
ro di ventimila ; s'impadronì della
città, e per grata memoria la chiame)
s. Maria della littoria. In questa
occasione sorse il gran tempio dedi-
cato alla Beata Vergine, nel quale
pose il vescovo la sua cattedra, aven-
dola fatta edificare il re vincitore.
L'evangelio credesi sia stato an-
nunziato in Lucerà fino dai primi
secoli della Chiesa ; trovansi in fat-
ti nominati alcuni suoi vescovi ver-
so l'anno 3oo. Il primo vescovo
di Lucerà conosciuto, è s. Basso
martire, cui succedette s. Pardo,
come afferma il Sarnelli in Chro-
nol. epìsc. Sypontinorum a p. 2 1 e
26, citato dagli annotatori dell'U-
ghelli, Italia sacra t. X, p. 279.
L'Ughelli nel t. Vili, p. 3i3, ed
il medesimo Sarnelli nelle Memorie
degli arcivescovi di Benevento pag.
246, aveano registrato pei due pri-
mi vescovi di Lucerà, Giovanni del
3oo, e s. Marco che gli successe
nel 3o2, e visse sino a' i4 giugno
del 328; il suo corpo fu trasferito
a Bovino, com'egli avea ordinato,
ed è il patrono di questa città. V.
Ada ss, junii t. II, p. 800. L'an-
notatore dell' Ughelli, Coleti, crede
che s. Marco fosse stato ordinato
dal Papa s. Marcellino. Aggiunge
voi,. XI.
LUC Si
il Sarnelli che a Lucerà si uniro-
no le sedi vescovili, verso il i4,0>
di Tortivoli e Ferentinum o Fio-
rentino (Fedi). Tra i successori di
s. Marco nomineremo i piti cospi-
cui. 743 Marco II, intervenne al
concilio romano celebrato dal Pa-
pa san Zaccaria. 957 Adelchisio
lucerino. 964 Alberto intervenne
al concilio lateranense del mede-
simo anno. 1099 Benedetto. 11 79
Rinaldo che fu al concilio generale
Lateranense III. 1 128 Alberto che
il Pontefice Alessandro IV dichia-
rò legittimo nel 1255: gli succes-
sero Nicola lucerino nunzio nel
1261 all'imperatore greco, e nel
1265 Bartolomeo; questi tre ve-
scovi ressero la chiesa di Lucerà
quando nella città dominavano i
saraceni. I seguenti vescovi si chia-
marono di s. Maria, dal nome
imposto alla città da Carlo II dopa
che la tolse ai saraceni. Guglielmo
che rinunziò nel 12951. Aimando
arcidiacono della cattedrale, trasla-
to nel i3o2 a Salpi. i3o4 Stefa-
no. i3o8 Giovanni. i3i7 beato
Agostino dalmatino domenicano, da
Giovanni XXII traslato da Zagra-
bia, che morì a' 3 agosto i323:
egli fabbricò la chiesa ed il con-
vento ai frati del suo ordine , do-
v' è seppellito in Lucerà, chiaro per
miracoli. i324 Jacopo civitatts s.
Mariae episcopus, e fu l'ultimo ad
essere con questo nome registrato,
i successori intitolandosi vescovi di
Lucerà, incominciando da Marino
del i348. Dopo di questi nomi-
neremo Antonio, che eletto in detto
anno dai canonici per morte di
Marino, Clemente VI cassò tale
atto e di sua autorità lo nominò.
1378 Tommaso da Urbano VI in-
viato nunzio in Boemia. 1422 Bas-
sastaehio de' Bassastachi de Formi-
6
82 LUC
ca nipote del vescovo di egual no-
me fatto da Bonifacio IX ; nel 14*22
da Martino V fu elevato a questa
sede: sotto questo prelato nel i/|3()
Eugenio IV unì a Lucerà il vesco-
vato di Civitate. i45o Antonio An-
glo napoletano, che traslato nello
stesso anno a Potenza, gli successe
Ladislao Dentice napoletano, sotto
di cui nel 1478, Sisto IV, o dopo
la sua morte, separò Civitate da
Lucerà , e ne nominò il vescovo :
del vescovato di Civitate ne par-
leremo all'articolo s. Severo [Vedi),
al quale fu unita da Gregorio XIII.
1478 fi*. Pietro Ranzano siciliano
domenicano dotto ed eloquente. Fer-
dinando I re di Napoli Io fece pre-
cettore del figlio , e legato al re
d'Ungheria Mattia : morì nell'anno
1492. Egli scrisse, De urbis Pa-
norrni antiqui tate y de laudibus Lu-
cermele civitalis; Annales tempora mì
et alia sui ingenii monumenta pò-
steris mandavit. i5i2 Alfonso Ca-
raffa napoletano, vescovo di s. Aga-
ta e patriarca d'Antiochia, traslato a
Lucerà, nel qual anno intervenne
al concilio generale lateranense V.
In sua morte nel i534 venne fat-
to amministratore il cardinal An-
drea Palmieri, indi nel i535 di-
ventò vescovo Michele Visconti mi-
lanese. i54o Fabio Mignanelli pa-
trizio sanese, da Giulio III nel i55i
creato cardinale e traslato a Gros-
seto. i553 cardinal Fulvio della
Cora ia per alcun tempo ammini-
stratore, e si dimise a' 16 maggio
1 553, succedendogli Pietro del Mon-
te parente di Giulio III, che fu al
concilio di Trento. i582 Scipione
Bozzulo, chiaro per scienza, al quale
nel 1593 successe l'ottimo Mar-
co Ugnacervo teatino, che nel 1601
ebbe in successore Fabio A resti pa-
trizio camerinese, lodato per diver-
LUC
se doli. 1642 f»'- Tommaso de
Avalos napoletano de' marchesi del
Vasto, domenicano. 1 663 Gio. Bat-
tista Eustachi di Troia, canonico
della cattedrale. 17 18 Domenico
Maria de Ligurro chierico regolare
teatino: con questo 1' Ughelli ter-
mina la serie de' vescovi , la cui
continuazione si può leggere nelle
annuali Notizie di Roma. Alfonso
M. de' marchesi Freda di Foggia
da Pio VI fatto vescovo nel 1798,
le lodi del quale scrisse e pubbli-
cò colle stampe di Napoli nel 1 835
il eh. Tommaso Maria Vigilanti
canonico della basilica cattedrale ,
con due opuscoli intitolati : Cenno
biografico ed accademico in lode, ec.
De obitu Ildephonsi ec. episcopi
el condiloris excullissimi seminarii
Lucermi Academia, cui litulus: il
pianto delle pecore per la morie
del pastore^ ab ejusdem seminarii
alumnis recilanda. Per morte di
tale ottimo e benemerito vescovo ,
Pio VII gli diede in successore nel
concistoro de' 6 aprile 18 18 An-
drea Portauova di Napoli , quindi
colla lettera De utiliori, V kal. julii
18 18, soppresse le sedi di Voltura
o Voltai aria 3 e di Monte Corvino
[Vedi), e le xuù al vescovato di Lu-
cerà, che confermò sulfraganeo del-
la metropoli di Benevento, com'e-
ra sempre stato. Il Pontefice Gre-
gorio XVI, per morte del vescovo
precedente, nel concistoro de' 19
giugno i843 dichiarò- vescovo l'o-
dierno monsignor Giuseppe Jannuz-
zi di Andria, e canonico di quella
cattedrale.
La cattedrale di Lucerà, antico
ed ottimo edilìzio, è dedicala alla
Beata Vergine assunta in cielo, con
cura parrocchiale, che si esercita
da un mansionario deputato dal
capitolo. Ivi si venera il corpo di
LUC
s. Agostino vescovo di Lucerà , ed
è munita di fonte battesimale; l'e-
piscopio è rimpetlo alla cattedrale.
Il capitolo si compone di quattro
dignità, la maggiore delle quali è il
decano, di sedici canonici, di otto
preti, di otto chierici, di dieci man-
sionari, e di altri preti e chierici
addetti ai divino servigio. Nella cit-
tà vi sono tre altre parrocchie ,
tutte col baltisterio ; quattro con-
venti di religiosi , un monastero di
monache, due conservatorii, diversi
sodalizi, l'ospedale, il seminario, ed
il monte di pietà. La diocesi si
estende in circa centocinquanta mi-
glia, e contiene più luoghi. Ogni
nuovo vescovo è tassato nei libri
della camera apostolica in fiorini
200, corrispondenti alle rendite del-
la mensa che sono 3o4o ducati ,
moneta del reame.
LUCERNA, Lucerna, Lychnus.
Vaso di diverse maniere, e per lo
più di metalli, nel quale si mette
olio e lucignolo, che s'accende per
far lume. 11 Sarnelli nelle Lett. eccl.
t. IV, lett. Perche nell'antico tem-
pio si adoperasse l'olio non la ce-
ra, osserva che la candela si usò
prima della lucerna dagli antichi,
perchè delle lucerne nella sacra
Scrittura non si fa menzione pri-
ma che Dio le ordinasse nell'Eso-
do, e. 2.5, v. 3 7, dov'egli dice a Mosè:
Facies et lucernas septem, et pones
eas super candelabrum, ut luceant
ex adverso, etc. Benché Eusebio,
De prarparat. evang., lib. X, dica
che gli egizi avessero inventato le
lucerne, forse quelle di creta, per-
chè in Egitto erano fornaci per
cuocere la creta, e quelle di Mosè
erano d'oro , come dicemmo agli
articoli Gandelliere, ove pure si
dice delle lucerne, e Gerusalemme
parlando del tempio di Salomone:
LUC 83
il Sarnelli aggiunge varie spiega-
zioni simboliche sulle lucerne. Ero-
doto, in Euterpe e. 62, narra che
gli egiziani istituirono la festa delle
lucerne, e ciò nacque o dall' idea
del fuoco perpetuo e sacro de' tem-
pli, ed usato dagli antichi nelle ce-
rimonie e misteri, e cogli stessi de-
funti per espiazione a mezzo d'uà
lume perpetuo ; oppure dalle sette
lucerne del gran candelabro, o per
rammentare quella infausta notle$
qua Deus omnem primogenitum in
Aegypto percussit. Infatti lo stesso
Erodoto accenna, che gli egiziani
facevano delle nenie per la morte
de'primogeniti, e celebravano anco
la festa dell'accensione delle lucer-
ne, in memoria della partenza d'u-
na nazione magica, cioè degli ebrei.
Era poi nota la festa de' lumi , o
1' Encenia {Vedi), presso i Macca-
bei, e. 4? v« 5o, di cui parlano altresì
tutti i rabbini , quia illuminaverat
Deus Israel sedenlem in tenebris,
ed era noto l' olio santo o consa-
crato che i pontefici ebrei sigilla-
vano pei lumi del tempio, su di
che si può vedere 1* Hotfman alla
voce Luminaria. Da questa origine
sacra per il popolo eletto, ed usur-
pata per li pagani , gli uni e gli
altri mantennero l'uso de' lumi se-
polcrali e perpetui. Fortunio Lice-
to dotto archeologo, nella sua ope-
ra De reconditis antiquorum lucer-
nìs lib. II, cap. 26, riporta trenta-
due fatti storici di lucerne o lumi
perpetui cavati da monumenti pro-
fani. Anzi parlando il Liceto del
fuoco sacro delle vestali, sostiene
al cap. 3o, con l'autorità di Plu-
tarco in Numa, non in rogo ligneo,
sed in lucernis lampadibusque per-
petuis exarsisse. E Lodovico Vi-
ves attesta di essere stalo presente
in Parigi allo scavo di un monu-
84 LUC
mento di i5oo anni antico, dove
vide una lucerna ardente che si
sciolse poi in minutissima polvere.
Il p. Menochio nel toro. Ili delie
Stuore, cap. XLI: Varie osserva-
zioni circa le lucerne e lumi, e uso
loro appresso gli antichi. Cap. XL1I:
Delle lucerne ardenti ritrovate nei
sepolcri antichi. Egli riporta tre
esempli di lucerne ardenti rinve-
nute ne' sepolcri, due de' quali nel
secolo XVI. Ottavio Ferrarlo ci
diede un'opera intitolata: De ve*
ter. lucernis sepulchrorum.
Il Marangoni, Delle cose genti-
lesche e profane } trasportale ad uso
e adornamento delle chiese, nel cap.
LXX1V tratta di alcune lucerne di
terra cotta con figure gentilesche,
che talora ritrovatisi ai sepolcri,
anche de' sacri cimiteri. Il Guasco,
/ riti funebri di Roma pagana, a
pag. 84 e seg. discorre delle lu-
cerne, della loro specie e forma, e
spiega il perchè si posero ne' se-
polcri. Antichissimo fu l'uso di col-
locare a' sepolcri de' defunti le lu-
cerne di varie sorti e specialmente
di terra cotta, poiché se ne ritro-
varono anche in quelli degli egi-
ziani, come riporta il p. Rircher ,
De Oedip. Aegypt. t. Ili, p. 53 1,
ove ne fa lungo discorso. Lo stesso
poscia praticarono i greci e i ro-
mani gentili, adornandole con im-
pressioni di varie immagini, si di
loro deità, come di animali e con
vari geroglifici. E vero che i ro-
mani usavano porre lucerne accese
ne' sepolcri, anzi adoperavano più,
frequentemente le lucerne che le
candele, e nelle loro illuminazioni,
che sovente facevano anche di gior-
no , appendevano le lucerne alle
porte ed alle finestre delle case. Il
Ficoroni nelle sue Maschere sce-
niche, cap. io, 11, 79, dice che le
LUC
lucerne erano per la maggior parte
di terra cotta, bizzarramente lavo-
rate, ed aventi la forma or tonda,
or bislunga, ora ovale. Alcune rap-
presentavano maschere comiche, tut-
te con la bocca assai larga e l'ac-
conciatura del capo molto ridicola;
altre raffiguravano uomini e fan-
ciulli, ora in piedi, ora seduti, ora
distesi. Quelle che avevano nel brac-
ciolino la figura della luna cre-
scente, sono quelle che ponevano
nel sepolcro de' patrizi, i quali por-
tavano fitte nelle scarpe certe lu-
nette, che formando la lettera C ,
denotavano aver essi tratta la loro
origine da qualcuno dei cento se-
natori, de' quali fu composto il se-
nato di Romolo. Non manca però
chi sostiene, che i romani portas-
sero queste lunette alle scarpe per
aver sempre dinanzi agli occhi un
simbolo della instabilità e fralezza
delle umane cose : altri vogliono
che accennasse lo stato delle a-
nime nel cielo, le quali avranno
sotto i piedi la luna : comunemen-
te se ne attribuisce l'origine agli
arcadi , i quali si credettero più
antichi della luna, perchè furono i
primi a vederla dopo il diluvio uni-
versale. Dice inoltre il Marangoni
che alcuni hanno preteso, che varie
di queste lucerne ardenti fossero sta-
te chiuse entro i sepolcri coi cada-
veri, e che si mantenessero sempre
accese, in virtù di certo olio estrat-
to dalla pietra amianto (della qua-
le parlammo nel voi. XXVIII, p.
19 e 20 del Dizionario ), dimodo-
ché passando questo primo alimen-
to in fumo, questo a guisa dell'ar-
gento vivo, ritornando al suo essere
primiero di nuovo alimento, perpe-
tuamente mantenesse viva la fiam-
ma; e perciò, presso il volgo, tali
lucerne presero il titolo di perpe-
LUC
lue. Di questo sentimento fu l'Al-
dovrando, De metallis 1. 4> e. a5,
scrivendo: Romae in mullis sepul-
chris repertae sunt lucernae seni-
per ardentes,forsitan cum elychniisi
et oleo ex materia amiantina pa-
ratis. Ma questa opinione è falsa,
come prova il citato Ferrano, poi-
ché è contro l' ordine di natura ,
non potendo sussistere la fiamma
senza alcun moto dell'aere, come
l'esperienza lo dimostrai e gli esem-
pi che adduconsi da Liceto e da
altri non provano d'essersi realmen-
te veduta la fiamma da alcuno,
ma che nell'aprirsi qualche sepol-
cro è sembrato di vedere come un
fumo, dal credersi che nel primo
ingresso dell'aere esteriore si fosse
estinta la fiamma.
Parlando il Guasco suir umore
che alimentava le lucerne sepolcrali,
protesta non poterlo accertare; ma
siccome l'olio era in Roma comu-
nissimo, cosi crede che dell'olio si
valessero gli antichi romani , im-
mergendovi forse qualche poco di
sale, perchè ardesse meglio. Ne' se-
polcri ponevasi vicino alle lucerne
un fiasco, il quale probabilmente
era ripieno d'olio : ma chi andava
a rifonderlo nella lucerna? Potea-
no bensì i romani figurarsi o i
pontefici de' gentili spacciare che il
genio o il lare guardiano del morto
si pigliasse cotal briga, non già noi
che di sì fatte superstizioni ridia-
mo, riflettendo come poter bastare
un sol fiasco d'olio per tanti secoli,
ancorché si volesse ammettere la
ridicola prestazione? Tali fiaschi
o vasi erano di creta, di mediocre
grandezza e di forme semplici, rin-
chiudendo un liquore oleoso. I lu-
cignoli delle lucerne sepolcrali era-
no di lino vivo o di amianto fila-
to, il quale avea la prerogativa di
LUC 85
non abbruciar mai. Anche il Gua-
sco confuta con naturali e buone
ragioni le asserzioni di gravi scrit-
tori, i quali dicono aver veduto al-
l'aprimento de' sepolcri lucerne che
tuttavia ardevano, mentre osserva
Plutarco, sympos. 7, quaest. 3, che
l'olio a cui viene meno l'aria , fa-
cilmente s' indebolisce e corrompe.
Conviene che i romani in Roma e
nelle colonie ponessero ne' sepolcri
le lucerne accese; ma queste., non
avendo spiraglio alcuno donde ri-
cevere l'aria, si spengevano im-
mantinente. Afferma il Ruscelli che
le lucerne si riaccendessero allorché
apertisi i sepolcri vi penetrava l'a-
ria, la quale agitando l'umor in-
cendevole o la polvere artefatta ,
di cui riempivasi il corpo della lu-
cerna, ne eccitava violentemente le
parti ignee e sulfuree, dal congiun-
gimento ed aggregamento delle qua-
li generavasi una fiammella, o piut-
tosto un fuoco pazzo o razzo. Di
questi composti, che rinchiusi si
conservano spenti, e che posti al-
l'aria si accendono, parla assai eru-
ditamente il Ruscelli. I nominati
ed altri scrittori eruditamente ri-
portano i diversi fini ch'ebbero i
gentili nel collocare a' sepolcri le
lucerne, volendo alcuni che ve le
ponessero, giudicando che l'anime
stassero intorno ai corpi loro , e
perchè essendo esse come di sostan-
za ignea, non dovesse mancarvi o
il fuoco o il suo simulacro ; altri
che ve li collocassero in ossequio
degli Dei infernali, come destinati
alla cura de' morti. Altri che que-
ste lucerne fossero di distintivo di
nobiltà del defunto, cioè di quelle
ornate della lunetta, perchè le lu-
cerne si ponevano anche ne' sepol-
cri de' plebei ; e che giudicando
che l'anima stasse col corpo e col-
86 LUC
le sue ceneri, ella senza lume non
giacesse fra quelle tenebre : a que-
sti due ultimi, rigettando tutti gli
altri, aderisceLiceto.il Sarnelli, Lelt.
acci. t. X, p. i3i, dice che gli an-
tichi con Milani lumi perpetui vol-
lero denotare l'immortalità dell'a-
nima, e la chiarezza del sangue o
delle opere di chi giaceva sepolto.
Riporta l'opinione di quelli che di-
cono essere state le lucerne di due
sorta, una che si lasciava accesa e
l' altra smorzata, ma con un com-
posto chimico , che all' aprirsi del
sepolcro s' incendiava ; ne descrive
la composizione, e riporta diverse
erudizioni sulle lucerne. Una ne
ricorderemo , cioè la disposizione
della matrona romana Mevia, che
nel suo testamento concesse la li-
berta ai suoi servi, coll'obbligo che
ogni mese alternativamente accen-
dessero la lucerna del suo sepolcro.
Il Guasco è di parere che i roma-
ni probabilmente ponessero queste
lucerne ardenti, per la grande ve-
nerazione che portavano al fuoco ;
Minerva avea una lucerna accesa
nelle mani ; negli sponsali, Pronuba
accendeva una lucerna, la quale
non era lecito chiudere nel sepol-
cro; e le lucerne o lampade came-
rali, mai si spegnevano, ma si la-
sciavano estinguere da per sé. Nei
conviti funebri erano escluse le lu-
cerne, che solevansi però accendere
nelle case quando taluno nasceva.
Finalmente scrive il p. Manuzio,
che gli egiziani usassero simboleg-
giare la vita umana colla lucerna,
giudicando l'umana vita somigliare
ad una lucerna accesa alimentala
con olio.
Qualunque siasi il fine per cui
gli antichi ponevano lucerne acce-
se ne* sepolcri, è certo che queste
lucerne di terra cotta si trovarono
LUC
e trovatisi in quasi tutti gli anti-
chi sepolcri de' gentili , anche di
liberti e plebei, ed eziandio fra la
semplice terra. Questo costume non
fu abbonito dagli antichi cristiani,
ne* cimiteri, sepolcri e catacom-
be, come si può leggera nel Boiio,
nel Boldetti, e nel Bianchini} Hist.
quadripart. secolo I, lelt. A, 9, e
secolo li, lett. B, 5, 6, 7. Ordina-
riamente ne' cimiteri e catacombe
di Roma nelle pareti si trovano
affisse somiglianti lucerne, talvolta
di bronzo e generalmente di terra
cotta, alcune delle quali adorne di
varie figure come di animali, e di
simboli di varie sorti, ed altre se-
gnate col monogramma Cristo [Ve-
di), con le lettere greche XP in-
trecciate , col monogramma espri-
mente la croce , colla figura del
pastore, con palme e colombe. Il
Buonarroti nelle Osservazioni sui
vasi antichi di vetro 3 p. 1 2 5, dice
che i cristiani per rappresentare le
anime uscite dal corpo in pace ,
costumarono di fare in forma di
colomba alcune lucerne, delle quali
si servivano per accenderle in certi
giorni ai sepolcri. Alcuno volte si
sono rinvenute ne' sacri cimiteri
lucerne con figure gentilesche e
profane ; ma se si riflette alla sem-
plicità, colla quale i primi cristia-
ni ve le posero, talvolta staccando-
le da' sepolcri de' gentili , che o
vicini o pure sopra gli stessi cimi-
teri si trovavano, o comprandole
dalle officine se ne servivano, non
dee portare meraviglia; mentre lo
stesso facevano sovente de' vetri
con figure profane, e colle iscrizio-
ni de' gentili svelte dai loro sepol-
cri , e adattate ai sacri cimiteri.
Veramente lucerne con figure gen-
tilesche di rado si trovarono ne'se-
polcri cristiani , molte bensì con
LUC
simboli d'animali ed allre cose. In
questo costume però gli antichi cri-
stiani, altro diverso fine ebbero da
quello de' gentili, ed infinitamente
più. commendabile. Imperciocché,
essendo in que' tempi delle perse-
cuzioni i cimiteri e catacombe le
loro chiese, ove celebravansi i di-
vini misteri, ed ove adunavansi a
parteciparli, ed a lodare l'Altissimo,
conoscevano doversi illustrare colle
lucerne accese, nella stessa guisa che
Dio le avea tante volte prescritte nel-
l'Esodo , nel Levitico, e ne'Numeri
per illuminare il suo Tabernacolo,
e come poscia fece Salomone nel
tempio. Sapevano gli antichi cri-
stiani , che nella lucerna figurasi
l'umanità e la divinità del Salva-
tore ; e che dopo asceso al cielo,
qual lucerna diffonde il lume della
sua gloria a quella beata patria.
Quindi conobbero que' primi fedeli
convenevole cosa raccenderne molte
ne' santuari loro, per avere occa-
sione ad ogni passo di contemplar
quella divina e celeste lucerna, da
cui erano illuminati nella loro fe-
de; e nel vederle seminate per
quelle vie sotterranee , rammenta-
vansi del precetto dei medesimo Cri-
sto , Luca e. 1 2 : Lucernae arclen-
tes in manibus veslrisj e da quelle
lingue di luce infiammavansi non
meno a confessare generosamente
il nome di lui innanzi ai tiranni,
che ad impiegar le loro mani nelle
opere più eccellenti di carità; e
finalmente oltre a moltissimi altri
riflessi morali s non v'ha dubbio che
intesero anche di onorare i corpi
de' santi martiri coli' apporre ai lo-
ro sepolcri le lucerne.
A questo antichissimo costume
de' primi fedeli, può riferirsi quel-
lo de' secoli a noi più vicini , di
scolpirsi sopra le lapidi sepolcrali
LUC 87
entro le chiese la forma di un
candelliere, come si vede in molte
di Roma, tra le quali nomineremo
le chiese di s. Maria di Aracoeli,
di s. Maria Nova e di s. Maria
ad Martyres; volendosi con ciò
significare, che il defunto ivi sepol-
to passò all' altra vita colla can-
dela accesa della vera fede cristiana;
benché altri vogliano che sia ancora
un contrassegno di nobiltà. Negli
Annali ecclesiastici del Rinaldi so-
no riportale varie erudizioni sulle
lucerne. La stola del sommo sacer-
dote custodivasi in Gerusalemme
nella torre Antonia, ed il castellano
ogni giorno accendeva innanzi ad
essa una lucerna ; gli ebrei di Roma
celebravano il natale di Erode A-
grippa loro ultimo re, col porre
lucerne alle finestre; tante lucerne
ardevano in tutta la notte dell'A-
scensione nel monte Gliveto, che
pareva ardesse il monte e i sotto-
posti luoghi : forse da quel costu-
me derivò l'altro vigente, che nella
notte dell' Ascensione quasi ogui
casa pone alla finestra un lume
per tutta la notte, ed alcuni insie-
me ad acqua, pane ec, nella pia
credenza che il Signore li benedi-
ca, come benedì tutto il mondo
nell'ascendere al cielo. I cristiani co-
me i gentili costumarono in tempi
determinati accomodare i lumi ai se-
polcri, accendere la lucerna il sab-
bato, e distribuire al popolo le can-
dele; talmente erano abbondanti le
offerte de' fedeli ne' tempi delle per-
secuzioni , che si provvedevano i
sacri templi di preziose suppellettili
e di lucerne di argento; con lu-
cerne accese, frondi e foglie si a-
dornavano in Roma i templi e le
case nelle pubbliche allegrezze, ec.
Antonio degli Effetti nelle Memo-
rie di s. Nonnoso abbate riporta
68 LUC
diverse crudizioni sulle lampade
meravigliose, e dell'efficacia dell'o-
lio (della divozione poi che se ne
ha ne parlammo altrove ) di
quelle che ardono innanzi alla
Beata Vergine ed ai santi. Ag-
giunge che la festa delle lampa-
de fu istituita dagli ateniesi in o-
nore di Vulcano, Minerva e Pro-
meteo ; che gli antichi romani usa-
rono le luminarie nelle feste di
Flora, le quali feste furono poi dai
cristiani permutate in celebrare le
memorie de' martiri , della Beata
Vergine, e nella notte dell' Ascen-
sione, citando le testimonianze di
Tertulliano, di Beda e di Baronie
Il p. Menochio dice che le lucer-
ne per alimento del lume, in vece
d' olio ebbero talora il butirro, o
altra sorta di materia ontuosa, e
che in onore de* santi si adoperò
talvolta il balsamo odoroso. Che
nelle chiese anticamente si adope-
rarono anche lucerne d'oro e di
argento, lo abbiamo dal Severano
nelle Memorie sacre: tra le sup-
pellettili sacre donale da Costanti-
no imperatore alla basilica latera-
pense, si novera una lucerna d'o-
ro detta faro, che ardeva con quin-
dici lumiciui di libbre venticinque;
quaranta lucerne o fari di argen-
to, ciascuno di libbre venti. Il Pa-
pa s. Silvestro I avanti l'altare
della basilica di s. Lorenzo in Va-
rano, ove collocò il corpo del san-
to, pose una lucerna d'oro con die-
ci lumicini di trenta libbre. V.
gli articoli Lampada e Lumi. Si pos-
sono consultare, Luca Fanciulli, De
lucernis ssivelampadibus pensilibus in
sacris Christiane-rum aedibus, Mace-
ratae 1802, con figure. Gio. Pietro
Bellori, Le antiche lucerne sepolcra-
li\ disegnate ed incise da Pietro San-
te Bartoli, Roma 1729 con rami.
LUC
LUCERNARIO , Lucernarium ,
lucernalis hora; termine liturgico.
11 lucernario è una specie di du-
plicato responsorio, composto di al-
cuni versetti, tutti ricavati dai sai*
mi. Fu cosi detto, poiché recitan-
dosi anticamente i vesperi sull'im-
brunir del giorno, ed accendendosi
perciò nella chiesa le lampade o
le lucerne, che vi si usavano allo-
ra in vece delle candele successi-
vamente introdotte, allusione si fa-
ceva con quel lucernario all'accen-
dimento di esse. Benché il lucer-
nario non sia sempre lo stesso, con
tuttociò vi si fa sempre cenno di
luce o d'illuminazione. 11 lucer-
nario dei greci consiste in un gran
numero di preghiere molto più lun-
ghe de* vesperi de' latini, e simili
alle preghiere che si recitano a pri-
ma, ed ai vesperi ne' giorni feriali.
Il Macri nella Notizia de' vocaboli
ecclesiastici dice che Lucernarium
viene chiamato nel rito ambrogia-
no certo responsorio od antifona ,
che si canta nel principio del ve-
spero, e che anzi questo medesimo
vocabolo appresso gli scrittori eccle-
siastici significa il Vespro (Vedi),
una delle sette ore canoniche. 11
Rinaldi, dopo aver qualificato il lu-
cernario , ufficio , salmi , orazioni ,
rendimenti di grazie, all'anno 5i,
n. 70, dice che s. Girolamo scris-
se 1' epist. 7 a Leta, nella quale si
legge : Assueverat exemplo ad ora-
tiones et psalmos nocte consurgere,
mane hymnos canere, accensaque
lucerna reddere sacrificium vesper-
tinum. Però s. Epifanio, in Comp.t
chiama lucernali i salmi che in
quella prima ora della notte si so-
levano cantare; con che ottima-
mente si conviene il detto di s. Ba-
silio : At quinam fuerit pater ilio-
rum verborum lucernariae gratta-
LUC
rum actìonis, dicere non possumus:
populus tamen antequam edit vo-
cerà, età, dando ad intendere tal
rito aversi nelle chiese per aposto-
lica tradizione. Delle istesse preci
lucernarie si fa menzione appresso
Clemente e Cassiano che compose
un libro del modo di far orazione
la notte. Anche s. Giovanni Cri-
sostomo chiama lucernario 1' ufficio
del quale lasciò scritto in psalm.
1 1 8 : Ad solis occasum, quod e-
tiam lucernarium appellamus, oran-
dum scilicet; quia Lum ob diei tran-
sitimi Deo gratias agimusj enume-
ra sette ore canoniche per orare ,
e distesamente discorre delle tre
ore notturne di fare orazione. Ter-
tulliano le chiamò notturne con-
vocazioni, perchè non si recitavano
privatamente in casa, ma pubbli-
camente in chiesa. Il Sarnelli nel
tom. I, p. 1 1 3 delle Lett. eccles.
parlando del can. IX del concilio
Toletano I, riporta queste parole :
Lucernarium vero, nisi in Ecclesìa,
non legatur j aut si legatur in villa,
praesente episcopo, vel presbitero,
vel diacono legatur. Spiegandone
poi il sentimento, dice che in quan-
to al lucernario, che non si legga
se non in chiesa, dichiara che lu-
cernarium dice vasi in quei tempi
il vespero, ora dell'ufficio così det-
ta dalla stella vesper, poiché anti-
camente dicevasi verso il tramon-
tare del sole, onde bisognava in
chiesa accendere le lucerne. Ecco
come Balsamone spiegò il can. XCI
del sesto sinodo : et desinere ad
complementum lucernarii, idest ves-
pertini offìciì dominìcae ; così pa-
rimenti Prudenzio, avendo compo-
sto alcuni inni per tutte le ore ca-
noniche, il quinto sopra il vespe-
ro intitolò ad accensionem lucer-
naej dopo il quale seguita V altro
LUC 89
inno intitolato ad sommtm , cioè
per la compieta. La Compieta (Ve-
di) poi recitavasi dopo cena, ver-
so un'ora di notte, secondo l'uso
monacale di quel tempo. Conchiu-
de il Sarnelli, che per spiegare le
parole del citato canone Toletano,
cioè che il Lucernario non si leg-
ge che in chiesa, ciò fu decretato,
perchè dopo vespero il vescovo, il
prete, o in assenza il diacono loro,
spiegava le sacre scritture, come ri-
porta Niceforo 1. 12, e. 34. In Cy-
prò, et in Caesarea Cappadocìam
in sabbato, et dominica die vespe-
ri, et post lucernarum accensionem,
episcopi et presbiteri sacras scriptu-
ras populi exponunt. Ed acciocché
ognuno vi fosse presente, furono
tutti obbligati a recitare il vespero
in chiesa, o se fosse in villa alla
presenza del vescovo, del prete o
del diacono , acciocché alcuni di
loro esporre potessero ai recitan-
ti nel divino ufficio le sacre scrit-
ture.
LUCHI Michelangelo, Cardina-
le. Michelangelo Luchi nato in Bre-
scia a' 20 agosto 1 744> «'potè del
francescano Bonaventura che Cle-
mente XIII voleva creare cardina-
le, e fratello del benedettino Luigi,
ambedue chiari nella repubblica
letteraria, dimostrò fino dall' infan-
zia felici disposizioni per le lettere.
Dopo aver terminato i suoi studi
abbracciò la vita monastica nell'ab-
bazia di Monte Cassino, indi ebbe
T incarico d' insegnarvi contempo-
raneamente filosofia e teologia, il
che fece nel modo più distinto. Co-
prì poscia diverse cariche nella sua
congregazione cassinese , e non ot-
tenne che a stento il permesso di
dedicarsi nel ritiro al suo gusto
per lo studio. Egli si mostrò ben
presto degno di camminare sulle
9o LUG
traccie dei Mabillon e dei Mont-
faucon; visitò le principali biblio-
teche d'Italia, ne esaminò attenta-
mente gli antichi manoscritti, e
pervenne così a radunare una gran
quantità di documenti interessanti
sfuggiti alle ricerche de' suoi pre-
decessori. JVel 1783 pubblicò in
greco ed in latino a Roma : Scel-
ta de migliori scritti di appiano
e di Erodi a no. Una edizione delle
Opere di Venanzio Fortunato ve-
scovo di Poitiers, riveduta e cor-
retta sui mss. del Valicano, ivi
1786-87, che riuscì la migliore
non che la piti compiuta opera di
questo scrittore. Questo lavoro egli
lo fece ad insinuazione e sotto gli
auspici del vescovo di Padova Ni-
colò Antonio Giustiniani. Vi com-
prese le opere non pubblicate dal
Browero, e stabilì che Venanzio
fosse della Marca Trevigiana e di
Duplavili, piuttosto che di Aqui-
Jeia: l'Effemeridi di Roma, num.
XLH del 1786, lodano l'edizione
del nostro Luchi. Mentre era profes-
sore di lingua greca ed ebraica nella
badia di Firenze, Y antico confratel-
lo Pio VII lo chiamò in Roma , e
dopo averlo creato cardinale del-
l'ordine de' preti nel concistoro dei
2 3 febbraio 1801, lo pubblicò in
quello de' 28 settembre. 11 celebre
p. Fontana poi cardinale pubblicò
colle stampe: Versi greci per la
promozione alla porpora del car-
dinal d. Michelangelo Luchi, con
la traduzione in terza rima del p.
d. Antonio Grandi. Quindi Pio VII
gli conferì per titolo la chiesa di
s. Maria della Vittoria, lo dichia-
rò abbate commendatario ed ordi-
nario di Subiaco, lo annoverò a di-
verse congregazioni cardinalizie, e lo
fece prefetto di quella dell'indice.
Mentre con zelo faceva la sua visita
LUG
pastorale nell'abbazia, fu sorpreso
dalla pioggia, per la quale gli soprag-
giunse la febbre e la podagra. Au-
mentandosi il male, i carmelitani
scalzi del suo titolo fecero orazio-
ne a quella prodigiosa immagine
della Madonna per la sua guarigio-
ne, e da Subiaco si domandò al
Papa la benedizione in articolo di
morte. Finalmente munito di tutti
i sacramenti della Chiesa, morì ai
28 settembre 1802, nella fresca
età d'anni cinquantotto. Egli era
semplice ne' suoi costumi, amabile
nella sua pietà, saggio e modera-
to nel suo zelo, ed infaticabile nei
suoi studi. Il cadavere fu esposto
nelle stanze abbaziali del palazzo
della Rocca, da dove con pompa
funebre fu trasportato in portan-
tina nera nella chiesa di s. Scola-
stica de' benedettini, accompagnato
da gran copia di torcie, dalla sua
famiglia in abito , e dal parroco
arciprete di s. Maria della Valle.
Al principio della clausura del mo-
nastero fu ricevuto dagli abbati e
monaci del medesimo, con torcie
accese e croce inalberata, col mo-
naco sagrista in piviale. Portato il
cadavere in chiesa, gli furono can-
tate solennemente le consuete pre-
ci, ed esposto in mezzo di essa su
maestoso letto, circondato di molti
cerei, e vestito pontificalmente. Ol-
tre l'ufficio de' defunti e numerose
messe, la cantata fu celebrata dal
p. abbate, ed accompagnata con
buona musica di orchestra. Ter-
minato il funerale, alla presenza
del cancelliere ecclesiastico, che ne
fece rogito , il cadavere fu posto
nelle tre consuete casse, e giusta la
sua disposizione tumulato nel cen-
tro della chiesa, ove poi gli fu po-
sta onorevole iscrizione in marmo.
Compianto dai diocesani e dai suoi
LUC
antichi correligiosi, i primi col lo-
ro clero ne suffragarono Y anima
nelle XVII chiese dell'abbazia con
solenni esequie ed orazioni funebri ;
i secondi in Roma con decoroso fu-
nerale nella patriarcale basilica di s.
Paolo. Luigi Ciolli pubblicò colle
slampe : Orazione funebre in lode
dei cardinal Michelangelo Lucìa,
Roma 1N02. Il Diario di Roma
oltre le notizie della malattia, mor-
te, ed onori funebri del cardinale,
nel num. 186 ci diede l'estratto
del suo testamento. Lasciò i libri
e la pianeta paonazza al mona-
stero di s. Paolo; la pianeta bian-
ca con tutto il finimento, compre-
so il pastorale, a quello di s. Sco-
lastica; alla chiesa collegiata di s.
Andrea la pianeta rossa; al suo
titolo la mitra preziosa ; diversi le-
gali ai fratelli; al Papa i suoi scrit-
ti per collocarsi nella biblioteca
vaticana, ed un quadro della Bea-
ta Vergine, raccomandandogli la
famiglia, alla quale bramò che si
pagasse il solito corruccio, quaran-
tena e spartizione, oltre le somme
che assegnò a molti individui della
medesima. Scrissero alcuni che la
collezione degli scritti è formata di
193 opere, delle quali 7 4 in greco,
e 119 in latino, versanti tulle so-
pra argomenti eruditi , di critica ,
di teologia e di morale. Egli avea
il progetto di pubblicare una nuo-
va Bibbia poliglotta, che giusta il
suo piano avrebbe formato trenta
volumi in foglio, siccome perito in
diverse lingue. Proponevasi di riu-
nire in essa il testo ebraico rista-
bilito nella sua primitiva purezza,
due nuove versioni greche e latine
letterali, il testo e la versione la-
tina dei Settanta, e la Volgala, non
che le osservazioni dei più dotti
interpreti, e finalmente un com-
LUC 91
mentano , nel quale egli avrebbe
schiarite tutte le difficoltà che può
presentare la lettura de' sacri libri.
Però dalle indagini che abbiamo
fatto sulle opere dei cardinale, ri-
sulta quanto riportiamo. Esiste tra
i mss. della biblioteca vaticana la
aiaggior parte delle opere maggio-
ri e minori del cardinal Luchi ,
che in tutto sono 1 5o, e la mag-
gior parte autografe. Fra queste è
da annoverarsi la sua grand'opera
sulla Bibbia che dovea stamparsi
in Roma dal Fulgoni in tomi XXI V
in foglio, al prezzo di scudi tre il
tomo. Il foglio è diviso in sei co-
lonne nel Vecchio Testamento : la
i." contiene il testo ebraico; la 2.a
una traduzione greca ; e la 3.a una
traduzione Ialina del testo ebraico
fatta letteralmente dall'autore; la
4-d la versione greca dei LXX, se-
condo i codici Vaticano e Ales-
sandrino; la 5.a la traduzione la-
tina dal greco dei LXX, fatta di
nuovo dall'autore; e finalmente la
6/ la Volgata latina illustrata con
perpetue annotazioni e commen-
tari. Il Nuovo Testamento è divi-
so in quattro colonne; la prima
delle quali contiene il testo greco,
la seconda e la terza le traduzio»
ni ebraica e latina dello stesso te-
sto greco fatle dall'autore; la quar-
ta la Volgata latina con perpetuo
commentario, lì lavoro sul Nuovo
Testamento per l' immatura morte
dell'autore termina nel v. 3j del
cap. VI dell'evangelio di s. Marco.
Di lui abbiamo ancora alcuni Dia-
loghi greci stampati a Firenze; e
diversi Discorsi e della Causa del-
la Chiesa difesa contro l'ingiusti-
zia de' suoi nemici, 1799.
LUCIA (s.), vergine e martire.
Uscì di nobile e ricca famiglia si-
racusana, e fu allevata nella reli-
0i LUC
gione di Cristo. Essendole morto il
padre menti*' era ancora fanciulla ,
Eutichia sua madre ebbe cura d'in-
spirarle i più vivi sentimenti di
pietà , che produssero in lei mera-
vigliosi edelti. Avendo fatto voto
in segreto di conservare la sua vir-
ginità, cercò tutti i mezzi per im-
pedire il progetto della madre, che,
ignara di ciò, le propose di mari-
tarsi. Intanto Eutichia fu assalita
da una infermità, che ad onta di
tutti i rimedi persistè per quattro
anni. Lucia la persuase d'andare
a Catania per implorare la guari-
gione sulla tomba di s. Agata , e
le loro preci furono esaudite. Ella
manifestò allora a sua madre il
voto che avea fatto, e ne riportò
il di lei consenso; ma il giovane,
a cui Lucia era stata destinata,
montò in furore, e siccome era pa-
gano accusolla per cristiana al go-
vernatore Pascasio. 11 giudice con-
dannò la santa vergine ad essere
esposta in un luogo d'impudicizia;
ma Iddio vegliò sopra il suo pu-
dore, e nessuno ebbe ardimento di
recarvi offesa. I tormenti usati per
vincere la di lei costanza riuscirono
egualmente senza successo: laonde
fu rimessa in prigione tutta coper-
ta di piaghe, ove mori circa l'an-
no 3o4, cioè al tempo della per-
secuzione di Diocleziano. Il corpo
di s. Lucia rimase parecchi anni a
Siracusa; fu poscia trasferito in Ita-
lia, indi a Metz. Una porzione del-
le sue reliquie, ch'era anticamente
a Costantinopoli, è di presente a
Venezia, e vi è onorata con peeu-
liar devozione nella chiesa del suo
nome intitolata. La sua festa si ce-
lebra il 1 3 dicembre. Provasi col
Sacramentario di s. Gregorio e con
altre opere antiche, ch'ella onora-
vasi a Roma nel sesto secolo, ed
LUC
era annoverata fra le più illustri
vergini che abbiano suggellato la
fede col proprio sangue.
LUCIA di Vene7ia (beata). Pre-
servata nella sua fanciullezza da
una morte che sembrava inevita-
bile, prese di buon'ora la risoluzio-
ne di darsi a Dio. Abbracciò il
terz' ordine di s. Francesco nel mo-
nastero di Salerno sua patria, ed
attese assiduamente all'acquisto del-
le virtù del suo stato. Rifinita per
le sue grandi austerità, provò una
lunga e fiera malattia, della quale
morì l'anno izjoo. È onorata di
un culto pubblico nel suo ordine
il giorno 26 settembre, dopo il pon-
tificato di Leone X.
LUCIANISTI o LUCANIST7,
Lucianistae o Lucani stae. Eretici
del secondo secolo, che presero il
nome da un certo Luciano o Lu-
cano discepolo di Marcioné , agli
errori del quale ne aggiunse altri.
Ammetteva tre principii o princi-
pati, il Padre, il Figlio, Dio dei
cristiani, e lo Spirito Santo , Dio
de' gentili. Negava lf immoralità
dell'anima, che credeva materiale,
ricusava l'antico Testamento e l'e-
pistola agli ebrei ; escludeva il ma-
trimonio e la concezione del Ver-
bo nel seno di Maria. Ammetteva
finalmente due divinità, una buo-
na e l'altra cattiva. Anche gli a-
riani furono chiamati lucianisti ,
perchè questi erroneamente ritene-
vano che s. Luciano prete di An-
tiochia e martire, avesse professato
i loro sentimenti.
LUCIANO e MARCIANO (ss.),
martiri. Nati nelle tenebre del gen-
tilesimo, vivevano perduti nello stu-
dio della magia ; ina si converti-
rono vedendo l' inutilità de' loro
incantesimi sopra una vergine cri-
stiana, e la sconfitta degli spiriti
LUG
maligni per virtù del segno della
croce. Aperti gli occhi alla luce del
vangelo, abbruciarono tosto i loro
libri di magia in mezzo alla piaz-
za di Nicomedia, ricevettero il bat-
tesimo, distribuirono i loro beni ai
poveri, e si ritirarono nella solitu-
dine. Passato lungo tempo nella
penitenza , si misero a predicare
Gesù Cristo ai gentili; ma appena
fu pubblicato in Bilinia , nell'anno
25o, l'editto di Decio contro i cri-
stiani, furono arrestati e condotti
dinanzi al proconsole Sabino, che
trovandoli fermi nella loro fede ,
dopo averli fatti tormentare sopra
l'eculeo, ordinò che fossero bruciati
vivi. Essi spirarono in mezzo alle
fiamme, lodando e benedicendo il
Signore. Sono nominati nel marti-
rologio romano il 26 ottobre.
LUCIANO (s.), martire. Da Ro-
ma si recò nel terzo secolo a pre-
dicare il vangelo nelle Gallie, e
suggellò col proprio sangue la dot-
trina che annunziava. Alcuni lo
fanno discepolo di s. Dionigi ve-
scovo di Parigi, altri di s. Quintino.
Soffrì forse il martirio a Beauvais
verso l'anno 290, ove alcun tempo
innanzi erano stati martirizzati Giulia-
no e Massiano o Massimiano, compa-
gni di sue fatiche. Le reliquie di
questi tre martiri, celebri per molti
miracoli, si custodiscono nella ba-
dia di s. Luciano di Beauvais. S.
Luciano non ha che il titolo di
martire nella maggior parte dei ca-
lendari prima del decimo secolo, e
nel martirologio romano ; ma un
calendario dei tempi di Lodovico
il Bonario Io qualifica col titolo di
vescovo, e sotto questo titolo egli
è onorato a Beauvais. Celebrasi la
sua festa agli 8 gennaio.
LUCIANO (s.), detto d'Antio-
chia, martire. Nativo di Samosata
LUC 93
in Siria, avendogli la morte rapiti
i genitori, egli distribuì ai poveri
tutti i suoi beni, e sostituì lo stu-
dio delle sante Scritture a quello
della reltorica e della filosofia, in
cui avea già fatto rapidi avanza-
menti. Fatto sacerdote, in nessuna
altra cosa si occupò più, che nel
guidare gli altri alla virtù coi suoi
esempi e discorsi, ed imprese a da-
re una nuova edizione dei libri
santi, correggendovi gli errori ch'e-
rano incorsi nel testo dell'antico e
nuovo Testamento. Questa edizio-
ne meritossi la stima universale, e
fu di grand'uso a s. Girolamo , il
quale dice che era la più esatta ,
e che per conseguenza era delta
sovente in senso assoluto la Bib-
bia dei settanta, o la versione co-
mune. Si è avuto alcun sospetto
della fede di s. Luciano, dietro la
svantaggiosa testimonianza che ne
rende s. Alessandro vescovo d' A-
lessandria, il quale riferisce ch'esso
visse fuor della comunione della
Chiesa , pel suo attaccamento al
partito di Paolo di Samosata; ma
ci ha tutta l'apparenza ch'egli fos*
se stato ingannato per non aver
potuto conoscere ben addentro gli
empi dommi di quello scaltro ere-
siarca. Inoltre d. Ceillier è d'avvi-
so con alcuni altri critici , che il
Luciano di cui parla s. Alessandro
sia diverso dal nostro santo, poi-
ché non gli dà il titolo ne di pre-
te, ne di martire. Aggiungasi che
Eusebio, s. Gio. Crisostomo, s. Gi-
rolamo, non dicono che sia mai
slato separato dalla comunione del-
la Chiesa, ne che sia caduto negli
errori di Paolo di Samosata. Certo
è che s. Luciano morì in seno alla
Chiesa cattolica. Avvegnaché sacer-
dote d'Antiochia, trovavasi Lucia-
no a Nicomedia, quando Dioclezia-
94 LUC
no vi fece pubblicare i suoi primi
decreti contro i cristiani, ed egli
fu nel numero degli arrestali per
|a fede. Sembra che sia rimasto
nov* anni in prigione, poiché secon-
do la relazione di Eusebio non ri-
cevette la corona del martirio che
dopo la morte di s. Pietro d' A-
Icssandria avvenuta nel 3 i i . Con-
dotto in fine davanti al tribunale
del governatore o dell'imperatore
stesso, presentò una dotta apologia
della religione cristiana, laonde fu
rimandato in prigione, e tenuto più
giorni a digiuno per indurlo a man-
giare delle vivande ch'erano state
oilerte agli idoli ; ma egli rifìutolle
costantemente. Tratto un'altra vol-
ta dinanzi al giudice, invano si a-
doperarono i tormenti per ismuo-
vere la sua fermezza, e stette sem-
pre costante nella confessione di Ge-
sti Cristo. Alcuni dicono che fu po-
sto di nuovo in prigione e che vi
mori. S. Gio. Crisostomo ci assi-
cura che fu decapitato. Rufino di*
ce che fu segretamente sgozzato in
prigione per ordine di Massimino ,
che non osò farlo morire pubbli-
camente. Si legge ne' suoi atti ch'e-
gli fece molti miracoli, e che es-
sendo legato e coricato supino nella
prigione, vi consacrò i divini misteri
sul proprio petto e dispensò la co-
munione ai fedeli ch'erano presen-
ti. Secondo s. Gio. Crisostomo ed
alcuni altri antichi autori il mar-
tirio di s. Luciano avvenne il dì
7 di gennaio, che dovette essere
del 3 1 2, giacche soffrì nella per-
secuzione di Massimino. Il suo cor-
po fu seppellito nel borgo di Dre-
pano in Bitinia, ove dipoi Costan-
tino il Grande fece fabbricare la
città di Elenopoli. La chiesa d'Ar-
les pretende avere le reliquie di
s. Luciano. Ella crede che Carlo
LUC
Magno, a cui furono portate d.-d-
l'orierite, ne facesse il trasporto nel-
la chiesa eli* egli avea fatto fabbri-
care in onore del santo ad Arlcs.
B onorato a' 7 di gennaio.
LUCIDI Luigi, Cardinale. Lui-
gi Lucidi di Lucca dal Pontefice
Calisto II nel dicembre del iis3
fu creato cardinale dell'ordine dei
preti, e litolare della chiesa di s.
Clemente, non che legato della san-
ta Sede. Non mancano scrittori che
d nliitano senza fondamento del car-
dinalato di Lucidi, e tra gli altri
il Rondinini nella storia Des. Cle-
mente ejatque basilica p. 345.
LUCI FERI ANI . Furono così
chiamali quei che aderirono allo
scisma di Lucifero vescovo di Ca-
gliari in Sardegna, d' altronde il-
lustre per dottrina e virtù, scisma
che accadde nel IV secolo della
Chiesa. Dopo la morte dell'impera-
tore Costanzo fautore degli ariani,
Giuliano l'Apostata che gli successe
nell'anno 36 1, restituì ai vescovi
esiliati la libertà di ritornare alle
loro sedi. Nell'anno seguente s. A-
tahasio di Alessandria, ed Eusebio
di Vercelli, con intenzione di ri-
stabilire la pace, congregarono un
concilio in Alessandria, nel quale
fu deciso di ricevere nella comu-
nione i vescovi che in quello di
Rimini aveano per debolezza tradi-
to la verità cattolica, ma che con-
fessavano la loro colpa. Questa ra-
dunanza deputò Eusebio acciò si
portasse a calmare le divisioni che
regnavano nella chiesa d'Antiochia,
dove alcuni erano attaccali al lo-
ro vescovo Eustazio, eh' era stato
scacciato dalla sua sede per la sua
adesione alla fede cattolica, gli altri
a Melezio, i quali dopo essere sta-
ti del partito de'semi-ariani, erano
ritornati a questa slessa fede. Luci-
LUG
fero invece di portarsi con Euse-
bio al concilio di Alessandria, era
andato direttamente ad Antiochia,
ed avevavi ordinato per vescovo
Paolino, sperando che le di lui vir-
tù accorderebbero i due partili.
Questa scelta spiacque alla più par-
te de'vescovi di oriente, ed accreb-
be la turbolenza ; poiché invece di
due vescovi e due partiti, se ne
formò un terzo. Lucifero offeso
perchè Eusebio e gli altri non ap-
provarono ciò che aveva fatto,
separossi dalla loro comunione, ne
volle aver alcuna società coi vesco-
vi ammessi alla penitenza, né con
quelli che ad essi avevano fatta la
grazia. Pure i segni di pentimento
che aveano dato i primi rende-
vanli degni della indulgenza de'lo-
ro col leghi. In tal guisa questo
prelato turbò la Chiesa con un ec-
cedente rigorismo, e perseverò nel-
lo scisma sino alla morte, mentre
avvi chi sostiene che si riunisse
alla Chiesa prima del punto estre-
mo. Quelli che lo difendono di-
cono che non gli si rinfacciò al-
cun errore sul domma, perchè i di
lui aderenti furono meno riserva-
ti; uno tra essi nominato Ilario, dia-
cono in Roma, asseriva che gli a-
riani, come gli altri eretici e gli
scismatici, dovessero essere ribattez-
zati, quando ritornavano nel seno
della Chiesa cattolica. Solidamente
s. Girolamo lo confutò nel suo
dialogo contro i lucìjerianì ; sos-
tenne che i padri di Rimini non
aveano peccato che per sorpresa ;
e che il loro cuore non era stato
complice della loro debolezza, le
quali sue prove sono principalmen-
te tratte dagli atti dello stesso conci-
lio. I luci feria ni erano dispersi
nella Sardegna e nella Spagna ; altri
dicono anche nelle Gallie, a Treve-
LUC 95
ri, in Roma, in Egitto, in Africa in
picciol numero. In un memoriale
che presentarono agl'imperatori Teo-
dosio , Valentiniano ed Arcadio,
professarono di non voler comu-
nicare né con quelli che avea-
no acconsentito all' eresia, ne con
quei che accordavano loro la pace;
asserivano che il Papa s. Damaso
I, s. Ilario di Poitiers, s. Atanasio
e gli altri confessori, ricevendo al-
la penitenza gli ariani aveano tra-
dito la verità. Siccome lo scisma
degenera ordinariamente in eresia,
i luciferiani avrebbero potuto esse-
re accusati di tutti gli errori che
furono attribuiti a Lucifero da di-
versi scrittori, per esempio di cre-
dere che l'anima era generata per
transfusione, nata dalla carne e
dalla sostanza eterna. In una pa-
rola, molti hanno accusato Lu-
cifero e molti lo hanno difeso. In
Sardegna viene a lui tributato un
culto pubblico e religioso, senza che
la Chiesa romana l'approvi o disap-
provi : la sua festa è celebrata a'20
maggio , ma alcuni congetturano
che tale culto abbia per oggetto
un altro vescovo dello stesso nome,
che fu confessore e martire duran-
te la persecuzione de' vandali.
LUCIFERO. V. Demonio.
LUCINI Luigi Maria, Cardinale.
Fr. Luigi Maria Luciti i nobile di
Como, ma nato in Milano da rag-
guardevoli genitori a'i5 luglio 1666,
professò nell'ordine domenicano, e
dopo esservisi distinto pe'suoi ta-
lenti, fu giudicato capace d' inse-
gnare sopra le cattedre del mede-
simo. Chiamato a Roma, fu asse-
gnato per compagno del p. com-
missario del s. oMìzio, e poi spe-
dito inquisitore a Novara, dove es-
sendosi diportato con integrità e
valore , venne da Clemente XI
96 LUG
nel 1714 eletto commissario ge-
nerale della santa romana inquisi-
zione. Dopo trenta anni di tale
impiego, Benedetto XIV a' 9 set-
tembre 1743 lo creò cardinale pre-
te, col titolo di san Sisto, anno-
verandolo alle eongregazioni del s.
oflìzio, de'riti, dell'indice, e ad altre.
Innalzato a tale eminente dignità,
si mantenne costantemente simile
a se stesso, ritenendo la medesima
religiosa umiltà ed affabilità. Ma
dopo solo sedici mesi di cardina-
lato morì placidamente in Roma
a' 17 gennaio 174^, d'anni ottanta
non compiti, ed ebbe la tomba
nella sua chiesa titolare di s. Si-
sto , con un magnifico epitaffio.
Questo cardinale diede alla luce
parecchie opere, per la più parte
teologiche, che non ebbero però
l'applauso di tutti, come si espri-
mono il Cardella ed il Novaes. Di
lui abbiamo pure : Esame e dife-
sa del decreto pubblicato in Pori-
dichery da monsignor Carlo Tom-
maso di Tournon, patriarca di
Antiochia , commissario e visita-
tore apostolico con podestà di le-
gato a latere nelle Indie orientali^
impero della Cina ed isole adiacen-
ti, Roma 1728.
LUCIO (s.), re nella Gran Bre-
tagna. Ignorasi in qual parte di
questa isola abbia regnato ; ma
sappiamo da Beda, che sotto gli
imperatori Marco Antonino Vero
ed Aurelio Commodo, un re breto-
ne di nome Lucio, scrisse al Papa
s. Eleuterio per pregarlo di pro-
curargli i mezzi d' istruirsi nella
religione cristiana. Ciò dev'essere
avvenuto circa l'anno 182. Beda ag-
giunge, che il Papa corrispose al-
la sua domanda, e che i bretoni
professarono tranquillamente il cri-
stianesimo infiuo alla persecuzione
LUC
di Diocleziano. Lucio fu dunque
il primo re cristiano dell' Europa,
quantunque il cristianesimo fosse
già penetrato nella Gran Bretagna
al tempo degli apostoli. Alcuni
moderni pensano che Lucio sia un
prenome, e che il re bretone non lo
abbia preso che dopo aver rice-
vuto il lume della fede. I gallesi
lo chiamano Lever Maur, cioè a
dire gran luce. Parecchi storici di
Baviera e d' Alemagna pretendono
che Lucio, avendo rinunziato alla
corona, predicasse la fede nel No-
rico, nella Vindelicia e principal-
mente ad Augusta; che essendo
stato cacciato di là, annunziasse il
vangelo nella Rezia, e soprattutto
a Coirà. Ma l'opinione più proba-
bile è, che non si sa quale sia il
Lucio che predicò la fede nei pae-
si di cui parlasi qui, e che fon-
dò la chiesa di Coirà, la quale
10 ha sempre onorato tra' suoi pri-
mi apostoli. Mentre egli esercitava
le funzioni di missionario presso i
grigiori , questi infedeli lo sforza-
rono a darsi alla fuga. Dicono che
alla fine cadde in mano de' per-
secutori, e fu decapitato nella for-
tezza di Martiola, circa la fine del
secondo secolo. Avvi presso Coirà
un antico monastero che porta il
nome di s. Lucio. Ad Angusta si
custodisce parte delle sue reliquie.
11 martirologio romano fa menzio-
ne di s. Lucio re nella Bretagna
ai 3 dicembre, e in tal giorno la
diocesi di Coirà ne celebra la festa
con grandissima solennità.
LUCIO (beato). Era un mer-
cante dei dintorni di Firenze, e
viveva occupato nelle coutese po-
litiche dei guelfi e dei ghibellini
che laceravano allora l'Italia, quan-
do avendo udito un sermone che
fece s. Francesco, rinunziò al coni-
LUC
mercio e alla politica, prese l'abito
del terzo ordine della penitenza,
di cui fu il primo membro, e si
dedicò interamente al servigio di
Dio. Passò il resto de' suoi giorni
nella pratica delle virtù cristiane,
esercitando le opere di misericor-
dia, e facendo abbondanti elemosi-
ne. La sua beata morte avvenne
l'anno 1232. Innocenzo XII per-
mise di farne 1' uffizio 3 e la sua
festa è posta ai i5 d'aprile.
LUCIO (s.), martire. V. Tole-
MEO (S.).
LUCIO (s.), martire. V. Monta-
no (s.).
LUCIO I (s.), Papa XXIII. Eb-
be per padre Porfirio, romano di
nascita, altri Io dicono prete roma-
no. Tuttavolta s. Lucio I si chiama
natìone tuscus, de civilale Luca
ex patre lucìno, nel codice vati-
cano 3764 delle Vite dei romani
Pontefici da s. Pietro fino ad Adria-
no II. Tanto pur leggesi nella sua
vita, t. I marti i, Bolland. p. 3oi.
Fu creato probabilmente Papa a
Civitavecchia, ove avea seguito il
Papa s. Cornelio nell'esilio, ai 20
ottobre dell' anno i55. Si vuole
che egli comandasse nuovamente
che i ministri dell'altare si eleggesse-
ro continenti, e determinasse che
niuno di essi potesse abitare con
femmine, delle quali non fossero
parenti in prossimo grado; e che
niuno de'medesimi entrasse solo in
casa di donne, riè parlasse con es-
se da solo a solo, sotto pena di
essere deposto esso dal grado, ed
essa esclusa dall'ingresso nella chie-
sa. Dicesi , che ad esempio di s.
Evaristo, volle che due preti e tre
diaconi accompaguassero il Ponte-
fice romano per servire di testimo-
ni della sua vita; al qual decreto
diedero cagione le calunnie del pri-
TOL. IL.
LtC 97
mò antipapa NovaZiano, contro il
Santo Pontefice Cornelio. Le due
lettere a s. Cipriano, ed ai vescovi
della Francia e della Spagna, sono
tenute apocrife. Ch'egli abbia scrit-
to lettere decretali, si ha dàWepist.
67 di s. Cipriano, ma esse sono
perile: s. Lucio scrisse, al dire di
alcuni, anche un' altra epistola*
a s. Cipriano; nella prima Io con-
solò della sua sciagura, nella se-
conda si congratulò del suo ritor-
no alla propria sede. Irì due or-
dinazioni nel dicembre creò set-
te vescovi, quattro preti e quattro'
diaconi. Governò un anno, quattro
mesi e dodici giorni, e durante
questo breve spazio di tempo mol-
to soffrì per parte dei persecutori
che lo scacciarono dalla sua sede;
vi ritornò e mori a' 4 marzo del
257, e fu sepolto nel cimiterio dì
Calisto. Il Pagi, Brev. Roni. Pont.
in Lucio, lo annovera tra i confes-
sori, perchè nel piccolo indice del-
la deposizione de'martiri, presso il
Bucherio, non si ritrova ; bensì iti
quello della deposizione de' vescovi;
e però quando s. Cipriano Io dice
martire, ciò deve intendersi per
aver egli sofferto l'esilio per Gesù:
Cristo, ma non la morte. Celebrasi
la sua festa in diversi luoghi ai
4 di marzo, ed in altri ai 25 a-
gosto. Il suo corpo si venera nel-
la chiesa di s. Cecilia di Roma.
Vacò la santa Sede sei giorni.
LUCIO II, Papa CLXXIII. Ghe-
rardo o Giraldo della nobile fami-
glia Caccianemici dell'Orso, nacque
in Bologna. Tra le più antiche fami-
glie di tale illustre città figurò ivi
grandemente la famiglia Orsi. I di-
scendenti d'un Alberto d' Orso si
suddivisero in diversi rami e furo-
no cognominati Caccianemici, Savi,
Savioli, Odaldi, Figliuocari," Bvai-
7
98 LUC
guerra, da sani' Alberto, ed Orsi.
Lucio II fu del ramo de 'Caccia ne-
mici, ed ebbe sua casa nella via
de' Toschi, presso la via Foscarari.
In giovanile età si fece canonico
regolare di s. Maria del Reno,
ovvero di s. Agostino, o della con-
gregazione di s. Frediano di Luc-
ca, essendo diverse le opinioni degli
scrittori. Per le sue eccellenti qua-
lità meritò che Onorio II, nelle
tempora di dicembre ii?,5, lo
creasse cardinale dell'ordine dei
preti , colla chiesa di s. Croce in
Gerusalemme per titolo, al dire del
Besozzi nella storia di essa a p. i34,
mentre a p. 101 scrive che vi fu
ordinato prete e che la fece rin-
novare dai fondamenti, aggiungendo
il Cardelia che l'accrebbe di rendi-
te, di edilizi e di ricche suppellet-
tili., fondandovi un monastero pei
canonici regolari ch'ei riformò e
ridusse alla monastica disciplina,
sulla norma di quelli di s. Fre-
diano di Lucca. Siccome uomo in-
signe per umiltà, mansuetudine e
dottrina, lo stesso Onorio II nel
1127 lo adoperò con grandissimo
vantaggio della cattolica religione
nella legazione di Germania, dove
tra le altre cose che sapientemente
vi stabilì, merita s'ingoiar riflessio-
ne l'aver collocato sulla cattedra
arcivescovile di Magdeburgo s. Nor«
berto fondatore de'premonstratensi.
Nell'anno seguente lo stesso Onorio
II gli appoggiò la rettoria di Be-
nevento, quantunque altri pensino
che tal commissione fosse affidata
a Gerardo diacono cardinale di s.
Lucia in Septisolio; ad onta che
quella città fosse travagliata dal-
l' autipapa Anacleto II e da Rug-
giero re di Sicilia, non isgoraenlò
però lo zelo dell' intrepido cardi-
nale, che nel 1137 la ridusse alla
LUC
piena obbedienza d' Innocenzo II.
Quotiti Papa di nuovo lo spedì in
qualità di legato apostolico alla die-
ta di Spira, insieme con Pietro
cardinale del titolo di s. Marcello.
Tornato da essa, venne in gravi e
rilevanti affari occupato, e promos-
so alla carica di cancelliere e bi-
bliotecario di s. romana Chiesa. Ol-
tre a ciò si adoperò gagliardamen-
te per ri movere Rainaldo abbate
di Monte Cassino fautore dell'anti-
papa, dal governo di quel famoso
cenobio, come dopo molti contra-
sti e fatiche alla fine ne venne a
capo, essendosi dato luogo alla e-
Iezione del nuovo abbate, che cad-
de nella persona di Guidobaldo, ed
alla quale egli presiedè in nome di
Innocenzo li che prontamente lo
confermò. Alla morte di tal Papa si
vuole che lo eleggesse camerlengo,
affidandogli i beni della Chiesa ro-
mana. Per attestato di Ottone di
Frisinga, il cardinale dimostrossi
in ogni circostanza di tanta pru-
denza, sapere, magnanimità e de-
strezza in ogni affare, che a pre-
ferenza di ogni altro fu giudicato
degno del supremo pontificato .
E di fatti, dopo aver favorita col
suo voto l'elezione d' Innocenzo II
e di Celestino II, egli pure venne
proclamato Papa a' 12 marzo 1 1 44»
e col nome di Lucio II consacra-
to nello stesso giorno, eh' era di
domenica.
Ricevette Lucio II dal re di Por-
togallo Alfonso I, eh' egli chiama
soltanto conte, il suo stato feuda-
tario alla Chiesa romana, coli' an-
nuo censo di quattro oncie d' oro.
Avendo i saraceni nel 1 1 44 preso
Edessa o Orfa, il Pontefice ne
pianse la perdita. Terminò la con-
tesa insorta tra V arcivescovo di
Tours ed il vescovo di Dol, intor-
LUC
no all' autorità de' metropolitani;
diede vinta la causa all'arcivesco-
vo, e confermò così la sentenza di
Urbano II. Nel 1 1 45T chiamò di
Francia in Roma i monaci cliinia-
censi, e diede loro il monastero di
s. Saba, fondato da s. Gregorio I,
nel quale mancava l'osservanza del-
la regola di s. Benedetto. Trovansi
dieci epistole di Lucio II nelle col-
lezioni dei concilili nella cronaca
dell'abbazia di Vezelay, ed altrove.
Colla prima comunica egli a Pietro
di Cluny, che ha fatto una tregua
per la guerra di Ruggiero re o
duca di Sicilia. Colla seconda im-
plora il soccorso del re Corrado III,
contro il popolo romano ch'erasi ri-
bellato a sommossa degli arnaldisti.
Nella terza e quarta conferma la
primazia della chiesa di Toledo su
tutte quelle di Spagna. La quinta
è un privilegio accordato all'abba-
zia di Cluny. Nella sesta assog-
getta il monastero di s. Saba alla
detta abbazia. Le quattro altre ri-
guardano l'abbazia di Vezelay, ed
il suo abbate che era stato ucciso.
Ribellatisi dunque a Lucio II i ro-
mani arnaldisti, ebbero l'ardire di
restaurar l'antica dignità senatoria,
ed insieme quella di patrizio cui
volevano obbedire cornea principe,
avendo rivestito di tal carica Gior-
dano, uomo potentissimo, con asse-
gnargli tutte le rendite della Chie-
sa, mentre dicevano al Pontefice
bastare le decime e le oblazioni.
Volendo dunque Lucio li repri-
mere i ribelli e scacciarli dal Cam-
pidoglio, allorché vi saliva con un
esercito, fu colpito da una sassata,
per la ferita della quale morì ai
s5 febbraio 1 1 4^9 e fu sepolto
nella basilica lateranense . Lucio
li governò undici mesi e quattor-
dici giorni, e in due promozioni
LUC 99
creò undici cardinali, e pel primo
il suo parente Ubaldo Caccianemi-
ci bolognese. Piò copiose notizie su
questo Pontefice si leggono negli
Scrittori bolognesi del Fantuzzi, voi-
V, p. 87 e seg. Vacò la santa Se-
de un giorno.
LUCIO HI, Papa CLXXVIII.
Ubaldo o Umbaldo Allucingoli nac*
que in Lucca da famiglia assai
ragguardevole^ e figlio di Bona-
giunta. Personaggio rispettabile per
Petà, per senno e per prudenza,
supplì colla illibatezza de' costumi
e con I' esperie/za negli affari, al
difetto e mediocrità di letteratura,
come avverte Guglielmo di Tiro.
Datosi allo stato ecclesiastico, fu
fatto canonico della cattedrale nella
propria patria , quindi fu degno
di essere da Innocenzo II nel me-
se di dicembre 11 4° creato cardi-
nale prete col titolo di s. Prasse-
de, e poi nel 1 1 58 fu da Adriano
IV fatto vescovo d'Ostia e Velie-
tri, laonde divenne decano del sa-
cro collegio. Distinguendosi il car-
dinale per lo spirito di conciliazio-
ne, Innocenzo II Io spedì prima
legato in Lombardia nel 1 1 43,
dove in Piacenza decise con suo
decreto del primo agosto una li-
te che agitavasi tra il capitolo del-
la cattedrale di Piacenza , e la
mensa vescovile di Pavia, circa il
diritto delle decime del distretto
e della corte di Portalbera sul
Pavese, pronunciando due delle tre
parti di essa spettare al detto capi-
tolo di Piacenza, e ciò al cospetto
de' vescovi Alfano di Pavia e Ardoi-
110 di Piacenza, non che di Giovan-
ni proposto della cattedrale, e di
altri personaggi sì ecclesiastici che
secolari. Quindi collo stesso carat-
tere fu inviato da Innocenzo II
nelle Gallie, e poi da Eugenio III
ioo LUC
in Sicilia insieme col cardin.il Gio-
vanni napoletano, il quale Lisciato-
si sedurre e corrompere dall' oro,
pronunziò sentenza favorevole a
prò di chi lo avea guadagnato;
lo che saputosi dal cardinale Al-
lucingoli, non volle prendere parte
nel di lui giudicato. In seguito lo
spedì Alessandro III insieme con
due altri cardinali, col medesimo
titolo di legato all'imperatore Fe-
derico I, fautore ostinato dello Sci-
sma di Vittore V antipapa. Nien-
te però potè ottenere per allora
da quel principe, ma quando ri-
tornò alla sua corte in compagnia
del cardinal Raniero di s. Giorgio,
gli riuscì felicemente di ridurlo
in Pavia all'obbedienza del Iccritti-
o
rao Pontefice. Indi ricusò quell* o-
ro che Enrico li re d'Inghilterra
fece offrirgli, oltre al cardinal Gia-
cinto Bobone , per mezzo del suo
ambasciatore in Roma, affinchè lo
favorisse nella causa che quel prin-
cipe agitava contro s. Tommaso
arcivescovo di Cantorbery. Questo
santo fece di ciò onorevole menzio-
ne in una sua lettera, dicendo che
l'Allucingoli ed altro cardinale, an-
ziché ricevere denari dal re, impie-
gavano le proprie sostanze in sol-
lievo de'poveri cattolici perseguita-
ti in quel reame. Alla fine dopo
aver contribuito col proprio suffra-
gio all' elezione dei Pontefici Cele-
stino II, Eugenio III, Anastasio IV,
Adriano IV, ed Alessandro III, al-
le bolle de' quali come a quelle
pure d'Innocenzo II appose la sua
soscrizione , egli medesimo rimase
eletto Papa in Velletri il dì pri-
mo settembre 1181, dai cardinali
senza Y intervento del clero e del
popolo, ed ivi coronato col nome
di Lucio III ai G settembre, ben-
ché per la vecchiaia ripugnasse
LUC
accettare : dicesi che il nome Io
prese per onorare la patria Lucca
o Luca.
Giunto in Roma, poco tem-
po vi dimorò, temendo qualche
affronto dai romani che si rivol-
tarono contro di lui, per non a-
ver egli voluto osservare certi costu-
mi praticati dai predecessori, cioè
non volle contribuire que* presenti
che solevansi fare al popolo dal nuo-
vo Papa ; altri dicono essere il po-
polo malcontento perchè l'immedia-
to predecessore 1* avea spogliato
dell'intervento all'elezione pontificia.
Tuttavolta per una sedizione mos-
sa dal senatore di Roma, non dai
consoli, ritornò Lucio III in Vel-
letri, dove nel 1 182 assolvè Gu-
gliemo re di Scozia, dalla scomu-
nica lanciatagli dall' arcivescovo di
York, perchè erasi opposto alla
consacrazione di Giovanni eletto
vescovo di s. Andrea nella Scozia.
Canonizzò in Segni s. Brunone ve-
scovo di quella città. Il Gigli nel
Diario sanese p. 4^2, scrive es-
servi fondamento da credere che il
b. Giacomo Piccolomini romitano
di Lecceto sanese, fosse ancora an-
noverato tra' santi da questo Pon-
tefice, insieme con s. Galgano, di
cui fu grande amico; ma il No-
vaes desiderò che il Gigli avesse
prodotto documenti più. autentici.
Nel 11 83 Lucio III eresse in me-
tropoli la chiesa vescovile di Mon-
reale. Da Velletri il Papa si recò
in Anagni, dove celebrò la festa di
Natale, e quindi tornato in Roma
per pacificare gli abitanti, per nuo-
ve discordie fu costretto partirne,
avendo inutilmente tentato amicarsi
i malcontenti con abbellire la cit-
tà ; ed a molti suoi seguaci furo-
rono cavati gli occhi. 11 Muratori
dice che agli 8 luglio 11 85 con-
LUC
secrò la cattedrale di Bologna, ed
il Fellone che ai 22 di detto me-
se consecrò in Modena la nuova
cattedrale, quindi proseguì il viag-
gio per Verona. In questa città si
abboccò colfimperatore Federico I
sopra gli affari della repubblica
cristiana, e di suo concerto emanò
una bolla per 1' estirpazione del-
l'eresie, e suir Inquisizione [Fedi)
da lui più formalmente stabilita.
Continuando la sua dimora in
Verona vi celebrò un concilio: in
esso il Papa scomunicò coloro che
in Roma l'avevano oltraggiato, od
aveano usato crudeltà contro certi
chierici; ammise nel concilio gli
inviati di Palestina , eh' esposero
il tristo stato degli affari de'crociati.
Lucio III non potè ottenere che
delle lettere pei re di Francia e
d'Inghilterra; ma le dissensioni dei
principi latini di oriente si oppo-
sero al prediletto suo disegno di con-
giungere fra loro i principi d'occi-
dente, per vigorosamente resistere
ai saraceni, che già erano penetrati
a poca distanza da Gerusalemme.
Emanò un decreto contro gli ere-
tici catari e patarini, i quali erano
una nuova setta di manichei. Na-
ta questione tra due pretendenti
nella vacanza della chiesa di Tre-
veri, la controversia non fu decisa,
dappoiché l'imperatore sostenne Ro-
dolfo cui die l'investitura, e Vol-
maro ricorse al Papa, onde sette
anni durò lo scisma in quella chie-
sa. Federico I voleva altresì che
Lucio III coronasse colle insegne
imperiali Enrico VI suo figlio;
ma il Pontefice non volle farlo,
dicendo che sarebbe cosa mostruo-
sa, in un sol corpo veder due ca-
pi. L'arcivescovo di Magonza Cri-
stiano, che venuto era in suo soc-
corso con un esercito di tedeschi,
LUC 101
morì tra le sue braccia, e le sue
truppe furono battute. Il Papa chie-
se de'sussidi all'Inghilterra, che gli
mandò alcun denaro pel soccorso
della crociata. Altra discordia col-
l'imperalore fu l'argomento dell'in-
dipendenza dei monasteri delle mo-
nache, e le possessioni della con-
tessa Matilde. Or mentre Lucio
III tutto si applicava all' ottima
amministrazione del suo pontificato,
e non cessava d'invitare i principi al
soccorso di Terrasanta, dopo il go-
verno di quattro anni, due mesi,
ventitre o dieciotto giorni computati
dalla consecrazione, morì in Verona
ai 25 novembre 1 185. Il Papebro-
chio in Propylaeo par. II, p. 28, di-
ce che fu creato a' 29 agosto, co-
ronato ai 3o deli 181, che gover-
nò quattro anni, due mesi e ven-
totto giorni. Nella cattedrale con
gran pompa fu tumulato col se-
guente epitaffio, che fa conoscere
la miseria delle lettere a quell'età.
Luci Luca dedit orlum , ponti-
ficatimi
Ostia, papatum Roma, Verona
mori.
Immo Verona dedit veruni ubi
vivere, Roma
Exilium , curai Ostia , Luca
mori.
Obiit s. Pater D. D. Lucius
Papa IH.
A. MCLXXXV die XXV no,
vembris.
Questo epitaffio si legge nel Tin-
to lib. V, De nobilitate Veronensi;
nell'Aldoino addii, ad Ciacconiuni
coll'aggiunta del tempo della morte
om messa dal Tinto ; ed in Tolomeo
da Lucca, Hist. eccl. lib. XX, cap.
34, ìnter Script, rerum Italie, p.
112, tomo XI , ove si legge la
102 LUC
sua vita. Il p. Giacobbe riporta l'e-
pitaffio, ma con qualche differenza
nella sua Bibl. Pont. p. 1 55. Do-
vendosi poi trasferire le sue cene-
ri nella nuova fabbrica della chie-
sa, circa la metà del secolo XVI,
gli fu posto altro epitaffio, riferito
dal medesimo Tinto, e da Girola-
mo della Corte, Histor. Veron. lib.
VI. Lucio IH dovette occupare il
luogo di Alessandro IH, che avea
finito gloriosamente il suo lungo e
memorabile regno, dopo averlo in
mezzo a tanti strazi incominciato.
Lucio HI avrebbe forse governa-
to con maggior fermezza e pru-
denza la Chiesa, in tempi meu
fortunosi; ma egli si trovò in cir-
costanze eh' erano più forti di lui.
La rabbia degli eretici, provocata
dai provvidi suoi decreti, lo para-
gonarono al luccio, latinamente In-
cius, con sciocco epigramma , es-
sendone il concetto, che il luccio è
il re, anzi il tiranno delle acque,
e che Lucio gli si assomigliò pel no-
me e pel carattere. Lucio HI, giu-
stamente encomiato da molti scrit-
tori, in due promozioni creò quat-
tordici cardinali, tra' quali l'imme-
diato successore Urbano HI, e due
parenti Uberto e Gherardo Allu-
cingoli di Lucca. Non vacò la Se-
de apostolica.
LUCK (Z^/reorré/t). V. Luceoria.
LU^ON (Lucioncn). Città con
residenza vescovile di Francia , nel
basso Poitou nella Guascogna, ca-
poluogo di cantone del diparti-
mento della Vandea , è situata in
mezzo alle paludi, distante due le-
ghe dal mare, e centoventi da
Parigi. Sorge in una pianura fertile,
sopra un canale navigabile, che fa
comunicare questa piccola città col-
la cala di Aiguillon, una delle più
sicure di questa costa. Le sue stra-
LUC
de sono generalmente strette e
male lastricate, e le case vaste e
comode hanno quasi tutte una cor-
te ed un giardino. La cattedrale
di gotico siile è osservabile. Vi
sono fabbriche di tele. 11 porto può
ricevere i navigli da 8o a ioo ton-
nellate. Il commercio è attivo. Cre-
desi corrispondere a Limonimi o
Lucionct de' latini : chiamasi anche
Lusson . Deve la sua origine ad
un'antica abbazia di benedettini
sotto [' invocazione della Madonna,
che si pretende fondata da un cer-
to Lucius che vecchie cronache di-
cono, ma a torto, fratello dell'im-
peratore Costantino. Questa città
molto soffrì nelle guerre di religio-
ne. I protestanti se ne impadroni-
rono nel i568; i cattolici la ri-
presero e la fortificarono, ciò che
però non impedì che La Nove ,
capo dei protestanti, non la sac-
cheggiasse.
La sede vescovile fu eretta nel
1 3 i 7, quando il Papa Giovanni
XXII dichiarò cattedrale la chiesa
dell'abbazia, e collo smembramento
di parte della diocesi di Poitiers
ne formò un vescovato sulfraganeo
della metropolitana di Bordeaux, di
cui lo è tuttora, colla rendita di
ventimila lire. Il vescovo era si-
gnore della città ed assumeva il
titolo di barone di Lucon. 11 capi-
tolo restò regolare sino al 1 534 >
in cui Paolo 111 lo secolarizzò. Era
composto di undici dignità e di
ventinove o trenta canonici. La
città aveva i cappuccini e le mona-
che orsoline. La diocesi contava
duecentotrenta parrocchie. Il primo
vescovo di Lucon fu Pietro della
Veyne, nominato da Giovanni XXII
nel i3 1 7 ; governò la chiesa per
dieciotto anni, e morì nel 1 334-
Renalo figlio di Ugo signore di
LUC LUD io3
Perzages e terzo visconte di Tho- miliario , oltre due piccoli semi-
vars fu eletto a successore di Pie- nari nella diocesi. Questa coni-
tro nel maggio 1 334, e raori ne^ prende il dipartimento della Van-
1 353 . Quanto ai successori di dea, e si estende per venticinque
Renato, veggasi la Gallio, diri- leghe, contenendo diversi luoghi.
sliana t. II. Il celebre cardinal Ogni nuovo vescovo è tassato nei
Armando Giovanni du Plessis Ri- libri della camera apostolica in fio-
chelieu fu vescovo di Lucon. Al- lini 370.
l'epoca del concordato di Pio VII LUCUCE o LUCUCIA, Lucu-
del 1802 era vescovo Maria Car- censis civìtas. Sede vescovile della
lo Isidoro de Mercy della diocesi provincia di Zecchia nella Scizia,
di Vienna nel Delfinato, preconiz- sotto l'arcivescovato di Matriga. Il
zato da Pio VI a' 29 gennaio Papa Clemente VI l'eresse in ve-
1776. Soppressa dal Papa a quel- scovato con alcune altre città nel
l'epoca la sede, il prelato fu nomi- i349, e nominovvi per vescovo
nato arcivescovo di Bourges. Dipoi Giacomo de' frati minori. Oriens
il medesimo Pio VII, ad istanza christ. tom. Ili, pag. 1 1 1 3.
del re Luigi XVIII, nel 1817 ri- LUDGERO (s.), vescovo di
stabilì la sede vescovile di Lucon, Munster. Nato verso l'anno 743,
quindi nel 1820 no fu fatta la d'una delle principali famiglie di
formale erezione, e nel concistoro Frisia, fu educato da s. Gregorio
de'24 settembre 1821 dichiarò ve- d'Utrecht, che gli diede la tonsu-
scovo Renato Francesco Soyer del- ra clericale. Ludgero passò poi in
la diocesi di Angers, già vicario gè- Inghilterra, e vi stette quattr'anni
nerale di Poitiers, morto ai 5 mag- e mezzo presso il celebre Alcuino,
gio i845. Il Papa Gregorio XVI che allora reggeva le scuole di
gli diede per successore, nel con- York. Ritornò in patria nel 773,
cistoro de' 24 novembre di detto e posciachè fu innalzato alla di-
anno, l'odierno vescovo monsignor gnità del sacerdozio, impiegò mol-
Giacomo Bailles della diocesi di ti anni a predicare il vangelo nel-
Toulouse e vicario generale di la Frisia, ove convertì una mol-
quell'arci vescovo. La cattedrale, ot- titudine d'infedeli e di cattivi cri-
timo edilìzio di mista struttura, è stiani, fondò molte chiese e mo-
sotto l'invocazione della Beata Ver- misteri. I guasti che i sassoni fe-
gine Maria. Avvi il fonte battesi- cero in Frisia Io costrinsero ad
male e la cura d'anime col par- abbandonare il paese. Si recò a
roco. Annesso è il palazzo vescovi- Roma, e rimase tre anni e mezzo
le, ampio e decente. Il capitolo si nel monastero di Monte Cassino,
compone di otto canonici titolari, praticandovi tutte le austerità di
senza dignità e senza prebende teo- quella casa, sebbene non ne avesse
logale e penitenziaria. Vi sono mol- fatto i voti. Frattanto avendo Carlo
ti canonici onorari , i pueri de Magno vinti i sassoni e conquista-
choroy e gli alunni del gran semi- ta la Frisia nel 787, Ludgero tornò
natio, tutti addetti al divino servi- nel suo paese, per continuarvi le
gio. Nella città non esistono altre sue missioni. Indi annunziò il van-
parrocchie, vi è un monastero di gelo ai sassoni, e ne converti un
religiose, l'ospedale, ed il gran se- grandissimo numero. Portò anche
jro4 LUD
il lume della fede nella provincia
di Sudergou ora Westfalia, e vi
fondò il monastero di Werden nel-
la contea della Marca. Nell'anno
802 fu consacrato vescovo di Mi-
migardeford, che prese in seguito
il nome di Munster dal monastero
ch'egli vi fabbricò ad uso dei ca-
nonici regolari che officiarono nel-
la cattedrale. Il nuovo vescovo ag-
giunse alla sua diocesi cinque can-
noni di Frisia eh' egli aveva acqui-
stato a Gesù Cristo, e fondò ezian-
dio nel ducato di Brunswick il
monastero di Helmstad, appellato
dipoi dal suo nome. Assai esperto
nella cogniziope della Scrittura,
pou lasciava passare alcun giorno
senza spiegarne qualche passo a'snoi
discepoli. Egli mortificava il suo
porpo con rigorosi digiuni e lunghe
yeglie, e portava nascostamente il
cilicio. Era dolce, affabile verso i
poveri, ma fermo e risoluto contro
i ricchi alteri per le loro dovizie,
e rigoroso contro i peccatori im-
penitenti. Non pigliando del suo
patrinionio e delle rendite del suo
vescovato, se non quanto gli era
strettamente necessario per vivere,
distribuiva il resto in limosine. Fino
all'ultimo momento del viver suo
continuò, anche ammalato, le funzio-
ni del suo ministero, e mori la notte
susseguente alla domenica di pas-
sione dell'anno 809. Ebbe il do-
no dei miracoli e quello della pro-
fezia. Le sue reliquie sono ancora
a Werden, ove volle esser seppel-
lito, e la sua festa si celebra ai
26 di marzo.
LUDOMIRO o LUDMIERO (s.),
vescovo di Chalons o Sciallon sulla
Marna. Successe a s. Elafio che fior*
circa la fine del sesto secolo. Non
essendo che diacono, sottoscrisse coi}
suo fratello l'atto con cui donaro-
LUD
no ambedue alla chiesa di Scial-
lon le terre che possedevano nel
vicinato di Limoges. La carità e
l'amore della castità furono le vir-
tù che risplendettero in lui in
particolare maniera. Passò di que-
sto mondo circa l'anno 626. Le
sue reliquie si venerano nella chie-
sa abbaziale intitolata a tutti i san-
ti, e la sua festa si celebra a 3
d'ottobre.
LUDOVISI Famiglia. V Amy-
denio ci assicura che la famiglia
Ludovisi viene di Germania, non
solo rispetto all' arme gentilizia
semplice alemanna, cioè tre bande
d'oro in capo dello scudo, il qua-
le è rosso; ma ancora rispetto al
nome, poiché Ludovis, senza mu-
tar lettera, in lingua fiamminga
vuol dire savio del popolo; ed è
cosa facile ne'tempi antichi, quan-
do gl'imperatori alemanni domi-
narono in Italia, che tra le altre
famiglie che li seguirono e nel bel
paese si stabilirono, vi si fermasse
ancora un Ludovisi che vi formò
nobile casa. Ma Pompeo Scipione
Dolfi che nel 1670 pubblicò in
Bologna la Cronologia delle fami-
glie nobili di Bologna, parlando a
p. 4^ I della Ludovisi, dice diesi
tiene essere venuta da Firenze in
Bologna, fiorendo per molti uomi-
ni savi, essendovene stati nel con-
siglio sino dall'anno 982^ come
consta da documenti, e nel quale
con grado nobile si conservò in
ogni tempo ; anticamente portò il
titolo di conte, poi divenne sena-
toria. Tra i tanti personaggi illu-
stri che fiorirono nella famiglia
Ludovisi , noteremo i seguenti :
1 148 Gorisio Ludovisi dottore in
legge. 1226 fr. Guido di Gio-
vanni cavaliere gaudente. 1292
Bonaventura di Moritio di Giovati-
LUD LUD io5
ni, eletto del consiglio degli 800, perchè essa successe a suo padre
gonfaloniere per la compagnia mi- Roberto il Saggio nel 1 343. 1 334
litare de* Varri nel i3oi ; fu de- Bombolongo fu degli anziani, e
gli anziani e sposò Vermiglia Or- marito di Elena Sangiorgi. i34i
satti. 1298 Morino di Giovanni Tommaso fece pace con Petrutio
gonfaloniere de' Varri nel i3oi ; Beccadelli, di che ne godè somma-
fu degli anziani, ed ebbe in mo- mente la città. 1 35o Lodovico o
glie Margherita Toschi. 1298 Mi- Ligo fu degli anziani, e nel i36o
no di Giovanni gonfaloniere della dal celebre cardinal Egidio Albornoz
società militare delle spade. i3oi legato d' Innocenzo VI venne eletto
Lodovico di Giovanni^ si maritò camerlengo e priore di Bologna:
con Azzolina Caccianemici, fami- fu marito di Azzolina Caccianemi-
glia che nel j i44 avea dato alla ci e di Bartolomea Castaldi, lascian-
Chiesa il Pontefice Lucio II. i3oi do in morte un valore di più di
Giacopino di Petrizzuolo, fu degli ottantamila ducati. 1367 Verzuso
anziani, e sposò Francia Arduini. fu degli anziani. 1376 Francesco
i3oi Bonaccursio appartenne agli fu gonfaloniere dei 4oo: Giovanni
anziani, ed ebbe due mogli, Ghi- si maritò con Lucia Malabresca
sella Boatieri e Tomasella Coda- lucchese. i3y8 Nicolò di Ligo ca-
gnelli milanese. i3o4 Giovanni pitano e dottore in legge, fu degli
sposò successivamente Liliana Az- anziani: per la ricupera di Cento
zoni e Marchesella Perticoni. i3io e della torre de'Cavalli, fu creato
Giacomo e Marchesi/io furono dei cavaliere nel 1 386, indi gonfalo-
160 cittadini privilegiati, ed il se- niere di giustizia e del consiglio
condo anco anziano. 1 3 r 1 Lodo- de' 400. Nel 1401 creò alcuni ca-
vico cavaliere e ambasciatore per valieri in nome di Giovanni I Ben-
la repubblica di Bologna in diver- tivoglio, e mori nel 1406 a' io
si luoghi. i3i3 Ugolino fu citato aprile. Prima di essere portato al-
dall' imperatore Enrico VII per la sepoltura in s. Domenico, il suo
causa di stato, fu monizioniere del cadavere fu posto a sedere sopra
castello di Vigo, e marito di Bel- una sedia addobbata di velluto lie-
tezza Rodaldi, poi di Lambertina ro avanti la sua casa, e levato da
Prendiparti. 1 3 1 6 Paolo sposo di quel luogo fu accompagnato alla
Uliana Gozzadini. Il Novaes nella sepoltura da' dottori, cavalieri e dal
vita di Gregorio XV, narra che restante delia nobiltà di Bologna,
nel i320 Giovanna II regina di con otto cavalli, cioè quattro co-
Napoli aggregò la famiglia Ludo- perti di nero, e quattro colla sua
visi alla nobiltà napoletana, anno- arma, con un gonfalone grande,
verando pure i Ludovisi fra i cin- e colle sue insegne, scudo, spada
que saggi di quella città: siccome e cimiero: fu marito di Lisia A-
è noto che Giovanna II non in- reosti, poi di Girolama Mezzavacca.
cominciò a regnare che nel 1 4 ' 4o 1387 Paolo fu del consiglio dei
questo deve riportarsi all'epoca di 4p°- » 3g5 Giovanni di Nicolò per
quanto diremo di Giovanni Lu- occasione delie guerre civili si tras-
dovisi che fu pure senatore di Ro- feri in Francia, ove da quel re fu fat-
ma; ne si può la concessione at- to conte d'Agramonte^ Agremonte o
tribuire alla regina Giovanna I, Ariuionte; poi andato a Napoli fu
io6 LUD
dichiarato da Lorenzo Colonna gran
cameriere della regina Giovanna II,
suo luogotenente nel tribunale del-
la camera reale di Sicilia nel i4'9>
officio ch'egli amministrò con tan-
ta rettitudine e decoro, che si ac-
quistò il nome d'integerrimo giu-
dice appresso della regina e dei
sudditi, laonde fu fatto cittadino
di Napoli. Pompilj Olivieri, Del
senato romano p. 28 3, scrive che
Giovanni de Ludovisiis conte di
Arinonte fu senatore di Roma nel
14^3, e confermò gli statuti dell'ar-
te della lana. Il Galletti nella sua
Capena p. 96, riporta una senten-
za di Pietro Aristotile di Bologna
collaterale nel Campidoglio di Gio-
vanni de Ludovisiis milite bologne-
se, conte di Arimonte e senatore
di Roma, de' i5 maggio i47-4>
sopra una lite tra Francesco Or-
sini signore del castello di Fiano,
e la sua zia Rita de'Sanguigni. A-
vendo rìpatrialo, nel i43i Euge-
nio IV lo fece de* XXI consiglieri
per un anno, nel 1 434 fa de'dieci
di Balia, nel i436 alloggiò in ca-
sa sua il cardinal Prospero Colon-
na, nel i439 fu fatto de' XVI ri-
formatori della città, e parimenti
nel i44° da Nicolò Piccinino ven-
ne eletto de' CXX. 11 senato nel
i444 l'inviò ambasciatore in Fer-
rara a presentare due bacili con
boccali d'argento alla figlia del re
di Napoli, sposa del marchese Leo-
nello d' Este. Giovanni fu pure po-
destà di Siena, marito di Lippa
Mezzavacca , indi di Margherita
Bianchetti: divenuto vecchio adot-
tò per figlio Beltrando di Lodovi-
co Monterenzi e di Lisa sua ni-
pote, la quale era figlia di Andrea
Lodovisi suo fratello, giacche il
proprio figlio Nicolò cavaliere pre-
morì a lui. i43 1 Girolamo cava-
LUD
liere, da Eugenio IV fu fatto dei
XX consiglieri in vece de' XVJ ri-
formatori. i434 Giacomo fu teso-
riere della città, nel quale uffizio
successe Ver/uso. i44° Baldissera
C Nicolò di Fcrzuso furono espul-
si da Bologna da Nicolò Piccini-
no per causa di stato. 1 44^ ^°"
dovico di Ferzuso dottore in legge,
abbate de' ss. Na borre e Felice, vi-
cario generale del vescovo, arci-
diacono e canonico di tal chiesa,
protonotario apostolico, referenda-
rio delle due segnature, poi udi-
tore di rota: morì in Milano nel
i47^, lasciando eredi i Magnani
suoi nipoti che divisero l'eredità
col nominato Beltrando. L' Orlan-
di nelle Notizie degli scrittori ho*
lognesi p. 194, aggiunge che come
uditore di rota lasciò per le stam-
pe varie decisioni. 1 447 Beltrando
fu degli anziani, si sposò con Ca-
terina Cospi, indi si fece canonico
regolare con Lodovico suo figlio.
i46r Bonaventura fu anziano.
1462 fr. Lodovico cavaliere gau-
dente, anziano, abbate di s. Maria
Castiglione di Parma, in seguito
fu marito di Francesca Magnani.
i5o2 Antonio fu anziano. i5o6
Girolamo di Beltrando fu senatore
de'XL fatto da Giulio II, indi nel
i5o7 col fratello Francesco venne
deputato soprastante in rivedere i
conti de' Ben ti voglio, e nell'anno
seguente andò ambasciatore al Pa-
pa : ritornati i Bentivoglio, venne
deposto dal grado senatorio ed uc-
ciso. i5o8 Nicolò di Girolamo ,
nel i5i4 Leone X Io fece sena-
tore e conte della Samoggia : era
marito di Dialta Lambertini, fami-
glia che nel 174° diede al Vati-
cano un Benedetto XIV, e con-
trollatole della camera di Bologna.
Essendo seuatore venne spedito
LCD
ambasciatore de' bolognesi ad in-
contrare Clemente VII e poi Car-
lo V, e nella loro cavalcata solen-
ne dopo la coronazione che fece
il Papa del secondo, cavalcò tra i
XL senatori : nel suo palazzo al-
loggiò il duca d' Alvi del seguito
imperiale. Il palazzo di sua fami-
glia in Bologna, già degli Uguc-
cioni, con torre, fu poi acquistato
dai Tibertini, e passò in una del-
le eredi Cappi. Fu rimodernato
per bella architettura a spese dei
conti Tibertini, anzi non ha gua-
ri restaurandosene la facciata, d'or-
dine dell'attuale proprietaria Ma-
tilde Galazzi in Pianegiani, si scuo-
prì lo stemma gentilizio de' Ludo-
visij e con caratteri gotici il nome
del milite bolognese Giovanni dei
Ludovisi senatore di Roma. Altro
palazzo de' Ludovisi in Bologna fu
già nello spazio di terreno che
ora è occupato dalla nuova fab-
brica delle scuole pie. Tanto si
legge nella Cronaca di Gaetano
Giordani.
i524 Lodovico dì Girolamo
fu anziano, e col precedente fra-
tello creato conte della Samoggia ,
contea di cui li spogliò Clemente
VII nel i53tx; ebbe in moglie
Bernardina figlia del senatore Sas-
soni. i54> Pompeo di Lodovico fu
fatto conte e cavaliere dal cardi-
nal legato Guido Ascanio Sforza
nel i533, in nome di Paolo ili;
fu anziano e marito di Camilla
Bianchini. 1 562 Conte Ippolito dì
Nicolò, fu anziano e sposo di Eleo-
nora Pucci ferrarese, la quale pas-
sò in seconde nozze con Girolamo
Renghiera. Il conte Carlo Girola-
mo di Nicolò fu marito di Pantasilea
Albergati che si sposò poi con
Saulo Guidotti. i585 Conte Nicolo
fu anziano. i58o, Conte Giovanni
LUD 107
d'Ippolito fu degli anziani. Conte
Lodovico di Pompeo fu cavaliere
di s. Paolo, da Alfonso II duca di
Ferrara fatto cittadino ferrarese,
morì in Siena. i5c)o Conte Giro-
lamo dì Pompeo, fu senatore dei
X aggiunti da Sisto V, e marito
di Laura Bianca Angelelli, che poi
si sposò con Ettore Areosti : altri
chiamano Laura Bianca col nome
di Camilla Bianchini, illustre fami-
glia bolognese. Da questa e da
Girolamo chiamato pure Pompeo
nacque in Bologna nel i55>4 A-
lessandro Ludovisi che fu il prin-
cipale lustro e decoro di sua pro-
sapia, per la potenza, onori e ric-
chezze a cui pervenne. Dappoiché
fatti i suoi studi in Roma ed in
Bologna, il suo concittadino Gre-
gorio XIII Boncompagni lo nomi-
nò primo giudice del tribunale di
Campidoglio, dicendogli essere que-
sto il primario gradino per cui egli
sarebbe asceso al soglio pontificio.
Dopo avere percorso brillante car-
riera nella prelatura, Paolo V nel
1612 lo fece arcivescovo di sua
patria Bologna, e nel 16 16 car-
dinale, rimettendogli in Pavia la
berretta cardinalizia per Antonio
Bonfioli suo cameriere d'onore,
indi gli conferì l'abbazia di Ma-
mona in Calabria, ed in sua mor-
te fu eletto in successore a' 9 feb-
braio «621 col nome di Gregorio
XV per onorare la memoria di chi
gli avea pronosticato sì sublime di»
gnità. Il Gigli registrò nel suo Dia*
rio, che a' 1 3 marzo giunsero in
Roma da Bologna il fratello del
Papa, conte Orazio senatore bo-
lognese., colla moglie Lavinia di
Fabio Albergati, e coi loro figli
Nicolò, Lodovico, ed una figlia da
marito chiamata Ippolita, la quale
fu maritala a Gio. Giorgio Aldobran-
io8 LUD
dini nipote di Clemente Vili, e
principe di Bassano. L'Orlandi di-
ce a p. 187, che abbiamo stam-
pata una lettera ufliciosa scritta da
Ippolita a Gregorio XV in favo-
re della famiglia Vizani e di Co-
stanzo Vizani commendatole de' ss.
Maurilio e Lazzaro. Ai 9 maggio
Gregorio XV si recò con solenne
cavalcata a prendere possesso della
basilica lateranense, e dopo i con-
servatori di Roma cavalcarono il
conte Orazio suo fratello, e il figlio
di questi Nicolò, dal Papa dichia-
rato suo nipote, ed il principe Gio.
Giorgio Aldobrandini egualmente
dichiaralo suo nipote, come marito
d'Ippolita Ludovisi; indi seguiva-
no a cavallo gli oratori ed amba-
sciatori de' principi. Inoltre Grego-
rio XV fece generale di santa Chie-
sa il fratello Orazio, che poi spe-
dì nella Valtellina con un corpo
di milizie pontificie. Sino dai i5
febbraio creò cardinale il nipote
Lodovico Ludovisi, la cui biogra-
fia segue questo articolo, e ad esso
affidò meritamente tutto il governo
dei domi nii della santa Sede, ricol-
mandolo di cariche, di onori e di
benefizi. Per riconoscenza a Gre-
gorio XI li elevò al cardinalato il
di lui pronipote Francesco Bonr
compagni, e per riguardo a Cle-
mente Vili che lo avea promosso
a diverse cariche, ed al matrimo-
nio del principe Aldobrandini con
sua nipote, conferì egual dignità,
ad Ippolito Aldobrandini.
Nicolò Ludovisi fu innalzato dal-
lo zio alla dignità di generale di
santa Chiesa. A' 7 giugno 1621 fu
comprato il ducato di Fiano per
scudi duecento ventimila da Ora-
zio Ludovisi, ed il cardinale Lodo-
vico comprò il principato di Gal-
licano, che sul principia 4j ottobre
LUD
1622 Cu visitalo da Gregorio XV,
come dicemmo nel voi. XXVIII,
p. i4o del Dizionario: il princi-
pato di Gallicano, cui era unito il
ducato di Zagarolo, il cardinale lo
donò in sua morte al fratello Ni-
colò, e dipoi l' uno e l'altro l'ac-
quistarono i Pallavicino ed i Rospi-
gliosi. Inoltre Nicolò sposandosi
con Isabella Gesualdi, nipote del
cardinal Alfonso Gesualdo, morto
decano del sacro collegio nel i6o3,
acquistò grandi ricchezze in Napo-
li, col principato di Venosa, del
quale essa era erede. Indi Nicolò
contrasse un secondo matrimonio
con Polissena Mendoza, per cui
aggiunse alla sua casa il principa-
to di Piombino, di cui essa era le-
gittima erede, con quarantamila
ducati di annua rendita, oltre l'i-
sola d'Elba da lui comprata dal
re di Spagna Filippo IV, come
narra l'Óttieri nella Storia delle
guerre d'Europa t. V, p. 649.
Quel re dichiarò Nicolò grande di
Spagna, cavaliere del toson d'oro,
e vigere d'Aragona e di Sardegna.
Nicolò divenne poi anche principe
di Salerno. Il magnanimo Grego-
rio XV (Fedi), mori agli 8 luglio
1623, dopo due anni e cinque
mesi di lodevole pontificato, che
descrivemmo alla sua biografìa. Il
citato Orlandi, nelje Notizie degli
scrittori bolognesi, opera che nel
1714 dedicò al cardinale Giacomo
Boncompagni, narra a p. 4^, che
sono alle stampe varie decisioni
di Gregorio XV, fatte allorché era
uditore di rota, sparse nei volumi
stampati in Colonia nel 1623 per
Giovanni Gimnico; varie costitu-
zioni ecclesiastiche e lettere apo-
stoliche, tra le quali una de Con-
cepitone B. M. V., e due de crea-
tioiiibiis romanorum JPontificuni et
LUD
Caesarum. Aggiunge ch'erano poi
nelle mani di molli le istruzioni
e gli avvisi dati al nipote Lodo-
vico, citati dall' Oldoino, fol. 5o.
Indi a pag. 207 dice che Maria
Maddalena Ludovisi, monaca pro-
fessa domenicana in s. Pietro mar-
tire di Bologna, fu autrice della
Raccolta di sacre delizie di s. Ma-
ria Maddalena pentita, Bologna
1639 pel Ferroni. Il cardinal Lo-
dovico Ludovisi in Roma eresse la
celebre villa Ludovisi, della quale
parleremo all'articolo Ville di Pio-
ma, che è una delle più magni-
fiche e sontuose della città, sia
per ampiezza ed amenità, sia pei
suoi palazzi ricchi di stupende sta-
tue e famosi dipinti, che per altri
singolari pregi. Essa occupa parte
dell'area de'celebri orti di Sallu-
stio, e fu onorata dalla presenza
di molti Pontefici, e Gregorio XVI
vi si recava di frequente nella sta-
gione estiva. Al presente viene pu-
re frequentata dal regnante Pa-
pa Pio IX. La villa dal cardinal
fondatore fu donata al suo fratel-
lo Nicolò, e tuttora la possiede la
sua nobilissima discendenza. E qui
noteremo, che i Ludovisi nel pon-
tificato di Gregorio XV edificaro-
no in Frascati una villa, frequen-
tata da quel Papa, che passò poi ai
Conti, ed ora è del duca di Brac-
ciano d. Marino Torlonia, ciò che
meglio dicemmo nel voi. XXVII,
p. i56 del Dizionario , ove a pag.
i5»4 parlammo ancora della villa
Soia e Boncompagni di Frascati.
Qui però aggiungeremo sulle ville
Ludovisi e Boncompagni alcune
altre erudizioni. Ho letto di recen-
te in un mss. che la villa Ludo-
visi, poi Conti, ora Torlonia, fu
costruita dal cardinal Tolomeo Gal-
li di Como, di cui lasciò scritto
LUD 109
l'Amydenio: Sublato Gregorio XIII
quieti se, frugalitati, ex comparan-
dis divitiis totum dedit, quas prò-
fec.to congessi t immensas, ac piane
regias. Villani aedificavit Tusculi
magnificami Pontijìcum mansione
dignam, sumptuosiorem alirniam
in littore lacus , cui adjecit ma-
gni pretii rura, et municipia. Di
fatti nelle due antiche fontane del-
la villa si leggeva, sedente Grego-
rio XIII, e in alcuni pavimenti del
palazzo si collocarono le armi del
cardinale, il quale era tanto pauro-
so dei tuoni, che si nascondeva
ne' sotterranei ogni volta che face-
va temporale, come narra lo stesso
Amydenio. Dopo la sua morte ac-
quistò la villa il cardinal Lodovi-
co Ludovisi, che siccome l'abbellì
ed ingrandì in modo di andar del
pari colle ville Aldobrandina e
Borghese, fu da alcuni chiamato
fondatore della medesima, anche
perchè nelle volte del palazzo vi
furono dipinti i suoi stemmi. La
villa passò poi in dominio del du-
ca Gio. Angelo Altemps, e nel
principio dello scorso secolo ne di-
venne padrona la casa Conti, per
compra fattane da Lucrezia Colon-
na, moglie del duca Gio. Lotario
Conti, ed i nuovi proprietari vi
fecero la gran caduta d'acqua, la
gradinata, le fontane laterali e la
peschiera. L'attuale signore poi del-
la villa, tolte le aquile de' Conti,
vi ha sostituito il proprio stemma.
Quanto alla villa Sora o Boncom-
pagno, nel nominato mss. ho letto
che ivi il celebre Annibal Caro tra-
dusse l'Eneide di Virgilio in tem-
po di villeggiatura. Certo è che il
Caro si formò una villetta nel Tu-
sculano, che chiamavasi Caravilla,
ove fece gran parte di detta tra-
duzione in versi sciolti, per dimo-
no LUD
strare che la lingua italiana avea
tutte le qualità poetiche che po-
tevano renderla atta all'epopea, e
riuscì uno de' capolavori dell'italia-
na (avella. Inoltre il cardinale Lu-
dovisi fabbricò in Roma il sontuo-
so e magnifico tempio in onore di
s. Ignazio, che descrivemmo nel
voi. XIV, p. 19Ì e seg. del Di-
zionario, ed ove eresse al Pon-
tefice zio un grandioso e nobile
monumento sepolcrale; il fratello
Nicolò eresse la facciata, e compì
la fabbrica della chiesa, la cui de-
finitiva ultimazione I' ebbe però nel
i685. Combinazione ammirabile
della provvidenza, che fece prima
edificare da Gregorio XIII il con-
tiguo superbo edilìzio del collegio
romano, e poi la chiesa dal nipote
di Gregorio XV, le cui famiglie, co-
me andiamo a dire, doveano tras-
fondersi in una. La chiesa è affi-
data come dalla sua erezione ai
benemeriti gesuiti, conservandone
il patronato la nobile famiglia Bon-
compagni-Ludovisi, che vi ha la
sepoltura gentilizia; nelle feste so-
lenni si espongono due nobilissime
e ricche coltri o portiere o dos-
selli collo stemma gentilizio de'Lu-
dovisi, il quale è pure sopra l'ar-
chitrave della porta maggiore nel-
la facciata delia chiesa.
A Gregorio XV successero Ur-
bano Vili, e nel 1 644 Innocenzo
X Pamphilj. Rimasto il principe
Nicolò Ludo visi vedovo, si maritò
in terze nozze con d. Costanza Ca-
milla Pamphilj nipote del Papa,
perchè figlia di suo fratello, e di
d. Olimpia Maidalchini. Sebbene
all'articolo Innocenzo X (Fedi),
abbiamo detto quanto riguarda
Nicolò, e quanto fece il Pontefice
per lui, qui rammenteremo che lo
dichiarò principe assistente al so-
LUI)
glio pontificio, e generale della ma-
rina e galere pontificie. Nel 164^
Innocenzo X creò cardinale Nicolò
AllxMgati-Ludovisi bolognese, pa-
rente di Gregorio XV e cugino
del cardinal Lodovico Ludovisi, che
lo chiamò in Koma e gli diede
il cognome e lo slemma de' Lu-
dovisi, indi morì decano del sacro
collegio. Va osservato che allorché
erano prelati Alessandro Ludovisi
e Giambattista Pamphilj, poi Gre-
gorio XV ed Innocenzo X, furono
amici intrinseci. Narra il diarista
Gigli che nel i653 Innocenzo X
diede al principe Nicolò Ludovisio
una cedola di centomila scudi,
perchè quando egli sposò la nipote
non ebbe dote alcuna. Con questi
denari egli comprò un palazzo a
Monte Ci torio, dietro la chiesa di
s. Biagio, e cominciò a fabbricare,
con incorporarvi le case contigue,
ed anche l'abitazione ed il giar-
dino che apparteneva a detta chie-
sa, dove stavano i chierici regolari
somaschi, i quali perciò si parti-
rono, e andarono a stare tra gli
altri della medesima congregazione
al collegio dementino in piazza
Nicosia. Tale magnifico palazzo lo
comprò dai Ludovisi Innocenzo
XII per collocarvi la curia roma-
na, compiendone l'edifizio: di que-
sto si tenne proposito nel voi. XIX,
p. 43 e seg. del Dizionario. Aven-
do divisato Innocenzo X innalzare
in piazza Navona quella mirabile
fonte ed obelisco che ammiriamo,
ne ordinò il disegno a diversi ar-
chitetti meno al celebre Bernini.
Ma questi godendo giustamente il
favore del principe Nicolò, ed a-
vendo fatto il modello che poi ese-
guì, il principe lo fece collocare
in una camera del palazzo Pam-
philj in detta piazza, ed allorché
LUD
il Papa vi si recò il vide, ne re-
stò sorpreso, conobbe ch'era una
destrezza del principe, e ne ordinò
la pronta esecuzione. Il principe
Nicolò mori nel i665 e lasciò due
figli; Giambattista Ludovisi nato
dalla Pampini j, grande di Spagna
e cavaliere del toson d'oro, ed
Ippolita Ludovisi, che restò erede
del cognome, delle ricchezze e del-
le signorie dei Ludovisi, per essere
morto il fratello Giambattista sen-
za figli : egli ebbe per moglie la
figlia del marchese d'Airona, e fu
ancora generale delle galere di Sar-
degna, e viceré delle Indie pel re
di Spagna, non che senatore di
Bologna. Ippolita sino dal 1 63 1
erasi sposata con d. Gregorio Bon-
compagni pronipote di Gregorio
XI li, che aggiunse al suo stemma
e cognome quello de' Ludovisi, in
un a quanto possedevano. Gregorio
morì nel 1707 senza eredi maschi,
lasciando la sola figlia d. Maria,
che con dispensa pontifìcia sposò
lo zio Antonio Boncompagni fra-
tello del defunto, ed in tal modo
le due eredità Ludovisi-Boncom-
pagni restarono unite. Da questo
matrimonio nacque Gaetano Bon-
compagni-Ludovisi, che sposatosi
con d. Laura Chigi pronipote di
Alessandro VII, ebbe tra gli altri
figli d. Antonio, e nel 1710 Pie-
tro Gregorio. Siccome d. Giulia
Boncompagni figlia del duca di
Sora d. Gregorio e di d. Ippolita
Ludovisi principessa di Piombino
avea sposato d. Marco Ottoboni pro-
nipote di Alessandro Vili e duca
di Fiano per averne acquistato il
feudo dai Ludovisi, alla di Jui
morte restò nel 1725 superstite
d. Maria Francesca Ottoboni ere-
de di Fiano, la quale nel 1732
sposò il detto Pietro Gregorio
LUD in
Boncompagni -Ludovisi, a condizio-
ne di prendere il nome e le ar-
mi degli Ottoboni (Fedi). In tal
modo Gaetano pei suoi due figli
Antonio e Pietro Gregorio fu io
stipite, a mezzo del primo de' Bon-
compagni-Ludovisi principi di Piom-
bino, e a mezzo del secondo dei
Boncompagni - Ludovisi - Ottoboni
duchi di Fiano. Gaetano morì ai
24 marzo 1777.
Da Antonio nacque il principe
d. Luigi Maria e d. Giuseppe; il
primo ebbe quella illustre discen-
denza che riportammo all'articolo
Boncompagni {Vedi): decorato del-
l'ordine di s. Gennaro, gran croce
di quello di S.Leopoldo d'Austria,
e grande di Spagna di prima clas-
se, morì d. Luigi Maria principe
di Piombino in Roma a' 9 maggio
1841, con sentimenti di profonda
pietà cristiana, come si legge nel
numero 38 del Diario di Roma.
Lasciò quella nobile fìgliuolanza
indicata al citato articolo, fra cui
il primogenito d. Antonio prin-
cipe di Piombino, grande di Spa-
gna di prima classe, gentiluomo di
camera del re delle due Sicilie,
gran croce dell'ordine di s. Gre-
gorio Magno per benignità del suo
istitutore Papa Gregorio XVI; ed
il secondogenito, quinto in ordi-
ne di nascita, d. Baldassarre dei
principi di Piombino, che benefi-
cò. Nel numero 53 del Diario di
Roma i845» si riferisce l'elogio del-
la virtù del defunto d. Luigi Bon-
compagni - Ludovisi principe di
Piombino, « di quella virtù che ser-
ve d'asilo alla sventura; che non
ha mestieri d' incitamenti a pro-
movere, o di preghiere a ripetere
il beneficio; e che infine non pre-
tende il borioso compenso dell'al-
trui avvilimento ". Nel numero io
ii2 LUD
poi delle Notizie del giorno del
1846 lì legge, che agli <S marzo
passò agli eterni riposi con tutti
i conforti della religione la prin-
cipessa d. Maria Maddalena Bon-
compagni-Ludovisi, nata Odescal-
chi, e vedova del defunto principe
sullodato: la perdita di questa dama
è stata compianta per le sue cristia-
ne virtù, benignità, pie e carita-
tevoli largizioni. La di lei biogra-
fìa viene riportata nell' Album dei
18 aprile 1846. Quanto al prin-
cipe d. Antonio, aggiungiamo alla
fìgliuolanza notata all'articolo Bon-
onrPAGNi, d. Giulia, d. Livio e d.
Ignazio. Egli risiede nel suo palaz-
zo Piombino, posto nella via dei
Corso rimpetto alla piazza Colon-
na. In origine appartenne ai Giu-
stini, quindi ai Veralli, poi agli Spa-
da, dai quali l'acquistò il principe
Luigi. Questi lo fece ristorare fa-
cendovi rinnovare la facciata con
due portoni laterali, ornati di co-
lonne di cipollino, che sostengono
loggie. Sulla medesima via del Corso
il principe d. Luigi acquistò altro pa-
lazzo, incontro la chiesa di s. Mar-
cello, già edificato dai de Carolis
con disegno di Alessandro Specchi,
poscia proprietà successivamente dei
gesuiti, dei Simonetti, e di mons.
Aguirre, ed anch'esso restaurato
dal lodato principe. Esso inoltre
comprò il palazzo Poli a Fontana
di Trevi, ed egualmente lo miglio-
rò ; ne parlammo al voi. XVII,
p. 81 del Dizionario. Al voi. XXIV,
p. 25 1 si disse del palazzo Sora
del nipote di Gregorio XIII, forse
opera del Bramante, ora proprietà
della camera apostolica, che nel
fiulo restaurare si rinvenne nei
fondamenti due bellissimi pavimen-
ti di musaico, ed il migliore ven-
ne levato e trasportato per ordine
LUD
di Gregorio XVI nel museo Late-
ranense da lui fondato.
Prima la famiglia Ludovisi pos-
sedeva i seguenti beni e feudi. Nel-
la provincia del Principato Ultra ,
regno di Napoli, le terre di Tau-
rasi, Fontana Rosa, Cossano, Ge-
sualdo, Calitro, Cairano, Patierno,
Tegera, il feudo di Castiglione, la
città di Frigento, Castel Vetere, e
Monte Fuscolo con diversi casali.
Nella provincia del Principato Citra,
la città di Gonza, con otto terre. Nel-
la provincia di Basilicata, la città
di Venosa col casale Maschito. 11
principato di Salerno concesso da
Filippo IV li i3 novembre 1649,
del quale pare non abbia preso pos-
sesso, per le opposizioni del re di
Polonia. Degli altri principati del-
lo stato pontificio ne parlammo
più sopra , ed in esso possedeva
anche la Colonna. L'attuale prin-
cipe di Piombino, de'beni una vol-
ta spettanti alla famiglia Ludovisi,
al presente gode la sola villa, alla
quale però nel 1825 fu aggiunta
la villa Belloni acquistata dal mar-
chese Cavalletti. 11 defunto princi-
pe d. Luigi, nel 18 14 da d. Agapi-
to Grillo duca di Mondragone, per
sessantacinquemila scudi acquistò il
ducato di Monterotondo, onorato
nell'ottobre i845 dalla presenza di
Gregorio XVI ; acquistò pure nel
18 18 dal principe d. Francesco Ku*
spoli la signoria di Riano per cento-
ventimila scudi. Nell'agro romano
possiede diverse tenute, come ha
magnifico palazzo e possessioni in
Bologna, e possessioni in diversi
luoghi dello slato ed in Roma,
non che palazzi e case. Presso
Frascati vi è la villa ed orti Sora,
e molti beni e possessioni sono pu-
re in Teramo e Brittoli negli A-
bruzzi* Il principe d. Baldassarre
LUD
secondogenito possiede la tenuta
Pallavicina verso Zagarolo, Fiora-
no, Fioranello, eCornacchiola ver-
so Albano, non che la Giustiniana
passato Ponte Molle, luogo onora-
LUD ì i3
Venne arricchito di molte pingui
abbazie, e tra le altre quella di
s. Lorenzo in Campo di Urbino, e
quella di s. Silvestro in Nonantolaj
la cui diocesi fece diverse volte
to da Pio VII nel 18 1 4 pel suo visitare pe' suoi vicari, avendo pro-
curato coll'autorità dello zio Pon-
tefice di ricuperare i perduti dirit-
solenne ingresso in Roma, come
dicemmo all'articolo Ingressi.
LUDOVISI Alessandro, Cardi-
nale. V. Gregorio XV Papa»
LUDOVISI Lodovico, Cardinale.
Lodovico Ludovisi nobile bologne-
se nacque da Orazio e da Lavinia
Albergati, accoppiò all' elevatezza
dei natali bontà di costumi ed
acutezza tale d'ingegno, che pote-
va stare del pari con qualsivoglia
persona del suo tempo. Compito
con incredibile celerità il corso degli
studi nella università di Bologna,
atteso il bello e pronto talento di
cui era fornito, atto ad ogni vir-
tù o grande affare , prese la lau-
rea dottorale. Appena lo zio Gre-
ti dell'abbazia, senza
ne l'intento. Gli fu pure conferita
l'abbazia di san Martino de' Cam-
pi ; laonde con tante rendile po-
tè fare quanto dicemmo all'ar-
ticolo Ludovisi Famiglia, e fabbri-
care in Roma la chiesa magni-
fica di s. Ignazio, la superba villa
che rincora porta il suo nome, ed
il Collegio Irlandese (Fedi), che
dotò di rendite. Nel breve pon-
tificato dello zio tutta la mole del
governo poggiava sopra di lui j
ch'era di naturale attivo e inde*
fesso, d'animo grande e magnifi-
co, di cuore benigno e generoso,
gorio XV fu innalzato al pontifi- facile oltre ogni credere in amrnet-
cato, lo fece referendario delle due tere all' udienza chiunque ed in
segnature, e segretario del buon qualunque circostanza di tempo*
governo e della sacra consulta; ed siccome dotato d'una gentilezza che
essendo nell' età di ventisei anni, non conosceva limiti. Vacata per
il Papa a' i5 febbraio 1621 lo morte del cardinal Montalto nipo-
creò cardinale dell' ordine de'preti, te di Sisto V la carica di vice-can-
conferendogli per titolo quello che celliere, fu da Gregorio XV con-
aveva portato nel cardinalato, cioè ferita al nipote, che rinunziò quel-
la chiesa di s. Maria in Traspon- la di camerlengo. Durante il pon-
tina. Successivamente Io stesso Gre- liticato dello zio, Roma e lo sta-
gorio XV gli affidò T amministra- to goderono pel cardinale l'abbon-
zione generale dello stato pontifi- danza, la tranquillità e la pace.
ciò, Io nominò suo successore al-
l'arcivescovato di Bologna, dove ce-
lebrò il sinodo, e nel tempo stes-
so lo dichiarò camerlengo di s.
Chiesa, legato d' Avignone, segre-
tario de'brevi, e protettore di Sa-
voia e dell' Ibernia, non che dello
stato di Fermo, dell'ordine dei ss.
Maurizio e Lazzaro, e segretario
della congregazione del s. offizio.
VOL. XL.
Morto Gregorio XV intervenne al
conclave iu cui fu eletto Urbano
Vili, nel cui pontificato provando
or avversa, or prospera fortuna,
tutto si diede al governo della sua
chiesa di Bologna. Tormentato dal-
la podagra, avendo stabilito inde-
bolirla con un' ostinata dieta, ne
rimase talmente estenuato e rifini-
to, che con universale cordoglio
8
tf4 LUD
morì in Bologna ai 18 novembre
i632, nella robusta età di tren-
taselte anni. Trasferito il suo ca-
da vere in Roma, ebbe sepoltura
nel sontuoso tempio di s. Ignazio,
nella cui fabbrica impiegò duecen-
tomila scudi, venendo tumulato a
piedi del mausoleo da lui innalza-
lo allo zio, in un'urna di porfido
rosso, in cui leggesi il suo nome,
e si vede espressa in bianco mar-
mo la di lui effigie, sostenuta da
due geni di eccellente scalpello. Fu
il cardinale fornito di sublimi ed
eccellenti virtù, casto, liberale, be-
nigno , magnanimo ed indefesso
nelle fatiche. Profuso co'poveri, di-
stribuiva loro ogn'anno 32, 800 scu-
di, e fu ancora generoso e pro-
tettore co'letterati , molti de* quali
gli dedicarono le loro opere. Felice
fu Gregorio XV nell' avere avuto
simile incomparabile nipote. Da
Enrico Cbiff'elio si ha : Panegyri-
cum de laudibus Ludovici card.
Ludovisii, Romae 1628. Sono par-
to del suo zelo pastorale le opere
seguenti, registrate dall'Orlandi, De-
gli scrittori bolognesi p. 194. Rac-
colta di alcune cose stabilite nel
primo smorzo, Bologna 1623 e 1624.
Altri ordini del sinodo diocesano ,
celebrato a' 3o maggio 1624- Co-
stituzioni per le monache che pro-
fessano la regola di s. Agost\noì
Bologna 1621. Apparato funebre
per V anniversario di Papa Grego-
rio XV \ celebrato in Bologna ai
24 luglio 1624. Ragionamenti spi-
rituali fatti in diverse occasioni
nella città di Bologna, raccolti e
pubblicati da Matteo Sagaci can.
di s. Petronio, Bologna 1 62 5. Regole
pel buon governo della compagnia
del ss. Sagrameli to sì della metro-
politana, come della città e diocesi
di Bologua, ivi 1628. Constilulio-
LUG
nes, et taxa fori ecclesiastici , et
curine arcìiicp. Bonon. 1629. In-
stituzioni ai curati della ciltà e
diocesi per le necessità correnti
nel contagio di Bologna, if)3o.
Sermoni, e panegirico in lode di s.
Ignazio^ siccome amatore de'gcsuili
suoi figli. Inoltre lasciò vari volu-
mi mss. di lettere sopra materie
di politica e negozi, alcune delle
quali furono stampale da Michele
Giustiniani nelle Lettere memora-
bili.
LUDOVISI ALBERGATI Ni-
colò, Cardinale. V. Albergati Ni-
colò , Cardinale.
LUGLIO, ordine equestre. Dopo
la rivoluzione operata in Parigi
nel i83o ai 27, 28 e 29 luglio,
fu innalzato al trono di Francia
(l'edi) il regnante re dei francesi
Luigi Filippo I. In memoria del-
l'avvenimento , e per compensare
coloro che cooperarono al nuovo
ordine di cose, il medesimo re ai
i3 dicembre i83o istituì l'ordine
de' cavalieri della croce di luglio.
Per decorazione ed insegna stabilì
una stella smaltata di bianco , in-
cassata in argento con tre raggi,
leggendosi nello scudo: 27, 28,
29 juillel i83o, e l'epigrafe: Don-
ne par le roi des Francais. Dal-
l' altro lato dello scudo avvi il
motto: Patrie et liberté. La stella
pende da un nastro di seta bleu.
Al medesimo scopo il re Luigi
Filippo I fece coniare una meda-
glia, ove in una parte sono im-
pressi i detti tre giorni ed il mot-
to : Patrie et liberté. Nel rovescio
è la leggenda: A ses defenseurs
la patrie reconnaissante. Questa me-
daglia ancora ha il nastro di seta
bleu.
LUGO (Lucen). Città con re-
sidenza vescovile nella Spagna in
LUG
Galizia, capoluogo della provincia
dello stesso nome , distante 96
leghe da Madrid. Sta sopra un
piano elevato, in clima freddo, pres-
so la riva sinistra del Minho, su
cui evvi^ un antico ponte di sette
archi. E cinta da una vecchia
muraglia in buonissimo stato, fian-
cheggiata da torri e il di cui peri-
metro è di quasi una lega. L' in-
terno vedesi assai bene fabbricato,
ma alquanto triste; le strade sono
però belle e ben lastricate. La
cattedrale è un mouumento goti-
co rimarchevole ; vi si dislingue
pure il palazzo comunale, con u-
na maestosa facciata, e le caserme
degl'invalidi. Due chiese parrocchia-
li sono di bella architettura ; vi so-
no alcuni stabilimenti, un ospizio
per gli esposti , ed il palazzo ve-
scovile, antico edifizio. Nei dintorni
si trovano bagni di acqua minera-
le termale assai frequentati : l'uno
di essi è opera degli antichi ro-
mani, ma assai degradato. Lugo,
Lucus Angus/i j Turrìs Augusti ,
A rete SexiJanae, fu fondata dai ro-
mani in onore di Augusto, ed an-
ticamente fu assai più considerevo-
le d'oggidì e fu capoluogo di un
conventus. Il re d. Alfonso I la
tolse ai mori nel 742. I francesi
se ne impadronirono nel 1809, e
la considerarono come un punto
militare importantissimo.
La sede vescovile fu eretta nei
primi secoli della Chiesa, quindi gli
svevi avendo fatto della città la
capitale de'loro stati, nell'anno 563
la fecero erigere in metropoli, con
un dismembramento della provin-
cia di Braga; ma questa dignità
metropolitica terminò col loro re-
gno nel 666, onde ritornò ad es*
sere sede vescovile, sotto la metro-
poli di Compostella , di cui è tut-
LUG n5
torà sufFraganea. Il primo de've-
scovi di Lugo fu Agapito discepo-
lo di s. Giacomo apostolo. I suoi
successori continuarono regolarmen-
te fino a' nostri giorni, e fra essi
furonvi molti prelati distinti per
la loro dottrina e per la saviez-
za con cui governarono le loro
diocesi anche in tempi difficilissimi.
Gli ultimi vescovi furono: Filippo
Pelaez Caunedo della diocesi di
Oviedo, fatto vescovo nel 1786
da Pio VI. Giuseppe Antonio de
Azpeitia Saenz de s. Maria della
diocesi di Calahorra, fatto vescovo
nel 18 14 a*3 Pio VII. Ippolito An-
tonio Sanchez Rangel de Fayas-y-
Quiros, de' minori osservanti , del
priorato di s. Giacomo di Spata
nùiihts, traslato dal vescovato di
Maynas da Leone XII nel conci-
storo de'2i marzo i8i5. La cat-
tedrale, solido edifizio, è dedicata a
Dio sotto T invocazione di s. Frol-
lano vescovo di Leone in Ispagna,
propagatore della vita monastica,
delizia dei poveri, il cui nome è
registrato nel martirologio romano
a'5 ottobre. In essa si venera un
suo braccio, ed ha contiguo il va-
sto ed ornato palazzo vescovile. Il
capitolo si compone di sei dignità,
la prima delle quali è il decano,
di dodici canonici , comprese le
prebende del teologo e del peni-
tenziere, e di porzionari e cap-
pellani addetti al servigio divino.
Nella città vi sono due chiese par-
rocchiali col sacro fonte, due mo-
nasteri di monache, tre conventi
di religiosi, il seminario con alun-
ni, due ospedali e diverse confra-
ternite. La diocesi è vasta, contenen-
te più. di mille parrocchie. Ogni nuo-
vo vescovo è tassato ne'libri della ca-
mera in fiorini mille, ascendendo
le rendite a quindicimila ducati.
u6 LUI
Concilii di Lugo.
11 primo fu tenuto nel r)Gt),
per la divisione delle diocesi di
Spagna. Regia t. XII ; Labbé t. V;
Arduino t. III.
11 secondo nel 572, in cui s.
Martino vescovo di Braga mandò
ottantaquattro canoni o capitoli,
che avea estratti dai concilii della
Chiesa latina. Regia t. XII; Labbe
tom. V.
Alcuni autori mettono un ter-
zo concilio tenuto iu Lugo , verso
l'anno 610.
LUIGI IX (s.), re di Francia.
Figlio primogenito di Luigi Vili
e di Bianca figlia di Alfonso IX re
di Castiglia, nacque nel castello di
Poissyil 1 5 aprile I2i5. Sua madre
Bianca principessa di rara virtù,
prese la cura di vegliare alla di
lui educazione, e gl'inspirò fin dal-
la culla grande rispetto alle cose
sante, vivi sentimenti di pietà, e
straordinario amore alla castità.
Il giovane principe fece rapidi pro-
gressi nelle scienze, ed in età di
dodici anni succedette a suo padre,
sotto la tutela della regina madre,
la quale dopo essersi dichiarata
reggente del regno, ed aver fat-
to prestare il giuramento di fedel-
tà al re suo figlio, occupossi a dis-
perdere la lega che i conti di
Bretagna, di Sciampagna e della
Marca e molti altri signori aveano
formata contro lo stato. Alle belle
doti che formano i grandi re, accop-
piavansi in Luigi IX le più amabili
prerogative : egli possedette in gra-
do eminente tutto ciò che può ren-
dere un principe caro al suo po-
polo , tuttociò che può meritargli
un onorevole posto fra gli eroi ,
tutto ciò che può consecrare la sua
memoria nei fasti della religione.
LUI
A* 27 maggio 1234, pei consigli
della madre, impalmò la principes-
sa Margherita figlia primogenita
del conte di Provenza : unione
che Iddio benedisse con una felice
fecondità. Frattanto il giovane mo-
narca, essendo negli anni venti di
età, prese in mano le redini del
governo; ma avea tale rispetto ver-
so la madre sua , che non facea
cosa alcuna senza prendere consi-
glio da lei. Siccome Luigi VIII
avea ordinato nel suo testamento
che il prezzo delle sue gioie fosse
impiegato nel fondare un mona-
stero , il figlio ne eseguì fedel-
mente la volontà, facendo edifica-
re la celebre abbazia di Royau-
mont, che divenne poscia per lui
un luogo di ritiro, dove si recava
di quando in quando a gustare le
delizie della solitudine, occupandosi
santamente del suo Dio, ed imploran-
do il possente aiuto di lui col di-
giuno, coll'oraziòne e colla peniten-
za. Diversi altri conveuti, vari ospe-
dali, e un gran numero di chiese il
pio monarca fece innalzare. Oltre le
immense lirnosine ch'egli profondeva
dappertutto, faceva dar da man-
giare ogni dì nel suo palazzo a
centoventi e talvolta a duecento
poveri, e non di rado li serviva
a mensa egli stesso. La sua libera-
lità si estendeva eziandio ai cristia-
ni della Palestina , e in generale
a tutti quelli di oriente. Baldo-
vino II imperatore di Costantino-
poli gli offerse nel 1239 la sacra
Corona di Spine (Fedi) che s.
Luigi IX ricuperò dai veneziani,
mediante lo sborso di una somma
considerabile che i medesimi avea-
no prestata all'imperatore; locchè
parimenti si dice delia punta della
Lancia (Fedi) che ferì il costato
del Redentore, mentre la lancia fu
LUI LUI 117
poi da Baiazette II regalata ad guenza delle fatiche nell' ultima
Innocenzo Vili. La sacra reliquia fu guerra da lui sostenute come l'in-
ti asportata a Parigi con magnifica fimo dei soldati, e adempiendo nel-
pompa, e riposta nella cappella del lo stesso tempo a tutti i doveri
palazzo reale. Ricevute da Costanti- di un generale, che tutto ordina-
nopoli nel ii/\l molte altre reli- va ed a tutto sorvegliava. Era co-
quie, fra cui un gran pezzo della sa meravigliosa il vederlo unire ai-
vera croce, per collocarle onorevol- le militari funzioni gli esercizi di
mente fece il re fabbricare nel suo una piti che austera religione, por-
palazzo una nuova sontuosa cap- tare il cilicio, digiunare rigorosa-
pella, conosciuta in appresso sotto mente, far lunghe e frequenti pré-
il nome di Santa Cappella j quivi ghiere, e praticare altre mortifi-
attendeva egli ordinariamente agli cazioni atte ad abbattere la più,
esercizi di pietà, passandovi talvol- vigorosa salute . Egli però risa-
ta le intiere notti in orazione, nò , ed allora fece voto di recar-
Ma il tempo che il santo re da- si in Terrasanta. La gioia prova-
va alla preghiera non lo distoglie- ta dalle due regine pel suo rista-
va dall' adempimento dei propri bili mento in salute, fu quasi del
doveri. Egli non dimenticò mai tutto spenta da siffatta risoluzione,
nessuna cosa che appartenesse al Durante gli apparecchi per questa
governo; e la sua assiduità nel ren- spedizione, il santo re procurò in-
dere ragione, nel conservare le vec- vano di pacificare le acerbe conte-
chie leggi e nel farne di nuove, se tra il Papa Innocenzo IV che
mostra com'egli era degno del tro- si era ritirato a Lione, e T impe-
no. Fece delle leggi severissime ratore Federico II. Finalmente es-
contro gli usurai ed i bestemmia- sendo tutto apparecchiato per la
tori, ed obbligò i giudei a resti- partenza, andò ad implorare il pa-
tuire i denari che aveano estorto trocinio dei santi martiri a s. Dio*
con usure inique, e non trovando- nigi, e a prendervi 1' oriflamma,
si coloro cui doveansi restituire, si ch'era lo stendardo che si facevano
impiegassero in opere buone. Nel portare dinanzi nella guerra i re
1242 marciò contro il conte della francesi. Imbarcossi il 25 agosto
Marca e contro Enrico III re di 1248 colla regina Margherita sua
Inghilterra che aveano stretto fra moglie e co' suoi fratelli conti di
loro alleanza contro di lui. Ei li Artois e d' Anjou. Prese Damiata
sconfisse nella battaglia di Taille- nel 1249, e fece prodigi di valore
bourg il 20 luglio , ed inseguilli alla battaglia di Massora nel i25o;
fino a Saintes, ove quattro giorni sennonché la mancanza di viveri e
dopo riportò sopra di essi un' al- le malattie contagiose avendo poscia
tra grande vittoria. Accordò in se- estremamente indebolito l'esercito
guito la pace al conte della Mar- francese, sofferse una terribile scon-
ca, e fece una tregua di cinque fìtta, ed il re gravemente malato fu
anni col re d'Inghilterra. S. Luigi fatto prigioniero co'suoi due fratelli
cadde pericolosamente ammalato due Alfonso e Carlo, e molti altri si-
anni dopo, cioè il io dicembre gnori. Luigi IX seppe anche pri-
1244» in modo che venne perfino gioniero serbare il contegno di re
creduto morto. Ciò fu una couse- e di cristiano, e trovar tutto in
Il* LUI
Dio solo : sempre padrone di
sé stesso, paziente incomparabile,
fermo senza fierezza, ricusò tutto
quello che credette contrario al
suo onore ed alla sua coscienza.
Finalmente fu conchiusa una tre-
gua per dieci anni , mediante la
restituzione di Damiata e la som-
ma di ottocentomila bisanti d'oro
per la liberazione dei prigionieri.
S imbarcarono tutti a Damiata, in-
sieme alla regina Margherita, che
ivi era rimasta, e giunsero felice-
mente a s. Giovanni d'Acri. Mal-
grado le istanze della regina Bian-
ca che lo sollecitava a ritornare
in Francia, Luigi IX passò in Pa-
lestina, dove dimorò ancora per
quattro anni. Prese Tiro e Cesarea
nel i25i, poscia diedesi a fortifi-
care le piazze dei cristiani, e recos-
si a visitare i luoghi santi. Frat-
tanto la morte della regina madre,
che avvenne il i.° dicembre 1252,
e i diversi affari del suo regno lo
richiamarono in Francia. Il 5 set-
tembre del ia54 giunse a Vincen-
nes, e qualche giorno dopo fece il
suo ingresso in Parigi fra le accla-
mazioni del suo popolo; quindi
applicossi a far fiorire la giustizia
e la religioue nel suo regno, e per
meglio conoscere i bisogni de' suoi
sudditi volle scorrerne le diverse
provincie. Rinnovò per tre anni
la tregua coli' Inghilterra, e dipoi
volle stringere 1' unione dei due
stati con una solida pace. Egli ce-
dette perciò ad Enrico III, contro
il parere del suo consiglio , i di-
ritti che avea sopra molte provin-
cie ; ed Eurico rinunziò a quelli
che pretendeva di avere sopra al-
cune altre, obbligandosi a ricono-
scere il re di Francia per suo si-
gnore, in quanto possedeva dei
feudi nel suo regno. Nel 1259 ebbe
LI I
il dolore di perdere il suo tìglio
primogenito Luigi, in età di dodi-
ci anni, principe di esimia virtù, e
che dava di sé le più belle spe-
ranze. Finalmente il santo re, do-
po aver indefessamente faticato per
la felicità del suo popolo, rivolse
di nuovo i suoi sguardi sopra i
cristiani della Palestina, minacciati
della totale loro distruzione dal
feroce Bondocdar capo dei mam-
malucchi. Convocati a Parigi i grandi
signori del suo regno, ai 2 5 mar-
zo del 1267, li aringo con quella
dolce e maestosa eloquenza a lui
sì naturale , esponendo il misera-
bile stato cui erano ridotti i cri-
stiani della Palestina, ed infiammò
gli animi per siffatta guisa, che e-
ziandio quelli che erano contrari
alle crociate, non poterono trala-
sciar di seguire il suo esempio e
presero la croce, ciò che pur fece-
ro i suoi tre figli, Filippo erede
presuntivo della corona, Giovai^
ni Tristano conte di Nevers e
Pietro conte d' Alencon, non che
Alfonso suo fratello. Gli stranieri
mostrarono la stessa premura ; mol-
ti principi si crociarono per andar
a combattere sotto gli ordini d'un
monarca che formava 1' amore e
l'ammirazione di tutta 1' Europa.
Il santo re prima della partenza
fece il suo testamento; provvide al-
lo stalo dei quattro figli maschi che
gli rimanevano, assegnò le doti al-
le figlie che non si erano ancor
maritate , ed una pensione alla
regina Margherita; distribuì rile-
vanti elemosine , e stabilì reggen-
ti del regno Matteo abbate di s.
Dionigi , e Simone di Glermout
conte di Nesle. Dopo avere in tal
guisa tutto disposto, ed essersi
apparecchiato egli stesso cogli eser?
cizi spirituali, partì alla volta di
LUI
Yincennes, dove prese commiato
dalla regina, non senza versar mol-
te lagrime. Imbarcatosi ad Àigues-
Mortes il primo di luglio 1270,
giunse il 17 dello stesso mese nel
porto di Tunisi. Scesi a terra i
crociali , fugarono valorosamente
i saraceni, che si salvarono sopra
i monti ; poscia i francesi s' impa-
dronirono di una fortezza vicina
alle rovine dell'antica città di Car-
tagine, e si apparecchiarono all'as-
sedio di Tunisi, attendendo l'arrivo
del re di Sicilia Carlo I d' Angiò,
che dovea condurre a suo fratello
un possente rinforzo. Ma l'ardore
del clima, la mancanza di buone
acque, la corruzione dei viveri,
causarono nell'armata una malat-
tia epidemica, di cui ne mori Una
metà in pochi giorni. Il conte di
Nevers ne fu vittima, ed il re stes-
so infermò. Aggravandosi il suo
male ognor più, fece le sue ulti-
me disposizioni; mandò gli estre-
mi saluti al principe Filippo III
suo successore, e vi unì una istru-
zione preziosa, nella quale conte
nevansi tutti i doveri d' un prin-
cipe cristiano. Poich'ebbe adempi-
to gli uffizi di buon padre e di
buon re, chiese i sacramenti che ri-
cevette in ginocchio coi trasporti
della fede più viva; e da quel mo-
mento non sospirò più altro che
la patria celeste: benediceva il Si-
gnore per averlo posto nello sta-
to in cui era; scongiuravalo di far
risplendere sulle regioni infedeli la
luce della fede, di far provare gli
effetti della sua misericordia a tut-
ti i peccatori, e di non permettere
che gli avanzi della sua armata
cadessero in mano de'nemici. Prima
di spirare si fece porre sopra la
cenere, coperto di un cilicio, e così
passò dalla presente vita ai 25 di
LUI ne)
agosto del 1270, nel cinquantesi-
mosesto anno di sua età, quarantesi-
moquorlo del suo regno, Luigi IX,
il migliore dei re, e il più perfetto
modello che porga Y istoria ai so-
vrani che vogliono regnare secon-
do Dio e pel bene de'suoi vassal-
li. Carlo I arrivò poco dopo la mor-
te del fratello, ed insieme con Fi-
lippo 111, resi gli ultimi uffici al san-
to re, adoperossi alla sicurezza del-
l'armata. I saraceni vennero scon-
fitti, Tunisi fu presa, e si con-
chiuse una tregua vantaggiosa. Le
spoglie mortali di s. Luigi IX fu-
rono trasportate in Francia e de-
poste nell'abbazia di s. Dionigi; i
di] lui visceri , ad istanza del re
Carlo I, furono mandati in Sicilia
alia celebre abbazia di Montreal o
Monreale. Queste due abbazie furo-
no per molto tempo visitate dai fe-
deli, i quali vi andavano ad implo-
rare il patrocinio del santo re, e vi
ottenevano spesso delle guarigioni
miracolose. Il culto di s. Luigi
IX, già consacrato dalla voce del
popolo, si volle subito legalizzarlo
con processo, e bramoso il Papa
Gregorio X di portarlo a (ine con
sollecitudine per la canonizzazione,
nel 1274 incaricò il cardinal di
s. Cecilia legato apostolico in Fran-
cia (al quale articolo altre notizie
riportammo del santo re), di pren-
dere cognizione de'miracoli da Dio
operati a di lui intercessione. Dipoi
il culto fu approvato dal Papa Bo-
nifacio VIII, che lo canonizzò agli
11 agosto 1297, e ne prescrisse la
festa al 25 d'agosto, giorno della
sua morte. Filippo IV il Bello fece
donare una delle coste del santo re
alla cattedrale di Parigi , e la te-
sta alla santa cappella della stessa
città.
LUIGI (s.), Teseo vo di Tolosa,
no LUI LUI
Figlio di Carlo II, soprannominato cipio di febbraio dell'anno appres-
ti Zoppo, re di Napoli e di Sici- so fu consagrato vescovo. Egli in-
lia, e secondo nipote di s. Lui- traprese con zelo e carità il go-
gi IX re di Francia, nacque a verno della sua diocesi, e ne fece
Brignole nella Provenza V anno la visita lasciando per tutto vesti-
1274. Fin dai suoi primi anni e- gi della sua santità, e spargendo
gli fece manifesto ciò che sarebbe largamente le sue beneficenze. La
stato un giorno. La saviezza e la morte lo rapì al suo gregge, men-
pietà da cui erano animate tutte tre era a Brignole, a' 19 agosto
le sue azioni ben facevano giudi- 1297, in età di soli ventitre anni
care ch'egli era guidato dallo spi- e mezzo, e fu seppellito nel con-
rito divino. Nel 1284 suo padre vento dei francescani di Marsiglia,
fu fatto prigioniero del re d' Ara- come avea domandato. Giovanni
gona, e non riebbe la libertà che XXII lo canonizzò ad Avignone
dopo quattr'anni, colla condizione nel 1 3 1 7. Nel 142 3 le sue reli-
di consegnare per ostaggi cinquan- quie furono trasportate a Valenza,
ta gentiluomini e tre de'suoi figli, Il giorno della sua morte è sacro
fra cui vi fu il nostro santo. Esso alla di lui ricordanza,
rimase sette anni prigione a Bar- LUIGI Gonzaga (s.). Nacque
ce! Iona, ove l'asprezza con cui fu nella Rocca di Castiglione in Lom-
ti aitato gli somministrò largo cara- bardia, a* 9 di marzo i568, da
pò ad esercitare la propria virtù. Ferrante Gonzaga principe dell'im-
lu una pericolosa malattia che gli pero e marchese di Castiglione, e
prese fece voto di abbracciare l'i* da Marta Tana Santena, figlia di
sii luto di s. Francesco riavendo la Tano Santena signore di Chiari
sanità; laonde allorché fu posto in Piemonte, e dama d'onore d'I-
in libertà non pensò che a com- sabella di Francia moglie di Filip-
piere il suo voto, resistendo costan- pò II re di Spagna. Come fu egli
temente alle sollecitazioni del re capace d'intelligenza, la virtuosa sua
suo padre che volea dargli in ispo- madre cominciò ad insinuargli nel-
sa la principessa di Maiolica so- l'animo l'amore ed il timor santo di
iella del re d' Aragona. Superato Dio. All'età di otto anni suo padre
ogni ostacolo, rinunziò al diritto lo condusse a Firenze, unitamente
che aveva alla corona di Napoli, a suo fratello minore Rodolfo, per
in favore del fratello Roberto, e ivi incominciare la loro educazione
ricevette gli ordini sacri. Bonifa- alla corte di Francesco de' Medici
ciò Vili gli accordò una dispensa granduca di Toscana. Due anni
per essere elevato al sacerdozio in dopo i giovani principi furono tra-
età di ventidue anni, e con un'al- sferiti a Mantova, e posti alla cor-
tra dispensa fu nominato al vesco- te del duca Guglielmo Gonzaga,
vato di Tolosa, e costretto ad ac- che avea nominato il loro padre
celtarlo per obbedienza. Ciò non governatore di Monferrato. Luigi
ostante egli fece prima un viaggio proseguiva negli studi, ed avanza-
a Roma, ove in compimento del va soprattutto nella scienza de'san-
suo voto fece professione la vigilia ti. Le delizie della virtù erano le
di Natale del 1296, nel convento sole che gli sembrassero atte a ren-
de'frati minori d'Araceli. Al prin- dere l'uomo felice, e a riempiere
LUI
la capacità dell' anima sua. Una
certa infermità che gli sopravvenne
di languore di forze e di stomaco
gli porse un pretesto di vivere nel
ritiro, ove acquistò nel più alto
grado il dono dell'orazione menta-
le, alla quale avea disposto l'ani-
ma sua con una grande purezza
di cuore e con una profonda u-
miltà. Un libro di meditazioni del
p. Canisio, e varie lettere scritte
dalle Indie da missionari gesuiti
fecero nascere in lui un vivo desi-
derio di entrare nella compagnia
di Gesù, e lo infiammarono d'un
zelo ardentissimo per la salute del-
le anime, per cui formò il disegno
di rinunziare in favore di suo fra-
tello il marchesato di Castiglione,
l'investitura del quale gli era stata
anticipatamente accordata dall'im-
peratore. Nel i58o, essendo il cardi-
nale s. Carlo Borromeo a visitare la
diocesi di Brescia, Luigi vi andò a
ricevere la sua benedizione, e ripor-
tò dal santo cardinale de'salutari con-
sigli, ai quali esattamente confor-
mossi. Egli segui suo padre a Ca-
sal Monferrato , ed ivi cominciò a
porre in esecuzione il piano di
austerità che si era proposto. Nel
i58i l'imperatrice Maria d'Austria
passando per la Lombardia onde
condursi in Ispagna presso Filippo
II suo fratello, il marchese di Ca-
stiglione 1' accompagnò menando
seco i suoi figli. Filippo lì no-
minò Luigi paggio dell' infante d.
Giacomo. Il giovane Gonzaga non
avea per anco quattordici anni ,
ed era già l'ammirazione della cor-
te di Spagna per la sua pietà e
saviezza. Fu allora che risolvette de-
cisamente di abbandonare il mon-
do e di entrare nella compagnia
di Gesù. Manifestato ai genitori il
suo proponimento, la madre n'eb-
LUI i2r
be grandissima gioia; ma il padre
vi &i oppose fortemente. La morte
dell'infante d. Giacomo avendo re-
stituita a Luigi la propria libertà,
egli rinnovò le sue istanze, ed ot-
tenne finalmente l'assenso paterno.
Giunto a Castiglione, ebbe a soste-
nere nuovi assalti da più persone
di alto affare ; suo padre ritrattò
il consenso che aveagli prestato, e
impiegò mille mezzi per smuoverlo
dalla sua risoluzione. Luigi soffe-
rendo tutto con pazienza, raddop-
piava le sue austerità. La sua fer-
mezza piegò la durezza del padre
a condiscendere al suo desiderio.
Allora confermò la già fatta ces-
sione di tutti i suoi diritti al fra-
tello, e si recò a Roma, ove rice-
vuta la benedizione di Sisto V,
entrò nel noviziato a'2 1 novembre
del i585, non avendo ancora di-
ciotto anni compiti . Il fervore
del giovine novizio , 1' assiduità
nella preghiera, le sue austerità ,
l'illibato candore, l'umiltà, l'obbe-
dienza, lo fecero distinguere fra i
propri compagni. Pel continuo im-
mergersi e tener la mente fissa
nelle cose di Dio essendosi affievo-
lito molto il suo corpo, i superiori
gli proibirono di fare altre preci
e meditazioni oltre quelle dalla
regola preseli tte, e lo mandarono
a Napoli per curarsi. Compiuto il
noviziato fece i suoi voti a Roma
il 20 novembre i587, e incomin-
ciò i suoi studi di filosofia e di
teologia, che dovette però inter-
rompere per recarsi, dietro ordine
de'suoi superiori, a conciliare gl'in-
teressi di Vincenzo Gonzaga duca
di Mantova succeduto a Guglielmo,
e del proprio fratello Rodolfo, i
quali disputavano il feudo di Sol-
ferino. Luigi li riconciliò, e ridus-
se in pace eziandio molte altre
122 LUI
persone eh' erano parimente di-
pi* da risse e da litigi. Ritras-
se ancora dalle male abitudini
moltissimi peccatori , e ne con-
dusse alcuni ad un'alta perfezio-
ne. Avendo suo fratello Rodolfo
contratto un matrimonio ineguale,
lo teneva segreto per timore d'irri-
tare Alfonso Gonzaga suo zio di cui
dovea esser l'erede; dal che deri-
vando qualche scandalo, Luigi lo
condusse a dichiararlo, adoperan-
dosi in pari tempo a persuadere i
parenti d'essere contenti di tal ma-
ritaggio. Ritornato a Roma volle
divìdere co' gesuiti suoi confratelli
le cure eh' essi prendevano degli
ammalati in una epidemia che fa-
ceva stragi nella città. Egli fu col-
pito dal contagio, senza però soc-
combervi; ma una febbre lenta lo
consumò in poco più di tre me-
si. Morì tranquillamente dopo la
mezzanotte del 20 al 2 1 di giugno
del i5g[, nel ventesimolerzo anno
di sua vita. Fu seppellito nella
chiesa di s. Ignazio del collegio
de' gesuiti, ove fu poscia colloca-
to in una magnifica cappella che
vi è stata edificata sotto il suo
nome dal marchese Scipione Lan-
cellotti. Gregorio XV Io beatificò nel
162 1, e Benedetto XIII canonizzol-
lo nel 1726. La sua festa si cele-
bra ai 21 di giugno, e trovasi
l'istoria de'suoi miracoli nel p. Ce-
pari, che lo aveva conosciuto per-
sonalmente e che ne scrisse la vi-
ta, e nei Bollandisti.
LUIGI da Ponte (ven.). Figlio
primogenito di Alfonso da Ponte
e di Maria Vasquez, nacque a
Valladolid nella Spagna, gli 1 i no-
vembre del i554- Privato di buon
ora del genitore, dovette alla te-
nera sollecitudine della madre un
vivo timor di Dio; Umore che gli
LUI
inspirò l'abbonimento del peccato
e fu il guardiano della sua inno-
cenza. Alla pratica delle virtù unì
l'amor dello studio, e fece nell' u-
ni versila di Valladolid il suo corso
di umanità e di filosofia con feli-
ce successo. Pervenuto al grado
di baccelliere, intraprese lo studio
della teologia sotto la direzione dei
domenicani nel convento di s. Gre-
gorio. Avendo in quel tempo i
gesuiti aperto un collegio a Val-
ladolid, Luigi intervenne alle le-
zioni di teologia del dotto p. Sua-
rez; poscia entrò nell' ordine a' 2
dicembre 1 5y4 , e fu mandato
a fare il noviziato in Medina del
Campo. In capo a due anni tor-
nò a Valladolid a compiere i suoi
studi teologici. Egli vi brillò per
la svegliatezza del suo ingegno e
per la solidità del suo giudizio,
superando tutti i suoi condiscepoli.
Ordinalo sacerdote nel i58o, in-
segnò successivamente la filosofia
e la teologia nel collegio di Leo-
ne. Esperto del pari nelle vie del-
la vita spirituale, come nelle scien-
ze, divenne maestro de'novizi e ret-
tore di parecchi collegi. Il suo zelo
per la gloria di Dio lo rese un apo-
stolo in favore di tutti quelli che
erano sotto la sua disciplina e sot-
to la sua guida . Egli applicossi
in particolar modo alla cura im-
portante di guidare le anime alla
perfezione. Lo stato abituale di
cattiva salute nel quale si trovava,
costrinse i suoi superiori a sgravar-
lo de'suoi impieghi ; ma il sant'uo-
mo non fece che cangiare occu-
pazioni, imperocché consacrava tut-
to il suo tempo al servigio del
prossimo nel sacro tribunale. Pre-
muroso di alleviare i bisogni spiri-
tuali e tejnporali de'suoi fratelli,
otteaue dai suoi superiori, nel 1 So,*},
LUI
di esporsi al pericolo della pestilen-
za a Villa Garcia per assistere
gli ammalali che n' erano assaliti.
Egli avea domandato di poter an-
dare nelle Indie a consumale i
suoi dì nella penosa fatica delle
missioni ; ma non avendone otte-
nuto il permesso, raddoppiò il suo
zelo nella direzione delle anime,
e malgrado le sue numerose infer-
mità prolungò il suo corso morta-
le infino all'età di settantanni, tra-
scinando però una vita languente,
che non sembrava sostenuta che
dalla carità. Morì finalmente a Val-
ladolid il 16 febbraio 1 6^4- L'an-
no appresso furono disotterrate le
sue preziose spoglie, e collocate in
un luogo onorevole. I miracoli che
gli vennero attribuiti mossero il re
di Spagna Filippo IV, i prelati ed
grandi del regno, a domandare al-
la santa Sede la canonizzazione di
questo .servo di Dio. Nel 1759 il
Papa Clemente XIII pubblicò un
decreto comprovante l'eroismo del-
le virtù del p. Luigi da Ponte.
1 disastri della compagnia di Ge-
sù furono forse cagione che non
siasi continuato il processo. Egli
compose alcune opere spirituali ,
che meritarono la stima generale,
e contribuirono non poco ad accre-
scere la fama del loro pio autore.
Tali sono le Meditazioni sopra i
mi sieri della fede-, la Guida spiri-
tuale; il Trattalo della percezione
cristiana in tutti gli stati ; oltre un
gran numero di lettere che sono
state raccolte, e varie altre opere.
LUIGI di Granata. Nacque nel
i5o5 in Granala, e vestì l'abito
domenicano uell' anno i524 nel
convento di quella città. I suoi
progressi nelle virtù e nelle scienze
lurono rapidi, applicandosi ancor
giovane allo studio de' padri greci
LUI 123
e latini, degli storici, degli orato-
ri e di quanto la dotta antichità
vanta di più perfetto in ogni ge-
nere di studi. Colle sue prediche,
coi suoi scritti, e con esempi di santa
vita produsse moltissime conversioni.
Eletto priore in Badajox , vi eresse
un nuovo convento. Il cardinal
Enrico infante di Portogallo ed
arcivescovo di Evora, lo chiamò
in quella città a beneficio della dio-
cesi, indi fu eletto provinciale di
Portogallo. La regina Caterina reg-
gente di quel regno lo scelse a
suo consigliere e confessore, ma
non potè indurlo ad accettare di-
gnità ecclesiastiche., ed in sua vece
fece eleggere arcivescovo di Braga
Bartolomeo de Martiri. Nel i56i,
termine del suo provincialato, se-
condo il desiderio della regina si
ritirò nel convento reale di Lisbo-
na , dove proseguì a raccogliere
ulteriori frutti co'suoi consigli, col-
le prediche e cogli scritti. Gre-
gorio XIII con lettele apostoliche
si congratulò de'suoi lavori e V a-
nimò a continuarli. Sisto V voleva
crearlo cardinale, ma non potè riu-
scirvi. Visse questo celebre dome-
nicano spagnuolo ottantaquattro an-
ni in un continuato esercizio di
l'unzioni apostoliche ed in una per-
fetta solitudine, passando la maggior
parte delle notti a meditare, a
contemplare, a pregare, e i giorni
a confessare, a studiare, a scrivere
o a dettare. Riposò nel Signore ai
3 1 dicembre 1 588. Abbiamo di
lui un gran numero di eccellenti
opere scritte in latino o in ispa-
gnuolo, e tradotte in molte lin-
gue. 1 . Un Trattalo dell' orazione,
2. La Guida de' peccatori. 3. Il
Memoriale della vita cristiana. /\.
Diversi trattati della preghiera e
dei principali misteri della vita di
124 LUl
Gesù Cristo. 5. Un trattato con-
cernente i costumi e i doveri elei
vescovi 6. Un gran numero di di-
scorsi sopra ogni sorta di argomen-
ti ili pietà. 7. Dialoghi sull'incar-
nazione del Figlio di Dio. 8. L'in-
troduzione al simbolo della fede.
e). La rettori ca della chiesa, os-
sia eloquenza deJ predicatori ; e
molti altri scritti dominatici, mo-
rali, storici ec.
LUIGI (s.), ordine equestre. Per
compensare gli ufficiali de' suoi e-
sercili che si fossero segnalati nelle
armi, nel 1693 Luigi XIV il Gran-
de re di Francia, istituì questo or-
dine militare, stabilendo delle pen-
sioni per quelli che ne sarebbero fre-
giati, le quali si sarebbero aumen-
tate a proporzione dei meriti dei
decorati, dappoiché l'ordine gode-
va d' una rendita di trecentomila
lire, altri dicono cinquecento cin-
quantamila. Dichiarò Luigi XIV ,
il re capo, sovrano e gran maestro
dell'ordine. Divise l'ordine in tre
gradi, cioè di gran croci, di com-
mendatori e di cavalieri. I primi
erano otto, ventiquattro i secondi,
e illimitato il numero de' cavalie-
ri : i gran croci si aumentarono
poi di due, ed i commendatori di
altri cinque. I delfini o eredi pre-
suntivi della corona, i marescialli
di Francia, l'ammiraglio, ed il ge-
nerale delle galere erano cavalieri
miti. L'ordine avea pure de' digni-
tari, i quali godevano di alcuni
distintivi. A tutti i cavalieri del-
l' ordine concesse per insegna una
croce d'oro coli' immagine di s.
Luigi IX re di Francia. I gran cro-
ci la portavano pendente da un
nastro o bandoliera larga quattro
dita color di fuoco, che poneva-
no a traverso del petto dalla spal-
la destra all'anca sinistra, usando
LUI
ancora un'altra croce o placca ri-
camata sopra la giubba o il man-
tello. 1 commendatori portavano il
solo nastro o bandoliera colla cro-
ce pendente, senza la placca. I ca-
valieri usavano solamente la croce
d'oro in petto, pendente da picciol
nastro color di fuoco , e la pone-
vano all'occhiello dell'abito. La cro-
ce era d'oro con corona, di forma
ottagona, con de' gigli o fiordalisi
ai quattro lati o angoli; nel mez-
zo eravi un cerchio, in una parte
del quale vede vasi in campo rosso
l'immagine di s. Luigi IX armato
di corazza con sopra il manto rea-
le, sorreggendo colla destra la co-
rona di spine, ed i chiodi che ser-
virono alla passione del Redentore,
coli' epigrafe: ludovicus magnus in-
stituit mdclxxxxiii, e dall'altro la-
to eravi in campo rosso una spada
fiammeggiante, la cui punta tra-
passava una corona d' alloro, pen-
dente da un nastro bianco , con
queste parole intorno : bellicae vir-
tutis praemium, in lettere d'oro.
Per essere ammesso a questo nobi-
lissimo ordine, bisognava avere al-
meno venti anni di servizio come
uffiziale, ed essersi distinto con qual-
che valorosa azione; far giuramen-
to di vivere e morire nella religio-
ne cattolica, di essere fedele al re,
di obbedire ad esso ed ai coman-
danti da lui dipendenti , di difen-
dere l'onore del re, la di lui au-
torità, e i diritti suoi e delia co-
rona ; di non passare senza il suo
permesso al servizio di un princi-
pe straniero , di rivelare tuttociò
che si potesse conoscere di contra-
rio al re ed allo stato, di osserva-
re esattamente gli statuti dell'ordi-
ne, e di comportarsi da buono, sa-
vio e leale cavaliere. L'ordine ogni
anno teneva il capitolo nel giorno
LUI
di s. Luigi IX re di Francia ; fu
approvato dal re Luigi XV , ma
dal i83o in poi non venne più
conferito. Il p. Bonanni nel Cata-
logo degli ordini militavi ed eque-
stri, tratta di questo nel toni. IV,
p. LXX, e ci dà la figura del ca-
valiere.
LUIGI di Baviera, ordine eque-
stre. Il regnante re di Baviera Lui-
gi Carlo Augusto lo istituì a' i5
agosto 1827, per premiare quegli
impiegati, che per ben cinquanta
anni avessero lodevolmente servito
il governo sia nel ramo civile, sia
in quello militare, sia nell'ecclesia-
stico. Va notato che ai militari
ogni campagna si valuta per due
anni di servizio ; ma il tempo pas-
sato fuori di servizio o in pensio-
ne non si calcola. La decorazione
di questo ordine militare ed eque-
stre consiste , per gì' impiegati del-
la corte tanto civili che ecclesiasti-
ci che hanno il grado di consiglie-
ri, come ancora pegli uffiziali e per
coloro che hanno grado di uffizia-
li nell'esercito, in una croce d'oro
sormontata dalla corona reale ; ai
quattro angoli della croce sono le
parole : iouis boi de bavière, e nel
rovescio; pour 5o ans de service
iionorable. Pei membri poi di un
grado inferiore, la decorazione si
forma da una medaglia d'oro , in
ciascun lato della quale leggonsi le
medesime riferite parole.
LUIGIA di Albertone (beata).
Nacque a Roma nel i47°> di rag-
guardevoli parenti. Fin dalla sua
giovinezza desiderava di consacrar-
si a Dio; ma per obbedire a' suoi
genitorij si maritò a Giacomo di
Citara, gentiluomo pieno di buone
qualità, ed ebbe tre figlie. Rima-
sta vedova dopo alcuni anni di
matrimonio, abbracciò il terzo or-
LUI i*5
cline di s. Francesco, e se ne mo-
strò degna figlia col suo amore
per la penitenza e mortificazione ,
e col suo distaccamento dalle cose
mondane. In una carestia che de-
solò ai suoi giorni V Italia , ven-
dette i suoi beni per sollevare i
poveri, ri ducendo sé stessa all' in-
digenza. Avendole Iddio fatto co-
noscere il momento della sua mor-
te, vi si apparecchiò col ricevere i
santi sacramenti, e santamente pas-
sò di questa terra il giorno 3 1
gennaio i53o, in età di sessant' a li-
ni. L'ordine di s. Francesco ne o-
nora in questo giorno la memo-
ria, con permissione del Papa Cle-
mente X.
LUIGIA, ordine di cavalieresse.
Federico Guglielmo HI re di Prus-
sia, a rimeritare tutti coloro che
fedelmente lo avevano servito nelle
gliene contro Napoleone, non solo
istituì 1' ordine della Croce di fer-
ro nel 181 3, diviso io gran croci
e in cavalieri di prima e seconda
classe; ma nel seguente anno fon-
dò quello di Luigia per decorare
le dame che aveano dato lumino-
se prove di amor patrio e di af-
fezione al trono, nelle diverse con-
tingenze dell'invasione straniera del-
la Prussia e dopo. Pertanto a' 3
agosto 1 8 1 4 istituì l'ordine delle
cavalieresse di Luigia , e gli diede
tale nome per onorare quello della
sua dilettissima consorte Luigia Au-
gusta Guglielmina Amalia di Me-
cklenbourg-StrelitZj che avea con
dispiacere perduto nel 18 io, dopo
che essa erasi tanto adoperata a
vantaggio del re consorte e della
patria, animando i sudditi ed ecci-
tandoli a pigliar le armi contro il
terribile e fortunato invasore dei
troni di Europa. L'ordine di Lui-
gia fu stabilito di cento fra dame
iiG LUI
I da midolle, venendo per decora-
zione decretato un nastro di seta o
fascia bianca con orli neri, da por-
tarsi a tracolla.
LUINES Paolo Alberto, Car-
dinale. Paolo Alberto de Luines
o Luynes, nobile francese, nacque
a Versailles il 5 gennaio 1703. I
suoi genitori secondandone l'indole
lo applicarono al mestiere delle ar-
mi, nel quale erasi avanzato in
un grado rispettabile, allorquando
improvvisamente cangiata volontà,
determinò di applicarsi alla mili-
zia ecclesiastica. Intrapresi gli ana-
loghi studi, fu laureato in teolo-
gia nell'università di Bourges, indi
provveduto nell' età di ventiquattro
anni, dell'insigne abbazia Cesarien-
se, fu eletto vicario generale della
diocesi di Meaux, e poi fu nomi-
nato a reggere la chiesa di Ba-
jeux che ottenne nel 1729 da Be-
nedetto XI 11. Portatosi al suo ve-
scovato, colla vigilanza e collo ze-
lo, e molto più colla condotta di
una vita illibata ed irreprensibile,
si aptì la strada ai più grandi o-
nori. In fatti venne dichiarato ele-
mosiniere del delfino, e nel con-
cistoro de' 16 novembre ijSZ da
Benedetto XIV fu trasferito ali'ar-
civescovato di Sens ; quindi ad
istanza di Giacomo III re cattoli-
co d'Inghilterra, lo stesso Pontefi-
ce nel concistoro de' 5 aprile 1756
lo creò cardinale dell'ordine de'pre-
ti, e gli mandò la berretta cardi-
nalizia per l'ablegato monsignor
Durini. Morto Benedetto XIV nel
1758, il cardinale si recò al con-
clave che riuscì uno de' più ce-
lebri , ed in unione degli altri
cardinali francesi, per ordine di
monsignor di Laon ambasciato-
re di Francia, diede la formale
esclusiva dal pontificato al cardi-
LUL
nal Cavalchini. Elettosi Clemente
XIII, questi conferì per titolo al
cardinale la chiesa di s. 'Tommaso
in Parione, annoverandolo alle con-
gregazioni de'vescovi e regolari, del-
la visita apostolica, dell'indice, e
dell'indulgenze e sacre reliquie. Il
re di Francia decorò il cardinole
del grado di commendatore del re-
gio ordine dello Spirilo Santo. Egli
inoltre fu pure ai conclavi in cui
furono eletti Clemente XIV e Pio
VI. Prima di partire da Roma la-
sciò larghe limosine da distribuirsi
ai poveri della parrocchia del suo
titolo, la quale provvide abbondan-
temente di sacri arredi e di eccle-
siastiche suppellettili. Alla fine mo-
rì in Parigi nella grave età di an-
ni ottantacinque e trentadue di car-
dinalato, a'21 gennaio 1788, es-
sendo divenuto primo de' cardinali
preti, compianto per le sue virtù
ed egregie doti.
LULLONE (s.) , arcivescovo di
Magonza. Inglese di nascita, dopo
aver compito i suoi studi sotto il
venerabile Beda, nel 732 passò in
Alemagna. S. Bonifacio suo paren-
te lo vide giungervi con gioia, gli
diede l'abito monastico, l'ordinò
poscia diacono, e gli commise la
cura di predicare il vangelo agl'i-
dolatri, nel che occupossi indefes-
samente, senza temete le persecu-
zioni mossegli contro dai nemici
della religione. S. Bonifacio, dopo
averlo ordinato prete nel 7^1, lo
mandò a Roma per consultare il
Papa Zaccaria sopra parecchie que-
stioni importanti. Ritornato in A-
lemagna, lo nominò suo successo-
re, ed ottenutone il consenso del
re Pipino, venne consacrato arci-
vescovo di Magonza. Due anni do-
po s. Bonifacio sofferse il martirio,
e s. Lullone ne portò il corpo al-
LUM
l'abbazia di Fulda, e gli diede o-
norevole sepoltura. Durante lo spa-
zio de' treni aq uà tir' anni che go-
vernò la sua diocesi, si mostrò sem-
pre degno della scella del suo pre-
decessore. Assistette a parecchi con-
cilii sì in Francia che in Ita-
lia; veniva consultato da tutte 1e
parti, facendosi grandissima stima
del suo sapere. Non abbiamo più
le sue risposte, ma ci rimangono
ancora nove delle sue lettere, pub-
blicate fra quelle di s. Bonifacio, e
che sono interessanti per le mate-
rie che ne formano il soggetlo. S.
Lullone, male informato, prese par-
te conlio s. Sturano abbate di Ful-
da, ch'era slato falsamente accu-
sato di tradimento contro il re Pi-
pino ; ma il santo arcivescovo ri-
conobbe poscia il suo fallo, come
vedesi dalla sua carta di donazio-
ne all'abbazia di Fulda , cui so-
scrisse l'anno j85. Egli lasciò la
sua sede prima di morire, e riti-
rossi nel monastero di Harsfeld ,
da lui fondato, dove spirò il i.°
di novembre del 787. 11 giorno
16 d'ottobre viene onorala la sua
memoria.
LUME, LUMI e LUMINARIE
Il lume è quello splendore che
nasce dalle cose che lucono , lu-
menj dicendosi lume per lucerna
o candela accesa, lucerna, fax; lu-
miera, fiaccola, lume grande, fax,
lumenj luminaio, arnese che con-
tiene molti lumi. Luminala o Lu-
minaria, luminarti per quantità di
lumi accesi, luminimi copia. Lu-
minaria pigliasi generalmente per
quantità di lumi accesi, e dicesi an-
che luminaria una festa di lumi ,
nella quale si sogliono per lo più
adoperare lanternoni e lampioni ; e
fassi di notte tempo in occasione
di pubblica allegrezza, o per so-
LUM 127
lennizzare qualche fe>ta. Tarlano i
nostri più antichi scrittori di gran-
di luminarie, di falò e di lumina-
rie, di luminaria e solennità nel-
l'accompagnamento di un funera-
le; e lanternoni dieonsi nel voca-
bolario del disegno quei lumi che
nascosi in fogli dipinti si mettono
alle finestre o in altre parti este-
riori degli edifizi in occasione di
pubblici fuochi e luminarie d'alle-
grezza. Illuminazione, illuminamen-
to, rischiaramento, dicesi l'alto del-
l' illuminare le citlà o i pubblici
edifizi in occasione di solennità o
di allegrezza. Le illuminazioni fu-
rono pine in uso ne' più rimoti
secoli, usandole gli egizi, gli ebrei,
i greci, gl'indiani, i cinesi, i ro-
mani che avevano al paro di noi
le loro pubbliche illuminazioni nel-
la ricorrenza delle grandi solenni-
tà e delle feste della loro religio-
ne, all'epoca della nascita de' prin-
cipi, e massime alle calende di cia-
scun mese, ne' quali giorni sospen-
devansi alle porte ed alle finestre
lampade in gran numero. Queste
illuminazioni si facevano talvolta
dagli antiehi anche di giorno. Nel
descrivere in moltissimi articoli pub-
bliche feste ed allegrezze, si notano
le singolari e copiose illuminazioni
che v'ebbero luogo. All'articolo
Fuoco, oltre che del famoso fuoco
artificiale di Roma chiamato gi-
randola, si dice pure della celebre
illuminazione della cupola vaticana;
delle altre illuminazioni per l'ele-
zione e coronazione de' Papi , ed
anniversari di esse, e per la crea-
zione de' cardinali, se ne parla iu
vari luoghi, ed ai voi. II, p. 92, e
IX, p. 18 r e 3i2 del Dizionario,
non che nel voi. XV, pag. 2 44*
Talvolta nelle solenni illuminazioni,
come nella elezione d'Innocenzo X,
n8 LUM
al dire del Lunadoro, edizione del
i6£6,p. 3ia, le torcie di cera bian-
ca che ad essa aveano servito alle
finestre de' cardinali , principi, ed
ambasciatori, si gettavano al popo-
lo. Delle illuminazioni e fuochi che
hanno luogo nella sera della pro-
mozione dei cardinali e nelle se-
guenti, ne tratta eziandio il Chiap-
poni, Ada canoniz. sanctorumy p.
ao8 e seg.
Tra i distintivi degl' imperato-
ri romani eravi quello di essere
preceduti nelle strade con facelle
accese; ma sebbene Comodo con-
cedesse a Marcia , che teneva in
luogo di moglie, tutti gli onori
come ad Augusta, non gli accordò
d' essere accompagnata dalle facelle
accese. Il disco di luce con cui i
pittori vollero esprimere i santi, è
quel lume comunicato agli ange-
li ed agli uomini da Dio stesso
fonte perenne di luce, e qual se-
gno eh' egli abita in loro. Le illu-
minazioni furono sempre presso tut-
ti i popoli un segno di letizia, on-
de fu cosa naturale che siano sta-
te impiegate per onorare la divi-
nità ed il culto. Agli articoli Can-
dela, Cancelliere, Lampada, Lam-
padario, Lucerna ed altri simili ,
oltre i relativi, già parlammo delle
principali nozioni ed erudizioni ri-
guardanti i lumi , le luminarie ,
specialmente i lumi de* sacri tem-
pli e loro antico uso; laonde quan-
to si troverà mancare in questo ar-
ticolo, si potrà rilevare ne' citati
luoghi. Il Macri nella Notizia dei
vocaboli ecclesiastici^ dice che si
chiamò candelaptìs o sagrestano
colui che avea la cura di accen-
dere le lampade e i lumi delia
chiesa : da questo vocabolo i ma-
roniti chiamarono kandalafti il sa-
grestano. La cura dei lumi fu pro-
LUM
pria dei chierici detti ceroferarii ,
benché nei primi tempi della Chio-
sa, e nel tempo degli apostoli, non
tutti i ministeri che ora si eserci-
tano dagli ordini minori , erano
distribuiti, come adesso si pratica ,
ma esercita vansi da un solo mini-
stro. Lampadario o Lampadisia
(Fedi), era un ministro nella chie-
sa di Costantinopoli, incaricato del-
l'illuminazione del tempio; eranvi
eziandio lampadari nel palazzo im-
periale e pel servigio de' grandi
uflìziali di corte. Anticamente i
Mansionari ( Vedi) ebbero nelle
chiese la cura dei lumi delle lam-
pade. Quanto alla illuminazione
delle strade, negli articoli di qual-
che città capitale, dicemmo quan-
do ebbe principio. Neil' Effemeridi
di Roma del 1787, a p. 4°2> Par*
lasi della dissertazione del prepo-
sto Carlo Castelli, sulla forma più
conveniente per le lampade desti-
nate alla illuminazione delle strade.
L'uso de' lumi nelle funzioni sa-
cre è antichissimo : furono essi
sempre adoperati nella legge vec-
chia in tempo de' sacrifizi. Quan-
do Iddio volle il tabernacolo, co-
mandò a Mosè la fabbrica di un
misterioso candeliere , in cui ar-
dessero sette lampade. Nel tempio
edificato da Salomone, i lumi fu-
rono d'assai moltiplicati, come di-
cemmo all' articolo Gerusalemme ,
ove descrivemmo il tempio; quel
re' collocò avanti il tabernacolo
cinque candelabri d'oro a destra e
altrettanti a sinistra, oltre il can-
deliere mosaico, per cui in vece
di sette lumi ne ardevano settan-
tasette, numero misterioso, in cui
vuoisi significalo il numero infini-
to, ed espressa la luce infinita che
il Creatore possiede, la gloria e la
venerazione dovuta al medesimo
LUM
dalle creature. A' rispettivi luoghi
si disse del numero misterioso dei
lumi. L'uso dei lumi nelle funzio-
ni sacre fu comune presso gli ebrei,
ed anche presso i gentili, come si
legge nel Baronio all'anno 58. Fi-
no dal principio della Chiesa era-
-vi l'uso dei lumi, non solo nella
notte, ma anche nel giorno, sia
per adornare con lumi i luoghi sa-
cri, sia per discacciarne le tenebre,
quando il richiedesse il. bisogno ,
sia per segno di letizia spirituale
e venerazione. Quindi fu consuetu-
dine antichissima V usare i lumi
nella celebrazione dei divini miste-
ri e degli altri uffici ecclesiastici,
e come segno di culto verso la
ss. Eucaristia, o per onore delle
reliquie dei santi e delle loro im-
magini, o per rispetto del luogo
sacro. Prova che la Chiesa cattoli-
ca fin dal suo nascere costumò i
lumi, sono le offerte fatte dai fe-
deli al tempo degli apostoli dell'o-
lio perchè ardessero i lumi nei tem-
pli : anche in tempo delle perse-
cuzioni si manteuue l'uso dei lumi,
e nelle catacombe e sacri cimiteri
si trovarono lucerne di bronzo e
di terra cotta : su di che sono a
consultarsi il Bolcletti, Osservazio-
ni sui sacri cimiteri, tom. le IT;
l'A ringhio, Roma sublerranea 1. I,
e. XVI li, ed il Casali, De veter.
christ. ritibus e. XLlf. Non solo
nel cenacolo di Gerusalemme era-
no accese copiose lampade pei' la
celebrazione dell'eucaristico sacrifi-
zio; ma anche in quello di Troa-
de, dove si celebrò mentre all'adu-
nanza predicava s. Paolo, vi erano
molte lampade. Gli alti di s. Ci-
priano del terzo secolo dimostrano
l'uso dei cerei nella chiesa , facen-
dosi in essi menzione dei cerei ac-
cesi intorno a quel martire allor-
voi. XL.
LUM 129
che fu portato al sepolcro. Dell'an-
tichissimo uso de' lumi ne' Fuhera-
li, ne tenemmo proposito a quel-
l'articolo.
Quanto all' uso de' lumi e dei
cerei, e dell'accompagnamento del
funerale , il primo esempio rac-
colto dai santi padri da Meta-
fraste, fu nel trasferirsi dal monte
Sion nella valle di Getsemani il
corpo venerabile della Beata Ver-
gine, coli' accompagnamento degli
apostoli e di tutti i fedeli , come
notò s. Giovanni Damasceno. Il li-
bro pontificale nella vita del Papa
s. Silvestro I, racconta ch'egli fe-
ce fare per la chiesa de' candela-
bri di bronzo. Dell' uso dei cerei
nella chiesa d' Alessandria ne fa
menzione s. Atanasio ; ed in una
lettera si duole che gli ariani a-
veano tolti i cerei e le candele
dalle chiese per bruciarle in ono-
re degli idoli. Passando s. Epifa-
nio per la Palestina si avvide che
un tale edilìzio era la chiesa di
quel luogo, dal lume della lampa-
da. Dopo s. Gregorio Nazianzeno
i cerei e i lumi figuravano ancora
nelle cerimonie del battesimo. I ca-
noni di vari concilii, ed in ispecie
del cartaginese tenuto l'anno 398,
prescrissero che l'accolito avea per
suo officio quello di accendere i
lumi e i cerei della chiesa , e a
cui l'arcidiacono facea toccare, co-
me indizio del suo officio, un can-
deliere col suo cereo. Contro Vi-
gilanzio che sul principio del se-
colo V biasimò l'uso de' cerei ec-
clesiastici come rito pagano., scrisse
confutandolo il dottore s. Girola-
mo, provando che al suo tempo
in tutte le chiese d'oriente accen-
devansi de'cerei per cantare l'evan-
gelo, e che gli accoliti portavano
que' lumi a' lati del leggìo dove il
9
i3o LUM
diacono Io cantava. Accuratamen-
te s. Paolino di Nola descrisse nel-
le sue poesie le lampade e i cerei
accesi per la festa di s. Felice, a
guisa di una corona al di sopra
dell'altare; come ancora le lampa-
de sospese alla catena di bronzo,
ed una gran lucerna d'oro pen-
dente avanti l'altare.
Provano l'esistenza dell'uso dei
lumi anche nelle chiese delle Gal-
lie, Isidoro Apollinare, e s. Gre-
gorio di Tours; anzi il primo rac-
conta d'essersi trovato presente al-
la solennità di s. Giusto, celebrata
nella sua basilica, dove tanta era
la copia de' lumi che colà i fedeli
■vi aveano recato, che questi nel
santo luogo tramandavano un ec-
cessivo calore. 11 secondo poi nar-
ra, che lumi e cerei accesi pone-
vansi alle tombe de' martiri, e gran
copia di lumi si adoperò nella
celebre processione, ove furono por-
tate con pompa religiosa le reli-
quie di s. Remigio di Reims. Co-
me si debba intendere il canone
del concilio Eliberitano o d'Elvira
lo dicemmo altrove ; ne abbiamo
la spiegazione e il commento dal
cardinal Mendoza. Egli dice che il
concilio vietò di accendere di gior-
no i cerei sui cimiteri, acciò i gen-
tili non avessero occasione per di-
sturbare i chierici custodi o rove-
sciare i sepolcri, e perchè non fos-
sero inquietati i sacri ministri nel-
la celebrazione de' santi misteri.
Sembra che Lattanzio Firmiano ri-
provasse l'uso antico e costante dei
lumi nella chiesa, essendo Dio au-
tore e datore d'ogni lume; ma da
tutto il contesto si vede chiaro ,
aver egli avuto soltanto di mira i
gentili, i quali con rito supersti-
zioso accendevano ai loro Dei i lu-
mi come se vivessero fra le tene-
LUM
bre, ed abbisognassero di lumi per
vedere. Dice il Barbosa : Lumen
accensuni Christian significai , ci-
tando le parole di s. Giovanni :
Ego sani lux mundi. Come nelle
religiose costumanze usate nella li-
turgia della Chiesa, così pure in-
sorsero in diversi tempi contro la
disciplina de' lumi parecchi prote-
stanti e novatori, fra' quali Rasna-
gio confutato dal cardinal Rona, e
il De-Vert e l'Ildebrando confuta-
ti da Renedetto XIV. È quasi in-
credibile 1' immensa spesa, che i
cristiani di ogni grado e condizio-
ne, con religioso trasporto faceva-
no de' luminari ad uso della chie-
sa e della cristianità , dal secolo
quarto in poi. Computando insie-
me la spesa pei candelabri di bron-
zo, di ferro, di marmo, ed ezian-
dio d'oro e di argento, di forme
varie, e di altri vasi pei lumij vuoi-
si che i cerei fossero il minore dis-
pendio. Il più. antico alimento dei
lumi fu l'olio, il più comunemen-
te usato, come apparisce dalla sa-
cra Scrittura. S. Giovanni Criso-
stomo declamò contro gli eccessivi
donativi d'olio pei lumi delle chie-
se, perchè trascuravansi talvolta le
Opere di carità in soccorso de' po-
veri, e in fatti abbiamo che l'im-
peratrice Eudossia assegnò a tale
oggetto decies mille sexlarios ohi.
Tutlavolta Iddio spesse volte si de-
gnò contestare con prodigi singo-
lari quanto gli riuscisse accetto
quest'atto di culto. Narra Eusebio,
Hist. cccl. lib. VI , che mancando
l'olio pei lumi nella chiesa di Ge-
rusalemme nella vigilia della Pa-
squa di risurrezione, il vescovo Nar-
ciso benedì dell' acqua , e la fece
versare nelle lampade, ed all'istan-
te tramutossi in olio : miracoli po-
co dissimili si leggono nel Dialo*
gor.
Kb.
LUM
l e. V, tom. UT, e. XXX
di s. Gregorio I. V. Olio.
L'uso della cera sembra introdotto
nel quarto secolo, rilevandosi da s.
Girolamo che in quello fiorì, dappoi-
ché esortò s. Agostino nel sermo-
ne 2i5 de tempore, dicendo: Qui
possimi aul cereolos, aut oleum,
quoti in cincindelibus mitlatur, ex-
hibeant. Abbiamo inoltra, che s. A-
gostino esortò il popolo a offrire
candele o olio per le lampade. In
seguito venne decretato in vari con-
cilia che chiunque si accingesse ad
edificare una chiesa, prima di tut-
to dovesse provvedere alla rendita
pei lumi, come fu confermato nel
codice di Giustiniano I. Così nel
secondo concilio di Braga nel 563
si determinò doversi dividere la
rendita delle chiese in quattro par-
ti, delle quali una era per la spesa
de' lumi e per la riparazione della
fabbrica. A chiunque poi osasse
defraudare la chiesa di ciò che of-.
fri vasi dai fedeli pel mantenimen-
to de' lumi, gravi pene si* commi-
narono nel terzo concilio di Bra-
ga nel 572, e nell'ottavo secolo
in quello d'Aquisgrana sotto Pipi-
no. Nei secoli posteriori poi fu sem-
pre continuato nella Chiesa l'uso
delle lampade e della cera, come si
legge nel libro pontificale, ed un
siffatto uso venne poscia approva-
to anche dal concilio di Trento
nella sessione XVI, e. 7, condan-
nando solamente l'uso superstizio-
so nel numero delle candele. An-
ticamente nelle sagre adunanze,
nelle chiese , massime innanzi ai
corpi de' principi degli apostoli,
ardevano i lumi per via di lam-
pade o lucerne, nelle quali si bru-
ciava non solo la cera e l'olio co-
mune, ma altresì dell'olio prezio-
sissimo misto col balsamo, o come
LUM i3t
altri dicono coli' opobalsamo , cioè
specie di balsamo la più ricercata,
che dall'oriente solevasi per tri-
buto mandare ogni anno a Roma.
Scrive s. Pier Damiani, epist. 2
ad Cedonl.y che la Sede apostolica
godeva in Babilonia una possessio-
ne che le rendeva tanto balsamo,
quanto bastava per le lampade
che nel giorno di Natale, di Pa-
squa, e de'ss. Pietro e Paolo, non
che nell'anniversario del Pontefice,
ardevano avanti questi apostoli nel-
la basilica vaticana; e che un Pa-
pa avendola alienata col canone di
altri Bromati , stando egli un gior-
no presso la loro confessione o tom-
ba, gli comparve una figura gran-
de e di aspetto terribile , la quale
gli disse : Tu exlinxisli lucernant
ineam ante me, et ego exlinguam
luccrnam tuam ante Dominimi. Al-
trettanto di balsamo ardeva nel-
le lampade nella confessione di s.
Paolo, e duecento libbre nel bat-
tistero di s. Giovanni cavalo dalle
possessioni donale dall'imperatore
Costantino. E noto che il Papa s.
Gregorio I del 590, avea piantato
più. di cinquanta oliveti prò con-
cinnatione luminum a s. Pietro .
Dicemmo altrove che Adriano I
fece fare un candelliere chiamato
pìiaro che conteneva 1875 ceri o
lumi, per ardere avanti la tomba
di s. Pietro. Questa sotto Innocen-
zo III avea quaranta lampade di
argento, oltre centoquindici dop-
pieri che gli ardevano innanzi il
di e duecentocinquanta la notte :
quando poi si celebravano le feste
solenni si usava immensa copia di
lampade d'oro e di argento di ric-
chissimo lavoro, o in forma di cro-
ci gigantesche e tutte fiammeggian-
ti, chiamate sìgna Christì, o in for-
ma di ghirlande e di alberi lumi-
i3a LUM
nosi, ed essendo la fiamma nutri-
ta da olio prezioso, questo sparge-
va deliziose fragranze. L'Ugoniò,
Delle stazioni di Roma png. 67,
dice che s. Gregorio IH del 731
nella basilica Liberiana, sotto le fi-
nestre e sopra le colonne, fece un
corridore onde porvi iutorno i lu-
mi come si praticava in s. Pietro
il giovedì santo : da ciò si vede
quanto è antica l'usanza di accen-
dere i lumi intorno le chiese. Dei
lumi che ardevano avanti la con-
fessione vaticana, di quelli che tutto-
ra giorno e notte in gran copia vi ar-
dono, e della croce di ottone che pri-
ma s'illuminava nel giovedì e venerdì
santo, collocandosi avanti la stessa
confessione, se ne parla ai voi. IX,
pag. 70, e XII, pag. 23g e 248 del
Dizionario.
Avvertimmo già che ne' rispet-
tivi articoli ove si tratta del nu-
mero de' lumi occorrenti , secon-
do le sacre funzioni che si cele-
brano, dicesi pure del loro sim-
bolico e mistico significato. Così
diciamo a' loro luoghi, che i lumi
per la celebrazione della messa non
possono essere meno di due, avver-
tendo il Alacri che Onorio III pri-
vò dell' officio e beneficio un sa-
cerdote, perchè celebrò senza lume,
essendo colpa grave. In caso di ne-
cessità insegnano alcuni dottori ba-
stare un solo lume. Azor. lib. X, cap.
28, il quale anche concede in tal caso
di necessità candele di sevo; ma il
Suarez condanna questa azione di
peccato, permettendo solamente il
lume di olio in caso di necessità.
Nella messa dice il Bonanni , Ge-
rarchia pag. 49 2> cne talvolta se
ne adoperano quattro per significa-
re i quattro evangelisti, essendo
stata dalla loro dottrina illumina-
ta la Chiesa; che perciò i cristiani
LUM
anticamente solevano esprimere nel
piede de1 candellieri i quattro ani-
mali veduti dal profeta Ezechiele,
ne'quali furono significati i quattro
evangelisti. Aggiunge che ne' gior-
ni più solenni in alcune chiese,
principalmente sugli altari maggio-
ri, sene usano sei, ne' quali si pos-
sono riconoscere le sei braccia del
candelabro mosaico ordinato da Dio.
All'articolo Candelliere parlammo
de' sette candelieri che usa il ve-
scovo quando pontifica, figura di
quelli d'oro dell'Apocalisse, i quali
significavano le sette chiese catte-
drali, fondate nell' Asia da s. Gio-
vanni evangelista, ovvero con tal
rito si allude ai sette candellieri
veduti dal medesimo santo avanti
al trono di Dio nell'istessa Apoca-
lisse., acciocché intenda il vescovo
che deve essere ornato coi sette
doni dello Spirito Santo, ricono-
sciuti nel candelliere mosaico da
s. Gregorio Wazianzeno , De vita
Moysis, e da s. Girolamo in cap.
IV Ezechiele.
Non solo ii Papa adopera i sette
candellieri con candele accese al-
lorché pontifica, ma altrettanti so-
no portati dai votanti di segnatu-
ra quali accoliti apostolici, al mo-
do detto al voi. IX, pag. 12 e 5y
del Dizionario, e credesi in memo-
ria di quelli che portavano i sette
accoliti di quel rione di Roma, do-
ve anticamente il Papa andava a
celebrare, i quali dal segretario do-
ve erasi cantata l'ora di terza, pre-
cedendo nella processione il Ponte-
fice, li collocavano sopra l'altare
ove doveva celebrare. Siccome il
p. Mabillon dice che anticamente
Roma era divisa in sette rioni ec-
clesiastici, il numero de' sette ac-
coliti portanti i lumi li rappresen-
tavano, come spiegano alcuui eru-
LUM
diti. Ripetiamo che il significato del
numero dei lumi nella celebrazio-
ne de' divini misteri ed uffizi ec-
clesiastici, lo si spiega a* loro luo-
ghi; cos\ del Lumen Christi nel voi.
XXV, p. 180; agli articoli Bugia
e Lampadario, si è parlato del lu-
me che ne' divini uffizi e sacre fun-
zioni cui assiste o celebra il Papa,
a questo sostengono i patriarchi ,
gli arcivescovi o vescovi, e in loro
mancanza i piotonotari apostolici ,
mai usando il Papa la bugia, e
mai adoperandosi essa da veruno in
sua presenza. Noteremo che i Pon-
lelici solendo concedere il distinti-
vo dell' istromento detto bugia, tre
concessioni si leggono di- essa nel
voi. XI Bull. Rom. Contìnuatio, di
Pio VII. A p. 2o5 è riportato il
breve Exponi, de' i5 settembre
1801, col quale l'accordò a' cano-
nici della metropolitana di Fer-
mo, cum privilegio gestandi crii-
ceni, et funicului 11 violacei coloris
in pileo. A p. 271 evvi il breve
In sanctae, de'i8 dicembre 1801,
perpetua privilegia u tendi bugia _,
canonis libro, aliisque insignibus prò
canouicis metropolitànae Firmanae.
A p. 288 si legge il breve Quan-
tum, de' 23 febbraio 1802, sull'in-
dulto della bugia e del portar la
croce sul petto ad instar aliorum
Germaniae canonicorum prò prae-
posito collegiatae ecclcsiae de Do-
ucschingen, diocesi di Costanza.
Dei lumi che si accendono nel-
la notte precedente la festa del-
l'Ascensione, ne parlammo all'arti-
colo Lucerxe , ove pure si dis-
se dei lumi perpetui de' sepolcri.
Ad animare i fedeli all'accompa-
gnamento del ss. Sagramento per
viatico agi' infermi. Paolo V a' 3
uovembre 1606, ed Innocenzo XI
il primo ottobre 1688 concessero
LUM i33
alcune indulgenze, le quali confer-
mò ed ampliò Innocenzo XII colla
bolla Debitum pastorali officii, dei
5 gennaio 1695, Bull. Rom. torci.
XI, pag. 36*5, e sono le seguenti.
Quelli che divotamente accompa-
gneranno con lume o cereo acceso
il ss. Viatico, acquisteranno ogni
volta l' indulgenza di sette anni e
di sette quarantene; quelli che lo
accompagneranno senza lume, l'in-
dulgenza di cinque anni e cinque
quarantene; quelli poi che sono
legittimamente impediti, se mande-
ranno altra persona in loro vece
col (urne o cereo ad accompa-
gnare il ss. Viatico acquisteranno
tre anni d'indulgenza e tre quaran-
tene. Benedetto XIV nel 1749 con-
cesse potersi tali indulgenze appli-
care ai fedeli defunti, e non resta-
no sospese nell'anno santo. Osser-
va il Rinaldi che i lumi furono
sempre gratissimi a Dio : ne ren-
dono certissima testimonianza i mol-
ti miracoli fatti con l'olio delle lam-
pade o con cera presa dalle can-
dele. Di questa divozione ne facem-
mo memoria all'articolo Lampade.
Il medesimo Rinaldi dice che dall'ac-
cendersi le lucerne dai gentili agli
Dei nel giorno di sabbato, i cri-
stiani rivolsero 1' uso ad onore
della Beata Vergine. La costuman-
za d'accendere lumi nella chiesa,
massime durante la celebrazione dei
divini misteri e l' amministrazione
de' sagramenti, venne praticata sino
dalla sua origine, per rendere alle
cose sante l'onore e la venerazio-
ne che lor si deve. I lumi contri-
buiscono ancora ad eccitare la di-
vozione ne* fedeli. Saremmo ben
temerari se volessimo biasimare cer-
te cerimonie dalla Chiesa istituite
per lodevolissime ragioni , cioè a
dire perchè sia decente e maesto-
j34 lum
so il culto esteriore, e per aiutare
la nostra fralezza che abbisogna di
qualche cosa sensibile per elevarsi
sino a Dio. Quanto ai cerei dipin-
ti, oltre quanto ne dicemmo altro-
ve, per quelli delle canonizzazioni,
parla del significato de'colori anche
il Chiapponi citato a p. 272.
Sull'uso della cera stearina nei
sacri templi , nella congregazione
ordinaria de' sacri riti de' 16 set-
tembre i843, per essersi ad essa
domandata la proibizione da alcu-
ni marsigliesi, comparve come in-
terpellato il vescovo di essi, cui si
associò il vicario generale dell'ar-
civescovo di Colocza; furono quin-
di proposti taluni dubbi a risol-
versi sull'uso di tali candele ne' detti
sacri luoghi, per cui si commise ai
monsignori Luigi Ferrari e Gio-
vanni Corazza cerimonieri pontifi-
cii, l'esame della questione per ve-
nirne allo scioglimento. Il primo di
essi, dopo avere esaminato la na-
tura della cera stearina, ed osser-
vato esservi di tali riti nella Chie-
sa, pe' quali è prescritto l'uso del-
la cera di api, a modo da non po-
tervisi sostituire altra materia, con-
chiude che essendo le candele in
discorso formate cóll'adipe o gras-
so degli animali, che se non fosse
purgato dall'olio sarebbe una cosa
stessa col sevo , non potranno u-
sarsi mai in vece di quelle di cera
nella celebrazione de' mentovati ri-
ti. Con tal premessa di tutto il suo
discorso, risoluta già in parte la
questione, passa a ricercare se pos-
sa essere tollerato l'uso della cera
stearina nelle altre funzioni sacre.
Stabilisce in primo, essere stata mai
sempre la Chiesa gelosa di man-
tenere l'osservanza degli antichi suoi
costumi, e ricorda in proposito una
non dissimile controversia promos-
LUM
sa nel 18 19 per introdurre l'uso
de' tessuti di .cotone per le sacre
suppellettili, ed il general decreto
di proibitone emanalo dal Ponte-
fice Pio VII, il quale decreto pog-
gia sopra due validissime ragioni,
dell' uso cioè della tela introdotto
al principio della Chiesa , e dei
reali e mistici suoi significati. Co-
sì applica l'una e l'altra ragione al
caso del quale trattasi, e colle pro-
ve ricavate dalla costante tradizio-
ne, dimostra antichissimo l'uso del-
la cera di api nelle chiese di o-
rienle e di occidente, e con gravi
autorità ne dispiega i simboli mi-
steriosi, che inutilmente si cerche-
rebbero nella stearina. Aggiunge
poi la ragione della convenienza e
della decenza, e ricorda che essen-
dosi sino dai primi secoli della
Chiesa fatte le offerte di cerei dai
fedeli pel culto di Dio, non è a
ricercarsi se più a tal uopo si con-
venga una sostanza formata con
succo ricavato dai fiori odorosi, o
non piuttosto dall'immondo adipe
di animali, tuttoché per arie espur-
gato. E però essersi sempre proi-
bito il sevo sino a preferir l'olio
pel caso di necessità nella celebra-
zione del divin sacrifizio; ed assai
ben in acconcio riporta una rispo-
sta della sacra congregazione di
propaganda fide, data nel 1 834 al
vicario apostolico del regno della
Corea, con cui si permetteva solo,
duranti le circostanze da esso espo-
ste, di servirsi nel sacrifizio di una
qualità di cera che fluiva da un
albero. Discioglie in seguito gli ar-
gomenti che favoriscono le nuove
candele, e dimostra insussistente la
osservazione dell'identità della cera
di api colla stearina, avere la pri-
ma mistici e santissimi significati.
Sviluppata la proposta materia con
LUM
bell'ordine, vasta erudizione, gravi
e stringenti argomenti, e veduta in
ogni sua parte, collo scopo sempre
fermo che mantengami nella pie-
na osservanza le venerande costu-
manze prescritte pei sacri riti, è
condotto per necessità di conseguen-
za a conchiudere, essere illecito l'u-
so della cera stearina nelle funzioni
di chiesa.
Monsignor Corazza nel suo im-
portante ed erudito volo, accenna-
ta l'antichità dell'uso de' lumi nel-
la sacra liturgia, riporta in primo
le varie prescrizioni sulla materia
di essi, nelle quali si parla costan-
temente della cera. Asserisce quin-
di esser questione tra' teologi se
possa invece farsi ardere l'olio od
il sevo; ed entrando ad esamina-
re il suo argomento, rileva per una
parte che quantunque appartengasi
a disciplina l' uso delle candele di
cera, e però possa essere soggetto
a mutazione, pure per le partico-
lari e generali rubriche n' è così
prescritto l'uso da non potersene
violare l'osservanza : tanto più poi
se si parli di quelle funzioni nelle
quali esse stesse sarebbero abolite,
non usandosi la cera 'di api. Per
altra parte però avverte essersi fin
qui comandato l'uso della cera nel-
la mancanza d'una materia più ac-
concia ; e si propone di ricercare
se le candele di cera stearina, con-
sideratane la natura risultante dal-
la seguita lavorazione, possano u-
sarsi nella presente ecclesiastica di-
sciplina. E qui dichiara che il se-
vo resta chimicamente cangiato da
sembrare ridotto ad altra sostan-
za, e che col mescolarvisi la cera ,
benché in assai piccola misura, ne
risulta quasi un tutto assieme del
medesimo genere. Per le quali cose
dice, non voler manifestare il suo
LUM
3$
sentimento positivamente contrario
all'uso e alla prescrizione della ce-
ra di api, finche non trovisi altra
materia evidentemente più accon-
cia. Considerato però quanto ha
dato motivo alla presente discus-
sione, potersi rispondere che re-
stando fermo l'uso delle candele di
cera di api negli altari ed in quelle
funzioni , che , o riguardano più
d'appresso il divin Sagramento , o
nelle quali la Chiesa usa preci che
ne indicano precisamente 1' uso, nel
resto sia concesso al vescovo di Mar-
siglia, agente in questa causa, il po-
ter tollerare nella sua diocesi l'uso
delle candele di cera stearina, pur-
ché la novità non apporti ammi-
razione e scandalo. Ma siccome la
Chiesa in tutto quello che a reli-
gione si appartiene cerca sempre
conservare le sue antiche costuman-
ze, non può restar mossa ad usar-
ne in sostituzione ad altra mate-
ria tanto più nobile e misteriosa ;
e perché la Chiesa non solo si man-
tiene immutabile nella purità della
fede, ma eziandio ne' disciplinari
statuti, quando una manifesta ne-
cessità od utilità non richiegga un
cambiamento, che allora riesce de-
siderabile, i cardinali della sacra
congregazione de' riti risposero: Con-
sulant rubricas ai postulanti. Un
bel sunto di ambedue i voti del
eh. prof. Giacomo Arrighi si legge
nel voi. XVII, p. i5o degli An-
nali citile scienze religiose , allora
collaboratore de' medesimi , ed al
presente compilatore della seconda
serie. Nel voi. XX, pag. 3 deci-
tati annali si riporta una dotta ed
interessante dissertazione , sull' uso
de' lumi a gas ne' sacri templi, di
monsignor Pio Martinucci cerimo-
niere pontificio, della quale dare-
mo qui appresso un breve cenno.
i3G LUM
. Dopo aver detto che la Chiesa
cattolica fin dal suo nascere costumò
di adornare con lumi i luoghi sa-
cri ; dopo aver provato 1' uso dei
cerei e lampade anche colle prescri-
zioni delle rubriche generali del
messale, del cerernoniale de' vesco-
vi, del rituale romano, del ponti-
ficale romano, tutte corroborate
dalle costituzioni de' sorami Ponte-
fici, afferma non doversi dubitare
l'uso stabile ordinato de' lumi nei
sacri templi, non che la materia
con la quale debbono essere ali-
mentati ; la cera cioè delle api pel-
le candele, l'olio per le lampade.
Quindi passa a dire, se l'osservan-
za della legge in generale può va-
riarsi in ispecie ossia nella materia
a ciò stabilita, per lo spirito di no-
vità che tante volte facendo scher-
no delle costumanze le più rag-
guardevoli , vuole ora introdursi
nelle illuminazioni delle ecclesiasti-
che funzioni; alla cera delle api
lo spirito di novità presentò in so-
stituzione la cera stearina, ed il gas
all'olio. Osserva poi che la Chiesa
però ripone il suo miglior vanto
nel conservare costantemente le sue
■vecchie forme , non muovendosi
che per motivi gravissimi ed assai
raramente a cangiar le inveterale
sue costumanze. Citò le risoluzio-
ni della santa Sede contro i' uso
che voleasi introdurre del cotone
invece del lino, e della cera stea-
rina in luogo della cera delle api;
quindi supponendo la domanda ,
se convenga introdurre l' uso del
gas in vece dell'olio per alimenta-
re le lampade, ne ricavò il tema
d'una discussione, che riuscì utile
ed opportuna, giacche in qualche
luogo già erasi introdotto ne' sacri
templi il lume a gas in vece di
quello ad olio , volendosi altrove
LUM
estendere l'abuso. Il perchè su tre
diversi punti si aggirarono le sue
ricerche , a vedere cioè che l' uso
dell' olio nelle lampade sostenuto
dall'autorità di una non interrotta
tradizione, dalla espressione de'sim-
boli che presenta, e dall'essere più
che altra qualsiasi materia atto in
riguardo al rispetto pel luogo sa-
cro. Cominciando dalla tradizione,
dichiarò doversi intendere con quei
monumenti che indicò ; disse aver
arso le lampade ne' primi tre se-
coli coll'olio; che nel seguente se-
colo avuta pace la Chiesa , si co-
minciò a sfoggiare nell'ornato dei
luoghi sacri, e per vasi di lumi
mentovò i fari o lucerne guarnite
di lampade, i cantari in cui infon-
devasi olio, e le corone d' argento
ossia lampade a forma di cerchio,
contenenti lucerne in giro , po-
co dissimili nella figura ai lam-
padari quali ora si usano. Del nu-
mero poi maggiore o minore dei
lumi, e delle diverse forme e spe-
cie delle lucerne , rimarcò che si
accresceva decoro e venerazione ai
luoghi sacri, i quali doveano ri-
splendere in guisa mirabile, di che
ne riportò le testimonianze; con-
chiudendo che l'uso delle lampade
e dell'olio fu costante oltre a die-
ciotto secoli ; quanti appunto ne
conta di esistenza la Chiesa, ade-
sempio del costume più rimoto de-
gli ebrei , comandato da Dio, che
scelse l'olio pel culto del suo tem-
pio, siccome liquore pieno di gra-
vi misteri, santissimi simboli, e su-
blimi significati, onde la Chiesa lo
riconobbe adatto a' suoi riti e ad
alcuni sacramenti, e Io fece arde-
re nelle chiese sino dai primordii
del cristianesimo, a preferenza di
qualsiasi altra materia, essendo l'o-
lio il più adatto a fronte di qual-
LUM
sivoglia altra sostanza al rispetto e
venerazione dovuta al luogo sacro.
Passando poscia ad esaminare che
debba dirsi del gas proposto in so-
stituzione per ardere nelle lampade
delle chiese, dichiarò nulla ricavar-
si dall' autorità della tradizione a
suo sostegno, dappoiché solo lo stu-
dio e 1' avanzamento fatto nelle
scienze naturali ha presentato que-
sto nuovo genere d'illuminazione.
Cosi pel maggior splendore di sua
luce, pel minor aggravio di spesa,
per amore d' inusitata vaghezza lo
si è introdotto nelle vie pubbliche,
ne' grandi edifìzi, nelle socievoli a-
dunanze, ne' teatri, nelle feste di
danze. Per tanto la Chiesa in ve-
ce di trovarne l'origine fra le pra-
tiche di sua veneranda antichità ,
la rinverrebbe nella recente intro-
duzione di un uso tutto profano.
Il titolo di economia non essere
un motivo di adottarne 1' uso, es-
sendosi impiegate ognora pei culto
divino le cose più preziose e più
ricche, come le più gravi. Spie-
gate le varie specie di gas estratto
da corpi adiposi o da materie bi-
tuminose, prive esse di simboli e
mistici significati ; considerato che
in adoperarlo non si può infonde-
re nelle lampade come olio, ed ab-
bisognare in vece un macchinismo
ed un apparato; conchiuse non po-
tersi preferire alla semplicità dei
lumi ad olio, provenirne inconve-
nienze pel cattivo odore ed insa-
lubri esalazioni, che suol cagiona-
re l'illuminazione a gas; potersi
restare all'improvviso all'oscuro al-
lo spegnersi il lume, onde non es-
sere tal genere d' illuminazione cer-
to e permanente ; e finalmente la
qualificò incomoda per l'eccessivo
splendore che abbaglia la vista, non
essere esente da pericoli, come da
LUN
*37
detonazione. Termina monsignor
Martinucci il suo ragionamento con
dire, che il variare tuttociò che
appartiene ai riti ecclesiastici spet-
ta unicamente alla santa Sede; ec-
cita lo zelo degli ecclesiastici a te-
ner lontano da' sacri templi siffat-
te novità, e tuttociò che può pro-
fanarli ; rammentando quanto il
Signore si mostrò geloso per la sua
casa, quando nell'antico Testamen-
to si occupò minutamente di ciò
che riguarda il suo onore , e nel
nuovo quando armossi di flagello
per discacciarne i profanatori. Un
erudito articolo sull'origine, pro-
gresso, uso e pericoli della illumi-
nazione a gas, si legge nell'appen-
dice al Diario di Roma miai. 24
del 1844.
LUNA, ordine equestre. Divenu-
to nel 1266 re di Napoli e Sicilia
Carlo I duca d'Angiò, per ricom-
pensare il merito di molti cavalie-
ri illustri siciliani, li nobilitò nella
città di Messina nel 1268 con una
collana d'oro composta di gigli e
stelle , da cui pendeva una luna
crescente, coli' epigrafe : Donec to-
tani impleat, e dichiarò ordine e-
questre i cavalieri che vi annoverò.
Siccome 1' ordine avea per princi-
pale scopo il combattere per la
santa fede, l'alloggiare i pellegrini
ed il seppellire i morti, cosi il Papa
Clemente IV lo approvò. Altra in-
segna de'cavalieri fu una luna cre-
scente d'argento, che portavano sul
braccio sinistro. Afferma il Men-
nenio, che aitino poteva essere a-
scritto a tale ordine militare, se
prima non avea dato qualche sag-
gio del suo valore in guerra, e
quelli i quali si arrotavano nel
medesimo, promettevano di sotto-
mettersi ai cimenti e pericoli in
favore degli altri. Nel pontificato
i38 LUN
di Pio II l'ordine si estinse. Il p.
Bonanni nel t. Ili, p. LXXI del
Catalogo degli ordini militari ed
equestri, ne tratta riportandone la
ligura.
LUNA, ordine equestre. Solima-
no II del i520 imperatore de'tur-
chi istituì quest'ordine equestre, per
rimunerare nell'impero ottomano la
virtù militare. Per decorazione sta-
bilì una collana avente una mezza
luna pendente, e i decorati furono
pur chiamati cavalieri di Solima-
no. Riferisce il Mennenio che Se-
Jim II nel i566 creò cavaliere
della luna Gentile Bellino, famoso
pittore, per cui si videro in Vene-
zia immagini di esso ornate della
collana con mezza luna, la quale
fu antica insegna di Bizanzio, come
apparisce nelle antiche medaglie ivi
coniate. Avverte il Giustiniani nella
sua /Ustoria, che dai cristiani non
si può accettare siffatta decorazione,
qualora sieno uniti con giuramento
al principe infedele, o con pro-
messe; e potersi accettare se si ri-
ceve qual semplice fregio di nobil-
tà, o qual premio od onorificenza,
ricordandone la storia molti esem-
pi. Tuttavolta il Sansovino pone in
dubbio, se quest'ordine si possa ac-
cettare da un cristiano. 11 p. Bo-
nanni lo descrive, e ne produce la
figura a p. CXXX1X, t. Ili del
Catalogo degli ordini militari ed
equestri. Nel declinare del secolo
decorso, l'ordine fu rinnovato dal-
l'imperatore Selim HI. Questo prin-
cipe dopo essersi pacificatone! J791
coli' Austria e colla Russia, me-
diante il trattato di Jassi, riconob-
be la repubblica francese. Mentre
con essa era in buona corrispon-
denza, Napoleone nel 1798 invase
l'Egitto, per cui Selim HI dichiarò
guerra alla Francia. Vedendo egli
LUN
che quella vasta e ricca provincia
dell' impero ottomano era presso
che venula tutta in potere de'fran-
ccsi, si collegò con gl'inglesi e con
altre potenze. Congiunta la sua
flotta con quella dell'Inghilterra,
ebbe luogo il primo agosto 1798
la famosa battaglia d'Abuchir. Co-
mandava la flotta inglese il vice-
ammiraglio telson, la francese l'am-
miraglio Brueyes. La battaglia du-
rò accanitissima fino alla sera, e
terminò colla total perdita de'fran-
cesi, de'quali morirono circa i5oo,
essendone rimasti prigioni 65oo: gli
inglesi fra morti e feriti ebbero
circa novecento individui. Volendo
Selim III gratificare in qualche
modo gli uffiziali inglesi, distribuì
loro una medaglia d'onore con na-
stro color d'arancio per appendersi
al petto. Ma nell'anno seguente, do-
po altre strepitose battaglie soste-
nute dagli eserciti ottomani in E-
gitlo contro i francesi, Selim III
pensò di distinguere con segnali
d'onorificenza quelli tra' suoi eh' e-
ransi dimostrati valorosi nella dife-
sa dell'impero ottomano. A tale ef-
fetto istituì o ripristinò 1' ordine
cavalleresco della luna , stabilendo
per decorazione una luna crescente
con una stella, il tutto posto su
d'uno scudo d' oro di forma ova-
le, smallato di turchino; ordinan-
do che la decorazione dovesse por-
tarsi in petto e pendente da un
nastro d'oro. Questa decorazione si
conferisce pure ai cristiani.
LUNA Pietro, Cardinale. V.
Antipapa XXXVI, ossia Benedetto
XIII, l'articolo Avignone, e gli al-
tri relativi.
LUNDA. Sede vescovile della
Frigia Pacaziana, nella diocesi d'A-
sia, sotto la metropoli di Laodicea,
eretta nel IX secolo. Si conoscono
LUN
due vescovi di Lunda , Niceforo
che trovossi al YI1 concilio gene-
rale, ed Eustachio che assistette
al concilio di Fozio. Oriens christ.
t. I, p. 822.
LUND o LUNDEN, Lundis.
Città già arcivescovile, nella Svezia,
prefettura di Malmoehus, governo
composto colla parte meridionale
ed occidentale della già provincia
di Scania, uno de* dodici governi
di Gottland terza divisione del
regno svedese. La Scania o Scan-
dia, Schonen, o Scandinavia, gran-
de penisola che comprende la Sve-
zia e la Norvegia, fu soprannomi-
nata la madre dei popoli; una
provincia di essa è la Scania for-
mante oggidì le prefetture di Mal-
moehus e di Christianstad, le più
meridionali del reame. Lund, Lon-
den, Lundìa, Lunda golkoruin o
Lundium scaiwriim, è distante quat-
tro leghe da Malmoe , e quindici
da Christianstad. Aperta e fabbri-
cata irregolarmente, le sue strade
sono però polite. Possiede una
cattedrale , un seminario di predi-
canti, una società di fìsiografìa, ed
una università che dicesi fondata
dal re Carlo XI nel 1666 o nel
1668, frequentata da circa 600
studenti , e che couliene una bi-
blioteca di 4°300° volumi , un
gabinetto di mineralogia e di sto-
ria naturale, un museo, ima colle-
zione di medaglie ed antichità, un
gabinetto di fìsica e di meccanica,
un osservatorio astronomico, un e-
laboratorio chimico , ed un bel
giardino botanico. Vi sono alcuni
conciatoi e delle fabbriche di ta-
bacco. Conta più di 3,2 00 abitan-
ti. Sulla collina di Lybers, in vi-
cinanza alla città, venivano eletti
i capi o re di Scania. Lund fu
capitale della Scania e celebre
LUN i39
metropoli ecclesiastica della Dani-
marca. Ai i4 dicembre i6y5 fu il
teatro di una sanguinosa battaglia
fra i danesi* e gli svedesi, che
quattro anni dopo vi conchiusero
un trattato di pace: in tal mo-
do Lund dal dominio dei danesi
passò definitivamente sotto quello
degli svedesi. Commanville dice che
Lund fu capitale della Danimarca,
la quale cedette la città alla Sve-
zia nel 1 658.
La sede vescovile di Lund fu
celebre ed antica, risalendo la sua
erezione secondo alcuni al iio3,
sotto la metropoli di Amburgo.
Commanville dice meglio che la
sede vescovile fu eretta nel io65,
e che quindi nel 1092 fu elevata
al grado arcivescovile per la Da-
nimarca , colla dignità di primate
delia Scandinavia, ed anche sopra
la metropoli di Upsala. Che nel
secolo XI già Lunden era arcive-
scovato, lo dicemmo all' articolo
Danimarca {Vedi), mentre n* era
vescovo A sceno, dappoiché portan-
dosi in Roma il re di Danimarca
Enrico III, a sua istan/a Libano
li sottrasse Lund e la Danimarca
dalla giurisdizione d'Amburgo, e
per la sua comoda situazione ed
altri piegi, a mezzo del suo le-
gato apostolico la fece metropoli
ecclesiastica della Svezia (Vedi), e
della Norvegia (f^edi). Inoltre En-
rico 111, siccome era molestato da
Liemaro arcivescovo d'Amburgo,
che lo volea scomunicare, ricorse
al Pontefice, il quale fatta esami-
nare la causa, e conosciuta l'inno-
cenza del re, lo assolse. Urbano
II dichiarò vescovi suffragane! di
Lund quelli delle sedi vescovili di
Roschild, di Odenzee, di Arhusen,
Alborg, Burglavium o Venzuzzel,
Yiborg, Rippen eSleswig, vescovati
i4o LUN LUN
tulli nel regno danese, al dite di to la sua vendetta, se non Io a-
Batldrand. Tuttavolta nel ii48 fu vesso trattenuto la paura di Carlo
tenuto un concilio in Lìncoping V più clic il Papa; bensì sfogò il
(Fedi), per lo stabiliufento di questo suo furore sul di lui fratello An-
arcivescovato. Il Mirco afferma, che tonello, e tolse al nunzio un mi-
Adriano IV nel ii5o, dichiarò l'ar- lione di talleri delle oblazioni che
civescovo di Lunden primate. Al da tutte le chiese di Scandinavia
medesimo articolo Danimarca indi- aveva raccolto. L'estremo supplizio
cammo come Bonifacio Vili sco- era pure apparecchiato al legittimo
jnunieò il re, e fulminò l'interdet- * arcivescovo di Lumi Giorgio Scor-
to al regno, per avere il primo borg, per aver disapprovato le stra-
imprigionato l'arcivescovo di Lun- gi della Svezia, ma si liberò dal
den. Divenuta oppressiva la prima- pericolo con cercare un asilo in Ro-
zia dell'arcivescovo sulla Scaudina- ma. Dopo aver Cristierno II tra-
via, nel XIV secolo s' incominciò dito la chiesa di Svezia, volse
dagli svedesi a combatterla, fin da l'inique sue arti contro la chiesa
quando il Papa Urbano V nel di Danimarca e contro la dovizio-
1367, in Viterbo, consacrò e die sa dote che possedeva, ed a tal
il pallio di arcivescovo di Upsala uopo chiamò a Coppenhagen, capita-
ai dotto e pio Birgero primate del- le di essa, un discepolo di Lute-
la. chiesa sveva. Quindi ebbe ter- ro, e gli concesse piena facoltà di
mine nel 1397, pel celebre tratta- spargere pe'suoi domiuii l'erronea
to di pace chiamato unione di dottrina ; dipoi Bugenhagen inti-
Coltnar, couchiuso tra i vicini re- mo amico dell'eresiarca consumò
gni di Svezia, Danimarca e Nor- la separazione della chiesa di Da-
vegia , con una lega offensiva e nimarca dalla cattolica sotto Fede-
difensiva, nella speranza di termi- rico- I e Cristierno III, facendo
naie le loro perpetue ostilità. Allo- altrettanto nella Svezia Gustavo I
ra la Svezia fu sottratta dalla giù- Wasa, altro suo successore. Impa-
risdizione ecclesiastica e primazia- dronitisi gli svedesi nel secolo se-
le dell'arcivescovo di Lunden. guente di Lund, ridussero la sede
Cristierno II re dì Danimarca, arcivescovile in vescovile della pre-
IVorvegia e Svezia, chiamato il tesa chiesa riformata, mentre il re
Nerone del Nord, commise nell'ul- di Danimarca e Norvegia Fede-
timo regno molti eccessi pei consi- rico III, nel 1660, trasferì il gra-
gli di Westfaliano Teodorico Scia- do metropolitico a Coppenhagen
ghoeck, che nominò prima vesco- (Fedi), la cui primaria origine si
vo di Skara e poi arcivescovo di deve nel li 68 ad Azel arcive-
Lund; ma quando il barbaro prin- scovo di Lunden; avendovi nel
cipe ne vide lo funeste conseguen- i/\.2.5 celebrato un concilio Pietro
ze, rigettando sopra di lui tutta la Lucco, altro arcivescovo iundense.
colpa, lo cacciò in prigione, e nel LUiXI ( Lunen). Città vescovile
\5ii Io fece abbruciare in Cop- non più esistente, il cui vescovato
penhagen. Tanta fu la crudeltà di è uuito a Sarzana e Bruguato nel
Cristierno II, che nemmeno a G10- Genovesato. Limi nella Val di Ma-
vanni Angelo Arcimboldo nunzio gra, piccola città distrutta, di ori -
delia Scandinavia avrebbe perdona- gine etrusua, per quanto sia stata
LUN
per molto tempo dominata dal li-
guri , cui sottentrarono i romani,
dai quali la città col suo distretto
fu riunita al governo di Pisa, e
conseguentemente alla provincia to-
scana. Siccome Luni fu antico ca-
poluogo del contado e diocesi che
ne porta il nome, ed il paese
prese da lei il nome di Lunigiana,
di questa daremo prima un breve
cenno. La Lunigiana, Lunisiana, è
una piccola regione posta fra la
Liguria e la Toscana , percorsa
per la maggior parte dal fiume
Magra e dai' suoi influenti. Il pe-
rimetro di questo antico conta-
do e i suoi limiti poco si cono-
scono, ma sembra dovessero oltre-
passare quelli della Magra. La Lu-
nigiana fu congiunta al municipio
di Lucca (Fedi), per la colonia
che occupò le campagne de' liguri.
IVei secoli XI, XII, XIII, il conta-
do della Lunigiana formava Marca
con la riviera di Genova (Fedì).
Sebbene sia invalsa l' opinione di
essere i vescovi di Luni stati inve-
stiti del titolo e prerogative di
conti della Lunigiana sino dal tem-
po dei Carolingi , niuno fra i do-
cumenti finora pubblicati presentò
una testimonianza che possa dirsi
coeva al regno dei Carolingi, per
dare a tale opinione il grado di
verità. Certo è che al secolo XI
portavano il titolo di conti della
Lunigiana i pronipoti del marche-
se Oberto, che fu conte del pa-
lazzo sotto l'imperatore Ottone I
il Grande. Prima dunque del seco-
lo XIV non pare che i vescovi di
Luni godessero delle prerogative
di conti della Lunigiana. Venne
bensì nel i355 accordato loro il
titolo di principi dall' imperatore
Carlo IV, in un tempo fàcile a
concedersi eguali diplomi. Uno dei
LUN 141
vescovi piò attivi per rivendicare
ai prelati della diocesi lunense i
diritti stati trascurati o perduti, fu
il vescovo Enrico de' nobili di Fu-
cecchio, il quale fiori nella catte-
dra di Luni dal 1276 al 1296.
A lui si deve la raccolta dei diplo-
mi ed. altre carte spettanti alla
chiesa e mensa vescovile, che sotto
il nome di Codice Pallavicino si
conserva nella cattedrale di Sarza-
na. Da alcuni documenti e dalle
bolle pontifìcie spedite da Eugenio
111 nel 1 149, e da Innocenzo III
nel 1202 ai vescovi di Luni, ne
risulta che la chiesa lunense al
secolo XI l non avesse più giurisdi-
zione alcuna sulle isole di Capraia
e della Gorgona , come l'ebbe al
tempo del Papa s. Gregorio I; e
che se dal lato di ponente la dio-
cesi di Luni al secolo XII avea
già perduto una porzione di ter-
ritorio, sembra che non venisse e-
gualrnente scorciata dalla parte di
levante, dove per lungo tempo ab-
bracciò il distretto di Corvaia e
di Vallecchia in Versilia, fiumana
che sino al declinar del secolo
XVIII formò l'estremo limite meri-
dionale delle diocesi di Luni-Sarza-
na, siccome dal lato di grecale i suoi
confini valicando il monte di Gic
go, verso la Pania di Terrinca,
percorrevano nella valle superiore
del Serchio, ossia nella Garfagna-
na alta, dove abbracciava tutto il
territorio commutativo di Minuc-
ciano col piviere di Piazza, e la
maggior parte dell'attuale giurisdi-
zione di Camporgiano.
La Lunigiana al presente è in parte
una contrada montuosa del grandu-
cato di Toscana, provincia di Firenze;
rinchiusa tra gli stali (sardi che vi
possiedono i territori! di Satzana e
di Spezia), il ducato di Parma, il
■ i> LUN
il moto di Modem», Massa e Carrara,
i quali ultimi ducato e principati
rome le terre feudali dei Malaspina,
Rpetlaao al duca di Modena ; ben po-
polata e bagnata dalla Magra. Ha
Pontremoli (Fedi), sede vescovile per
capoluogo, e i vicariati di Bagno-
ne e di Fivizzano, cioè della par-
te che appartiene alla Toscana.
Fiorì la Lunigiana per gran nu-
mero di uomini illustri, per santi-
tà ili vita, per. dignità ecclesiasti-
che, fra'quali i Pontefici 8. Euti-
chiano di Limi, il cui corpo tra-
sferito alla sua patria, distrutta
questa, venne portato in Sarzana;
Sergio IV e Nicolò V, e molti
cardinali e vescovi; non che per
dotti ed artisti e capitani di chiaro
nome. Da ultimo un benemerito lu-
nigiano di Fivizzano, l'abbate Em-
inanuele Gerirli, nel 1829 pubbli-
cò in due volumi colle stampe in
Massa e dedicò alla patria le im-
portanti Memorie storiche d' il-
lustri seri dori e di uomini insigni
dell' antica e moderna Lunigiana.
Dopo che la Lunigiana ebbe can-
giato il suo reggimento politico, e
degli etruschi lucumoni, e dei pre-
datori liguri , e dei magnifici ro-
mani, nello scorrere l'età dei bar-
bari tempi cadde nel più deplora-
bile desolamento. Afflitta dall'a-
riana eresia, davastata dai vandali,
dai goti, dai longobardi, dai sara-
ceni, come pure dalle fazioni che
indi in poi regnarono in tutta V I-
talia, fu lacerata e divisa. Tale
contrada che fu già ragguardevo-
le per la sua Luni in riva al ma-
re Tirreno con nobile porto , già
una delle Lucumonie di Toscana,
famosa per 1' aruspicio e pel flo-
rido commercio , per i marmi ra-
ri di cui abbonda, per le sue strade
romane eh' erano assai frequentate,
LUPC
per i suoi vini squisiti, e per gli ot-
timi fruiti di arte pastorizia, quasi
piìi non si ravvisa; e restandole
ancora il più comodo passo, che
di ollremonti e di Lombardia vi
fosse per andare alle parti più me-
ridionali d'Italia, col finire del se-
colo XVI perde eziandio questi
utile prerogativa.
11 nome di Luni portato dalla
città diroccata vuoisi originato dal-
la figura falcata del suo rinomalo
e grandioso porto, dove la natura
ha fatto tutto da se sola, che po-
tea meglio dirsi una serie di por-
ti nel golfo magnifico di Luni
ora dello della Spezia, o secondo
altri alla pagana divinità che pre-
siede al maggior astro notturno,
in guisa che d agli abitanti di Lu-
nigiana è fama che s'imprimesse
l'emblema della luna sulle grandi
forme dei loro casci, se dobbiamo
credere a Marziale. Checché ne sia,
né il porto lunese può dirsi di fi-
gura semilunare, poiché è più lun-
go e profondo che largo ( ora il
golfo della Spezia ov' è Porto- Venere
e Leriei, il primo luogo ottimo por-
to nella costa del Mediterraneo, i
due ultimi offrono sicuro ricovero
e comodo approdo alle navi); ne la
città di Luni fu unica fra quelle
dell'antica Italia a portare l'em-
blema di Diana. Rare e meschine
macerie, di cui l'edifizio maggiore
attualmente si riduce alla semidi-
ruta ossatura di un mediocre an-
fiteatro, trovansi qua e là sepolte
nell'arenosa campagna, il perchè in
vari tempi fu disputalo non sola-
mente dell' origine e vicende, ma
ancora della vera posizione di que-
sta antichissima città, che fu con-
fusa con Avenza, con Sarzana, con
Spezia, ec.; ciò che diede argo-
mento a varie erudite opere, che
LUN LUN i43
illustrarono i monumenti supersti- ne fece in Roma e in altri luoghi,
ti. Questi nella massima parte dis- Aumentò tale smercio quando sotto
sepolti nel suolo di Limi, consisto- Nerone si scuoprì nelle stesse ca-
no in iscrizioni votive, sepolcrali e ve quel finissimo marmo statuarie
di famiglie: si rinvenne pure un da Plinio qualificato più candido
candelabro di bronzo, un pavimen- e più bello del pario. Indi dagl'im-
to a mosaico, avanzi di edifizi ed peratori romani si assegnarono i
altre pregevoli antichità che dan- ragionieri alle cave lunensi, e al
no un' idea della Luni romana, luogo dello scarico de'marmi al
Dagli ubertosi scavi poi fatti per porto Claudio e in Pioma, nel luo-
ordinedel redi Sardegna nel 1837, go denominato la Marmorata.
tra le altre cose si rinvennero i S' ignorano le vicende di Limi sot-
bronzi trasportati alla reale acca- to la dominazione gotica, come nelle
demia delle scienze a Torino, molti tre prime decadi del regno cle'lon-
pezzi di scoltura, statuette di bron- gobardi ; si rileva però nelle epi-
zo, capitelli di marmo, il tutto il- stole e nei dialoghi del Papa s.
lustrato dal eh. direttore di detti Gregorio I, che qualche anno pri-
scavi Carlo Promis, nelle sue dot- ma del suo pontificato, che inco-
te Memorie della città di Luni) minciò nel 590, era seguita T irru-
di cui ne narrò le cose principali zione de' longobardi nel territorio
il benemerito scrittore Emmanuele di Luni e circostanli luoghi che
Pi epetti, nel suo Dizionario della desolarono ferocemente. Il Pontefi-
Toscana, all'articolo Luni. Nell'ali* ce scrisse otto lettere al vescovo di
no 537 di Roma il console Tito Luni, del cui contenuto poi parie-
Manlio Torquato recossi colle 10- remo. I cittadini di Luni erano del
mane legioni al porto di Luni per partito del greco imperatore, ma è in-
salpare in Sardegna, e vent' anni Certa l'epoca della sua prima distru-
dopo fece altrettanto M. Porcio zione, riportandosi l'invasione longo-
Catone per recarsi in Ispagna, giac- bardica sotto il re Glotario o Rota-
che Luni per molto tempo do- rio, o forse prima. Tuttavolta Luni
minata dai liguri, Io fu poi dai continuò non solamente ad essere
romani che col suo distretto la riu- sede de' suoi vescovi, ed a chia-
rirono al governo di Pisa. Nella marsi costantemente città, ma nel-
guerra civile tra Cesare e Pompeo lo stesso suo distretto ebbero case
si ricorse all' oracolo dell' aruspice e possessioni i duchi longobardi di
etrusco Aronte abitante di Luni. Lucca, al cui governo politico Lu-
Quindi Luni sotto il triumvirato ni con tutta la Lunigiana sembra
di Ottaviano, M. Antonio e Lepi- che restasse incorporata. Inoltre si
do dovè accogliere una colonia mi- congettura che Luni sotto il regno
litare di veterani. Sotto Augusto de'longobardi dipendesse da un ca-
sno patrono, Luni rifiorì, aumen- staldo, sottoposto egli medesimo al
tò di popolazione, e mediante Te- duca di Lucca e di Pisa. Sotlo
scavazione il traffico ed il traspor- l'epoca de' Carolingi Luni fu tran-
io de'marmi lunensi, tanto bianchi quilla e continuò a dipendere dal
ordinari, come quelli bianco-ceru- governo superiore di Lucca. Nar-
lei delti bardigli, fu grande e co- rano gli storici V apparizione del
pioso, pel straordinario uso che se portentoso naviglio, che senza pilo-
144 LUN .
to e senza alcuna guida, dai mnri
di Levante, verso l'anno 782 por-
tò alle spiaggie di Limi fra le al-
tre insigni reliquie quella del Cro-
cefisso detto Volto santo, che si
venera nella cattedrale di Lucca.
Verso Tanno 8|o, o secondo il Mu-
ratori iiell' 849» i mori e saraceni
portarono tali disavventure a Limi,
che la città ne restò desolata al se-
gno di non poter piti d'allora in poi
risorgere dalle sue rovine ; a ciò si
deve aggiungere quanto neh' 84 <)
gli cagionò Arnolfo re di Germa-
nia. Raccontasi pure uno sbarco
proditorio di Astingo capo dei nor-
manni a Luni, dell' uccisione del
vescovo e della prigionia degli a-
bi tanti, accompagnata dalla distru-
zione fatale della città. Veramente
nel X secolo ancora sussisteva, e vi
si tenevano fiere e mercati, il cui
diritto regio nel 963 Ottone I do-
nò al vescovo; e nel secolo XI il
commercio e- lo scavo de' marmi
lunensi continuava. Molte rappre-
saglie soffrirono nel secolo XII i
vescovi di Luni, per parte de' più.
potenti dinasti della Lunigiana, i
marchesi Malaspina , per lo che
si ricorse ai consoli di Lucca. De-
cadendo sempre più Luni, non le
rimase pressoché il solo nome di
città, laonde l'imperatore Federico
I con diplomi del 1 183 e 11 85
conferì a Pietro vescovo di Luni,
oltre l'arena o anfiteatro, la piaz-
za o area interposta fra Luni e il
lembo del mare, cioè il luogo che
fu la sede della desolata città, con
fossi ed i suburbi, alcuni diritti e
vari castelli del contado lunense,
fra i quali Carrara, le sue Alpi
e la lapicidine de' marmi. La cor-
ruttela dell'aria cagionala dai pa-
duli, dai ristagni delle acque mari-
ne, e da quelli dell'acqua doke
LUN
che spingeva nei campi di Luni la
vagante fiumana della Magra, e che
ivi arrestavano i crescenti rinterri,
fecero abbandonato e deserto il
luogo.
La sede vescovile venne fondata
a' tempi degli apostoli, divenendo
poi sulfragauea della metropoli di
Genova. 11 primo suo vescovo che
trovasi nominato è s. Ebbedio,
ossia Habcldeus o TfabeUleuni, il
quale pare più africano che lati-
no : viene onorato nella chiesa di
Sarzana a' 17 febbraio, per essere
stato relegato in esilio e poi uc-
ciso dagli ariani in tempo della
persecuzione vandalica sul finire
del V secolo. Il secondo vescovo
fu s. Terenzio, il quale cadde vit-
tima di un nemico furore , per
la barbarie di certi ladroni i quali
dopo averlo spogliato delle poche
sostanze che possedeva, lo privaro-
no di vita; il suo corpo si traspor-
tò nel golfo lunense, in un luogo
vicino alla spiaggia, alla parte de-
stra (se pur ivi non ebbe la morte),
che d'allora in poi acquistò il no-
me di s. Terenzio , in memoria
del santo vescovo ch'ebbe ivi se-
poltura e particolar venerazione.
Il vescovo Vittore intervenne a
quattro concilii romani nel ponti-
ficato di s. Simmaco; Verecondo
suo successore, fu nel 55 1 rilegato
da Giustiniano I con Papa Vigilio. Il
quinto vescovo s. Cecardo o Ceccar-
do, fu ucciso pel fervido zelo con cui
correggeva uomini perversi : l'illu-
stre suo martirio avvenne in Car-
rara, ed ivi nella chiesa maggiore
giace anche oggidì entro un'urna
di marmo di elegante lavoro, in-
vocato con religioso culto, special-
mente da che, pochi anni addie-
tro, cioè a'g aprile i832, monsi-
gnor Zoppi , primo vescovo di Mas-
LUN
sa Ducale, ne ottenne dal Papa
Gregorio XVI il riconoscimento del
cullo immemorabile, festa ed officio
proprio , come notò ancora il eli.
sacerdote Semeria a p. 206 della
sua Storia ecclesiastica di Genova
e. della Liguria. Ebbe amicizia e
corrispondenza col Papa s. Grego-
rio l il vescovo s. Venanzio di
Limi, e si hanno òtto epistole del
primo al secondo, sia per gli uf-
lìzi del sacro loro ministero, sia
pel vincolo d' amicizia, tutte meri-
tevoli di attenzione, siccome monu-
menti preziosi di disciplina eccle-
siastica, e perchè danno urt' idea
qual fosse lo stato politico e civi-
le della città nel terminare del se-
colo VI. Colla prima dèi £9,4 s.
Gregorio I interdisce i cristiani di
stare a servire gli ebrei abitanti
nella città di Luni, e nel tempo
medesimo egli accorda a questi
ultimi la facoltà di continuare a
tenere i bri ini nella qualità di a-
gi'icoltori delle terre di proprietà
degli ebrei, purché i lavoratori vi
stiano come veri coloni, e senza
aggravio di altri oneri servili. Nel-
le altre si ragiona, della penitenza
da infliggersi all' abbate di Porto-
Venere, e ad un ex sacerdote,
inviandoli in castigo ai monasteri
delle isole di Capraia e della Gor-
gona, le quali allora doveano es-
sere sotto la giurisdizione spiritua-
le del vescovo di Luni ; della rego-
gola pastorale inviata a Venanzio,
insieme ad una veste pel battesimo
d'un'ebrea convertita in Luni; sul-
T approvazione del monastero di
vergini che il vescovo voleva fon-
dare «ella propria casa dentro la
città di Luni, con fondi e sacri
arredi, con cappella annessa in o-
nore di s. Pietro apostolo, de' ss.
Giovanni e Paolo martiri, di $*
VOL. Xfc.
LUN 145
Ermo e di s. Sebastiano, pel qual
monastero il Papa mandò poi l'ab-
badessa, ec.
Successore a s. Venanzio fu s.
Basilio, secondo 1' Ughélli, che nel
toni. I, p. 853 dell' Italia sacra
riporta la serie de' vescovi di Luni:
s. Basilio fu di tale e tanta santi-
tà, che la chiesa cattedrale, in cui
dopo la morte fu sepolto, dimen-
ticato l'antico suo titolo, venne dap-
poi denominata chiesa di s. Basi-
lio ; cessò di vivere a' 29 ottobre.
Indi abbiamo vescovo s. Salario
martire, in cui onore fu eretta una
chiesa tra il castello di s. Teren-
zio e Lerici, nel qual luogo di-
cono alcuni storici che abbia ver-
sato il sangue, non per la per-
secuzione degl'infedeli, riè pel fu-
rore degli eretici , ma per la di-
fésa de' diritti ecclesiastici; la sua
festa celebrasi a' 2 2 Ottobre. Tra
i di lui successori nomineremo l'im-
mediato Lucio; Gualcherio eh' era
vescovo all'eccidio de* normanni; O-
delberto cui Berengario confermò'
i privilegi che Carlo Magno avea
conceduti alla chiesa di Lurii; A-
delberto del 961; Goffredo figlio
del rnaì'chese Attone proavo della
contessa Matilde; Guido del 1078;
Andrea del fia'4; Goffredo del
1 1 37 ; Alessandro 0 Pietro che fu
nel 1 1 79 al concilio generale la-
teranense IH. Già a quel!' età il
vescovo e clero della diroccata Lu-
ni , vagavano dall' antica sede al
Sarzana {Vedi\ talvolta all'Ame-
lia e spesso a Castel Nuovo di Ma-
gra, a cagione dell' aria divenuta
malsana, in vista di che essendo ve-
scovo Gualtiero il Pontefice Innocen-
zo HI colla bolla In eminenti Sedia
jépostolicae, del 1202, e con altra
del 1204, concesse che la catte-
drale di Luni si trasportasse a
10
i46 LUN
Sarzana, erigendo la chiesa di s.
Andrea in cattedrale. Con tuttociò
il capitolo di Limi non sembra
che si stabilisse subito in Sarzana,
mentre lo troviamo anche dopo il
secolo XIII ad uflìziare in Castel
Nuovo di Magra, paese situato in
poggio e assai vicino a Luni. E
in fatti a Castel Nuovo furono re-
datti gli statuti più antichi del capi-
tolo di Luni, e in Castel Nuovo nel
6 ottobre 1 3o6 capitò Dante Alighie-
ri incaricato dei marchesi Maiaspina
per trattare la pace con Antonio
de Canulla vescovo di Luni, mala-
to in quell'episcopio. Dipoi Nicolò V
di Sarzana confermando ed amplian-
do il decretato d'Innocenzo III, vol-
le che si dicesse episcopato Lunen-
se-Sarzanense. L'abbandono totale
cìi Luni per parte del suo clero,
e il di lui stabilimento finale in
Sarzana, data veramente nel i465,
anno in cui il Pontefice Paolo lì
a'21 luglio segnò la bolla di tras-
lazione formale della sede di Lu-
ni in Sarzana, sul riflesso che quel
clero era vagante. Nella bolla in-
oltre si dice , che conservato il
nome di città alla stessa deserta
Luni, viene ordinato che sia tras-
latata la cattedra in s. Maria di
Sarzana , erigendo questa in cat-
tedrale con tutti i privilegi delle
altre chiese vescovili, e dando a
Sarzana il titolo di città. Alla mor-
te di Giulio Cesare Pallavicino,
vescovo di Luni e Sarzana, Pio
VII con bolla de' 18 febbraio 1821
separò dal vescovato centododi-
ci parrocchie, per costituirle alla
nuova diocesi di Massa Ducale,
compensando il vescovato di Luni
e Sarzana con riunirvi la sede ve-
scovile di Brugnato (Fedi), e che
questa fosse concattedrale a Sarzana.
A questo ultimo articolo parleremo
LUO
de'successori del vescovo Gualtiero,
e di quelli di Brugnato, con altre
notizie analoghe. 11 Papa Gregorio
XVI, nel concistoro de' 19 maggio
1837, dichiarò vescovo di Luni-
Sarzana e Brugnato nel Genove-
sato, l'odierno monsignor Francesco
Agnini genovese.
LUOGHI DI MONTE, Loca
Montium. Credito di somma deter-
minata in un monte: così il Dizio-
nario della lingua italiana. Il car-
dinal de Luca, De locis montium,
p. 5, de vocabulo mons quid si-
gni/icet, dice: » denotat omnem cu-
mulum, sive omnem massam, vel
collectionem pecuniarum, vel fru-
gum, aliarumque rerum, quae ad
publicum usum , publicamque ma-
jorem commoditatem , cum pu-
blica auctorifcate, et quandoque e-
tiam privata, prò aliquo publico
opere pio, vel prophano facta sit,
ad instar montis materialis ". Di-
scorrendo poi a p. 9: De specie
mondimi, et de loca montium ca-
meralia , ecco come si esprime .
*» Consistere dicitur in illis publicis,
et regalibus redditibus, quos prin-
ceps supremus, ejusque camera, vel
respublica habens regalia, et jura
supremi principatus, assignat illis,
qui pecunias ei accommodant prò
publicis indigentiis, tamquam per
speciem censum consigrtativi ad ra-
tionem tot prò centenario singulis
annisj donec soluta pecunia in sor-
te, restituatur singulis scutorum
centenis, unum assignando iocum,
puta quia camera principia , vel
respublica prò bello, vel prò aliis
accidentibus indigens magna , et
prompta quantitate pecuniarum ,
quam cum ejus honorum, vel ju-
rium annuo, vel alias temporaneo
fructu, sive emolumento prompte
obtinere non potest, curat vendere,
LUO
Tel oppignorare proprieratem , vel
soi lem principalem , ut ita habens
(exempli gratis) ex publicis vecti-
galibus, aliisque regalibus juribus
annutim recidi in m seutorum cen-
tum miliium, promptnm obtineat
summam duorum millionum, ven-
dendo, vel oppignorando dieta jura,
cum cu jus redditibus solvat accorci -
modanlibus pecuniam fructum ad
rationem seutorum quinque , vel
quatuor prò centenario, donec ac-
ceptam pecuniam resti t uh t, atque
clebitum redimat, taroquam per
speciem impositionis census consi-
gliativi, cui baec loca montium 3
vel similia jura doctores assimilant,
quamvis aliquae dignoscantur diffe-
rentiae inferius recensendae, ita con-
stituendo tot loca, seu portiones,
quot sunt seutorum, quae recipiun-
tur, centena, sive ista sint sciita
monetae, sive sint auri, cum ista
difierenlia percutiat solum modurn
solutionis fructuuni, et restitutionis
sortis, ut infra cap. 3 et 4? dum
a lii solent esse moutes in moneta,
et atti in auro. Quamvis autem
haec loca montium sint de dupli-
ci specie , quod scilicet, alia sunt
vitalitia, seu vacabilia, et alia non
vacabiiia, nec vitalitia sed perpetua,
eodem modo, quo babetur in prae-
missis censibus consignativis, quod
alii sunt perpetui et a!ii vitaìitii ,
ut in sua censuum sed habetur.
Pfibilominus de perpetui», et non
vacabilibus in hac tiactntione solum
agilur, cum respectu vilalitiorum,
seu vacabilium, deserviat , et oppor-
tuna sit potius altera praecedens la-
tita* tractatio officiorum venalium
et vacabilium, dum ea, quae ibi de
bujusmodi offìciis dieta sunt , ada-
mussim, et in omnibus congruunt
istis locis montium vacabilibus ,
quae habere videntur speciem il-
LUO i47
lorum ofiìciorum popularium ter-
tiae classis, quae nullam habent
annexam administrationem, nulla-
que in eis electa dicitur industria
personae, sed sunt ad solum nego-
tium, et interesse bursale M«
Fabrizio Evangelista, De locis
montium cameralium non vacali'
lium nel lib. I, cap. II, definisce i
luoghi de' monti. » Loca montium
sunt quaedam species redditum, seu
censuum, qui comparantur a princi*
pe seu republica mediantibus lite-
ris patentibus, ac registris publicis,
quae stant loco instrumenti alias
inter privatos iniri soliti. Card. De
Luca ad materiam locorum mon-
tium disc. 23, n. 18 etseq. Fit enim
ex dictis redditibus acervus, et ag-
gregatio quaedam, quasi mons pe-
cuniae iis praestandae, qui redditus
emaut a principe, vel republica pos
Ugol. de Usur. fìrmat Choell. ad
bull. bon. regiminis cap. 34, art. 1 1,
n. 22. In Hispania loca montium
dicuntur Jura teste. Larea alleg.
32 per tot. Salgad lab. credit, p.
2, cap. 5, «. 5g et seq. Venetiis
vero dicuntur dedita in Oede mo-
netaria vulgo Zecca, ut notat Pe-
regria, con*. 43, ti. 1, lib. 1. Bononiae
dicuntur Benedectini, ex constitutio-
ne s. m. Benedicti XIV sub datum
6 januarii 1742 assignata eorum
dote super datiis, redditibus, impo-
sitionibus, et gravaminibus, et ha-
bentur ad instar locis montium Ur-
bis. Rot. dee. 1 1 , n. 1 et seq. co-
rani Falcon. Ferrariae dicuntur ,
Sanitalis et Communitatìs. Tauri-
ni dicuntur, s. Joannis Baptistae ".
Nel Dizionario delle origini all'arti-
colo Monte di pietà {Vedì)} si dice
che sul modello de' monti di pie-
tà, dai quali -si accordavano e si
accordano prestili a benefìcio dei
poveri con piccolo pagamento d'in-
i48 LUO
teresse , si fondarono in Italia , e
specialmente nelle provincie venete,
monti così detti di grano, i quali
in molti anni di carestia servirono
e servono grandemente al soccorso
della classe indigente, massime dei
contadini. Da sillìilti monti vuoisi
adombrala l' origine de' luoghi di
monte. Chiamossi poi Monlisla il
possessore de* luoghi di monte .
Nello stato pontificio i luoghi di
monte erano vacabili se circoscrit-
ta ad un tempo era la loro estin*
zione, non vacabili, se perpetui ;
i vacabili erano vitalizii che la
camera apostolica col suo Teso-
ro ( Fedi ) pagava annualmente
al inontista, come annue erano le
rendite che la medesima sommi-
nistrava ai montisti di luoghi di
monte non vacabili. Siffatti monti
presero la denominazione, secondo
il perchè e la cagione onde furo-
no istituiti. Vi furono anche luo-
ghi di monte eretti da signori par-
ticolari, che davano in garanzia le
loro terre: ne tratta l'Evangelista
nel cap. IV, n. 29. Il prelato te-
soriere generale avea la soprain-
tendenza de' monti creati e di quel-
li che si erigevano' poi. Dei vaca-
bilisti o uffizi veuali vacabili, se ne
tratta all'articolo Vacabili o Vaca-
BILISTf.
JVello stato pontificio l'uso di
erigere luoghi di monte in Roma,
provenne dal Papa Clemente VII,
eletto nel i523, allorché per sup-
plire all'armamento ausiliare delle
truppe da lui destinate al soccor-
so dell' imperatore Carlo V, contro
la potenza formidabile di Solima-
no II imperatore de' turchi , inde-
bitò le rendite de' dominii della
santa Sede, con una specie di cen-
so consignativo, sotto il vocabolo
di Luoghi di Monte; ritraendo dal-
LCJO
le persone private il denaro col
quale si formarono tanti monti ,
quante centinaia di scudi venivano
da esse alla camera apostolica e
suo tesoro somministrate. 1 monti-
sti riscuotevano dallo stesso tesoro
pontificio il frutto di dieci scudi
per cento, fruito che in progresso
di tempo diminuì a seguo, che
nell'ultimo periodo del secolo pas-
salo si ridusse a soli tre scudi per
cento. Dappoiché i luoghi di mon-
te, pei lodevoli motivi onde furono
inslituiti dalla paterna sollecitudi-
ne de' Papi a soccorso delle na-
zioni cattoliche, cioè pei motivi che
andiamo a registrare, ridussero ben
presto il tesoro pontificio a circa
dieci milioni di scudi di debito, i
cui frutti assorbivano la maggiore
e miglior parte delle rendite della
camera apostolica. Vi è chi ha at-
tribuito la causa dell'abbandona-
mento dell' agricoltura nell'agro ro-
mano, alla istituzione de' luoghi di
monte. Osserva però il eh. monsi-
gnor Nicolai nelle sue Memorie sul-
le campagne di Roma t. IH, p. 90
e i5o, che invece l'agricoltura ri-
sorse sotto Clemente VII, e si au-
mentò anche dopo quando le per-
sone facoltose potevano impiegare
il denaro con molto frutto e sen-
za pericolo nell'acquisto de' luoghi
di monte, piuttosto che nella col-
tivazione delle terre. Può essere che
moltiplicatesi le occasioni d'investi-
re il denaro ne' luoghi di monte,
si distraessero sempre più i ricchi
dall'agricoltura; rna la causa prin-
cipale per cui allora si ritornava
ad abbandonare la coltivazione del-
le terre, forse erano i vincoli che
si frapponevano non tanto dalle co-
stituzioni, le quali variamente mo-
deravano la libertà delle tratte,
quanto dalla poco esatta condotta
LUO
e parzialità de' ministri, che facil-
mente potevano abusare de' vincoli
delle leggi, perchè gli agricoltori
non godessero il promesso benefì-
cio delle tratte, mentre queste sot-
to speciosi pretesti si concedevano
agli appaltatori, o ad altri che^per
privilegio, per grazia, per regali ra-
pivano il prezzo de' benemeriti a-
gricoltori.
Pa Paolo III poi sino a Paolo
V, i| tesoro pontificio spese ben
solici milioni di scudi, a bene-
fìzio delia sola Germania. Laon-
de calcolandosi le spese fatte dai
successivi Pontefici Gregorio XV,
Urbano Vili, Alessandro VII, Cle-
mente X, Innocenzo XI e Clemen-
te XI per sovvenire le urgenze del-
le cattoliche nazioni estere, si tro-
va clic nel corso di più d'un seco-
Jo e mezzo, la camera apostolica si
gravò per più di venti milioni di scu-
di di debito, presi per molto tempo
al dieci e fino al dodici per cento,
ridotti per ultimo al tre per cento.
Calcolando in questo minore frut-
tato soltanto il debito contratto
dal tesoro pontificio pe2 sovveni-
menlo gratuito delle nazioni, esso
divenne aggravato dell'annuo debito
e frullato di molto più di quat-
trocento mila scudi, senza calcolare
molte altre somme ben grosse, che
la reverenda camera sborsò pegli stra-
nieri. Il cardinal De Luca, De locis
montinm cap. V, n. 9, fa il confron-
to del denaro che veniva a Roma
per la dateria, con quello che ne
uscì. Giovanni Marchetti poi arci-
vescovo, trattò ex professo questa
materia nel libro : Del denaro stra-
niero che viene a Roma, e die se
ne va per cause ecclesiastiche, cal-
colo ragionato, Roma 1800. Chi
leggerà le dimostrazioni del dotto
e veridico scrittore, conoscerà pie-
LUO 149
Demente quanto sieno ignoranti ,
ingiusti, detrattori e maligni quelli
che accusano la corte romana di
guadagnare sulle nazioni estere, per
quel poco di denaro ch'esse vi man-
dano per rescritti, brevi e bolle. Ri-
flette il Marchetti : Se in vece di
donare, se in vece di essere la ca-
pitale della religione, Roma fosse
stata un banco di negozio , ed a-
vesse somministrato a discreto frut-
to quel suo denaro dato in sovve-
nimenlo gratuito delle nazioni este-
re, introiterebbe Roma almeno an-
nui scudi 773,283, e niuno ne a-
vrebbe fatto un lagno; quando non
ne vengono pei riferiti motivi nem-
meno scudi 3oo,ooo, cioè ai tem-
pi del Marchetti, dopo i quali tale
introito soffrì grande diminuzione.
Ecco come si è gridato, calunniato
ed esagerato senza ragione, anzi con
ingratitudine; deve inoltre notarsi
che talvolta i Papi imposero ga-
belle e dazi ed altre gravezze ai
propri sudditi , per aiutare gli al-
trui ; per quanto fecero nelle Cro-
ciate , si è detto a quell'articolo.
Clemente VII dunque, come af-
ferma anche il Bernino nella Sto-
ria delle eresie, t. IV, pag. 3 80,
eresse ed introdusse in Roma i
luoghi di monte per impedire l'e-
stensione delle conquiste de' turchi
a danno de' fedeli. Duemila di
questi monti furono eretti la prima
volta, importanti il capitale di scu-
di 200,000, e furono denominati
Monti Fede, dalla pia causa onde
furono eretti. Paolo III aumentò
tali luoghi di monte. Pio IV vo-
lendo soccorrere il re di Francia
nella guerra contro gli eretici ugo-
notti, eresse il Monte Pio, più i
Monti soccorso primo, soccorso se-
condo, ed Avignone, nella quanti-
tà di diecimila luoghi, coulraendo
s5o LUO
perciò un milione di scudi dì de-
bito. Questi monti trasportati di-
poi da Alessandro VII nel Monti-
Ricuperato o Ristorato, variarono
nome non l'effetto. Nel 1 5y i s.
Pio V conchiuse 1' alleanza e la
lega col re di Spagna e co' vene-
ti, contro Seiim II possente impe-
ratore ottomano, per cui i cristia-
ni vinsero la strepitosa battaglia di
Lepanto. Perciò il Papa vendè l'uf-
fìzio di camerlengo, impose le De~
cime ( Vedi) sugli ecclesiastici , ri-
pevetle 4ojOOo scudi d'oro da do-
dici congregazioni monastiche, ed
eresse il Monte della Fede poi det-
to Religione, e ne ricavò grandi
somme. Per comprimere l'orgoglio
de' turchi e quello degli eretici, s.
Pio V spese più di due milioni di
scudi, che ritrasse da una nume-
rosa aggiunta ai Monti Novennali,
e da altri da lui eretti, e chiamati
Monti Lega, Monti Religione, seb-
bene non tutto il prezzo incassò,
ciò che poi fecero Gregorio XIII,
Sisto V e Gregorio XIV. Inoltre
s. Pio V facol tizzo monsignor te-
soriere a vendere quelle porzioni
del Monte Pio Ricuperalo, vacate
per la morte de' montisti. Mode-
rato co* parenti, s. Pio V donò al
nipote Paolo cinquantasette luoghi
di monte, nel che fu imitato da al-
tri Pontefici. Sotto Gregorio XIII,
per diverse alienazioni di terre ed
erezioni di luoghi di monte, la
camera apostolica trovavasi de-
pauperata a segno, che di rendi-
te non gli restavano più di scu-
di 160,000, la maggior pai te
fondati nel sussidio triennale ira-
posto da Paolo III ; laonde estinse
in parte il Monte Pio, col resti-
tuire il denaro ai montisti. Questo
monte dopo l'istituzione di Pio IV
costava alla camera apostolica scu-
LUO
di 35,1 5o a ragione del dodici per
cento, poscia ridotto da s. Pio V
al sette per cento. Il monte im-
portava in sorte scudi 47°>0°o, e
voleva Gregorio XI li a mezzo del
tesoriere generale del lutto estin-
guerlo; ma siccome molti montisti
ne aveano assegnalo le rendite a
chiese, per doti o per fidecommissi,
si contentò il Pontefice che restas-
se di soli scudi i6o,oco, col solo
sei per cento ai montisti. Indi tolse
la gabella alla carne porcina, com-
pensando l'erario coli' erezione di
un luogo di monte estinguibile, al
sei e mezzo per cento. Quando il
successore Sisto V nel i585 mon-
tò sul trono, trovò il tesoro papa-
le esausto, mentre i suoi vasti pen-
sieri, le spese immense necessarie
a* suoi grandiosi divisamenti , ri-
chiedeva gran copia di denaro. Per
supplire a tanti bisogni, ad imita-
zione de* suoi predecessori, comin-
ciò a riformare gli uffizi vacabili ,
e ne aggiunse altri : questi uffizi
come venali si vendevano a pro-
fitto dell'erario, ed alla morte del-
l' acquirente l' uffizio vacava. Fra
questi eravi il tesoriere generale ,
che avea la sopraintendenza sui
luoghi di monte: riserbò Sisto V
da questo uffizio l'annua somma
di scudi 5ooo, che applicò al Mon~
te Tesoreria, da lui eretto. I luo-
ghi di monte rinnovati o creati da
Sisto V, sono i seguenti. I. Monte
dell'Archivio. II. Monte d'Avigno-
ne prima erezione. III. Monte d'A-
vignone seconda erezione. Chianios-
si col primo nome perchè Pio IV
lo creò nel soccorrere il re di Fran-
cia, e liberare dagli eretici la con-
tea d'Avignone e territorio, domi-
mi della santa Sede; si chiamò
l'altro di seconda erezione , perchè
lo stesso Papa fece uua seconda
LUO
erezione di detto monte, per via
di ampliazione, pel sussidio contri-
buito di nuovo al re di Francia.
IV. Monte s. Bonaventura. V. Mon-
te Cancelleria. VI. Monte Carner-
lengato. VII. Monte Dateria. Vili.
Monte Giulio, creato già da Giu-
lio III. IX. Monte Lega, creato da
s. Pio V insieme col Monte Reli-
gione. X. Monte Pio Ricuperalo.
XI. Monte Sisto. Ora andiamo me-
glio a dire de' luoghi di monte
mentovali ed altri, eretti o ripri-
stinati da Sisto V.
Dicemmo all'articolo Archivi, che
Sisto V avendo dato in affitto gli
archivi delle scritture di tutto lo
stato ecclesiastico per nove anni,
coll'annua risposta alla camera di
scudi i 1,000, sopra questi colla
costituzione Decet Romani Ponti-
fici s3 creò il Monte Archivio , pel
quale assegnò, dalla somma di tale
appalto, la rata di scudi 9,800 per
frutti di luoghi di monte 980 a ra-
gione di scudi dieci per luogo eretto,
alla valuta di scudi cento per por-
zione, e costituente il capitale di scu-
di 98,000, risei bando scudi 1200,
compimento dell'appalto. Avendo
inoltre Sisto V esposto in concisto-
ro ai cardinali l'urgenza di fare il
ponte Felice, la cupola di s. Pietro,
e di contribuire il soccorso promesso
a Filippo II re di Spagna per l'im-
presa dell'Inghilterra caduta nello
scisma, e per liberare dalle mani di
Elisabetta la cugina Maria Stuar-
da; col parere de' cardinali stessi
e coli' autorità della costituzione
Inter multiplices, creò il Monte s.
Bonaventura per scudi 3oo,ooo e
luoghi tremila vacabili, a ragione
di scudi dieci per cento e per luo-
go, dandogli in assegnamento dei
fruiti, scudi io,5oo dalla Doga-
na di Roma {Vedi), computato
LUO i5i
l'aumento di bollo e delle pelli pe-
lose; dalla tesoreria di Romagna
scudi ii,5oo mediante l'unione
dell'appallo delle saline di Cervia ,
ed estrazioni dalla provincia; dal-
l'appalto generale delle poste pon-
tificie, che gli antecessori avevano
riserbato pel mantenimento del som-
mo Pontefice, scudi 4>5oo ; dal reg-
gimento di Bologna per la gabella
ch'egli trovò in essere del vino,
unita a quella della tesoreria, scu-
di 3,5oo; ma perchè questa prima
erezione non bastava a' suoi dise-
gni, estese questo monte ad altri
ioojooo scucii, assegnando per l'an-
nuo frutto del io per cento, scu-
di 6000 smembrati dall'uffizio ve-
nale vacabile dell' uditorato came-
rale, ed altri scudi 4°°° dal men-
zionato appalto delle poste, come
consta dalla sua costituzione de' 19
settembre i588; sicché queste due
creazioni ed estensioni del Monte
s. Bonaventura, portarono alla cas-
sa scudi 400)000' Da Paolo IV, e
da Pio IV suo successore imme-
diato, era 00 state alienate le can-
cellerie, segreterie, e notariati ci-
vili e criminali di tutti i domimi
pontifìcii per 5ooo scudi, dando
agli acquirenti la facoltà di fon-
dare sopra detti uffizi un monte
vacabile, e che dovessero cedere a
prò loro le stesse vacabilità. Con-
siderando Sisto V l'enorme lesione
del contratto che offendeva i di-
ritti della santa Sede, colla bolla
Pastora lis officii, pubblicata a' 21
luglio 1 588, spiegò la fraude fatta
dai conduttori nel rendere surre-
tizie le menti de' due Pontefici no-
minati, ed abolì questo contratto ,
mediante la quale cessazione, ven-
ne alla creazione del Monte Can-
celleria pel capitale di scudi 50,000,
e luoghi ooo a ragione di 100
}$2 LUO
pendi l'uno, ed a forma degli altri
monti vacabili, da darsi pei' asse-
gnamento fisso del frutto , annui
sudi 5,ooo sopra i nuovi condut-
tori delle predette cancellerie e
membri annessi. Giovanni Agosti-
no Pinelli comprò questo monte
di 5oo luoghi pel detto prezzo di
scudi 5ooo annui alla camera a-
nostolicaj e Sisto V avendo appro-
vato detta vendita , di nuovo lo
vendè al Pinelli, accordandogli la
facoltà di vendere ad altre persone
ì medesimi luoghi di monte.
Nella stessa maniera, essendo ve-
nuto a morte il cardinal Guasta»
villani camerlengo di s. Chiesa, Si-
sto V deliberò d' incamerare l'en-
trata del camerlengato. Da questa
smembrò la rata di scudi 6000,
dando la quota di scudi 2200 ai
cinque chierici di camera da lui
accresciuti, e quegli scudi 38oo che
avanzavano, li serbò per creare,
come effettivamente fece a* 12 set-
tembre i587? il Monte Camerlen-
gato, per luoghi 664 a scudi 101
£ mezzo per porzione, a ragione di
scudi nove per luogo di fruttato,
e costituente il capitale di scudi
65,366, i quali incamerò. Pei frut-
ti poi, ammontando a scudi £769
annui, assegnò l'avanzo di scudi
38oo compimento de'6ooo sepa-
rati dall'uffizio del camerlengato, e
scudi 2000 sopra i banchieri della
curia romana, tassata ad una certa
somma annua per gli utili che a
loro recano le spedizioni oltramon-
tane della dateria, per le cedole
bancarie fatte dai medesimi. Avea
il santo Padre già istituito il teso-
riere del datario, creandolo uffizio
vacabile; ma vedendo che il teso-
riere avea molti assegnamenti che
lo facevano oltremodo dovizioso ,
smembrò dal suo uffizio cinque scu-
LUO
di d'oro per qualunque spedizione
beneficiale di minor grazia, ed as-
segnolli pel pagamento dèi frutti
del Monte /)<i furiato, che creò per
luoghi 600, pel valore capitale d>
Scudi 60,000 a ragione del io per
cento, colf assegnamento predetto,
dichiarando neljo stesso tempo ,
che se in qualche caso il suddetto
provento di cinque scudi d'oro non
coprisse gli accennati scudi 6000,
frutto certo, allora estendeva per
qualunque mancanza la facoltà so-
pra la gabella della carne, impq-
sta già da Pio IV pel monte che
creò, la rendita della quale era su-
periore a quello che qccorreva al
predetto monte da Pio IV eretto.
11 prezzo poi delle rassegne costi-
tuenti gli scudi 60,000, volle chp
andasse in deposi teria generale agli
usi ed effetti medesimi espressi
nel Monte Camerlengato preceden-
te. Ma non era tutto questo ba-
stante a supplire alle spese che Si-
sto V andava facendo ; il perchè ,
siccome egli non fece m,ai cosa al-
cuna senza il consiglio de* cardi-
nali, cosi radunato il concistoro ,
espose loro che per tale cagione
era costretto per quella sola volta
ad aggravare i suoi sudditi, con
imporre per tutto lo stato, a riser-
va di Roma e di Bologna, la ga-
bella di un quattrino per ogni fo-
glietta o piccola misura di vino,
che nelle osterie e case private si
vendesse a minuto. Il sacro colle»
gio approvò il pontificio divisamen-
te , laonde Sisto V a' 24 api ile
i5§7 affittò la gabella per scudi
70,100 a Filippo Anlinori banchie-
re fiorentino iu Roma, per cinque
anni, con patto di pagarsi la rata
di bimestre in bimestre nella dc-
positeria generale. Non contento
ancora, Sisto V adunò di nuovo
LUO
il concistoro, nel quale espose ai
cardinali che ideava creare un mon-
te vacabile chiamalo Sisto, a ra-
gione di scudi dicci per cento, col
capitale di scudi 5oo,ooo, dando-
gli per assegnamento stabile de'frut-
ti scudi 5o,ooo della nominata ga-
bella. Indi loro provò di avere
trovato il modo d'incamerare mez-
zo milione di scudi, e di avanzar-
ne 20,100 in componimento del-
) 'aiiìtto annuo che 1' Antinori pa-
gava per la foglietta. Approvarono
tutti i cardinali l'esposto, ed il Pa-
pa eresse il Monte Sisto, dando fa-
coltà a monsignor Popoli tesoriere
per la vendita che facilmente tro-
vò di cinquemila luoghi, comprati
da Marcantonio Ubaldini e com-
pagni per scudi 026,000, i quali
furono chiusi in Castel s. Angelo.
Accortosi però Sisto V di non
essere utile al principato la ga-
bella suddetta di un quattrino per
foglietta e la creazione del monte,
non restando in egual porzione gli
scudi 70,100 annui di risposta,
ma che l'appaltatore si arricchiva,
oltre le angari e che i ministri di
quello facevano a'popoli; quindi è
che convocato il concistoro a' 27
luglio i588, colla costituzione Hu-
manarum rerum, abolì l' appalto
d| detta gabella , e conseguente-
mente restò estinto il Monte Sisto,
cui cercava l'assegnamento di scu-
di 5o,ooo pei frutti. Prestava con
tal soppressione da prendere prov-
videnza per la reintegrazione dei
montisti,ed ecco il partito a che Si-
sto V si appigliò. Aveva Gregorio
X11I eretto il M 'onte Camerale non
vacabile chiamato Monte delle Pro-
vincie , del quale era depositario
Bernardo Olgiati, che avea in ma-
ni di sopravanzo scudi 200,000.
Sisto V dunque fece passare per
ivo
53
duemila luoghi del Monte Sisto al
Monte delle Provincie coli' esenzio-
ne della vaeabilità e minorazione
del frutto al sei per luogo, dando
a benefizio sì dell'uno che dell'al-
tro la vaeabilità di tremila luoghi
rimanenti del Monte Sisto, cui ce-
der doyeano con promessa all' in-
tera estinzione di due monti. Per
gli altri tremila luoghi riparò eg|i
con un riparto mollo tenue sopra
je provincie che avevano sofferto la
gabella della foglietta, assegnando
a tutte col riparto, la rata di scu-
di 34)0 00 pei frutti e spese di
detti luoghi tremila avanzati a scu-
di dieci per cento. Le provincie
erano : Campagna, Marittima, La-
zio e Sabina scudi 2700; Patri-
monio e Civitavecchia spudi 52oo;
Umbria scudi 7090 ; ducato di Ca-
merino scudi 1000; Marca ed An-
cona scudi 10,700; Loreto e Ro-
magna scudi 75oo; in tutto scuoM
34,ooo. Resta a parlare de' Monti
Camerali non vacabili, i quali a
tempo di Sisto V erano quattro.
Due mesi dopo la sua esaltazione
al trono, cioè a' 29 luglio i585,
il Papa convocò il concistoro , ed
espose ai cardinali, che trovandosi
senza denaro per estirpare i ban-
diti e malviventi, onde restituire
allo stato la pace, aveva necessità
di creare un Monte Camerale non
vacabile, col titolo di Monte Pace,
senza che pei frutti venissero ag-
gravati i sudditi. Piacque l'idea, e
colla costituzione Multa et gravia,
fu eretto questo monte per scudi
3oo,ooo, in luoghi tremila a ra-
gione del cinque per cento o sia
per luogo, costituente l'annuo frut-
tato di scudi 1 5,7 5o, tolti ed as-
segnati sopra l'ailìtto delle dogane
generali di Roma condotte da Ti-
berio Cevola , colla cauzione pei
i54 LUO
nmutisti, che in tutti i tempi av-
venire si sarebbe conservato a prò
loro una pari e duplicata somma
nelle dogane. Diede però la facol-
tà per la rassegna di detto monte
al tesoriere generale Benedetto Giu-
stiniani, all'indie rassegnati che fos-
sero detli tremila luoghi pel valo-
re di scudi 3 00,000, si serbassero
in deposi leria generale all'uso sud-
detto dell'estirpazione de' malviven-
ti, e si chiamò poi sempre Monte
Giustiniani.
Aveva nell'anno 1^26 Clemen-
te VII creato il Monte Fede per
la somma di scudi 200,000 a ra-
gione del dieci per cento. Il suc-
cessore Paolo III vedendo che il
fruttato era troppo vantaggioso ai
montisli, io ridusse a scudi sette e
mezzo per cento , ampliando però
il monte di altri scudi 200,000.
Ora Sisto V, esaminando che il
fruttato cosi ridotto era sufficiente
a misurare una somma superiore
a quella che Paolo IH avea au-
mentata col sette e mezzo per cen-
to, e considerando che il sei per
cento era assai più che giusto, sop-
presse ed eslinse il Monte Fede di
luoghi quattromila ed ottocento pel
capitale di scudi 4§o,ooo, e con-
temporaneamente colla costituzione
fiumani plerumque, de' 20 ottobre
1587, creò un nuovo monte collo
stesso titolo, pel capitale di scudi
600,000 e rispettivi seimila luoghi
a ragione di sei scudi per cento
p sia per luogo, coi medesimi as-
segnamenti dati al prefato monte
da Clemente VII e da Paolo III,
ph'essi aveano eretto ed ampliato
sopra le dogane di Roma; onde
con tale industria Sisto V inca-
merò scudi 120,000, co* medesimi
36,ooo che Paolo IH aveva asse-
gnati ai 480,000, e che da Sisto
LUO
V furono saviamente riparati so-
pra i 600,000 scudi del nuovo
creato monte. Aveva pure s. Pio V
creato il Monte Religione, lascian-
do la via aperta a' successori di
ampliare e rassegnare le porzioni
di detto monte, le quali Sisto V
estese per luoghi seicento quaran-
ta, e in tal guisa incamerò scudi
f>4,ooo, senza che gli occorresse
far nuova costituzione , e pensa-
re al riparo de' frutti da s. Pio
V stabiliti sopra la gabella della
carne. Detta estensione non fu di
somma maggiore, perchè Gregorio
XIII ne avea rassegnati altri, on-
de non v' era luogo che per li pre-
detti seicento quaranta luoghi, co-
me disse Alessandro VII nella ri-
forma che ne fece poi nel 1 656.
Lo stesso Gregorio XIII avendo
osservato che la scarsezza del fru-
mento angustiava bene spesso Ro-
ma, e il distretto ancora di essa,
pensò di far acquisto, come ese-
guì, dagli eredi di Filippo Pieruz-
zi fiorentino, de' terreni e tenute
delle Chiane ne' territori'! di Civi-
tavecchia, di Monte Leone, di Cit-
tà della Pieve, e di Ficulle per
80,000 scudi, affine di seccare le
Chiane, e renderle coltivate a con-
to della reverenda camera ; ma
perchè i ministri di questa a tut-
t'altro pensavano, in vece di utile
era di remissione, restando senza
frutto la detta somma pagata nel-
la rassegna del Monte Religione ,
col pagamento de' frutti d'annui
scudi 8200. Or conoscendosi tut-
tociò da Sisto V, e che la camera
apostolica non poteva evitare un
discapito , fece segretamente , per
guardarsi dai montisti, trattare l'a-
lienazione di que' terreni colle co-
munità de' territorii in cui erano,
esibendoli per lo stesso prezzo. Ma
LUO
avendo le comunità risposto essere
pronte a compiacere il Papa, però
mancanti del denaro, Sisto V si
orni loro sborsarlo e fu condii usa
la vendita. Adunato pertanto il con-
cistoro, e propostasi dal Pontefice
a* cardinali l'alienazione delle Chia-
ne per 82,000 scudi, creando un
Monte Camerale non vacabile per
detta somma e col nome di Monte
Civitavecchia, a ragione del sei per
cento, costituente la somma di scu-
di 4920 cne addossò alle comuni-
tà acquirenti, colle debite cauzio-
ni, tutto venne approvato. Fondò
eziandio Sisto V il Monte di Or-
vieto, di ottocentoventi luoghi, col
disposto della costituzione Inter
multi plices Pastora li s offìciì s per
1' asciugamento delle Chiane.
Ed ecco le saggie provvidenze del
gran Pontefice Sisto V sui luoghi dei
monti e vacabili; che se i ministri
pubblici ed altri l'avessero esamina-
te, in luogo di criticarle avrebbero
veduto, che le risulte dell'estinzio-
ne de' Monti Camerali non vaca-
bili, si sarebbono estinte, median-
te la regola prescritta da Sisto V
e con vantaggio dell'erario ponti-
fìcio. Con siffatte industrie, si co-
nosce come Sisto V potè fare im-
mense spese per tante opere, come
sono : la cupola di s. Pietro, l' e-
rezione degli obelischi, il restauro
delle due colonne, il trasporto dei
cavalli marmorei sul Quirinale, l'e-
rezione del palazzo lateranense e
dell'ospizio de' poveri , l'introdu-
zione dell'acqua in Roma pei rin-
novati acquedotti, il sussidio alla
Francia, e tanti edilìzi, cioè la son-
tuosa cappella in s. Maria Mag-
giore, la biblioteca vaticana, la
chiesa di s. Girolamo degli schiavoni,
l'edilìzio delle scale sante, le sei gran-
diose strade di Pioma, il restauro
luo m
della chiesa di g. Sabina, la casa pia
presso la chiesa di s. Vito, il col-
legio di s. Bonaventura in Roma,
il collegio Montalto in Bologna, e
tante altre opere e munificenze be-
nefiche, oltre i 5,i5o,ooo scudi
depositati in Castel s. Angelo, ec.
Gregorio XIV, mediante la costi-
tuzione Susccpli, aumentò i luoghi
di monte di Sisto V, ciò che colla
costituzione Vlea, in favore delle
comunità, confermò ed ampliò nel
i5g2 Clemente Vili, il quale nel
i6o3 emanò altre provvidenze per
l'estinzione del Monte delle Pro-
vincie, e pel nuovo regolamento
del Monte Comunità. Clemente Vili
per soccorrere la Germania e l'Un-
gheria contro gli eretici , fu co-
stretto indebitare lo stato pontifi-
cio, colla giunta di duemila luo-
ghi di monte al Monte Novenna-
le, oltre l'erezione del nuovo Mon-
te Ungheria, nella somma di scudi
200,000, e di altro Monte Soccor-
so nella quantità di scudi 400,000.
Inoltre Clemente Vili nel 1600
emanò il motu proprio, Decet Ror
manum Pontijicem, presso il De
Luca pag. 86, super resignationi-
bus montami romanae curìae. 11
Papa Paolo V per comodità dei
poveri nel 1612 istituì il Monte
della Fatina, da cui ognuno po-
teva procurarsi il sostentamento.
In so v veni mento dell' imperatore
contro gli eretici della Germania
eresse un nuovo Monte Religione
secondo , nella somma di scudi
200,000. Inoltre Paolo V nel 160$
fece il 1110 tu- proprio Cu/n prò su-
prema, presso il De Luca pag. 89,
col quale deputò una congregazior
ne sui luoghi di monte della cu-
ria romana, per togliere gli abusi
e qualunque impedimento. Quindi
uel i6i5 Paolo V colla costituzio-
i56
LUO
ne Inter caeltras, confermò le prov-
visioni, le ordinazioni e le tasse
stabilito dalla congregazione da lui
destinata pel regolare andamento
de' luoglii di monte, quale il De
Luca riproduce a pag. 93, ripor-
tando a pag. 95 e seg. Provvi-
sioni ed ordini da osservarsi ed
eseguirsi dai segretari, pro-segre-
tari, computisti , sensali de' luo-
ghi di monte in Roma, ed altri a
cl)i spetta nelle rassegne ed altri
ailari di detti monti. A pag. 1 i'j
poi il De Luca ci dà la costitu-
zione di Urbano Vili, Decct nos
ex pastorali s o/fìciif, de' 18 luglio
1639, ossia la Deelaratio, quod
quaecumque pactiones particola-
ri mn persouarum super montibus,
vel locis roontium quorumeumque,
factae absque Sanctitatis suae, vel
proteetorum, aut ofìicialium ad id,
et ad conliciendas lilteras patentes
deputatorum licentia, non alten-
dantur, nec aflìciant tnontes, et lo-
ca hujusmodi. Dall' autorizzazione
data da Paolo V al marchese Ben-
tivoglio per asciugare alcune palu-
di, ebbe origine il Manie Bentivo-
glìo, che approvò Urbano Vili, ed
in fine di questo articolo ne fare-
mo una breve storia. Urbano Vili
sino dal i635 creò il Monte Co-
munità, col motu- proprio, Clemens
PP. Vili praedecessor.
Essendo stati introdotti i luoghi di
monti vacabili per supplire alle ne-
cessità della camera apostolica, con
un peso più grave per farlo solo tem-
porale, ritenendovi poi le medesime
gravità, diversi gli aveano renduti
perpetui, giacché alcuni Papi allor-
ché vacavano li donarono a' propri
parenti. Erano questi monti vacabili
al numero di quindicimila, vendu-
tisi al principio a ragione di scudi
centodieci l'uno, col frutto di scu-
LUO
di dicci e mezzo, indi per diverse
cagioni erano saliti al prezzo di
centocinquanta 6cudi. Appena nel
i655 divenne Papa Alessandro VII
volle alleggerire la camera di qué-
sto aggravio, per cui propose di
sostituire a questi monti vacabili
altri non vacabili, di cui la came-
ra pagasse il quattro per cento.
Consigliavamo alcuni a restituire
il denaro di questi vacabili , dopo
ch'erano stati venduti per scudi
centodieci l'uno; ma egli ricusando
di fqre tanto danno ai sudditi, de-
terminò che per ogni vacabile si
restituissero scudi centocinquanta^
sei o un luogo e mezzo non vaca-
bile, dicendo che non riputava per-
duto dal principe quel che anda-
va in profitto de' suoi vassalli , e
così donando 600,000 scudi, rice-
vette le benedizioni di tutti ed in-
sieme guadagnò per la camera scu-
di 67,000 di rendita; ed a chi lo
lodava dicendogli, che luttociò ave»
egli tolto a sé slesso, rispondeva,
che non si era tolta se non la co-
modità di peccare. Di tali lodevoli
industrie avea bisogno l'erario pon-
tifìcio, imperocché oltre le imposte
di altri Papi, o per soccorrere i
principi cristiani contro gli eretici
e infedeli, o per la ricupera di
Ferrara fatta da Clemente Vili, 0
per tener pronto un tesoro per
qualunque eventuale bisogno, le
imposte eransj di molto aumenta-
te. Urbano VIIJ, in ventini anno
di pontificato, perle guerre ed al-
tri avvenimenti, avea aggiunto ga-
belle corrispondenti nel frutto a
quattordici milioni di scudi di de-
bito. Il successore Innocenzo X per
la guerra con Parma avea speso
scudi 600,000, dato molto a'suoi,
ed oltre a ciò trovate le spese or-
dinarie superiori alle rendite, avea
LUO
fatto un nuovo debito di tre mi-
lioni di scudi, senza nuove gravez-
ze, ma in modo da render tan-
to più difficile la diminuzione del-
lo antiche. Dopo avere Alessandro
VII estinto tre milioni e più di
scudi in luoghi di monti non va-
cabili, e fruttiferi di quattro scudi
e mezzo, al che seguì altra som-
ma, in tutto di ventisei milioni,
per pagare i quali istituì nuovi
luoghi di monti, che pagassero so-
lamente il quattro per cento. Ma
alcuni giunsero a sospettare che
questa novità di monti avesse per
fine l'arricchimento de' parenti. In
sostanza Alessandro VII soppresse
i Monti Giulio, Fede, primo e se-
condo, Dateria e Camerlengato, e
li com penetrò nel Monte liis fora-
to, in cui traslatò pure i Monti
Lega e Religione, ed i Monti Un-
gheria e Soccorso, tanto col motu-
proprio Inter inulti plices del 1664,
che mediante il motu- proprio Ca-
merae noslrae redditus in dies di-
minuiob temporum calami tates, da-
to nel i665. Tre Monti Ristorati
istituì Alessandro VII, chiamati pri-
mo, secondo e terzo. Clemente IX
eresse il Monte Barberini a' 25 ot-
tebre 1669, col motu- proprio Vo-
lentes dilectum filium Maphaeum
Barberini. Clemente X eresse il
Monte Orsini a' io settembre 1671,
col motu- proprio Romanum decet
Pontìficemj indi nel 1672 soppres-
se il Monte Comunità secondo. In-
nocenzo X a' 16 novembre 1644
ridusse i frutti de' luoghi de' monti
del sale, dell'oro, e del macinato,
eretti da Urbano Vili, da scudi
otto ch'erano per ogni luogo, a
scudi quattro e mezzo. Dipoi In-
nocenzo XI nel i685 colla costi-
tuzione Avendo noi procurato, e-
stese i Monti Comunità, indi sop-
LUO i$7
presse il Monte d'oro eretto da
Innocenzo X, ed il Monte sale d'o-
ro creato da Urbano VIII. Sotto
il pontificato d'Innocenzo XI e nel
1682 nel pubblicare in Roma il
cardinal De Luca il Tracia tus de
offìciis venalibus, vi aggiunse l'al-
tro : De locis mondimi non vaca-
bilium Urbis. Clemente XI a' 2 no-
vembre 1701 emanò il motu-pro-
prio Romanus Pontìfex, presso E-
vangelista p. i58, con cui soppres-
se il segretario de' luoghi di mon-
te instituito da Clemente X, che
pel primo era stato Diego Ursaia;
ed invece nominò un amministra-
tore de' medesimi a disposizione di
monsignor tesoriere generale, nomi-
nando segretario generale ammini-
stratore l'avvocato Filippo Cesari-
ni. Col motu- proprio, Monsignor
Carlo Marini, nel 1707 Clemente
XI aumentò il Monte Comunità.
Il suo successore Innocenzo XIII
soppresse ri Monte Fede nel 1722
col motu- proprio Carlo Collicola
tesoriere, così i Monti Ungheria e
Soccorso. Nel pontificato di Bene-
detto XIII i ministri abusarono
della sua eccessiva bontà, mentre il
tesoro pontificio si trovava col de-
bito di cinquanta milioni di scudi,
e le spese superavano di molto le
rendite. Egli eresse duemila luo-
ghi di monte e si temette che il
frutto di tutti i luoghi di monte
non sarebbero stati pagali per man-
canza di fondi. Benedetto XI II do-
nò al nuovo ospedale di s. Galli-
cano trenta luoghi di monti ap-
partenenti alla camera, ed altret-
tanti che spettavano alla dateria.
Va letto il chirografo di Benedet-
to XIII, Avendoci voi rappresenta-
to, sul Monte Comunità.
Benedetto XIV colla costituzione
Ad haec necessarium del 174^,
imS luo luo
presso Evangelista p. i6l, pubbli- accrebbe il Monto s. Pietro, riunì il
co opportune provvidenze sui luo- Monte, s. Paolo al Monte Religio-
ghi di monte, suoi ministri e mon- ne mediante V ammissione a dello
tisti. Soppresse il Monte Novenna- monte dei marchesi Cesare e Lui-
te, e per Bologna eresse il Monte gi Bevilacqua. Il Papa Pio VI a
Benedettino) col subingresso de'cre- proseguire la grandiosa opera dei
ditori de' Monti Clemente. I e Cle- bonificamenti delle terre pontine ,
mente li: furono poi riformati i si appigliò al temperamento di
Monti Innocenzo IX, e Monte Se- creare un debito pubblico, con un
rondo, pur di Bologna. Benedetto tenue frutto da pagarsi coll'inlroi-
XIV si trovò costretto imporre to d'una cassa quanto sicuro, tan-
una tassa sopra i montisti, così to meno incomodo all'erario carne-
fece pure Clemente XIII, il quale rale. Quindi con suo chirografo dei
a cagione della carestia, con suo 29 gennaio 1780, diretto al car-
chirografo, Per la penuriosa raccol- dinal Pallotta allora pro-tesoriere,
la , eresse il Monte Abbondanza ordinò un' aggiunta di luoghi di
a ragione di scudi cento per luo- monti denominati s. Pietro otta*
go, acciò le comunità dello stato va erezione^ e Ristorato terza e-
potessero prendere denaro a frutto rezìone, col prezzo de' quali da
onde provvedersi di giano. Però vendersi o da rassegnarsi a chi
Clemente XIII soppresse il Monte volesse farne acquisto, si formasse
Ristorato di prima erezione, colla una cassa destinata per servire u-
costituzione Iti sublimis militantis nicamente alle spese della bonifì-
Ecclesiae, de' 20 agosto 17^9. Nel cazione pontina. Per pagaie poi i
suo pontificato e nel 1767 coi ti- frutti alla solita ragione di scudi
pi di s. Michele, Fabrizio Evange- tre per ciascun luogo di monte,
lista diede alla luce il dotto trat- volle che si erogasse il denaro che
tato intitolato : Opus de locis proveniva dall' impresa del giuoco
montami cameralium non vaca- de'lotti, di che tratta il Nicolai
bilium. In quo per materias di- nella sua opera de' Bonificamenti
slinctas ex professo agitur. De e- delle terre pontine p. 325. In se-
reclione locorum montium, de eo- guito Pio VI vedendo che le mo-
rum suppressione, de declinile ad- nete venivano incettate, e che le
ministratoris , ejusque officio, de cedole soverchiamente crescevano,
ofticialibus et curis ad eos per- dopo aver ordinato opportune dis-
tinentibus, de clausola dummodo posizioni 3 riparò al disordine delle
etc. De contractibus tam super cedole, col ritirarne tante, quante
proprietate , quam super fructi- ne facesse d'uopo per bilanciare
bus, de iis quae sunt solemnia la somma di quelle che restavano
contracium a locis piis, universi- coll'elFeltivo contante, e nel 1786
tatibus, mulieribus et ininoribus ser- eresse il Monte di Porzioni vaca»
vanda, de nominazione cappellano- bili, per la somma di un milione
rum ad cappellanias, de deletio- e mezzo di scudi romani, con one-
ne vinculorum , de judicibus, de sto profitto per quelli che vi vo-
notariis, et tandem de mandatis lessero impiegare il loro dena-
de transferendo, delendo, attergendo 10, dichiarando che tutto il capita-
et resignando. Inoltre Clemente XIII le che da questo ne derivasse, do-
LUO
rea servire in estinzione delle cedo-
le in corrispondente quantità. Nel
suo pontificato i repubblicani fran-
cesi avendo invaso parte dello sta-
to pontificio, Pio VI si trovò co-
stretto a diminuire il frutto de'Iuo-
ghi di monte, e ridurlo in tutti al
tre per cento, e quando nel 1798
l'occupazione straniera si completò,
narra il Marchetti, Del denaro
straniero p. 257, che Roma avea
di debito circa cento trenta mi-
lioni in luoghi di mónte ed in ban-
chi. Monsignor Nicolai nella citata
sua opera dice che dal principio del
1798 si perde del tutto la rendi-
ta de' luoghi de' monti, e per v lo
spazio di quattro anni continui non
si pagò neppure un soldo pei frut-
ti di questi capitali , finche le pa-
terne sollecitudini di Pio VII, ad
onta delle ristrettezze dello stato,
dopo aver colla costituzione Post
diulurnas, tertio kal. novembris
1800, soppresso la carica di archi-
vista de' luoghi di monte, col suc-
cessivo motu - proprio del 19 mar-
zo 1801 riattivò il pagamento dei
frutti de' luoghi di monte per due
quinte parti ; il qual pagamento
continuò fino alla seconda invasione
francese compita nel 1809 per
ordine dell'imperatore Napoleone re
d'Italia.
L* amministrazione francese de-
cretò la estinzione de' luoghi di
monte, che si trovavano a quella
epoca ridotti nell'annua rendita alla
quantità di scudi 539,300:72/100,
poiché nell'intervallo dal 1801 al
1810, lungi dall' essersi fatto luo-
go ad alcuna erezione di essi, ne
furono in vece estinti non pochi
dal Pontefice Pio VII, mediante
compensazione di crediti camerali,
e mediante cessione ai creditori di
altrettante attività dello stato. Alla
LUO l$9
suddetta decretata estinzione si fe-
ce precedere una liquidazione cui
furono ammessi i soli particolari,
essendone slati esclusi i corpi mo-
rali, sia per la loro illegittima sop-
pressione in quell' epoca avvenuta
per ordine di chi reggeva il go-
verno degli stati invasi, sia per al-
tri speciosi motivi. La estinzione
ebbe effetto mediante Y impiego
nell'acquisto di beni tolti alle cor-
porazioni religiose delle Cartelle,
chiamate pure Rescrizioni, rilasciate
ai creditori ammessi alla liquidazio-
ne, a pareggio di loro avere, tanto
per i luoghi di monte, quan-
to per ogni altro titolo a carico
dello stato, e per quelli eziandio
che trovaronsi vigenti a carico del-
le corporazioni religiose natural-
mente passati a peso dello stato,
insieme alle pensioni vitalizie asse-
gnate agl'individui che si trovaro-
no nelle case e corpi religiosi.
E siccome il debito per i luoghi
di monte, e per gli altri titoli a
carico dello stato trovavasi fondato
promiscuamente sulle provincie in-
vase nel 1809 , e sulle altre che
per la precedente occupazione del
1808 erano state aggregate al co-
sì detto regno italico, cosi essendo*
si fatta la piena estinzione coi be-
ni esistenti nelle prime di dette
provincie, si volle che a carico delle
seconde, ossia a carico del tesoro
di detto regno, e per esso dal mon-
te Napoleoue, si dasse al tesoro
francese un indennizzo, che venne
determinato in una terza parte
del debito totale. Questa determi-
nazione movea dal principio allo-
ra stabilito sul debito pubblico,
in forza della quale sul monte sud-
detto furono trasfuse tutte le pas-
sività degli stati e delle provincie
riunite al nominato regno d' Ita-
iGo LUO
Ita. Vi figurarono perciò, pel du-
cato di Modena il banco del ma-
gistrato degli alloggi, quella co-
munità di Modena e la massa im-
iti era le ; pel ducato di Milano vi
passarono il monte s. Teresa , ed
il banco di s. Ambrogio, il primo
de'quali si costituiva dai reddituali
camerali, dall'aggregazione del mon-
te s. Francesco, dal nuovo assento
e dai cosi detti assegnatari, ed il
secondo si costituiva dai legatari ,
dai reddituali, e dai bandisti del-
la città; per gli stati veneti si
compresero il banco della zecca,
ed il banco giro di Venezia ; per
le legazioni uegli stati della Chiesa
vi si riunirono i monti di Fer-
rara e quelli di Bologna, i primi
de'quali conoscevansi sotto i nomi
di Monte Riparazione seconda ere-
zione, e di Monte Sanità sesta e-
rezione, ed i secondi erano denomi-
nati Monte Benedettino, Monte Giu-
lio, Monte Annona, Monte sussidio
di acque, azienda di acque, a-
zienda detta notula, azienda del-
l' abbondanza, congregazione di ga-
bella, deputazione veli, ed azienda
di arti; e per il Novarese che
trovavasi nella stessa combinazione
delle Marche pontificie, il monte
stesso fu caricato di un indennizzo
proporzionale al debito totale del
Monte Pioj e per gli slessi princi-
pi! furono riuniti al predetto mon-
te Napoleone i debiti di altri sta-
ti e provincie, egualmente aggrega-
ti al regno italico.
Ripristinato felicemente nel 1 8 1 4
il pontificio regime, e restituite nel
i8i5 alla santa Sede le provincie
delle Marche e delle Legazioni ,
ch'erano slate ajjareffate al cessato
no o
regno italico, fu sollecito il Papa Pio
VII di provvedere alla sorte de' credi-
tori non estinti, e mantenendo per
LUO
amore della pubblica tranquilliti*
le vendite de' beni delie corpora-
zioni religiose, fatte per la estin-
zione degli altri, volle compensare
le corporazioni .stesse della perdita
da esse sofferta. Fu perciò che cqI
motu-proprio sull'organizzazione di
pubblica amministrazione , del 6
luglio 1816, e cogli articoli 228
e seguenti sino al 237 inclusive
(quali sono riprodotti col motu-
proprio stesso, Quando per ammi-
rabile, nel voi. I, p. i4i della
E accolta delle leggi , ivi parlan-
dosene ancora a pag. 1 85 ), da
Pio VII si emanarono provvedi-
menti per le opportune indeuniz-
za?ioni alle corporazioni religiose
ed altri luoghi pii ripristinati, per
mezzo di una congregazione cui
die particolari istruzioni; indenni/.-
zazioni che dichiarò farebbero par-
te del debito pubblico. Si dichiarò
ancora che rimarrebbero accollali,
e posti a carico del pubblico e-
rario i mentovati crediti, venendo
poscia considerati come debito pub-
blico eziandio i censi ed i canoni
imposti sui fondi venduti liberi dal
cessato governo in dimissione dei
luoghi di monte vacabili, ed altri
debili dell'erario, per la continenza
però de' medesimi fondi, e secondo
la verificazione e liquidazione che
ne farebbe monsignor tesoriere.
A questo prelato fu affidata la li-
quidazione de' residuali luoghi di
monte non estinti, ed appartenenti
tanto ai particolari, i quali non
presentarono i loro titoli al co-
sì detto consiglio di liquidazio-
ne sotto il cessalo governo , o
vennero esclusi perchè stranieri,
quanto alle mense vescovili, abba-
zie, capitoli, prelature, cappellanie
laicali o di patronato, benefizi ec-
clesiastici non vacanti, luoghi pii
LUO
sollo qualunque denominazione, con-
venti e monasteri di religiosi del-
l'uno e l'altro sesso, ordini militari,
e molliplici per le cause di beatifi-
cazioni e canonizzazioni. Per man-
tenere la uniforme proporzione fra
tutti i capitali di debito pubblico
ed il loro interesse, ogni luogo di
monte si stabilì che sarebbe nella
liquidazione valutato in capitale
per la somma di scudi venticin-
que, rendendosi una tal diminuzio-
ne nominale indifferente per la
quasi totalità de'possessori, che so-
no luoghi pii, a' quali è vietata la
alienazione. Non ostante questa ap-
parente riduzione di capitale, i
creditori de' luoghi di monte ver-
rebbero a percepire nell'annuo frut-
to qualche cosa più dei due quinti
che percepivano prima dell' ulti-
ma invasione, e molto più di quel-
lo che avrebbero conseguito, se
li avessero convertiti in rescrizioni
o sia cartelle. Si dispose, che ver-
rebbero liquidati ed entrerebbe-
ro a far parte del capitale del
debito pubblico: i.° i frutti de'luo-
ghi di monte decorsi e non paga-
ti dopo il ripristinamento del go-
verno, e che decorreranno a tutto
dicembre 1816 in ragione del frut-
tato di due quinti; i.° i frutti dei
censi o canoni non pagati e de-
corsi similmente dopo la ripristina-
zione del governo, e da decorrere
a tutto dicembre 1816; 3.° i frut-
ti compensativi del capitale d' in-
dennizzazione liquidato a favore de-
gli acquirenti de' locali, de' quali
sono stati privati dal giorno in cui
hanno dovuto restituirli. Si dispo-
se che formerebbero parte del ca-
pitale del debito pubblico, i capi-
tali degli annuali compensi sussi-
diari, che sono stati accordati e
che si aneleranno accordando da
voi. XL.
LUO 161
monsignor tesoriere colla sovrana
approvazione alle corporazioui, luo-
ghi pii, ed altri stabilimenti reli-
giosi ed ecclesiastici ripristinali, per
la privazione sofferta de'fondi alie-
nati in dimissione di luoghi di
monte, vacabili e crediti di gioie
ed argenti . Si dispose che tali ca-
pitali saranno ragguagliati al cin-
que per cento sui predelti com-
pensi sussidiari. Consolidato per
tal modo l' ammontare di tutti i
capitali del debito pubblico dello
stato pontificio, e liquidati i singo-
li creditori, venne stabilito che sa-
rebbero i loro rispettivi crediti de-
scritti in un registro generale, e si
rtlascierebbe a ciascuno di essi una
cartella corrispondente ossia certi-
ficato sottoscritto dal tesoriere ge-
nerale, e registrato dal debito pub-
blico. In conseguenza le antiche
patenti de'luoghì di monte, ed al-
tri documenti di credito, non po-
trebbero più in seguito servire di
titolo, 'e si considererebbero di niun
valore. Finalmente si dispose che
le cartelle avranno l'iscrizione : cer-
tificato di capitale fruttifero a ca-
rico della cassa del debito pubbli-
co ; e potranno suddividersi in ap-
presso in più cartelle di minor
somma, a beneplacito de'creditori,
per facilitare le contrattazioni ed
il commercio. Le medesime car-
telle saranno ricevute dalla camera
e dall'erario pontificio, per assicu-
razione e garanzia decontratti, ad
imitazione di ciò che si praticava
colle antiche patenti de' luoghi di
monte. Il frutto di tutti i suddetti
capitali commutali colle cartelle^
venne fissato uniformemente al cin-
que per cento ed anno, comincian-
do a decorrere dal 1 gennaio 1 8 1 7,
il quale verrà esaltamente pagato
ogni trimestre posticipatamente.
1 1
iGi LUO
Pio VII pertanto, col nominato
motti-proprio e saggie disposizioni,
riunendo in una sola denomina*
rione di Debito pubblico a carico
dello stato pontificio, tutte le a-
zioni de' creditori non estinti du-
rante la invasione francese, ne ven-
ne riconosciuta la rendila capita-
lizzala al cinque per cento, alla
quale si aggiunsero i compensi
anzidetti verso le corporazioni reli-
giose, giusta la rendita netta degli
antichi loro beni; e restò cosi con-
solidato tutto il debito che risul-
tò dalla liquidazione fattane sopra
basi uniformi e consentanee alla
giustizia, a mezzo di un congresso
chiamato del debito pubblico, com-
posto di rispettabilissimi soggetti,
al quale ora si trova surrogato
il consiglio di liquidazione stabilito
dal Papa Gregorio XVI, colle nor-
me che si leggono nella notifica-
zione de' 26 dicembre i832 del
cardinal Tommaso Bernetti segre-
tario di stato. Esso è composto di
quattro consiglieri scelti fra i pos-
sidenti e notabili delle provinole
dello stato ; vi assiste monsignor
avvocato generale del fisco e del-
la camera apostolica, e monsignor
commissario generale della medesi-
ma, ed è presieduto da un prin-
cipe romano, direttore generale del
debito pubblico; il segretario poi
è quello della direzione generale
dello stesso debito pubblico. Al de-
bito suddetto venne dipoi aggiunto
ancor quello derivante dalle con-
venzioni diplomatiche , e notabil-
mente dagli articoli ofa e io3 dei-
Tatto finale del congresso di Vien-
na, del quale parlammo all' artico-
lo Germania, per la quota degl'im-
pegni del sopraddetto monte Napo-
leone ricaduta a peso della santa
Sede in ragione di popolazione e
LUO
di territorio delle provincie alla
medesima restituite come sopra, e
già aggregate al regno d'Italia, a
forma della convenzione stipulata
fra la santa Sede e Y imperatore
d' Austria il primo giugno 1816,
della quale si è fatta menziono
parlando del console generale del
regno Lombardo- Veneto, che il Pa-
pa tiene in Milano, nel voi. XVII,
p. 4^ del Dizionario. In questa
convenzione si riconobbe in favo-
re della santa Se<\c il diritto a
conseguire un reintegro por por zio-
naie in ragione del peso ad essa
ricaduto, dipendente dagli anlichi
luoghi di monte di Roma attribui-
ti alle provincie delle Marche, dei
quali di sopra si è parlato. Nella
convenzione stessa trovasi un arli-
tieolo, che giova ricordare a gloria
del sommo Pontefice Pio VII ,
nel quale mentre si lasciarono a
disposizione della santa Sede tutte
le attività esistenti nel proprio ter-
ritorio già affette al debito del
monte Napoleone, si dichiarò che
ciò facevasi non solo in correspet-
tività dell' obbligo che assumevasi
dalla santa Sede di pagare la quo-
ta ad essa incombente del detto
debito, di gran lunga superiore
alle nominate attivila, ma ben an-
che in vista delle grandiose spese
occorrenti per la riprislinazione dei
religiosi stabilimenti, colla quale
dichiarazioue venne ad ammettersi
diplomaticamente il principio della
doverosa riprislinazione degli slabi-
li menti religiosi, la quale in fallo
ebbe il suo effetto, avendo il Papa
assegnato alle ripristinale corpora-
zioni una congrua dotazione, coi
beni ed attività come sopra lascia-
te a disposizione della Sede aposto-
lica. Non devesi in fine tacere, che
nel sopra citato motu- proprio del
LUO
6 luglio 18 16, con cui si provvi-
de alla sorte de'creditori, come per
gli antichi luoghi di monte , così
per ogni altro titolo a carico dello
stato, venne istituita una cassa
di ammortizzazione, la quale col-
T altro motuproprio del Pontefice
Gregorio XVI , degli 1 1 giugno
1 83 1 , venne confermata ed am-
pliata, destinandovi una speciale
congregazione amministrativa com-
posta di rispettabilissimi personag-
gi, ora essendo composta di tre
principi e di un conte, con un
sostituto di camera per consultore
legale, non che di un computista,
il quale lo ha pure la direzione
generale del debito pubblico.
Daremo termine a questo ar-
ticolo con parlare del Luogo di
monte Bentivoglio , il quale è to-
talmente privato, che viene ammi-
nistrato da una congregazione com-
posta dai più notabili azionisti. Lo
spirito d'associazione che presso gli
inglesi è motore delle più grandi
operazioni commercianti, e col quale
per ogni dove si vincono le più
grandi difficoltà, e si ottengono
vantaggiosissimi risultati per la ci-
vilizzazione de'popoli, questo spirito
non mancava in Italia neppure nei
secoli passali , ed una prova ne
fu r erezione di questo monte. Il
marchese Enzio Bentivoglio di Bo-
logna, in unione al conte Alessan-
dro Nappi d'Ancona, nel 1610 eb-
be la facoltà dal Pontefice Paolo
V di eseguire l'asciugamento delle
paludi eh' esistevano fra i fiumi
Po e Tartaro nel territorio di
Ferrara; ma non potendo regge-
re coi propri mezzi alla spesa di
sì grandiosa operazione, e avendo
preso in prestito in varie volte
scudi trecento quarantacinquemila
dal Monte Sisto seconda erezio-
LUO
i63
ne, al fruito del cinque per cento,
per cui venne ampliato il detlo
monte con pontifìcii chirografi di
luoghi numero 345o, e costretto in
fine all'estinzione de' medesimi per
essere venuto il tempo prefisso
da tali chirografi, immaginò di e-
rigere un nuovo Monte detto Ben-
tivoglio di luoghi 385o, alla ra-
gioni di scudi cento a luogo, col
frutto di scudi quattro e baiocchi
cinquanta per cento, invitando a
concorrere all'acquisto de'medesimi
i molti facoltosi che vi erano nel-
lo stato pontificio, e specialmente
in Roma, affinchè col denaro che
ne avrebbe ritratto, potesse estin-
guere il Monte Sisto e perfeziona-
re l' opera. Per ispirare maggior
fiducia nei concorrenti, il detto
marchese Enzio , unitamente al
cardinal Guido suo fratello, nel
giorno i3 ottobre 1641 ottennero
un motti- proprio da Urbano VIII,
col quale gli concesse la desiderata
grazia. Volle il Pontefice con tale
motu proprio che restassero obbli-
gate per il capitale de* suddetti
luoghi di monte tre tenute nelle
bonificazioni di Massa , Zelo e
Stienta al di là del Po; la tenuta
della Frascata, Pianto e Arginino,
oggi territorio di Lugo ; i moli ni
a grano nel comune di Filo ; i
magazzini a Ponte Lago-scuro, un
palazzo in Ferrara, ed inoltre i
beni detti di Barco, Saviano , Giac-
ciano, Brancetta, Corbella, Presa,
Cologna, Ariano, Raccano, i molini
sul Po di Argenta, e la tenuta det-
ta Feudo e suoi molini. Volle al-
tresì che dalla rendita di questi
beni si separasse la somma ari'
nuale di scudi 17,3*25 coi rispon-
denti al frutto del quattro e mez-
zo per cento, sopra la somma di
scudi 385 , 000, prezzo di detti
luoghi 385o, per pagarti i mode-
rimi frutti ni montisti alla ragione
di baioccehi seltantacinqtic il) ogni
bimestre per ciascun luogo di mou-
te, liberando detti beni da qua-
lunque vincolo fidecomuiissario e
primogeniale, ed anche da ogni di-
ritto di alimento e doti , fuor-
ché nel solo caso in cui fatta
dai creditori di alimenti e doti
l'esecuzione degli altri effetti della
casa Ben ti voglio, non si trovassero
beni sulììcienli per la soddisfazione
de'loro crediti. Ammise finalmente
il conte Alessandro Nappi a com-
partecipazione dei vantaggi di det-
to monte, ampliandolo di altri luo-
ghi 4°*5 sopra due altre tenute
da lui possedute nelle bonificazio-
ni di Massa e di Stieuta. Pro-
tettore del monte fu nominato
da Urbano Vili, il prelato teso-
riere prò- tempore. Pubblicato che
fu il raotu-proprio, molti capitalisti
di Roma e dello stato , e molti
luoghi pii, cioè chiese, confraternite,
conventi e monasteri, concorsero ad
acquistare i luoghi di monte, sbor-
sandone il prezzo di scudi cento
per ciascuno, di modo che in bre-
ve tempo fu venduta la quantità
di luoghi 4^32: 80, cioè luoghi
3847 : ^° a carico del marchese
Enzio Benti voglio, e luoghi 485
a carico del conte Alessandro Nap-
pi. Così il marchese Bentivoglio col
denaro preso al quattro e mezzo per
cento, potè estinguere il capitale del
Monte Sisto al cinque, e senza aumen-
tare l'annua passività, avere un avan-
zo di scudi 4O3O00 per compiere la
sua operazione. A detti luoghi di
monte nuovamente eretti, furono
poi aggiunti luoghi 1 3 1 : 49 del Mon-
te Sisto, che non erano stati estinti,
e così i detti luoghi di monte am-
montarono a numero 44^4 ; 29-
LUO
Dopo il lasso ili quindici anni,
secondo il molu-proprio di Urba-
no Vili, doveva cominciare l'est i a*-
zione del capitale di questi luoghi
di monte alla ragione di scudi
1 5,ooo all'anno, e di scudi 100
per ogni luogo; ma questa estin-
zione non fu fatta che per soli
luoghi trentacinque dal conte A-
lessandro Nappi. Sia che la impre-
sa non riuscisse di quella utilità
che si era prefissa il marchese En-
zio, sia che per il gran lusso, in
cui vivevano molti individui di
quella potente famiglia si andasse
a poco a poco depauperando il di
lei patrimonio, e dovessero profit-
tare delle rendite de' beni obbli-
gati al monte, il fatto sia che non
solo non si adempì all'obbligo del-
l'estinzione del capitale, ma dopo
pochi anni la famiglia Bentivoglio
cominciò a rimanere arretrata nel
pagamento de' frutti bimestrali, tal-
mente che essendo rimasti credi-
tori i montisti a tutto l'anno 1678
della somma di scudi centoseltan-
cinquemila, dopo una lite di quat-
tro anni, ottennero nel 1682 il
mandato di associazione nel pos-
sesso de' beni. Ma un tale possesso
fu subito turbato da diversi indivi-
dui della famiglia Bentivoglio. Il
marchese Luigi, monsig. Cornelio e
varie femmine di ta[ famiglia rima-
ste spogliate d'ogni altro avere, si
rivolsero a perseguitare i beni ob-
bligati al monte , ed intentarono
giudizio contro i montisli ; per con-
seguenza gli alimenti e le doti so-
pra i beni fldecommissari del mar-
chese Cornelio Bentivoglio, e del
cardinal Acciaiuoli, il primo loro
bisavo, il secondo congiunto di pa-
rentela, erano stali tassali ad an-
nui scudi 600, e a scudi i5,ooo
il capitale delle doti . I monti'
LUO
sti si opposero vigorosamente a
tali pretensioni per il lungo spa-
zio di anni quaranta, ma nell'an-
no 1720 in virtù del giudicato
della congregazione de' monti, con
il voto del sacro tribunale della
rota romana, dovettero lasciare e-
scguire a favore dei Dentivoglio il
mandato d'immissione al possesso
del palazzo di Ferrara, de' beni di
Earco, Sa viano, Giacciano, Bran*
celta, Corbella , Presti, Cologna,
de' moli ni sul Po di Argenta, non
clic della tenuta del Feudo e suoi
molini; rimanendo i montisti in
possesso col titolo di Sahianisti
delle grandi tenute nelle bonifica-
zioni di Massa, Zelo e Stienta al
di là del Po, della tenuta della
Frascata, Pianta e Arginino nel
territorio di Lugo, de'molini a gra-
no nel comune di Filo, del casino
di Massa, e de' beni di Ariano e
Fiaccano. Una tale divisione rima-
se poi sanzionata da una concor-
dia del 1733 autorizzata dal chi-
rografo pontificio di Clemente XII
del 28 aprile. Avendo però cono-
sciuto i montisti per V esperienza
di trentanni consecutivi, che il frut-
tato di quei beni di cui erano ri-
masti possessori non bastava nem-
meno a pagare loro i frutti bime-
strali correnti, e che niente si po-
teva diminuire il loro credito dei
frutti arretrali, credettero ben fat-
to di cambiare il loro titolo di
Salvia/listi } in quello di liberi pro-
prietari , e difatti premessi gli atti
necessari provocarono la subasta e
delibera de'beni stessi, e non es-
sendo comparso all' asta verun o-
blatore, ne ottennero l'aggiudicazio-
ne nel giorno 16 luglio ì 774, con
atto rogato da Pietro Maria Me-
cenate notaio di Ferrara. È da
notarsi che detta aggiudicazione fu
LUO 161
fatta per un milione , quattrocento
ottantamila, settecento diecinove scu-
di romani, de'quali 1,095,939 era
l'importo del credito di frutti arre-
trati fino al mese di ottobre 1773,
e scudi 384,780 corrispondevano
al capitale di luoghi 3847 e cen-
tesimi 80, ch'erano rimasti a ca-
rico della famiglia Bentivoglio; e
siccome il valore de' beni aggiudi-
catisi ascendeva a circa mezzo mi-
lione, ne venne in conseguenza che
i montisti rimasero creditori dalla
famiglia Bentivoglio, senza speran-
za di ricupero, di quasi un mi-
lione di frutti arretrati.
Dopo l'anno 1774 • montisti
Bentivoglio divennero condomini dei
beni subastati alla famiglia Benti-
voglio, per azioni 3847 e cente-
simi 80, rimanendo in credito ver-
so l'eredità JXappi dei 4^° luoghi
di monte di sua pertinenza, sui
quali vengono loro puntualmente
pagati i frutti al quattro e mez-
zo per cento, e facendo causa co-
mune coi montisti Sisto seconda
erezione, rimasti creditori di luoghi
j 3 1 e centesimi 49 > rappresen-
tano un cumulo di azioni 45429 : a9*
fondate sui beni propri e su quel-
li dell'eredità Nappi. Amministra-
no detti beni col mezzo di un
rappresentante in Ferrara , ma ne
dirigono l' amministrazione da Ro-
ma, ove risiede quasi l'intiero cor-
po degli azionisti, mediante quattro
soggetti scelti nelle congregazioni
generali fra quelli che rappresen-
tano maggior numero d' azioni^ i
quali hanno il titolo di dijensori
ed amministratori generali. Questi
amministratori sono a vita , ma
rendono conto nelle generali con-
gregazioni non solo delle somme
esatte e pagate, ma eziandio delle
operazioni più rilevanti per le quali
iU'i LUO LLO
domandano al ceto degli azioni- rono soppresse a tempo del regno
sii la preventiva autorizzazione. Tut- italico. Sono già molli auni che gli
to il denaro proveniente da Fer- amministratori generali tengono die*
rara, si deposita nel pubblico ban- Lo a tale liquidazione per la qua-
co di s. Spirito di Roma, e sopra le rimangono a superarsi alcune
di esso si traggono le liste di pa- difficoltà legali e diplomatiche ,
gamento dei riparti fra i condo- che possono mettersi in campo sol
mini, i quali stante l'intelligenza diritto e sul fatto del possesso dei
di chi attualmente dirige 1' animi» beni nel Polesine di Rovigo dopo
lustrazione, e l'efficace cooperazione la nuova demarcazione de' confini
dell'agente locale, hanno potuto da fra Io stato papale e 1' austriaco,
vari anni percepire circa quattro a forma di quanto disse il Ponte-
riparti all' anno all' antico saggio fìce Pio VII nel concistoro de' 4
di baiocchi 75 a luogo, i quali ri- settembre 18 15, nella allocuzione
parli vengono annunziati ne'pubbli- che pronunziò,
ci fogli. I beni poi sono sempre LUOGHI PII. Istituzioni di pie-
minacciati dai fiumi Po è Tarta- tà o religiose. Sotto il nome di
ro; e per la depressione del loro luoghi pii e pubblici stabilimenti
livello, quando il Po e abbondali- si comprendono tutti gì' istituti e-
tedi acque, non possono scolare le ziandio di beneficenze, il patrimo-
acque pluviali , per cui le pioggie nio degli studi, ed i luoghi con-
continuate divengono ad essi nocive, secrati alla religione. Fedi tutti
assai più che ad altre possidenze, i relativi articoli e Pii luoghi.
Quando poi rompono gli argini del LUOGOTENENTE , Ficarius ,
Po, ricevono danni assai gravi, i Legalus, Locumtenens, Subpraefe-
quali non possono ripararsi che ctus, Ficepraefcctus. Quello che tie-
a costo di spese rilevantissime, come ne il luogo di alcuno ed esercita in
accadde nel 1812. Nell'ultima con- sua vece, sia de'magistrati ecclesiasti-
gregazione generale tenutagli 8 feb- ci, civili, criminali, di marina e per-
braio 1 845, alcuni condomini mo- sino di ordini equestri e religiosi,
strarono desiderio di sciogliere il come dell' ordine Gerosolimitano
condominio, devenendo alla vendi- (Fedi). Luogotenente generale, prò-
ta de' beni, ma tale vendita è per legatus exercitus . Luogotenenza,
ora inceppata dalla cointeressenza ufficio del luogotenente. Di questi
del demanio austriaco, il quale magistrati se ne parla ai relativi
stante che gli fu attribuita nel con- articoli, sia degli antichi che degli
gresso di Vienna a*9 giugno 181 5, attuali. I legali o luogotenenti de-
e nella convenzione di Milano del gli imperatori romani erano quel-
primo giugno 18 16 la proprietà li che si spedivano nelle provincie
de'beni già appartenenti alle cor- dell'impero, affine di governarle
porazioni religiose rimaste soppres- con autorità assoluta. Chiamavansi
se nell'epoca francese, vuole essere anche legati consolari o semplice -
riconosciuto condomino in quella mente consolari , legati di cesare
parte de'beni ch'esisle nelle Pole- pel console o pel pretore ; qualche
si ne di Rovigo, oggi territorio au- volta da vasi loro il nome di pre-
silo veneto , e che appartiene a sidi o procuratori. Incominciarono
quelle corporazioni religiose che fu- dopo il riparto di provincie fatto
LUO
da Augusto. Chiamavansi parimen-
ti con tal nome i luogoteneuti del
generale, carica importante, dacché
vediamo Scipione africano legato
di Lucio suo fratello nella guerra
contro Antioco. Pompeo n' ebbe
venticinque nella guerra contro i
pirati; Cicerone quattro essendo
proconsole della Ciiicia. Poscia que-
sti ebbero il titolo di sotto-conso-
li. I legati de'proconsoli erano no-
minati dal senato, e scelti con sua
permissione dal proconsole, o stabi-
liti da legge particolare: facevano
da luogoteuenti e vicari di quei
governatori, ed in qualche provin-
cia reggevano soli. Nella curia ro-
mana molti sono i luogotenenti;
nomineremo i seguenti. Il Tri-
bunale dell' A. C. (Vedi) ha tre
prelati luogotenenti, il primo dei
quali è pure vice-presidente del
primo turno , ed ordinariamen-
te nella vacanza dell' uditore del-
la camera , viene nominato pro-
uditore ; il prelato luogotenente
del secondo turno è pure vice-
presidente di esso; inoltre il pre-
lato primo luogotenente è vice-pre-
sidente della congregazione prela-
tizia dell' A. C. in cui hanno luogo
gli altri due prelati luogotenenti ;
il secondo ed il terzo luocotenen-
ti sono alternativamente vice- pre-
sidenti del tribunale criminale del-
l' A. C. Questo ultimo tribunale
ha un togato luogotenente genera-
le del tribunale, dell'uditorato del-
le simonie, e giudice relatore della
sacra congregazione de' vescovi e
regolari ; oltre il sostituto fiscale
generale, il sostituto luogotenente,
ed il sostituto luogotenente aggiun-
to. Il tribunale del governo, come di-
cemmo a Governatore di Roma (Fe-
di), ha due togati luogotenente e
quattro sostituii luogoteneuti. Il IH-
LUO 167
bttnalc del cardinal vicario (Vedi),
ha un prelato, luogotenente civile,
ed un togato luogotenente crimi-
nale, il quale ha il sostituto luo-
gotenente. Il Tribunale di Campido-
glio (Fedi), nel criminale ha un to-
gato luogotenente ch'è pure giudice
singolare, con un togato sostituto
luogotenente. Talvolta un luogote-
nente funse l'uffizio del cardinal
camerlengo di s. Chiesa, ed ebbe
ancora il luogotenente criminale.
A questa indicazione dei diversi
luogoteneuti della romana curia,
qui appresso daremo migliore di»
chiarazioue. Nel voi. XXXI, p. 307
del Dizionario, dicemmo che anti-
camente i prelati governatori del-
le città e provincie dello stato
pontificio avevano luogotenenti, i
quali uè facevano le veci in mor-
te, o per la loro assenza e impo-
tenza ; e nel voi. XIX, p. 207 di-
cemmo de' luogotenenti delle dele-
gazioni apostoliche, ora non più
esistenti, mentre il governatore di
Castel Gandolfo, prima avea il ti-
tolo di luogotenente. Giovanni Bat-
tista Seta trattò: De officio locurn-
tenentis. I luogotenenti fauno cor-
po col capo loro, ne sono le mem-
bra, ed esercitano rispettivamente
le stesse attribuzioni del capo, a
differenza degli assessori, od altri
aggiunti, i quali, strettamente par*
laudo, hanno facoltà designate e
specifiche, non però generali. No-
minati come sono dal sovrano, con
biglietto del cardinal segretario per
gli affari di stato interni , souo
giudici ordinari, nò è in facoltà
del capo del tribunale di togliere
o restringere le loro attribuzioui.
In assenza o vacanza del capo,
/are ordinario ne assumono la rap-
presentanza, finche dal superiore
governo non fosse altrimenti prov-
iG8 LUO
veduto; né altrettanto è degli as-
sessori o altri appartenenti ai ri-
spettivi tribunali, per cui onde sup-
plire occorre speciale deputazione.
E fintantoché il luogotenente sup-
plisce, regolarmente praticando, an-
che il superiore governo comunica
con lui; ad esso partecipa la pro-
mozione del capo, la proroga che
al medesimo si dia per l'esercizio
della slessa carica, ovvero la de-
stinazione di altro a supplire nel-
la vacanza. Inoltre i luogotenenti
de' quattro tribunali ordinari del-
l' A. C, del Governo, del Vicaria-
to, e di Campidoglio, sono anche
congiudici titolati nel tribunale
della visita de' carcerati, [della qua-
le parlammo al citato articolo Go-
vernatore di Roma, indipendente-
mente da rappresentazione de' ca-
pi degli stessi tribunali. Tultociò
ed in maggior estensione può trar-
si dalle tante costituzioni apostoli-
che, fra le quali si possono legge-
re, l' Apprime devolionis affectum,
d'Innocenzo Vili; Etsi prò cuncia-
rum, di Leone X; Universi agri,
di Paolo V; Ad militantis Eccle-
siae , Rerum humanarum, Justitiae
gladium, Ad coercenda, di Bene-
detto XIV; come pure nelle ope-
re di monsignor Gio. Battista Sca-
tta roli, De visitatone carcerato rum,
del nominato Seta; e del R. P. Pe-
tri Laureati S. J. De episcoporum
vicariis, in quanto possa esservi di
congruente.
Prescindendo ora da ciò che non
è più, per esempio dal luogotenen-
te ossia giudice di Borgo [Fedi)
( ne trattammo pure agli articoli
Governatore, e Governatore di
Roma), e di Torre di Nona (an-
tica carcere, K. Carceri di Ro-
ma), e dal giudice di Borgo , che
fiuo ai tempi meno remoli era
LUO
per lo più preso da un sostituto
luogotenente del governo a forma*
re un distinto tribunale per la
regione di Borgo o Città Leoni"
na (Fedi) nel periodo del concla-
ve; come pure dal luogotenente
del cardinal Camerlengo di t, ('ille-
sa (Fedi), e dal luogotenente quin-
di uditore civile del governatole
di Roma, quando accessoriamente
avea la giurisdizione anche in cau-
se civili, e da altri luogotenenti ili
giudici privativi ; e prescindendo
ancora dal rammentare che anti-
camente le funzioni de' luogotenenti
del camerlengo aveano per gli alia-
li civili l'uditore della camera, per
gli affari criminali il governatore di
Roma, per gli amministrativi il te-
soriere ; presentemente sussistono i
luogotenenti dell' A.. C. prelati, ora
in numero di Ire per le cause ci-
vili, ed un togato per le crimina-
li ; due togati nel tribunale del
governo; due, uno prelato per gli
affari civili, ed uno togato per i
criminali nel tribunale del vicaria-
to; ed uno e togato, ossia giudice
de'maletìcii, in quello di Campido-
glio. Nel tribunale dell'A. C. che
in dignità precede, il prelato pri-
mo in ordine di nomina è vice-
presidente del primo turno, ed il
secondo dell'altro turno; il secon-
do ed il terzo sono alternativa-
mente vice-presidenti alle congre-
gazioni criminali ; ed inoltre il pri-
mo è vice-presidente della congre-
gazione prelatizia dell'A. C, nella
quale hanno luogo gli altri due.
11 togato, ora quarto de' luogote-
nenti, era ingiunto di presiedere
alle cancellerie criminali. Egli dal-
le citate ed altre pontifìcie costi-
tuzioni, viene detto luogoteuente
generale criminale, ed è stato sem-
pre considerato come il primo fra
LUO
i togati, e la prima capponerà del-
lo stato pontificio e romana curia;
di cui la carica è assegnala fra le
più onorifiche, anche dalla costi-
tuzione Post diulurnas di Pio VII.
Del resto, riuscendo ora superfluo
tornare sull'estensione dell'antica
sua propria giurisdizione, mentre
però le posteriori innovazioni sul-
l'esercizio giurisdizionale, né per
lui, ne per altri, hanno punto a-
bolito le preminenze e prerogati-
ve. Egli è altresì luogotenente
dell'uditorato delle simonie, e do-
po la mentovata bolla Posi diu-
lurnas, ebbe dall' A. C. trasferite
alla sacra Congregazione de vesco-
vi e regolari (Fedi) le appellazio-
ni dalle curie vescovili nelle cause
criminali ( V. Cubia ecclesiastica
e Commissione ); egli n'è il giudice
relatore, conservategli le medesime
facoltà sull' ordinatoria degli atti.
Al primo luogotenente poi del go-
verno è confidala la soprainlen-
denza alla casa di condanna delle
donne.
Per gli attuali ordinari regola-
menti, i luogotenenti criminali so-
no anche giudici singolari ne' tito-
li ad essi assegnati, quantunque
per transitorii provvedimenti sia-
no stati poi devoluti, con adeguale
regole, a congregazioni economiche.
Ed i quattro predetti tribunali
hanno anche i sostituti luogotenen-
ti, i quali oltre le altre incomben-
ze loro particolarmente ingiunte ,
sono all' opportunità chiamali a
supplire straordinariamente ai luo-
gotenenti, ed anche agli altri giu-
dici; e si è detto straordinariamen-
te a rincontro di quel che pei
supplenti è ordinariamente dispo-
sto dall'attuale regolamento orga-
nico di procedura criminale, pub-
blicalo a' 5 novembre i83i, ed
LUO iG<)
inserito nella Raccolta delle faggi,
voi. V, p. 1 54 , libro 1, titolo II.
Nelle visite generali e graziose del-
le caiceri nuove, come si è accen-
nalo, intervengono tutti i nomina-
ti luogotenenti eliminali , metto
quello di Campidoglio, il quale pe-
rò interviene all'altra che il go-
vernatore di Roma, rappreseli tu lo
da uno de' prelati suoi assessori,
e per lo più dal secondo, o anche
da alcuni degli stessi suoi luogote-
nenti, contemporaneamente là nelle
carceri di quel tribunale. JNclle
carceri nuove siedono con questo
ordine; quello dell' A. C, il pri-
mo del governo, quello del vica-
rialo, ed il secondo del governo,
come dalla tabella trascritta anche
dallo Scanaroli. 1 luogotenenti del-
l'A. C. e del vicariato, come tri-
bunali di loro istituzione eccle-
siastici, e pure del governo co-
me di mista giurisdizione per pri-
vilegio, quali giudici ordinari, se-
condo che si accennò, possono u-
sare sul proprio stemma del cap-
pello di loggia prelatizia con tre
fiocchi. Quanto al vestiario in of-
ficio: il luogotenente generale del-
l'A. C. aveva già l'uso della fascia
di seta nera, e del fazzoletto di
seta paonazza nell'incedere; gli al-
tri adoperavano il comune abito
talare. Con dispaccio però della
segreteria di stato, in data de' (>
aprile 182!?., dopo d'essersi prov-
veduto con particolari disposizioni
al decoro ed alla dignità de' tri-
bunali dello stato, anche in ordine
all'abito di costume, assegnandone
la roba e le forme; volendo di-
stinguere il tribunale del governo
di Roma, e renderne più rispetta-
bili i soggetti che lo compongono,
furono dalla sovrana provvidenza
di Pio VII abilitali i Juogoteneh-
170
LUO
ti slessi a fare uso, nelle congre-
ga/ioni generali ed in altre occa-
sioni di formalità, della soprana o
mantellone negro simile a quello
clie indossavano il fiscale e l'av-
vocato de' poveri prima che fosse-
ro decorati del paonazzo (il qua-
le descrissi a Camera Apostolica}^
siccome venne annunziato dal nu-
mero 3o del Diario dì Roma dei
i3 aprile 1822. Quindi se ne co-
municò 1' uso anche al luogotenen-
te generale criminale dell'A. C, e
fu esteso altresì agli altri del vica-
riato e camerlengato. Consiste l'a-
bito (che dicesi essere precisamen-
te come quello che adoperava la
società di Sorbona ) quanto alla
roba, secondo le stagioni, di lana
o di seta; quanto alla forma, in
sottabito talare o sottana con mo-
stre o paramani e bottoni di se-
ta, collare, fascia di seta con due
fiocchi, soprana o mantellone, cui
indi a poco furono aggiunte le
mezze maniche larghe più dicevo-
li alla dignità di magistrato, con
mostre di seta; berretta a quattro
pizzi, e grande fiocco di foggia pre-
latizia al cappello; tutto in colore
nero, e coll'uso del fazzoletto di
seta paonazza. Il luogotenente poi
del Campidoglio, tribunale mera-
mente laicale, usa dello stesso abi«
to assegnato ai collaterali. La se-
greteria per gli affari di stato in-
terni, con dispaccio de' 27 gennaio
1845, con autorità del Papa Gre-
gorio XVI, ha stabilito il vestiario
ai sostituti luogotenenti ( il quale
vestiario venne simultaneamente e-
steso al sostituto fiscale generale,
ed1 ai sostituti del fiscale generale),
il quale consiste nella sottana ne-
ra con bottoni e paramani di se-
ta, simile a quella de'luogotenenti,
con sopra- collare come i luogote-
LUP
nenli; del mantellone o soprana
simile con maniche corte, e picco-
la orlatura di seta, che li distin-
gue dai luogotenenti; della fascia
di seta nera con frangia, e della
berretta consueta a quattro pizzi
egualmente nera. Oltre a ciò, al-
tre volte e non remotissimamente,
pei luogotenenti defunti, nei loro
funerali si adoperava il letto mi-
nore. Per gl'individui delle sud-
descritte magistrature non si esi-
ge per requisito l'essere avvocati,
e neppure si reputa necessario il
dottorato, che pur sarebbe deside-
rabile che concorresse, quantunque
soglia il governo per decoro chia-
marli avvocati, e tali per lo più
anche i sostituti luogotenenti. P.
Curia Romana.
LUPENZIO (s .). Era abbate del
monastero di s. Privato di Gabales
o di Javouls nel Gevodanese, nel
sesto secolo. Essendo stato accusato
da Innocenzio conte di Javouls di
aver tenuto discorsi ingiuriosi contro
la regina Brunechilde, fu costretto
recarsi alla corte di Austrasia per
confondere i suoi accusatori. Egli
potè facilmente provare la sua in-
nocenza, ma i suoi nemici non vol-
lero perdonargli. Il conte lunoeen-
/io lo aspettò sulla via al suo ri-
torno, e lo condusse a Pontion nel
Pertese, dove gli fece soffrire i più
indegni trattamenti. Egli Io rilasciò
di poi, ma i suoi satelliti lo se-
guirono e lo misero a morte sulle
rive dell' Aisne, iu cui gettarono il
suo corpo. Alcuni pastori ve lo
scopersero miracolosamente, e di-
versi prodigi attestarono la santità
del servo di Dio. Egli è onorato
come martire il giorno 22 ottobre
a Chalons o Sciallon sulla Marna,
ove conservasi parte delle sue reli-
quie : il restante rimase bruciato
LUP
nell'incendio della cattedrale, av-
venuto pel fulmine a' 19 gennaio
1688.
LUP1A, Lupìae. Città vescovi-
le ed antica dell' Italia nella Mes-
sapia, sulla costa del mare fra Brin-
disi ed Otranto, fu colonia roma-
na, dedottavi dall'imperatore Tito,
e secondo alcuni corrisponde a Lec-
ce {Fedì). L'Ughelli nel tom. X,
p. 125 dell' Italia sacra registra
i tre seguenti vescovi. Donaco, uo-
mo santissimo, fratello di s. Catal-
do vescovo di Taranto; fiorì nel-
l'anno 173, e dicesi fatto vescovo
dal Pontefice s. Aniceto. Venanzio
fu vescovo nel 553. N al
quale Pietro vescovo di Taranto
ingiunse la visita di questa chie-
sa vedova del suo pastore , così
delle chiese di Brindisi e Gallipoli
egualmente vacanti; recossi a Ro-
ma, ove fu consecrato, vescovo e
fiorì l'anno 5g6. Nel sesto seco-
lo la sede di Lupia fu unita a
quella di Lecce.
LUPO (s.), vescovo di Troyes.
Uscito d'illustre famiglia stabilita
a Toul, fatti eccellenti sludi, com-
parve nel foro, e si acquisto mol-
ta riputazione. Egli sposò Pime-
niola sorella di s. Ilario d' ArleSj
che trovò disposta come lui a ser-
vire Iddio con fervore. Passati as-
sieme sei anni risolvettero di dar-
si a un genere di vita più perfet-
to, e di reciproco consenso s'im-
pegnarono d' osservare la continen-
za. Lupo distribuita ai poveri una
parte de' suoi beni, si ritirò nella
celebre abbazia di Lerino, gover-
nata allora da s. Onorato, e vi
passò un anno nella più perfetta
osservanza , aggiungendo eziandio
diverse austerità a quelle che ivi
si praticavano. Allorché s-. Onora-
to fu elevalo alla sede d'Arles, egli
LUP 171
fece un viaggio a Macon in Bor-
gogna, per disfarsi di una terra
che ivi possedeva, affine di vivere
nella più esatta povertà. Impiega-
to in opere buone il prodotto del-
la vendita, si disponeva ritornare
a Lerino; ma i deputati della chie-
so di Troyes lo domandarono per
successore di s. Orso, morto nel
4^6; e ad onta de' suoi sforzi per
esentarsene, fu consecrato vescovo.
La novella dignità non gli fece
cambiare per nulla il suo tenore
di vita. Si vide sempre in lui la
slessa umiltà, lo stesso spirito di
mortificazione e di povertà. Men-
tre era tutto occupato a governa-
re il suo gregge , i vescovi delle
Gallie lo destinarono a recarsi con
s. Germano d'Auxerre nella Gran
Bretagna per combattervi il pela-
gianismo. I due santi, ardendo di
zelo per la gloria di Gesù Cristo,
accettarono la commissione con
tanto più di piacere, quanto era
più laboriosa e difficile, e riusci-
rono colle loro predicazioni, pre-
ghiere e miracoli a trionfar del-
l'errore. 11 santo vescovo di Tro-
yes, al ritorno nella sua diocesi,
con pari saggezza e carità si mise
a travagliare per la riforma dei
costumi. Avendo inteso che Attila
re degli unni con formidabile eser-
cito avanzava contro il paese, egli
con fervorose preghiere e digiuni,
ottenne da Dio che quel barbaro
re rimanesse compreso di rispetto
alla sua presenza, e si ritirasse
dalla minacciata città. Anzi essen-
do stato poscia disfatto da Ezio,
volle che il santo vescovo lo ac-
compagnasse nella sua ritirata fino
al Beno. Ciò rese s. Lupo sospet-
to d'intelligenza con quel re, di-
modoché fu obbligato di allonta-
narsi per due anni da Troyes. Ri-
i72 LUI*
tornò finalmente siila sua chiosa,
<• morì nel 47^> dopo avi-ila de*
guarnente governata cinquanladuc
anni. Il suo corpo si custodiva a
Troyes nella chiesa che porta il
suo nome, e la sua festa si cele-
bra a' •.>.() di luglio.
LUPO (s), vescovo di Bayeux.
Successe a s. Ridonano, e fu il
terzo vescovo di Bayeux. La sua
vita è nicn conosciuta di quella
de' suoi predecessori. Nell'b'63, du-
ranti le incursioni de'normanni, il
suo corpo fu trasportato nel ca-
stello di Palluan con quello del
primo vescovo s. Esuperio, donde
furono trasferiti a Corbeil, ove
guardatisi con molta venerazione
le loro reliquie, e tiensi per certo
essere stati operati molti miracoli
per la intercessione dei due santi.
S. Lupo è onorato il di i5 d'ot-
tobre.
LUPO o WOLF Cristiano .
INacque ad Ypres nel 1612, e di
quindici anni entrò nell'ordine di
s. Agostino. Insegnò la filosofia a
Colonia, e la teologia a Lovanio
con una fama straordinaria, fu per-
ciò uno de' deputati della seconda
città a Roma nel i655, per far
condannare la dottrina contraria
a quella che l'università stessa in-
segnava relativamente alla grazia.
Clemente IX voleva farlo vescovo e
sagrista pontifìcio, ma egli modesta-
mente ricusò. Egualmente lo stimò
Jnnocenzo XI, ed il granduca di
Toscana gli fece inutilmente offrire
una pensione per trattenerlo nella
sua corte. In Lovanio fu pure de-
cmo della facoltà teologica, e pub-
blico reggente, ed ivi morì d'anni
settanta nel 1681. Assai erudito, fu
così laborioso che studiava fino a
quattordici ore ogni giorno. Di lui
abbiamo un gran numero di ope-
LUS
re in latino; citeremo le principa-
li : 1." Commentario sui concilo
generali e particolari. 2/ Tratta-
lo delle appellazioni alla santa Se-
ile. 3." Raccolta di lettere sui con-
cilo d'Efeso e di Calcedonia. 4- La
vita e le lettere di s. Tommaso
di Cantorbery, ec. 5.° Raccolta di
opuscoli. Nel 1724 si pubblicò in
Venezia la raccolta di tutte le sue
opere, per cura del p. Tommaso
Filippino agostiniano di Ravenna.
LUSIGNAGO Ugo, Cardinale.
Ugo di Lusignano, greco di nazio-
ne, figlio di Giacomo I, e fratello
di Giovanni II re di Cipro (Fe-
di), illustre del pari per la nascita
che per l'erudizione e integrità di
vita, nel 1412 o i4'3 fu da Gre-
gorio XII fatto arcivescovo di Ni-
cosia , indi da Martino V a' 24
maggio 1426 creato cardinale dia-
cono di s. Adriano, e poi da Eu-
genio IV trasferito all'ordine dei
preti, conferendogli per titolo la
chiesa di s. Clemente. Dal mede-
simo nel 1 4-3 1 venne decorato del
vescovato suburbieario di Paleslri-
na, donde nel 1 4^6 lo passò a
quello di Frascati, colla legazione
della provincia di Marittima e
Campagna. Dopo la quale fu spe-
dito in Francia a nome e per par-
te del concilio di Basilea, a cui
trovossi presente a fine di stabili-
re la pace tra il re di Francia,
quello d'Inghilterra, e il duca di
Borgogna, veneudo deputato insie-
me col cardinal Lucido Conti a
ricevere ai confini dello stato ec-
clesiastico l' imperatore Sigismon-
do, il quale si portava in Roma
per ricevervi la corona imperiale;
ma non essendosi potuto accingere
al viaggio, gli fu sostituito il car-
dinal Giordano Orsini. Ebbe la
disgrazia di aderire al conciliabolo
LUS
di Basilea, e all'antipapa Felice V,
ni cui figlio Lodovico duca di Sa-
voia fu maritala, per opera del
cardinale, Amia di Lusignano sua
nipote; laonde Eugenio IV lo de-
gradò dalla dignità episcopale e
cardinalizia. INJorì in Savoia nel
i442.
LUSSO, Luxns, Luxuries. Su-
perfluità nel vestire, spesa superflua,
sontuosità eccessiva, quasi a dimo-
strazione di ricchezza e magnifi-
cenza, sia negli abili, sia nelle sup-
pellettili , negli equipaggi , nella
mensa. Questa parola deriva secon-
do alcuni dallo snervare che fanno
il lusso e la lussuria il corpo, e
dal togliergli il suo vigore. L'ano-
nimo autore dell'opera stampata
in Bassano nel 1772 in due tomi
con questo titolo: Del lusso, di-
scorso cristiano con un dialogo fi-
losofico, lo definisce. Un eccesso di
delicatezza e di sontuosità nel co-
modo e nello splendore della vi-
ta, atteso il grado che altri oc-
cupa entro la società. Altre eru-
dite definizioni del lusso si lee-
o
gono negl' importanti ed utili Cen-
ni economico-statistici del cav. An-
gelo Galli p. «3 e seg., il quale
riporta quelle di Smith, Theoric
die luxe, di Genovesi, di Beccaria,
di Stewart, di Verri e di Gioia : ri-
produremo le definizioni di Geno-
vesi e di Gioia ; il primo discor-
re così, m Alcuni hanno dello che
il lusso sia spendere soverchiamente,
cioè più di quello che basta; altri
che sia spendere più di quello
che basta, e ciò pel solo piacere
di vivere; altri che sia uno stu-
dio di vivere con soverchia mor-
bidezza e delicatezza o raffinamen-
to di piaceri, tanto di corpo, quan-
to di animo; altri che sia Io stu-
dio e il modo di distinguersi nella
LUS i7?>
sua classe, con animo di signoreg-
giare, o di uguagliarsi ad una del-
le classi superiori , non già per la
quantità della cosa, ma per la quali-
tà, vale a dire per la raffinata ma-
niera di vivere". Equi noteremo,
che mentre hanno molti declamato
conlro gì' immensi vizi prodotti
dall'incremento del lusso , ciò non
ostante ha sempre avuto i più
grandi apologisti , laonde lo stesso
Genovesi dice altrove : » 11 lusso è
la sorgente dell'abbondanza, il pa-
dre del buon gusto, il maestro
della pulitezza, la scuola del raffi-
namento de' piaceri, l'aura soave
che tranquilla le tempeste dei cor-
pi politici, l'incudine delle arti, la
fucina delle scienze ; lasciate fare
alili, se gli mancasse materia ". Gio-
ia poi ritiene il lusso nel senso co-
munemente ricevuto, e dice. * In
fatti con quale apparenza di ra-
gione si potrà condannare l'au-
mento delle sensazioni aggradevole
Pietro si è affaticato per dieci
anni, mentre voi dormivate nel le-
targo ; egli si è esposto a dei peri-
coli, mentre voi eravate tranquil-
lo; egli ha compromesso i suoi
capitali nelle vicende del commercio
ed ha corso il rischio di restarne
privo, e voi volete ora fargli rimpro-
vero se assiso sul cumulo delle sue
ricchezze onoratamente acquistate
egli vuole goderne ? Sono frutto dei
suoi sudori gli abiti molti in cui
è avvolto, il cocchio elegante che lo
trasporta , il letto sprimacciato in
cui giace. In vece di gellare uno
sguardo d' invidia sui suoi piaceri,
gettate uno sguardo di disprezzo
sulla voslra dappocaggine". Egli però
limita il suo discorso a tre condi-
zioni , che i consumi non sieno
maggiori della rendita ; che i me-
desimi non impediscano di elevar-
i?4 LUS LUS
si dallo stato di miseria in cui un più savio q il più morale, ora clic
uomo si trovasse costituito ; che il lusso si caratterizza al tempo
non distruggano il fondo di risei- stesso eausa e conseguenza delle
va. Osserva quindi il Galli, che o cognizioni acquistate; ma comun-
ve il lusso non sia in questi limi- que si opini, dice il Galli, è certo
ti contenuto, apporta senza dubbio che tutti i popoli , adescandosi a
perniciosissimi effetti, come accadde vicenda, hanno gustalo il lusso, e
di dover detestare la leggerezza di per conseguenza hanno accresciuto
molti, che condotti solo dallo spi- la somma dei loro bisogni ; ed ag-
rito di tarsi ammirare e far par- giunge, se si volesse da questa
lare di loro, si vestono e si abbi- tendenza frenare il popolo, sem-
gliano in modo da attirarsi 1' al- brerebbe volerlo condannare all'ab-
trui compatimento, molto più qunn- biezione e allo scherno , essendo
do si conosce l'incongruenza de'loro innegabile che il lusso procede in
mezzi . A questo proposito scrive ragione diretta delle cognizioni. Il
un uomo celebre, compariscono citato anonimo poi, prova che la
con maggior ridicolezza gli uomini delicatezza anti-evangelica del lus-
di minor opinione, e le donne me- so universale si stende a tutti gli
no pregevoli. Essendo dunque ben ordini di persone, a tutte le sta-
inteso un lusso ragionato, sembra gioni dell'anno, fomentando cosi la
ottimo consiglio l'aprire la via al- concupiscenza della carne, la mol-
le risorse, perchè da queste il pò- lezza, e il decadimento di ogni for-
polo possa ottenere il modo di za e di spirito e di corpo. Quindi
soddisfare legittimamente a'bisogni dichiara le funestissime conseguen-
ne'quali si è costituito : tale è la ze del lusso, come sono la super-
conclusione del Galli, sulle cause bia della vita; gli onori procaccia-
ed effetti della ricchezza pubblica, ti dal lusso e tolti al merito e al-
Gli economisti, massime italiani, la virtù; le adulazioni che gli si
propendono alla educazione frugale, tributano, che guastano il cervello
perchè il popolo senta minori bi- di chi le riceve ; le ingiustizie che
sogni, e più facile gli sia di sod- sogliono produrre il lusso, o to-
disfare a ciò eh' è puramente ne- gliendo e ritenendo l'altrui; la po-
cessario : all' opposto gl'inglesi stu- verta di cui è cagione, checché ne
diano di far gustare ai popoli al- dicano i panegiristi e commercia n-
cune soddisfazioni per adescarli a ti, facendo l'analisi di vari capito-
cercaré i mezzi di procurarsele, con- li del profeta Amos, il quale par
tando che l'uomo libero non lavo- che dipinga i nostri costumi e mo-
ra né per istinto, né per diverti- derna delicatezza. Passando l'ano-
mento, ma per soddisfare ai biso- nimo a lodare l'economia, elice che
gni, e lavora più o meno secondo essa è più utile assai del lusso e del
che questi sono maggiori o minori, malinteso commercio, promove la
Seguendo gl'inglesi il loro prin- pubblica e la privata felicità, e ve-
ci pio eccitano in questo modo al ra ricchezza, giovando mirabilmen-
l' attività le nazioni selvaggie e i te alle arti che dal lusso sono ri-
popoli indolenti. Non pare che vi strette ad un gusto superficiale e
sia più luogo a discutere quale meschino; né tace, che per il lusso
dei due principii accennati sia il tante nobili, antiche e gloriose fa-
LUS
miglie si estinsero o caddero nella
dimenticanza e nel disprezzo.
Fin dal tempo di Abramo il
lusso non era sconosciuto presso
alcuni popoli dell'Asia. Essi aveva-
no diversi gioielli, e vasi d'oro e
d' argento. Si fa menzione a'tempi
d'Isacco di abiti preziosi e di vesti
profumate, e di questa fatta erano
quelle di Esaù che Piebecca fece
indossare a Giacobbe. Nulla può
servire a far comprendere a qual
grado molti popoli asiatici avesse-
ro portato il lusso e la sontuosi-
tà, quanto quello cbe leggesi nella
sacra Scrittura sulla magnificenza
della corte di Salomone. La regi-
na Saba, benché prevenuta della
splendidezza di quel monarca, ri-
mase tuttavia sorpresa al vedere il
modo in cui eia servita la di lui
mensa, il .numero degli uflìziali
della sua corte, la ricchezza de'lo-
ro alloggiamenti e la magnificenza
de' loro abiti. Dall' Asia il lusso
passò presso gli ateniesi , e vuoisi
che Tarquinio, che dicesi originario
di Corinto, abbia incominciato ad
introdurlo in Roma. Veramente i
primitivi romani furono assai sobrii:
benché usciti da diversi antichi
popoli dell' Italia , preparavano il
giano cuocendolo intiero nell'ac-
qua colla sua pula, e molto do-
po eh' ebbero imparato a pestarlo
si tennero all' uso della pappa. I
greci ed i romani benché vivesse-
ro agiatamente, non avevano cami-
cie né di lino, né di stoppa; al-
l'articolo Bagni, dicemmo che que-
sti furono introdotti per nettar-
si dalle lordure della carne , ca-
gionate dalle vesti di lana . Cato-
ne il Censore, ed altri ricchi ro-
mani prima di lui, dormivano so-
pra pelli di montone stese sul pa-
vimento. Allorché lo stesso Catone
LUS ìhfS
andava alla campagna cavalcava
un asino su cui trasportava il suo
bagaglio. In Roma ne' primi secoli
fu ignoto l'uso dell'olio e del sevo,
ed i consoli e i dittatori si cori-
cavano all' oscuro. Ora potrebbe
dirsi che in quel tempo gli uomini
in tal guisa viveano, e per conse-
guenza potrebbero vivervi ancora?
No certamente, come non è da au-
gurare che torni quel fasto smisu-
rato che comparve in Pioma nei
tempi posteriori, onde vennero sta-
tuite le leggi suntuarie, swnptuariae.
Le leggi suntuarie erano ordinale
a frenare il lusso, ed a segnare un
confine nelle spese non solo pub-
bliche, ma eziandio private. Colla
legge Orcìiia si limitava il nume-
ro de'convitali ue'feslini; colla Fan-
nia si restringevano a cento assi
le spese di un giorno di festa; si
permetteva di spendere trenta assi
al giorno pel corso di dieci gior-
ni in ciascun mese, e in tutti gli
altri giorni non più di dieci assi,
e si vietava di apprestare più di
una sola gallina. Colla Didia fu-
rono rinnovate le disposizioni che
determinavano la spesa dei pasti,
non meno che il numero de' con-
vitati, non solo pei romani, ma
per tutti gl'italiani eziandio; ed in
caso di contravvenzione, tanto colui
che invitava, che gl'invitati pagar
dovevano un'ammenda. A somi-
gliante scopo tendevano pur anco
le leggi Licinia, Emilia, Antia,
Cornelia, Giulia. Queste leggi as-
sai contribuivano nell'antica Roma
a frenare il lusso, ed a mantenere
quella sobrietà e rigidezza de'co-
stumi, che fecero giungere i romani
al più alto punto di potenza e di
gloria. Inosservate poi, in progres-
so di tempo caddero le leggi sun-
tuarie , il popolo di Marte invilì
i7(i LUS
tiri lusso e nelle mollaste nsiati-
clie. Noto è il lusso strabocchevole
di alenili decloro imperatori, ed an-
cbe ili alcuni privati cittadini, mas-
sime per eia che riguarda il servi-
zio delle mense, l'eleganza e la ri-
eneatezza degli abili, il numero de-
gli schiavi, ec. Il lusso di Roma
si aumentò straordinariamente col-
le conquiste fatte dai romani nei
più lontani paesi, colle spoglie del-
le provincie soggiogate e le ric-
chezze che portate ('mono in Roma,
e colla estensione del commercio,
massime marittimo, e l'introduzio-
ne di nuove derrate.
Secondo la repubblica di Atene
vi erano i ginecomini, cioè signori
alle pompe, deputati a deliberare
sugli ornamenti delie gentildonne,
dopo di tutte le altre donne, ac-
ciocché alcuna di esse non portasse
cosa indegna di se ; come pure che
ognuna secondo il modo della fa-
coltà si vestisse, statuendo pena
pecuniaria a quella che facesse al-
trimenti, per la qual contravven-
zione era subito punita. Nella Fran-
cia il lusso fu introdotto da Carlo
Magno, allorché tornò dall' Italia
colle sue armate vittoriose; ma già
in molli articoli parlammo di quau-
to riguarda il lusso di tutte le
specie. Solo qui aggiungeremo, che
un tempo, al dire del Borghini,
Delle armi delle famiglie fiorentine,
secondo quelle leggi, l'uso di fode-
rare gli abili di vaio (animaletto
di colore bigio scuro, la cui pelle
macchiala di nero serviva a fode-
rare nobili vestimenta ) era unica-
mente riservato ai cavalieri e gen-
tiluomini ed altre persone distinte
per qualche dignità; del pari le gen-
tildonne portavano i loro mantelli
orlati dello stesso. Da ciò avvenne
che distintivo di nobiltà incontra-
la US
stabile era quello di far scolpar
sulle antiche tombe i propri aule-
nati portando abili foderati ih vajo
\ i buono molle questioni per
sapere se il lusso sia utile o per-
nicioso alla prosperità degli slati ;
se si debba favorirlo o reprimerlo;
se in una monarchia siano utili o
pericolose le leggi concernenti le
spese; sui quali argomenti si può
consultare , oltre le riportate opi-
nioni, l'opera di Stefano Laoiii-
ce, cioè dell' abbate Corona, inti-
tolata, Riflessioni economiche, poli-
tiche e morali sul lusso , ec. Cer-
to è che il lusso distrusse le anti-
che monarchie; così perirono quel-
le degli assiri, dei persiani, dei
romani, per non dire di altre. Non
si può poi mettere in questione se il
lusso sia conforme allo spirito del
cristianesimo: una religione che ci
predica la mortificazione, l' amore
della croce e dei patimenti, Pan-
negazione di noi stessi, come virtù
assolutamente necessarie alla salute
eterna, non può approvare il lus-
so o l'amore delle vanità. Gesù
Cristo colle sue lezioni e co'suoi
esempi condannò questo vizio : la
virtù e la fortezza dell' animo non
si può trovare in un uomo sner-
vato nel lusso e nella mollezza.
I padri della Chiesa, secondo le
massime del vangelo, con rigore
condannarono ogni specie di lusso.
I filosofi epicurei li accusarono di
avere ecceduto nella morale, e di
non aver saputo distinguere il lusso
dall'uso innocente che si può fare
degli agi della vita, specialmente
quando il costume vi unisce una
specie di convenienza per rapporto
alle persone di una certa condizio-
ne. Su di che si possono consulta-
re, Bai beyrac , Trattalo della mo-
rale de' padri, e. 5, § i4- Il Rag'o-
LUS
namento sopra il lusso e la im-
modestia degli abìlì> del p. Carlo
de la Rue gesuita, stampato in
Bologna. 11 Trattalo de* giuochi e
divertimenti permessi o proibiti ai
cristiani, stampato in Roma nel
1768, capitolo XXI : Del lusso, e
delle spese superflue che si fanno
pei divertimenti; danno grande che
da ciò ne viene al bene pubblico
ed alla religione. 11 Trattato contro
gli abbigliamenti, Venezia 1786.
II conte Gio. Battista Roberti nel
tomo VI delle sue opere ci ha da-
to un Dialogo filosofico intorno
al lusso; più V Elogio dell'economia
regolatrice del lusso. Le Conside-
razioni cristiane sulla qualità del
vestito, Venezia 1839, tipografia
Emiliana. Il poeta Delille ha scrit-
to una bella satira contro il lusso,
nella quale dice esservi un lusso
utile e decente, e convenevole ai
grandi stati, ai grandi nomi , o
alle grandi cariche, e alle ultime
classi della società fa rigurgitare
1' opulenza, e fa scendere Y oro
che sempre tende a salire. Ma
avvi, die' egli, altro lusso consecra-
to al vizio, figlio snaturato dell' in-
dustria attiva, fragile colosso in-
nalzato dal solo orgoglio ; aureo
è il suo simulacro , i piedi sono
di fragile argilla ; la vanità lo as-
siste, e avanti di esso inginocchiato
l'orgoglio, sacrifica senza riguardi
mogli e figli, padre e sposo. Egli
è questo uno scheletro spolpato,
ma alletta tuttavia in mezzo ad
un'antica figura una specie di pin-
guedine che altro non è che gon-
iiezza ; sotto la porpora rilucente
nasconde i cenci , e il suo trono
s'innalza in mezzo alle tombe. Il
Manzi ci diede un trattato sul lus-
so degli italiani nel secolo XIV.
Dice il Bergier, che queglino stessi
vol. xi.
LUS 177
che vollero fare l'apologia del lusso
sono costretti accordare che rende
gli uomini effeminati, snerva gli
animi, corrompe l'idee, estingue i
sentimenti di onore e probità, di-
strugge le arti utili per alimentare
i talenti deboli ; esaurisce la vera
sorgente delle ricchezze spopolando
le campagne, e levando all'agri-
coltura moltissimi uomini ; mette
una mostruosa ineguaglianza nelle
fortune; rende felice un piccolo nu-
mero d' uomini a spese di molti
milioni di altri uomini; fa che i
matrimoni sieno troppo dispendiosi
pel riprovevole fasto vano ed insa-
ziabile delle donne , e moltiplica i
celibatari voluttuosi e libertini, dop-
pia sorgente della spopolazione ; ro-
vina le famiglie, e produce innu-
merabili e fatali conseguenze. Se il
lusso ne' cristiani è condannabile,
secondo la natura dell' eccesso e
delle altre circostanze che lo ac-
compagnano, diviene molto più con-
dannabile negli ecclesiastici, a'quali
molti concilii prescrissero severa mo-
destia nella mensa, negli abiti, nel-
le suppellettili, ec; come la loro
condotta dev' essere più modesta,
più esemplare, più santa che quel-
la de' laici, ad essi è severamente
interdetta ogni superfluità. Il se-
condo concilio generale di Nicea
l'anno 787, can. 16, proibisce a've-
scovi ed ai chierici gli abiti ma-
gnifici e sontuosi e l'uso dei pro-
fumi. 11 concilio di Aix la Cha-
pelle dell'816, can. i4^, proibisce
loro la pompa ed ogni superfluità
nella tavola e nel modo di vestire.
Il concilio generale lateranense III,
celebrato nel 1 1 79 da Alessandro
III, determinò che i prelati non
usassero vesti preziose. II concilio
di Montpellier del 12 16, can. 1,
2, 3, interdice agli ecclesiastici gli
12
178 LUS
abili (li colore, e gli ornamenti eli
oro e d'indento. 11 concilio gene-
rale laleranense IV, tenulo nell'i-
stesso anno da Innocenzo III, rin-
novò i canoni del IV concilio car-
taginese nel 398, il quale vuole
che la casa, i mobili e la mensa
del vescovo sieno poveri. Il conci-
lio generale lateranense V, termina-
to da Leone X, ordinò clic la ca-
sata famiglia, la tavola, gli arre-
di de' cardinoli , (ossero specchio
di modestia e moderazione. Il sa-
cro concilio generale di Trento,
sess. 22 , de re forni, e. 1, racco-
mandò istantemente V osservan-
za della disciplina prescritta con-
tro il lusso, dai canoni de' prece-
denti conci lii. Il Papa s. Pio V
colla bolla Quoniam nos pluries,
de' 24 magg10 '^67, approvò il
nuovo statuto del popolo romano,
sopra la prammatica delle doti e
del corredo delle zitelle romane
che doveansi maritare, non do-
vendo la dote oltrepassare gli scudi
quattromila cinquecento, e la mo-
derazione dei regali fra gli sposi
ed i parenti. Quindi nel 1 57 1 ri-
formò il lusso degli ecclesiastici
negli abiti ed in altro. Con altre
disposizioni ordinò che le osterie
fossero a solo comodo degli stranieri,
e riformò la pompa delle femmine.
Sisto V confermò quanto avea-
no ordinato Clemente VII del
i523, Pio IV del i55cj, e s. Pio
V, sulla riforma delle spese eccessi-
ve che impoverivano le famiglie;
ìndi fece compilare dal magistrato
romano alcuni regolamenti sulla
moderazione del vestire, delle doli,
de'conviti, delle carrozze, de'funera-
li, ed altro per ogni ceto di per-
sone, e li confermò a'2 3 dicembre
i586, colla costituzione, Cum in
unaquaque. Innocenzo XI restituì
LUS
a diversi religiosi la modestia ne-
gli abiti, poiché sebbene 1' abito
non faccia il monaco, dall' abito
certamente quello si conosce. Ri-
provò ne' cardinali le carrozze su-
perbe e le livree fastose. Introdus-
se nel palazzo apostolico la mode-
razione. Provvide al lusso che ro-
vinava i nobili, ed ordinò alle
donne che incedessero vestite mo-
deste, e si recassero in chiesa col
capo coperto : su questo proposito
abbiamo dal p. Eusebio di s. Fran-
cesco, Lettera critico-morale in or»
dine al lusso immoderato delle doti'
ne, e dell'andare in chiesa col ca-
po scoperto, 1769. Innocenzo XII
meditava di porre un freno al-
lo smodato lusso, sorgente ferace
di disordini e dell' impoverimento
delle famiglie; ma gli stranieri che
portano le loro merci a Roma,
sventarono le saggie sue disposizio-
ni. Clemente XI nel 1707 coman-
dò l'osservanza delle costituzioni
sulla prammatica delle spese pel-
le monacazioni. Nel voi. XI, pag.
259 del Dizionario, dicemmo come
Clemente XI proibì il portarsi
nelle chiese tappeti e cuscini, tran-
ne le persone di regio sangue; ed
in certe calamità vietò per cinque
anni l'uso dei genuflessorii e dello
sedie nelle chiese. Qui aggiungere-
mo, che i romani fecero spontaneo
voto di non portare per cinque an-
ni né oro, ne argento sugli abiti,
e di non ammettere pubblici diverti-
menti, spettacoli e teatri. Clemente
XII proibì sotlo gravi pene iu tutti
i dominii pontificii, l'uso di merletti
di seta o di filo e fetluccie lavorate,
di straniera manifattura. Coman-
dò inoltre che fossero vietate alle
zitelle pretendenti ai sussidi dotali,
vesti di seta o di patini fini, e gli
ornamenti d'oro e di argento, do-
LUS
vendo usare abiti lisci e modesti
ove non entrasse mischiata la seta:
questi medesimi abiti prescrisse che
dovessero usare le donne mogli, fi-
glie e sorelle di servitori con livrea,
de'garzoni e lavoranti di arti mec-
caniche, ed anche quelle di padroni
delle arti inferiori, le quali femmi-
ne non doveano portar gioie che
oltrepassassero il valore di cinquan-
ta scudi , conoscendo bene il Pon-
tefice i gravi sconcerti che nasco-
no dal voler comparire ed ince-
dere al di sopra delle proprie for-
ze e condizione. Benedetto XIV
procurò riformare 1' eccedente lus-
so della nobiltà romana , per cui
molte famiglie già opulenti eransi
ridotte alla miseria. Clemente XIV
nel 1770 prescrisse ai couservatorii
delle educande un abito uniforme
e semplice, rimovendo gli ornamen-
ti di lusso.
Maria Teresa imperatrice regina
nel 1769 pubblicò una pramma-
tica e riforma sulle pompe esterne,
e riguardante pure le onorificenze
che doveano distinguere l'ordine
nobile. Fra le altre cose ivi si par-
la dell'uso degli sgabelletti , delle
cassette di argento od inargentate,
borse pei libri nelle chiese ed in
altri luoghi pubblici, riservati alle so-
le dame. 11 costume della borsa pei
libri di divozione, che le dame
altre volte facevano portare dai
loro paggi alle chiese, ripete il suo
principio dagli antichi romani. Se-
condo essi era in uso di far por-
tare dai servi, chiamali saccolari o
cassieri, i libri de' nobili giovanetti,
quando recavansi a scuola, dentro
certi sacchetti o cassette, come tut-
tavia da diversi popoli si pratica
a' nostri giorni . Quelle matrone,
ad imitazione de'figli, dovendo por-
tare i libri di divozione, comiuciaro-
LUS 179
no anch' esse a farli portare dai
loro paggi in que' sacchetti og-
gidì chiamali borse, ed in pro-
gresso di tempo il lusso crebbe a
segno, che stimandosi da poco la
seta, l'argento e l'oro, alcune di
queste borse furono arricchite di
perle, forse a distinguere le princi-
pesse dalle dame ordinarie. Le ma-
trone romane poi di prima sfera
aveano il distintivo di avere anco
i cuscini ne' loro templi, in tessuti
di seta ed oro, per pomposa loro
agiatezza, onde inginocchiarsi sopra.
Altre distinzioni sono accennate
nell'editto araldico o prammatica
summentovata , come quella, del
guardinfante alla moda della cor-
te, detto corico, o il farsi sostene-
re lo strascico e coda dell' abito.
L'uso di avere chi addietro sospen-
desse le estremità della veste, chia-
mata strascico, in latino syrma, era
pure introdotto anticamente dalle
dame in Italia, pervenutole da cer-
te vesti tragiche assai lunghe.
Neil' anno 1 843 il magistra-
to di Norimberga emanò un avvi-
so contro gli eccessi del lusso a cui
si abbandonavano molti di quegli
abitanti, ed eccone un brano: « L'ec-
cessivo lusso, l'eccessivo amore ai
divertimenti, la ricercatezza ridicola
negli abiti, specialmente presso le
dame, le figliuole de'domeslici, de-
gli artigiani ec, sono i veri nemi-
ci delle famiglie, guastano la do-
mestica tranquillità, e impediscono
che in esse sorga la prosperità*
Contro questo male non vi ha ri-
medio che nella confidenza che a-
ver si deve in coloro , che come
parenti, sposi, tutori, maestri, pa-
droni, ec. sono al grado di aver
influenza, per esser certi che da-
ranno buon esempio, e alla loro
famiglia od ai loro dipendenti in-
180 LUS
spireranno il gusto dell' economia.
Negli altri paesi si sono creato so-
cietà di temperanza, dalle quali si
hanno ottenuti i migliori risulta-
menti; appo noi, società contro il
lusso inutile, a favore del vestir
semplice presso le persone di sor-
Tizio, società di economia nel più
largo senso della parola , sarebbe-
ro con piacere accolte da un gran
numero di gente, e molti si affret-
terebbero di unirsi ad una tale so-
cietà, che stabilita in uno scopo
buono e lodevole , non può avere
che felici risultameli ti ".
LUSTRAZIONE , Lustralio. A-
spersioni, suffumigi, sacrifizi di e-
spiazione, ed altre cerimonie colle
quali si purificavano i luoghi e le
persone immonde. I pagani e gli
ebrei avevano le loro lustrazioni,
e ve n'erano di tre sorta presso i
primi. Alcune fàcevansi coli' acqua
lustrale, colla quale si aspergevano
quelli che si volevano purificare;
altre col fuoco e col zolfo; ed al-
tre per mezzo dell' aria che si a-
gilava all'intorno della cosa che si
•voleva purificare. I pagani chia-
mavano giorno lustrale , clies In*
stricus, quello nel quale si faceva-
no le lustrazioni sopra un fanciul-
lo, e gli si dava un nome, vale a
dire il nono dopo la sua nascita
pei maschi, e 1' ottavo per le fem-
mine. Lustrazioni fra i gentili fu-
rono pur chiamati gli augurii, gli
incanti e le divinazioni: famose
furono le lustrazioni e purificazioni
degli egiziani ; ve ne furono pub-
bliche e privale. Le lustrazioni che
fàcevansi per le persone, erano pro-
priamente espiazioni, e la vittima
che in quello occasioni s' immolava
chiamavasi vidima piacularis. Dio
ordinò a Mosè di separare i le-
viti di mezzo ai figliuoli d' Israele
LUT
o (li purificarli coli' acqua di lu-
strazione. Quest'acqua era una spe-
cie di lisciva, che facevasi gettando
nell'acqua pura una piccola quan-
tità della cenere di una vacca ros-
sa immolata nel giorno della so-
lenne espiazione. Si aspergevano
coli' acqua stessa le persone e le
cose che avevano contratta qualche
immondezza all'occasione d'un mor-
to. Chiamavasi lustrazione eziandio
quanto praticavasi allorché un leb-
broso era guarito dalla lebbra. Si
usò della parola lustrare, anche
parlando della consecrazione che i
genitori facevano de' loro figli in
onore del falso Dio Moloch.
LUTERANI e LUTERO. Chia-
masi luterano colui, il quale pro-
fèssa il luteranismo o sia l'erronea
dottrina di Martino Lutero, famoso
eresiarca, ed il piti celebre nova-
tore religioso del secolo XVI, che
ne produsse un numero grandissi-
mo, per fatale disgrazia di gran
parte del cristianesimo. I luterani
sono divisi in molte sette, e que-
ste in miti , rigidi e misti, il cui
novero riporta il p. ab. Biagi an-
notatore del Bergier, Dizion. enci-
clopedico, all' articolo Lutero: ri-
porteremo il nome delle principa-
li. Luterani rigidi, che seguono al-
la lettera la dottrina di Lutero ; i
moderati, che la rendono meno se-
vera ; gli antinomiani ; gli adiafo-
risti e gli antidiaforisti; gli antisa-
mapriani ; gli arabonari ; gli an-
tisvendfeldiani o meglio antisch-
wenckfeldiani; gli antosandrini ; gli
anticalvinisli ; gli anmetisti; i bissa-
cramentari ; i trissacramentari ; i
quadrisacramentari ; i confessioni-
sti detti miriciani ; i confessionisti
ostinati; i recalcitranti ; gl'inferani ;
i majoristi ; gl'impositori di mani;
i modiosandiini; gli osiandrini ; i
LUT LUT 181
samosatensi ; i suffeldiani ; gli Imo- Sassonia-Meiningen, Sassonia- Alten-
nanriani; i zuingliani semplici; i bourg, Sassonia- Weimar-Eisenac, dei
zuingliani significativi ; i luterò- conti di Waldeck, Wurtemberg, ec.
zuingliani; i carlostaziani; i tropisti Inoltre i luterani sono propagati
evargiei; i suffeldiani spirituali; i anche in altre parti del mondo,
servetiani ; i davidici o davidico- massime in America. Vedi Maim-
georgiani; i mennoniti; i luterò- bourg, Storia del luteranismo',
calvinisti; i lutero-papisti; i Iute- Bernini, Storia dell'eresie; ed Her-
ro-osiandrini, ed alcuni altri com- mant, Storia dell'eresie. Seekndorf
posti. Degli eretici appellati in gè- ci ha dato la grande opera: De
nere evangelici, alcuni sono luterani, lutheranismo . Quanto poi all' in-
altri semi-luterani, alcuni anti-lute- troduzione del luteranismo nei men-
rani, ed altri anti-cristiani. De'semi- tovati slati, iu altri non citati e
luterani alcuni confermano le loro nelle principali città massime se
opinioni coi testi di Lutero, ed vescovili, se ne tratta ai rispettivi
altri pongono in armonia le opi- articoli. V. Protestanti e GlH-
nioni altrui per mezzo delle sen- mania, non che tutti gli articoli
tenze di Lutero stesso. Degli anti- che possono riguardare i lutera-
1 utera ni alcuni dissentono da Lu- ni ed i loro errori. Molte delle
tero iti molti articoli, e si divido- tante. conversioni seguite dalla pre-
no in molte sette. Fra gli anti-cri- tesa riforma sino ad oggi, sono pure
stiani alcuni rovesciano quasi tutta memorate in diversi luoghi, a gio-
ia fede, ed altri tutta affatto la ria del cattolicismo e di quelli che
sovvertono. Di tutte le mentovate vi fecero ritorno,
specie di luteranismo, la maggior Martino Lutero nacque il gior-
parte delle quali hanno articoli in no io novembre 1 4^4 m Islebe
questo Dizionario o se ne parla in o Eisleben, città della contea Man-
altri, alcune ritengono meno erro- sfeld in Turingia, paese della Sas-
ri della loro istituzione, altre cani- sonia, da Giovanni Luder o Lau-
darono molti punti ed altre gli ac- iher o Loter, uomo di bassa con-
crebbero, e generalmente oggidì più dizione che lavorava nelle miniere,
non badano, al domina di Lutero Dopo aver finiti i suoi studi di
intorno al libero arbitrio, la pie- grammatica in Maddeburgo, ed in
destinazione e la grazia, anzi lo Eisenac, ove per bisogno andò meu-
confutano fortemente. All' articolo dicando il pane di porta in porta, can-
Evangelico, dicemmo quali sono gli tando cantici e canzoni per ecci-
stati che in Europa seguono la tare la carità, passò a studiare la
prelesa religione riformata dei prò- filosofia in Erfurt. La sua prima
testanti chiamati evangelici ; se- vocazione fu quella del foro, pel
guono poi nell'Europa il luterani- quale mostrava felici disposizioni,
sino i seguenti stati. Brunswick- Wol- In quella università nel i5o5 ot-
fenbutlel, Danimarca, Holstein-Son- tenne il grado di maestro di filo-
derbourg, Holsteiu-Schleswig, Assia sofia; ma la sua immaginazione
granducale, Holstein-Gottorp, Meck- pronta ad accendersi, rimasta es-
lenbourg, Nassau- Usingen, Heuss- sendo colpita dal funesto accidente
Schleiz, Schwarzbourg, Svezia, Noi- di un amico uccisogli a lato da un
vegia, Sassonia (Joburgo e Gotha, fulmine, fece nascere nella sua men-
18* LUT
te tlcllc triste riflessioni, che l' in-
dussero a chiudersi nel convento
dagli agostiniani di Erfurt, ad ou-
la che i suoi genitori ed amici a-
vesscro procuralo distorto. Il primo
suo fervore per le osservanze reli-
giose, e pel digiuno particolarmen-
te, fu sì ardente che spesso passò
ilei giorni senza mangiare e senza
bere. Mandato dai suoi superiori,
onde studiasse la teologia nella nuo-
va università di Witlemberga, l'ap-
plicazione sua ed i suoi talenti il
fecero seegliere per uno de' profes-
sori dell'università. Nel i5io sot-
to il pontificato di Giulio li, fu
inviato a Roma per gli affari del
suo ordine, ove concepì qualche
avversione contro il capo della Chie-
sa e la sua corte. Tornato in Sas-
sonia, piacquero talmente i suoi ser-
moni all'elettore Federico, che vol-
le supplire alle spese pel suo ad-
dottoramento nel i5i2. Fino allora
Lutero veuiva tuttavolta tenuto per
un zelantissimo dell'autorità del Pa-
pa, e per quei punti di dottrina e di-
sciplina, contro i quali si scagliò
dappoi con tanta violenza. Soleva
dire che trovavasi disposto a por-
tare le prime legna per far ab-
bruciare Erasmo (Vedi), il quale
in dispregio dell'autorità pontificia
aveva osato di scrivere contro la
messa, contro il celibato degli ec-
clesiastici , e contro T invocazione
de'santi. La lettura de'libri di Gio-
vanni Huss non tardò ad ispirar-
gli del disgusto per le vane sotti-
gliezze e per la burbera favella
degli scolastici del suo tempo, disgu-
sto che a poco a poco si convertì
iu un odio ognora crescente per le
pratiche della Chiesa. Intraprese per-
tanto di spianarsi una nuova stra-
da, e la natura gli avea dato tut-
ti i mezzi di riuscirvi. Un carat-
LUT
fere impetuoso, suscettivo ad ap-
passionarsi fortissimamente per un
ometto, e di abhandonarvisi onni-
namente, senza voler ascollar nul-
la di quanto avrebbe potuto ricon-
duco a parliti moderati; un' im-
maginazione ardente, uno spirito
nudrito dallo studio , un'eloquenza
naturale, una voce forte, robustissi-
mo petto, una penna instancabile;
quella facilità di parlare cui dan-
no la violenza e T entusiasmo ; da
ultimo la pertinacia che irrita del-
le contraddizioni; tali sono le qua-
lità e i difetti, che assicurando a
Lutero successi di cui il lusingava
il suo orgoglio, lo rendevano più
ardilo e più intraprendente.
Fino dal i5i6 annunziò in
pubbliche tesi i germi de' nuovi
donimi cui sostenne poscia con
tanta pubblicità e romore. Non es-
sendo intanto sufficienti i tesori del-
la camera apostolica per proseguire
la sontuosa riedificazione della ba-
silica vaticana incominciata da Giu-
lio li, il successore Leone X, come
erasi praticato in altri casi, ricorse
alla generosità de' fedeli per le
oblazioni, col premio della santa
Indulgenza (Fedi), mentre l'Euro-
pa era tranquilla, e tutti i cristia-
ni vivevano nella comunione e
sotto T obbedienza della Chiesa ro-
mana. Il Papa ordinò pertanto al
cardinal Alberto di Brandeburgo
arcivescovo di Magonza, che per
mezzo di zelanti predicatori faces-
se promulgar le indulgenze per la
Germania. Alberto si servì de' soli
religiosi domenicani, incaricandone
il p. Giovanni Tetzel inquisitore,
il quale avea fatto altrettanto pei
cavalieri teutonici nella guerra coi
turchi; quindi falsamente asserì il
Soave, che questa incombenza fos-
se privativa degli agostiniani. Dis-
LUT
graziatamente nel 1 5 1 7 il p. Gio-
vanni Staupitz vicario generale de-
gli agostiniani, commise a Lutero
di difendere il suo ordine, contro
quello di s. Domenico, sul diritto
di predicare silFatle indulgenze .
Lutero non contento di sostenere
le pretensioni dell' ordine agosti-
niano, nella vigilia o nel dì d'O-
gnissanti incominciò co'suoi sermoni
ad oppugnare l'abuso delle indul-
genze, indi pubblicò un program-
ma contenente c)5 proposizioni, le
quali combattendo direttamente le
indulgenze, die principio alla fune-
sta e lagrimevole epoca de' suoi
perniciosissimi errori. Il p. Tetzel
vi rispose con altro programma
più diffuso; poi deponendo la sua
qualità di parte, per assumere
quella di giudice, fece ardere co-
me inquisitore della fede, il pro-
gramma del suo competitore , i
cui discepoli usarono rappresaglie
dando alle fiamme i\ suo. Per
mala sorte fu tale evento come u-
na dichiarazione di guerra, dap-
poiché si vide tosto una quanti-
tà di teologi ingerirsi nella dispu-
ta. Lutero profittò accortamente
delle esagerazioni de'suoi avversari
sull'autorità del Papa, mentre scri-
veva a Leone X lettere sommes-
se e rispettose, supplicandolo a non
lasciarsi preoccupare dai suoi ne-
mici. Fin allora quel fuoco era u-
na scintilla facile ad estinguersi,
ma alcuni principi della Germania
avendo tolto a pretesto tali novità
pei loro interessi particolari,, si vi-
de in breve tempo diffondersi l'in-
cendio nella maggior parte degli
stati del settentrione, e la Francia
non andò del tutto immune dalla
combustione. Leone X, d'un carat-
tere inclinato alla dolcezza, tenne
in principio che tali dispute fosse
LUT
i83
una semplice contesa di corpora-
zione, alla quale non bisognava da-
re troppa importanza facendovi in-
tervenire 1' autorità. L' imperatore
Massimiliano I avendo però veduto
nel discredito delle indulgenze la
privazione di un mezzo sul quale
avea calcolato per fare la guerra ai
turchi, ne fece rimostranza al Pon-
tefice , e questi rimeritò il zelo
del principe , col donativo dello
stocco e berrettone benedetti.
Le proposizioni erronee di Lute-
ro, sulla materia della giustificazio-
ne e su quella def sacramenti, erano
d'altronde d'un tenore da rendere
il suo apparente zelo sospetto. Leo-
ne X avendolo invano citato in
Roma, rimandò l'affare al domeni-
cano cardinal de Vio detto Gae-
tano suo legato alla dieta d'Augii?
sta, siccome esperto politico e dot-
to teologo. Gli commise di ottene-
re da Lutero pubblica ritrattazione,
e in caso di rifiuto di assicurarsi
della sua persona, e di farlo tra-
durre in Roma, come pure di pre-
sentare all'elettore di Sassonia la
rosa d'oro benedetta, pregandolo
mettere un argine al nuovo fana-
tico eresiarca. Lutero costretto dal-
l'elettore di Sassonia, suo protetto-
re, di comparire al cospetto del
cardinale, gli tenne testa in due
conferenze particolari, e si ostinò
sempre a chiedere una discussione
pubblica. Il cardinale riguardando
come disdicevole al suo carattere
il discendere sui banchi per cimen-
tarsi con un semplice religioso, gli
lasciò scorgere 1' oggetto ulteriore
della sua commissione. Il nova-
tore temè la sorte di Huss e fug-
gì segretamente, dopo di aver fatto
affiggere un atto con cui ricusava per
giudice il suo competitore come an-
tico generale de'domenicani , e col
i84 LUT LUT
quale si appellava dal Papa mule mezzo a tale nuova falla.ee dot-
infòrmato, al Papa megfio informa- trina, i beni immensi donuti alla
to. L'elettore di Sassonia avea da Chiesa, tanti ducali, contee, abba-
principio protetto Lutero come un zie, grandi feudi, decime, stavano
professore celebre che dava risai- per rimanere senza legittimi pos-
to alia sua università nascente; in sessori, e motivo era questo uno
seguito prese gusto per la sua dottri- de'più efficaci per acquistare zelan-
na, e ne divenne difenditore contro ti partigiani tra i principi, i magi-
le stesse potenze. -L'università di strati ed il popolo, perchè inse-
Wi Itera berga convenne ne'suoi sen- gnava che la Chiesa non poteva
tinnenti. Baldanzoso di tali conqui- possedere.
ste, Lutero scrisse al Papa, ai nun- Dei sette sacramenti conservò
zi, ai principi, a Francesco I re di soltanto il battesimo e l'Eucaristia,
Francia, ed a Carlo V imperato- togliendo anche al sacrifizio della
re, con un misto di pieghevolezza messa la qualità di essere propi-
e di audacia, che annunziava pari ziatorio pei vivi e pei morti; ne-
orgoglio ed inquietudine: tolse sopra gando la transustanziazione, peroc-
pgni cosa a guadagnarsi il popolo, che, confessando la presenza reale,
e per piacergli non serbò né mi- diceva che il pane ed il vino resta-
sura, né decenza ne' suoi scritti, vano dopo la consacrazione , del
con comparazioni ributtanti. Ag- pari che il fuoco in una massa di
giunse ingiurie grossolane , amari ferro rovente , e 1' acqua in una
scherzi, indecenti facezie , contro spunga. Sostenne che V uomo si
chi non andavagli a sangue, non giustifica colla sola fede; che il
risparmiando Enrico Vili re d'In* libero arbitrio ebbe fine nel primo
ghilterra, eh' era entralo in lizza peccato; che le indulgenze non gio-
con lui. Lutero con le usate sue vano all'anima; che non vi è pur-
esagerazioni, dipinse con negri co- galorio ; che per mezzo de'sagra-
Jori la corte romana, impudente- menti non si conferisce la grazia;
mente qualificandola grande prosti- che i peccati quando sono perdo-
tuta; chiamò i prelati lupi voraci, nati non si estinguono, ma soltan-
ed i religiosi farisei e sepolcri ini- to non s'imputano. Non ammetteva
biancati. Talvolta, assumendo lo la parola Trinità ; diceva che l'u-
slile de' profeti, osò minacciare dei manità di Gesù Cristo era da per
giudizi di Dio coloro che ricusa- tutto ; che l'anima di Gesù Cristo
vano di sottomettersi al suo nuo- avea sofferto le pene dei dannati
vo vangelo. I precetti della Chiesa, nell'inferno; che si dovevano abo-
ia legge del celibato ecclesiastico, lire le feste , tranne la domenica;
i voti monastici , l'astinenza dalla che non si dovevano ritenere per
carne, l'invocazione e la venerazio- veri i libri di Tobia e di Gradit-
ile de' santi, la gerarchia ecclesia- ta, molli capitoli di quello di Ester,
stica, ec. non gli sembravano che il libro di Giobbe , l'Ecclesiaste,
ornamenti superflui d'un edilìzio la Sapienza, i Maccabei, l'epistola
gotico dannato alla distruzione; di s. Paolo agli ebrei, quella di
secondo lui non faceva più d'uopo s. Giacomo, la seconda di s. Pie-
ne di Papa , ne di cardinali, né Irò, le due ultime di s. Giovanni,
di abbati, né di superiori ec. In quella di s. Giuda e 1' Apocalisse.
LUT
Pretendeva che nessun peccato po-
tesse dannar l'uomo, e non esser-
vi altro peccato che l'incredulità.
Negava l'infallibilità non solo della
Chiesa, ma pure dei concilii gene»
rali; negava la penitenza, {' esame
di coscienza, la confessione, il cul-
to e l'uso delle sacre immagini.
Insegnava che i laici al pari dei
dottori avevano diritto d'interpre-
tare la Scrittura; che l'anima non
era immortale, e ch'essa trasmet-
te vasi per mezzo della generazione;
che Dio era l'autore di tutti i
mali. Faceva consistere tutta la
penitenza in una nuova vita; dice-
va che la legge evangelica non
conteneva alcun precetto; che il
Papa era un tiranno, le di cui
scomuniche doveansi ricevere con
piacere; che i comandamenti di
Dio erano impossibili ad osservar-
si ; che tutti i cristiani , senza ec-
cettuare le donne, erano egualmen-
te preti ; che la mendicità religio-
sa era una cosa esecrabile. Onde
produrre una rivoluzione nella Chie-
sa, Lutero insegnò che Iddio solo
ha il diritto d' imporre leggi ai
cristiani ; che le sue volontà regi-
strate ne' libri santi, vi si trovano
adatte all'intelligenza de'piìi sempli-
ci ; che nessuna autorità sulla terra
è infallibile, né ha il diritto di
sottomettere le coscienze. In virtù,
della pretesa sua missione che pa-
reva affidatagli dal cielo, predicava,
visitava, correggeva, sopprimeva ce-
rimonie, ne istituiva altre, creava,
cacciava i pastori. La sua imma-
ginazione focosa riscaldò gli spi-
riti, comunicò il suo entusiasmo,
fu riguardato come un aposto-
lo , e distaccò miseramente una
gran parte della Germania dal-
la comunione cattolica della Chie-
sa romana, fuori della quale in ve-
LUT i85
ce non avvi salvezza, ma sempiter-
ne pene.
La prima censura di tante ri-
provevoli innovazioni, parti dall'u-
niversità di Colonia. Leone X pub-
blicò alla fine la sua bolla, Exur-
gè Domine, de' i5 giugno i52o,
"stesa dal cardinal Accolti d'Arez-
zo, Bull. t. II, p. 6i4, con la
quale scomunicò Lutero, lo dichia-
rò eretico e condannò XLI propo-
sizioni, facendo bruciare in Roma
i libri dell'eresiarca , fra' quali uno
de' più pestiferi e perniciosi fu
quello: De vita conjugali. Con
questo Lutero si procacciò l'animo
de' sacerdoti , religiosi e monache
incontinenti del suo tempo, inse-
gnando loro che tutti erano obbli-
gati al matrimonio , malgrado i
voti che glielo impedivano : con ta-
le malvagia dottrina , e poi coll'e-
sempio slesso di Lutero, gran nu-
mero di ecclesiastici secolari e re-
golari,- e religiose, si dierono in
preda ad una sfrenatissima disone-
stà. Secondo questo eresiarca , la
poligamia era una cosa permes-
sa, del pari che il divorzio. Si
deve notare che allorquando Leo-
ne X condannò i suoi errori, non
erano tutti gli enumerati pubblica-
ti poi da Lutero; essi sono innu-
merabili , essendo gli accennati i
soli principali. Eckio nunzio apo-
stolico presso le corti di Germania
per far eseguire la bolla di Leo-
ne X, raccolse quante opere potè
trovare di Lutero, e le fece ardere
con grande apparato nelle città
principali. Lutero usò rappresaglie:
ai i5 di dicembre dello stesso an-
no, dopo di avere sparso un nuo-
vo scritto in cui il Papa era trat-
tato da empio e da anticristo ,
diede alle fiamme nella pubblica
piazza di Witlemberga la bolla, le
186 LUX
decretali, e la raccolta di tulli- In-
decisioni della santa Sede. La me-
desima iniqua scena avvenne a
Lipsia ed in altre città dove già
sventuratamente prevaleva il nuo-
vo vangelo. Tale audacia che in
Lutero era un effetto del suo per-
verso carattere sempre inclinato
ai partiti violenti, riuscì per gli
eventi un atto di politica vantag-
gioso alla sua causa. Il popolo
vedendo ardere la bolla di un Pon-
tefice da un semplice religioso ,
perdette lo spavento che prima
gì' incutevano i decreti pontificii, e
la fiducia che avea posta sino al-
lora sulle indulgenze. Leone X
pubblicò ai 3 gennaio i52i una
seconda bolla, la quale non fece
più frutto della prima, in essa
pure scomunicando e dichiarando
eretici Lutero, ed i suoi fautori e
seguaci. Indi ricolmò di elogi En-
rico Vili re A* Inghilterra (Fedi),
perchè come dicemmo a queir arti-
colo, contro il pessimo libro di Lu-
tero , De caplivilate Babilonica,
scrisse quello intitolato, De septem
sacranientis, concesse l'indulgenza
a chi Io leggeva, ed ornò il reale
autore della qualifica di Difensore
della Chiesa.
Nello slesso anno i52i, Lutero
ottenne da Carlo V un salvocondot-
to per recarsi alla diela di Worms,
nulla spaventandolo i riflessi che
gli facevano gli amici, a' quali ri-
spose , che sebbene vi trovasse tanti
diavoli quante sono le tegole delle
case, gli affronterebbe con animo
costante. In fatti non avea a teme-
re, annoverando ormai tra i suoi
proseliti l'elettore di Sassonia, al-
cuni principi, e vari deputati delle
città imperiali. Questo apostata due
anni prima non avea mezzi di pren-
dere un cavallo a nolo per trasfe-
LUT
i irsi in Augusta; divenuto il mal-
augurato apostolo ed il legislatore
della sovvertita Germania, si fece
allora scortare da cento gentiluo-
mini armati di tutto punto. Il suo
ingresso a Worms fu trionfale, in
mezzo ad un concorso prodigioso
attirato dalla sua riputazione. In-
trodotto nell'assemblea , riconobbe
le sue opere, e protferse di difen-
dere le sue opinioni in una pub-
blica conferenza che gli fu ricusa-
ta. Carlo V non potendo obbli-
garlo, ne per minacce, né per ca-
rezze a ritrattarsi, gli assegnò ven-
tun giorni per ritirarsi dove giu-
dicasse conveniente; e trascorso ta-
le termine, Lutero fu messo al
bando dell' impero , e secondo la
sentenza del Papa fu dichiarato per
notoriamente eretico, mentre i di
lui complici, aderenti e fautori sa-
rebbero soggetti a processo ed al-
la confisca de' beni. Ma l' elettore
e duca di Sassonia Federico , a
fronte del divieto del bando, gli
avea dato asilo nel castello di Warl-
burg, che venne poi chiamato da
Lutero il suo Patmos, presso Ei-
senac, dove restò celato più di no-
ve mesi, sempre ben trattato, scri-
vendo sempre, e mostrando di aver
grato tale ricovero. Vi si lasciò
crescere la barba, e dicesi che ivi
ebbe, come pure già nel suo con-
vento di Erfurt, spesse fiate segre-
te conferenze notturne col demonio,
che terminarono coll'abolizione del-
le messe private. Tali conferenze
ch'egli afferma nelle sue opere, si
vollero impugnare dai suoi discepoli.
Nel medesimo ritiro intraprese e
compi la sua versioue del Nuovo
Testamento, nella quale sostituisce
sovente al testo i suoi propri pen-
sieri, facendo una parafrasi piutto-
sto che una traduzione; la quale
LUT
traduzione fu indi da lui termina-
ta nel coli vento di Witteuaberga ,
e narrasi che il demonio gli por-
tasse perciò tanto odio, ch'egli un
giorno gli gettasse in fronte il ca-
lamaio, in guisa tale che rimase
una macchia nera sul muro della
sua camera. Tale macchia si vede
ancora, e venne sempre annuii ala
dai seguaci della credenza lutera-
na. Quando Pietro I il Grande czar
della Moscovia visitò nel 171 1 la
casa dì Lutero in Willem berga ,
gli fu mostrata la delta macchia ,
e pregato gentilmente dai ministri
luterani di onorare questo per loro
venerando sito col suo proprio ca-
rattere, scrisse egli sotto quella
macchia con creta le seguenti pa-
role, con sorpresa non che vergo-
gna di tutti gli astanti : /' inchio-
stro è fresco, e tutta onesta storia
una favola j e da questo momen-
to sparì ogni credenza a sì falla
misteriosa macchia. Veggasi f ita
di Pietro I il Grande , scritta dal
dott. K. F. Reiche, Lipsia 184 1
pag. 139.
Nel medesimo soggiorno Lutero
si applicò altresì a raccozzare i
membri sparsi della sua prete-
sa riforma, per formarne un com-
plesso sistematico; ma il metodo
non era ancora nato, ed egli non
aveva la fòrza d'ingegno capace
di produrlo. Intanto essendo morto
Leone X, fu con generale sorpresa
eletto a' () gennaio \5t.i Adriano
VI, cardinale sconosciuto e dimo-
rante nella Spagna, olandese e di
bassa nascita. Essendo egli autore-
vole nella corte cesarea, come sta-
to maestro di Carlo V, i cardinali
sperarono colla sua esaltazione ve-
der abbattuta V empietà luterana ,
eh' era appunto l'affare che allora
avesse la Chiesa di maggior iuinor-
LUT 187
taira. Recatosi in Roma Adriano
VI, si occupò della riforma della
corte, i cui pretesi ed esagerati a-
busi tanto decantavano i novatori,
affine d' infamare la Sede apostoli-
ca. Fu quindi parchissimo in con-
cedere indulgenze, e dando opera
all'estinzione della deplorabile ere-
sia luterana,, dopo aver seri Ito mol-
ti brevi ai priueipi cristiani per
esortarli alla pace, mandò suo nun-
zio il dotto vescovo di Teramo
Fi'ancesco Cheregato vicentino alla
dieta di Norimberga, per lagnarsi
della libertà che veniva accordata
a Lutero, ed in essa fu determina-
to di mettere in esecuzione i de-
creti di Leone X e di Carlo V
contro Lutero, il quale non mo-
strava farne conto, siccome spalleg-
giato da molli principi cui conce-
deva la possessione de' vescovati e
la maggior parte de' beni ecclesia-
stici : inoltre i medesimi principi
secolari slesero una lunga memo-
ria dei motivi che avevano di la-
gnarsi della corte di Roma e con-
tro gli ecclesiastici ; ridussero la me-
moria a cento capi, ai quali die-
dero il titolo di Cenlum gravami-
na3 e la spedirono al Papa. Pel
medesimo nunzio mandò Adriano
VI un paterno breve al duca ed
elettore di Sassonia Federico, nel
quale rammentandogli la pietà dei
suoi maggiori, l'esortava ad abban-
donare il perfido eresiarca e ritor-
nare al grembo della Chiesa. Nel
i5i3 gli successe Clemente VII.
Lutero continuò a portare 1' a-
bilo di religioso agostiniano , ad
onta della sua prevaricazione, sino
al i52 3 in cui lo depose ed assun-
se l'abito di dottore. Allorché Car-
lo V si recò nella Scagna, Lutero
uscì dal castello di Wartburg ve-
stilo con la corazza,, la spada, gli
i88 LUT LUT
stivali e gli speroni, sotto il nome approvarlo. La pubblicazione del
tli cavaliere Giorgio, e andò per piano ollese tutti i principi e tutti
tutta la Germania, onde funesta- i vescovi, ed il disgusto si accreb-
mente propagarvi il suo nuovo e- be per le lettere imperiose di Car-
vangelo. Bodenstein e Muncer , i lo V. Indi si adunò la dieta di
quali aspiravano a farsi capi di Spira, in cui si trattò di celebrare
setta, furono perseguitati. I princi- un concilio in Germania e poi un
pi cattolici di Germania non pò- altro generale; ed intanto si con-
terono dare esecuzione ai decreti venne, che gli stati delle rispettive
della dieta di Worms contro Lu- provincie dovessero regolarsi nei
tero, temendo di eccitare una se- loro governi, in fatto di religione,
dizione e rinnovar le guerre di re- in modo da solo renderne conto a
Jigione che per un secolo prima Dio ed all' imperatore, cioè la li-
aveano desolato la Boemia: gli al- berta di coscienza. Nell'anno i525
tri principi che favoreggiavano la Clemente VII celebrò in ..Roma
riforma, con ripugnanza aveano a- l'anno santo del giubileo, ma il
derito al decreto della dieta. Lute- concorso fu poco numeroso, per
ro tornato in Wittemberga, l'uni- le turbolenze cagionate dagli erro-
versità adottò le sue opinioni ; pie- ri di Lutero.
se il titolo di ecclesiaste o sia pre- La morte dell' erettore Fede-
dicatore di Wittemberga , e disse rico, di cui la saggia moderazio-
potersi ancora denominare evange- ne avea contenuto Lutero in cer-
asta per grazia di Dio, ritenendo ti limiti, gli lasciò la libertà di
che Gesù Cristo lo nominava cosi sposare in detto anno Caterina
e lo teneva per ecclesiaste. Lutero Bora o Bore, giovane e bella, pri-
si vide però obbligato di prestarsi ma religiosa e abbadessa nel mo-
ad una pace simulata coi sagra- nastero di Nimptsch presso Grim-
nientari, (ondata sopra finzioni e ma, di nobile famiglia. Caterina
termini equivoci, ma nella quale, chiusa suo malgrado, ne fuggì nel
non potendo risolversi ad abban- i5i3 con otto delle sue compagne,
donare la presenza reale, la ridus- dopo che letto ebbe alcuni scritti
se al momento della consecrazio* di Lutero sulla vita monastica. Si
ne, per farla sparire subito dopo dice che fu rapita per ordine dei-
die le parole sacramentali erano l'eresiarca non nella domenica di
pronunziate: strano assurdo il qua- passione, ma sibbene nel venerdì
le faceva dire a Calvino che la santo del i523, ond' egli parago-
dottrina de' papisti sopra tale dom- nò empiamente il rapitore Lionar-
ina era più. sopportabile che quella do Xoppen, a Gesù Cristo libera-
de' luterani. Ma allorché s' inimicò tore delle anime del limbo. Tale
coi sacramentari, non vide più in affare menò tanto rumore, che Te-
essi che genti indiavolate, perdia- lettore di Sassonia ancora vivente,
volate, stradiavolate. Clemente VII non volle apertamente proteggere
spedì alla dieta di Norimberga un le fuggitive. Esse furono però ri-
nunzio, il quale presentò un piano cevute in Wittemberga a solleci-
di riforma ^)er la Germania , ed tudine cjli Lutero, ed essendo Ga-
im pegno Ferdinando 1 fratello del- terina già incinta di lui, la sposò
l'imperatore, ed altri priucipi ad a' i3 giugno i525. 11 matrimonio
LUT
occasionò vive censure, alle quali il
riformatore rispose in più volte.
Visse felice in tale unione ; e sua
moglie lo fece padre di sei figli e
gli mostrò la più costante e più te-
nera affezione. Noteremo qui, che
allorquando Lutero fu chiamato nel
1 546 in Eisleben , ella non potè
accora pagnarvelo subito, ed ebbe in
tal guisa il rammarico di non es-
sere stata presente ai suoi ultimi
momenti. Si narra, che in una not-
te serena, mirando Lutero il cielo
stellato, disse a Caterina: moglie
mia quello non è per noi. Cateri-
na fu costretta partir due volte da
Witlemberga, prima quando Carlo
V prese quella piazza nel i547,
poi a cagione della peste soprag-
giunta nel i552, cadde di carroz-
za nel recarsi a Torgau , e morì
in tal città a' 20 dicembre i552.
La famiglia di Lutero si estinse
nel I75g colla morte di Martino
Amedeo Lutero, avvocato consu-
lente a Dresda, ultimo de' suoi di-
scendenti. L' ultimo rampollo del
ramo mascolino è stato Giovanni
Martino Lutero canonico di Zeitz,
mono nel 17^6. Tuttavolta vuoisi
che in Prussia siavi un discendente
in ottavo grado dei fratelli di Lu-
tero.
Clemente VII per timore della
possanza di Carlo V che avea de-
bellato e fatto prigione il suo emu-
lo Francesco I, fece una lega con-
tro l'imperatore. Questi se ne of-
fese tanto che tosto pubblicò la
guerra conjtro il Pontefice, ed a
mezzo del contestabile di Bourbon
con quarantamila uomini fece as-
sediare Roma, che cadde in pote-
re del furioso nemico a' 6 maggio
1527. Venendo ucciso il contesta-
bile, sottentrò nel supremo coman-
do Filiberto principe d'Oranges lu-
LUT 189
terano. Seguendo poi per due mesi
interi orribile saccheggio, e scclle-
raggini che la penna non ha forza
descrivere in poche parole, i sol-
dati imperiali barbari e crudeli ,
nella maggior parte fanatici lute-
rani, rivestiti delle cappe de' car-
dinali, in cavalcata si condussero
al Vaticano, ed in una delle cap-
pelle rappresentarono iniqua azio-
ne. Dopo avere sacrilegamente de-
posto Clemente VII che tenevano as-
sediato in Castel s. Angelo, pro-
cederono a ridicola elezione di Lu-
tero loro patriarca in successore,
contraffacendo tutte le cerimonie del
conclave, dando ognuno il suo vo-
to all'eresiarca, che dalla abbomi-
nevole adunanza, di unanime con-
senso fu proclamato Papa. Uno dei
più ardenti luterani, che si asso-
ciò all'esercito imperiale, fu Gior-
gio Francesperg o meglio Frund-
sberg svevo, il quale per avidità
di spianar l'eterna Roma e di stroz-
zare un sommo Pontefice, per ec-
cesso di delirio, fu così sciocco e
perverso d'impegnare il proprio pa-
trimonio per arrolare gente al-
l' iniquo scopo, portando seco da
Germania un capestro formato di
seta ed oro, che mostrava a tutti,
come destinato per la gola del su-
premo Gerarca. Dio lo punì : giun-
to in Ferrara fu colpito da para-
lisia e restò morto, senza nemme-
no aver potuto mirare da lungi la
capitale e il centro del cattolicismo,
cui sono costretti ammirare e ve-
nerare loro malgrado, l'infedele, il
pagano, lo scismatico e l'eretico.
In questo articolo non intendiamo
riportare gli eccessi de' luterà ni, i
quali sono rilevati dai controversi -
sti e riportati dalla storia, ed i
principali si possono leggere negli
analoghi articoli di questo Vizio*
190 LUX
ìKirio, onde non faccia specie se li
tramandiamo.
Estendati pacificati Clemente VII
e Carlo V, convennero di repri-
mere i luterani nella loro rivol-
ta , il primo d'impiegare per sog-
giogarli le anni spirituali, il se-
condo col fratello le armi tem-
porali, e di più promise il Papa
d'impegnare i prìncipi cristiani ad
unirsi all'imperatore. Frattanto sot-
to l'ombra della dottrina di Lu-
tero, Filippo langravio di Assia,
essendo vivente sua moglie Cristi-
na di Sassonia, die non amava,
volle Sposare la sua favorita Mar-
gberila di Sua). I capi della pre-
tesa riforma, Lutero essendo loro
scorta, gliene accordarono nell'an-
no l53g il permesso, in quel fa-
moso consulto in cui la legge ve-
nerabile del vangelo fu sagrifìcata
alle sottigliezze, al travisamento di
tali casisti di mala i\^\e. Tutte que-
ste licenze indussero Lutero ad af-
fermare nelle sue predicazioni e nei
suoi scrini, che era tanto impossi-
bile di contenersi, quanto di spo-
gliarsi del proprio sesso; che la
natura non permetteva di stare
senza donna, come non pativa di
privarsi di mangiare; che una don-
na sterile deve rivolgersi ad un al-
tro marito, che ricusandosi la pa-
drona si sostituisse la fantesca. Per-
ciò il duca Giorgio di Sassonia gli
rinfacciava, che non si erano veduti
mai tanti adulterii, quanti dopo
eh* egli avea rallentati i vincoli del
matrimonio. Nulladimeno si van-
tava di avere in tale proposito
condotto una vita pura, in tutto il
tempo del suo celibato, fino all'e-
tà di quarantacinque anni. Lutero
non era più. in quell'epoca un pre-
dicatore veemente , uu professore
celebre, ma un capo di confedera-
LUT
zinne , rbe disponeva delle forze
d' una parte della Germania.
La prima dieta di Spira nel
|5a6 avea stabilita la libertà di
coscienza lino alla celebrazione di
un concilio; quella del 1 1>?.o„ nella
quale Clemente VII spedi il tuo
nunzio, avendo voluto restringere
tale libertà coli' esigere che si os-
servasse il decreto di cesare pub-
blicato a Worms contro gli ereti-
ci , con altre ordinazioni che ne
frenavano i progressi; e siccome il
decreto dell'altra dieta di Spira
era stato fatto col consenso di
tutti, e quello non poteasi muta-
re se non col generale consenso,
ne risultò l'appello al futuro con-
cilio generale o nazionale, ed una
protesta solenne per parte di tolti
i suoi partigiani, donde loro è ve-
nuto il nome di Protestami (fedi),
prima particolare ai luterani , poi
reso comune alle altre sette, le
quali tutte hanno adottato tale pro-
testa contro un decreto che le fe-
riva tutte egualmente. Fra tali av-
venimenti , Lutero non era sen-
za molestie. Carlostadio cacciato da
lui dalla .Germania, si era ritirato
fra gli svizzeri, dove Zuinglio ed
Ecolampadio avevano preso la sua
difesa. La loro dottrina si era sta-
bilita tra gli svizzeri ed era pas-
sata in Germania, dove faceva as-
sai rapidi progressi. Questa era to-
talmente contraria ai dornmi di
Lutero, ond' egli la impugnò con
trasporto, e vide i partigiani della
riforma dividersi tra lui ed i sa-
gramentari. Nell'anno seguente Lu-
tero non potè intervenire alla die-
ta convocata da Carlo V in Augs-
bourg o sia Augusta, perchè era
sempre sotto al bando dell'impero,
in virtù del decreto di Worms;
ma da Coburgo, dove si era reca-
LUT
to, dirigeva tutte le operazioni di
quella dieta. I protestanti vi pre-
sentarono la loro confessione di fe-
de, che prese il nome di Con-
fusione Augustana (Fedi); l'im-
peratore ve la fece proscrivere tini
deputati cattolici che formavano la
maggiorità. Da ciò provenne la le-
ga offensiva o difensiva di Sinai-
calda tra i principi luterani, ove li
avea adunati il langravio d'Assia
contro Carlo V. Tale avvenimento
immerse Lutero in nuove varia-
zioni. Aveva per lo innanzi posto
per principio, che non si potesse
mai prendere le armi in difesa del
vangelo, e firn autorizzando la lega
di Smalcalda. Egli con atroce fana-
tismo chiamò le genti a ribellione
contro il Papa, volendo che gli si
conficcasse un pugnale nel seno, che
si trattassero tutti i suoi aderenti
a guisa di malandrini, fossero re
od imperatori. Né Lutero era più
trattabile per quelli de' settari i
quali non ammettevano ciecamente
le sue idee. Ecco perchè i zuinglia-
ni lo chiamavano nuovo Papa,
nuovo anticristo. Muncer diceva :
se vi sono due Papi, Lutero è il
più duroj non vi ha modo di tol-
lerare i suoi impeti. Melantone si
doleva che avesse la collera d'un
Achille, ed i furori à" un Ercole.
Calvino non poteva sopportare il
suo spirito violento, né ì suoi moti
impetuosi cui eccitava in esso la
menoma contraddizione, ed i quali
non era padrone di contenere. Le
modificazioni che Melantone avea
inserite nella confessione d' Augusta
gli dispiacquero; fece ricevere a
Smalcalda vari articoli che distrug-
gevano quanto essa conteneva di
moderalo. Vedendosi Carlo V alla
vigilia d'una guerra, e minacciato
dalle armi ottomane, convenne coi
LUT
»9f
principi protestanti tregua e paté
finché un concilio definisse le ma-
terie religiose die. turbavano la
Germania. Clemente VII prima di
morire nel i534, propose ai lute-
rani le condizioni per celebrarsi il
concilio generale, le quali essi ri-
fiutarono, anzi con ogni studio pro-
curarono sturbarlo ed impedirlo.
Paolo IH che gli successe, trovan-
do afflitta la Chiesa da un nume-
ro sterminato di eretici propagato-
ri di perniciosissime dottrine, per
distruggerle a richiesta di Carlo V
stabilì la convocazione di un con-
cilio generale in cui fosse dato ri-
medio a tanti mali, e solenne-
mente lo pubblicò nel i536. Pri-
ma pel luogo si destinò Mantova,
poi Vicenza, indi Trento (Fedi),
nel i542. Nell'anno seguente i lu-
terani si accrebbero notabilmente,
non solo per le frequenti rivolu-
zioni che insorgevano , ma altresì
per la deplorabile apostasia di al-
cuni vescovi, fra' quali Armanno di
Colonia, che Paolo IH scomunicò
e depose.
Nelle prime sessioni del concilio
di Trento , Lutero si scagliò con
invettive contro di esso, sollevan-
do a suo danno tutti i principi pro-
testanti. Nel gennaio 1 546, nella
dieta di Ratisbona , essendo l'im-
pero minacciato dai turchi, ed a-
vendo Carlo V bisogno de' princi-
pi protestanti, rinnovò con essi i
trattati, promettendo di mantenere
la pace religiosa. L'elettore pala-
tino introdusse ne' suoi stati l'uso
del calice , le pubbliche preci in
lingua volgare, il matrimonio dei
preti, e gli altri punti di riforma.
Vertendo alcuni dissapori tra i con-
ti di Mansfeld, Lutero si portò ad
Eisleben per comporli. Ma non
potendo resistere alla violenza d'u-
19* LUT
na gagliarda indigestione ed ubbria-
chezza, mori a' 18 febbraio i5^G
nel luogo dov'era nato, assistilo
dai suoi figli Giovanni, Martino e
Paolo. Fu sotterrato con pompa
nella chiesa del castello di Wìttem-
berga, e la sua fine fu accompa-
gnata da molti esagerati racconti,
e si giunse a dire essere caduto
nell'ateismo. Lutero turbò la pace
del mondo cristiano, rianimò lo spi-
rito di disputa e di mala fede nelle
guerre scolastiche; allargò l'impe-
ro dell'odio; armò i sudditi con-
tro i principi; fece versare torrenti
di sangue, e preparò con la rivo-
luzione religiosa di cui fu malau-
gurato autore, le rivoluzioni poli-
tiche che hanno desolato tanti po-
poli dopo di lui. Egli stesso si la-
gnava sulla fine de' suoi giorni di
essersi allontanato dalla prima di-
rezione della sua riforma, manife-
stando soprattutto il suo scontenta-
mento dell' uso che facevano dei
beni ecclesiastici parecchi principi
ch'eransi dichiarati in favore delle
sue opinioni erronee. Si vuole con-
cedere da alcuni a Lutero di aver
dato un gagliardo impulso ai pro-
gressi de' lumi, per l'emulazione che
dalle scuole di teologia si comuni-
cò nell'impero delle scienze; che
abbia costretto i capi della Chiesa a
vegliare sulla loro propria condotta,
e su quella del clero in generale,
che avea bisogno di riforma. Quan-
to a lui, sembra che contento della
gloria dell'apostolato e dell' impe-
ro delle controversie, non fosse do-
minato dall' interesse pecuniario ,
dappoiché lasciando i beni della
Chiesa in preda ai laici, non prese
nulla per se, essendosi limitato in
tutta la vita ai semplici stipendi
della sua cattedra nell'università di
Willemberga. 11 popolo che ne se-
LUT
giù gli errori , lo riguardò come
un profeta, così i dotti del suo par-
tito , sebbene commettesse eccessi
inauditi, massime del più nausean-
te orgoglio, non conoscendo freno
l' impetuoso suo carattere e le sue
stravaganze.
L'Istoria della riforma in Ger-
mania e nella Svìzzera, scritta con
perfido intendimento dal ginevrino
d'Aubigné, fu messa in rassegna da
M. J. Spalding dottore in saera
teologia, con opera stampata nel
i844 in Baltimore, e con questo
titolo : L'istoria della riforma in
Germania e nella Svizzera scritta
da d'Aubigné, messa in rassegna;
ossia la riforma in Germania esa-
minata ne1 suoi strumenti, nelle sue
cagioni, ne' suoi modiy e nel suo
influsso sulla religione^ sui gover-
ni, sulle lettere e sulla civiltà ge-
nerale. Di tale analisi ne trattò il
eh. monsignor de Luca vescovo d'A-
versa nel voi. XIX, p. 79. e seg.
de' suoi Annali delle scienze reli-
giose. Egli tra gli altri allega il
seguente passo come saggio del dott.
Spalding , dappoiché mise a raf-
fronto i portamenti di Lutero pri-
ma e dopo la riforma , stringendo
l'infedele storico ginevrino con que-
sto raziocinio. » Tale si fu Marti-
no Lutero dopo che si partì dalla
Chiesa ! Ora raffrontate i suoi por-
tamenti, che allora tenne, con quelli
di prima; e indi portatene giudizio
colla regola proposta dallo stesso
d'Aubigné. La conchiusione è in-
dubitata : Lutero non potè essere
l'istromento nelle mani di Dio per
riformare la Chiesa, che avea ri-
comperata col suo sangue. Prima
che si partisse dalla Chiesa catto-
lica, egli fu, siccome abbiamo ve-
duto, umile, sofferente, pio, divoto,
casto, scrupoloso; poscia fu il con-
LUT
frapposto in tutti questi punti. Or
presceglie forse Iddio cotali slro-
menti per effettuare le opere sue ?
Mosè, Aronne, gli apostoli, tenne-
ro forse questi portamenti? Essi fu-
rono umili, casti, pazienti, tempe-
rati e modesti : egli in contrario
fu orgoglioso, scostumato, insoffe-
rente e protervo. Essi ebbero mis-
sione da Dio, e ne diedero eviden-
te riprova co' miracoli : egli non
ebbe la prima, ne si ardi di vo-
lere autenticare i suoi atti co' se-
condi, avvegnaché più volte fosse
stato provocato sul proposito dai
zuingliani e dagli anabattisti. Ep-
però non fu mandato da Dio : e
tutto il fantastico sistema del d'Au-
bigné si dissolve in rovina ".
JNiuna rivoluzione fu mai si pron-
ta, ne si estesa quanto quella ch'e-
gli operò. Ad un tratto Lutero, che
al principio della sua riformativa
carriera stette solo contro tutto il
mondo cristiano, si trovò capo di
un partito considerabile in Germa-
nia, i di cui principi tennero di
non poter eseguire i decreti delle
diete contro di lui, senza suscitare
sedizioni , in un paese ove eransi
ricoverate molte delle antiche sette,
le quali avevano sparso dei fune-
sti principii contrari alla fede ed
all'autorità della Chiesa ; onde la
Chiesa romana ed il clero aveva-
no in tale epoca molti nemici se-
creti. Diverse poi furono le cause
che avevano preparato la via alla
pretesa riforma di Lutero , e che
ne favorirono i progressi. Quando
mori Lutero, il nuovo vangelo a-
veva trionfato nelle diete di No-
rimberga e dell' Alta- Sassonia ; si
era sparso nella Germania setten-
trionale, e sulle spiaggie del Balti-
co; dominava nel ducato di Lu-
neburgo, di Brunswick, di Mecklen-
VOL, XI.
LUT 193
burgo, di Pomeriana, negli arci-
vescovati di Maddeburgo e di Bre-
ma, nelle città di Amburgo, di
Wismar, di Rostock ; era penetra-
to nella Livonia e nella Prussia,
dove il gran maestro dell' ordine
teutonico l'avea di recente abbrac-
ciato. Le sue conquiste si erano
estese neh' Holstein, in Danimarca,
nella Svezia , ec. , nella Boemia ,
nell'Ungheria, e massime nella Sas-
sonia. Dopo la morte del capo, ed
anche mentre viveva, la sedicente
riforma si divise in un grande nu-
mero di rami , i quali differendo
tutti tra loro per alcuni domini par-
ticolari, non si accordavano che per
combattere la Chiesa romana , e
per rifiutare quanto veniva dal Pa-
pa, a tale che nelle guerre di re-
ligione, molti prendevano per mot-
to : Piuttosto turchi che papisti. Ab-
biamo di Lutero moltissime opere
stampate a Jena , a Wittemberga
ed altrove, le migliori edizioni delle
quali sono quelle che Lutero stes-
so pubblicò dal i5j 7 fino alla sua
morte , perchè molti cambiamenti
furono fatti nelle edizioni posterio-
ri. Avvi in quelle opere dello spi-
rito e dell' erudizione , ma nello
stesso tempo molto orgoglio e va-
nità. L'autore si lascia trasportare
sino al furore, e scende a scurrili
facezie contro i romani Pontefici,
e generalmente contro tutti quelli
che ritiene contrari alle sue eresie.
Giulio III proibì leggere o ritene-
re i libri de' luterani; ed il con-
cilio di Trento nell'indice che for-
mò dei libri proibiti, e che appro-
vò Pio IV, vi comprese le opere
di Lutero e de' suoi seguaci. La
notizia amplissima delle numerose
opere di Lutero , per ordine cro-
nologico, si trova alla fine del Cotn-
mentarius hisùoricus et apologeticus
i3
i9{ LUT
ih' luteranismo, Lipsia 1691. Ro-
terai und nel suo Dizionario , ne
preseuta una molto più compiuta,
contenente quattrocento articoli.
La vita di Lutero è stata scritta da
molti autori. Gio. Alberto Fabricio
ha fatto stampare nel 17286 »73o,
col titolo di Centifolium Luthera-
num sive noti da litteraria scripto»
nini omnìs generis de B. Lulhero
ejitsque vita, scriptis, ec, una no-
tizia curiosa di tutte le opere in
cui si parla di esso famoso perso-
naggio, in favore o contro. Il suo
eroe vi è impropriamente qualifica-
to per nuovo Abramo, nuovo Mo-
sè, nuovo Samuele, terzo Elia, nuo-
vo Geremia, nuovo Ezechiele, e fi-
nalmente per nuovo s. Paolo. Her-
man ha fatto ristampare la vita di
Lutero per Melantone, con la di-
sputa di Lipsia del 1 5 1 9, per Pie-
tro Mosellano. Venne stampata a
parte la vita di tal grande rifor-
matore eresiarca in latino per Hern-
schmied, inserita nell'opera tedesca
di Goffredo Harnold sulle Vite dei
santi. Da ultimo il eh. cav. J. M. V.
Audin ha pubblicato in due volu-
mi : Histoire de la vie, des ecrits
et des doctrines de Martin Lu-
ther, ec. Nel num. 3 1 degli An-
nali delle scienze religiose del 1 840,
si legge un' idea di tale opera, per
la quale l'autore visitò la Germa-
nia e vi passò più anni. Fra le
altre cose ivi si dice, che l'autore
dipinge Lutero come uno spirito
superbo ed audace, che ha col suo
ribellarsi attirato sulla Chièsa e
sull'Europa una lunga serie di ca-
lamità. La casa in cui nacque Lu-
tero essendo stata distrutta nel
1689 da un incendio, i magistrali
di Eisleben la fecero ricostruire per
uso di scuola dei poveri. Vi si ve-
devano ancora nel 1748 dei mss.
LUT
e vari utensili che erano stati di
suo uso. Parecchie città di Germa-
nia conservano religiosamente! degli
ariteli che gli hanno appartenuto ,
il suo letto, la sua tavola, il suo
calamaio, il suo famoso gran bic-
chiere da bere. Tra gli scrittori fi-
nalmente, che illustrarono l'origine
ed i pregressi del luteranismo, de-
vesi pure nominare Roseo*, nella
Vita e pontificato di Leone X.
Lutero fece tutto nella Chiesa: pre-
dicò, visitò, corresse, abolì cerimo-
nie, ne stabili altre; istituiva, de-
stituiva, e stabilì pure il vescovo
di Norimberga; uomo straordinario,
riscaldò gli spiriti e fu tenuto per
oracolo.
L'imperatore avea convocato un
colloquio in Piatisbona, per procu-
rar di dar fine per via di confe-
renze alle dispute religiose che af-
fliggevano la Germania, ma non
vi riuscì. Si preparò allora alla
guerra contro i protestanti , colle-
gandosi col Papa, ad onta che l'e-
lettore di Sassonia ed il langravio
d'Assia pubblicarono un manifesto,
per far vedere che la guerra era
religiosa, senza averne dato motivo
a cesare. Si prepararono a resister-
gli, ma uon poterono impedire che
Carlo V s'impadronisse dell'alta
A lemagna. Nell'anno seguente i pro-
testanti furono disfatti e V elettore
di Sassonia rimase prigione. Il lan-
gravio d'Assia pensò allora di fal-
la pace, fu però ritenuto dall' \m*
peratore che levò grosse somme
dalla Germania, accordando tutta-
volta ad alcune città libere di con-
servare la religione luterana. Aven-
do Paolo III a cagione della peste
trasferito il concilio a Bologna, ciò
assai dispiacque a Carlo V, che in
Augusta credendo di pacificare i
dissidenti, eccedette ne' diritti di
LUX
sovrano temporale, e pubblicò una
forinola religiosa per la Germania
chiamata Interim {Vedi), da aver
vigore sinché il concilio avesse re-
golato ciò che apparteneva alla fe-
de. U Interim fu subilo riprovato
da Paolo III, e dispiacque egual-
mente ai protestanti ed ai cattoli-
ci. Il Papa nel 1 549 sPecn ne"a
Germania i vescovi di Fano, di
Verona e di Ferentino in qualità
di nunzi apostolici, con piena au-
torità di trattare con Carlo V la
maniera di riparare tanti mali; ma
trovando i nunzi che la pertinacia
de' protestanti non cedeva in modo
alcuno dalla comunione del calice,
e che i loro predicanti, per la mag-
gior parte religiosi apostati , non
inducevansi ad abbandonare le mo-
gli che sacrilegamente avevano pre-
se, non poterono nulla stabilire. Nel
pontificato di Giulio III, Enrico II
re di Francia si collegò con Mau-
rizio di Sassonia e coi protestanti,
ed invase la Lorena, mentre Mau<
rizio alla testa dei protestanti li-
berò la Germania dagl' imperiali.
Non potendo Carlo V resistere,
fece pace coi protestanti, e pose in
libertà il duca di Sassonia , ed il
langravio d'Assia, con trattato se-
gnato in Passavia nel i552. Restò
accordato, che né l'imperatore, ne
altro principe potrebbe mai far for-
za o alla volontà o alle persone in
fatto di religione in qual si fosse
maniera. Indi le città protestanti
richiamarono i dottori della confes-
sione d'Augusta, resero loro le chie-
se, le scuole, e il libero esercizio
della loro religione, finche nella
prossima dieta venisse ad estinguer-
si la sorgente delle divisioni. Fi-
nalmente nel i555 in Augusta dal-
l' imperatore e dai membri dell'im-
pero, cattolici e protestanti, stanchi
L€T i95
dalle guerre religiose, si conchiuse
la pace religiosa,) e ne furono posti
gli articoli tra le leggi perpetue
dell'impero. I principali articoli so-
no: che i protestanti goderanno
della libertà di coscienza, e che né
l'uno né l'altro partito potrà usar
violenza col pretesto di religione ;
che i beni ecclesiastici, de' quali si
erano impadroniti i protestanti, re-
steranno ad essi, senza che si pos-
sa perciò intentar loro processo nel-
la camera di Spira; che i vescovi
non avranno alcuna giurisdizione
sopra quei della religione prote-
stante, ma questa si governerà da
se stessa, come giudicherà più op-
portuno ; che niun principe potrà
attirare alla sua religione i sudditi
di un altro, ma che sarà permesso
ai sudditi di un principe, il quale
non fosse della loro religione, di
vendere i loro beni, e di uscire
dalle terre del suo dominio; e che
questi articoli sussisteranno sino a
tanto che non si accordino tutti
in fatto di religione, con mezzi le-
gittimi. Quindi è che i luterani e
protestanti possono chiamare que-
sto famoso trattato, il vero fonda-
mento della loro libertà religiosa,
che esercitarono liberamente dopo
tale epoca. Scrissero di questa pa-
ce : Giovanni Schiltero , De pace
religiosa, Argentorati 1700. Cristo-
foro Lehmann, De pace religiosa
acta publìca et origirwlia, Fran-
cofurti i63i; indi nel 1707, nella
quale edizione fu unita al tora. II
del Corpus jur. pubi, del Contrejo
Léhmannus suppletus et continua'
(us, Francofurti 1790, ove sono
inserite molte dissertazioni , come
H. A. Cranii, Dissert. de pace re-
ligiosa; G. J. Schuzii : Manuale pa-
cificumj Jo. Schilter, De pace re-
ligiosaj Gabr. Schveder, De pa-
196 LUT
cis religiosae constantia et perpetui-
tatej Viti Broitschiverd , De jure
immediati ord. equ. S. R. I. circa
exercitium religionisj F. Gohelii ,
De majeslatico religìonis jurej ed
altri.
L'ultima lega de' protestanti era
stato lo scoglio della formidabile
potenza di Carlo V , ed il re di
Francia che si era unito coi pro-
testanti avea preso i tre vescovati
di Lorena, Toul, Metz e Verdun.
Avendo pertanto l' imperatore fatta
la pace coi protestanti, mise in pie-
di una numerosa armata e assediò
Metz; ma questa impresa fu la
meta d'ogni sua prosperità, poiché
fu costretto di levar l'assedio, on-
de prese risoluzione di finire i suoi
giorni nel ritiro. Rassegnò quindi
l' impero a Ferdinando I suo fra-
tello, e il trono di Spagna a Fi-
lippo II suo figlio. Il duro gover-
no di questo principe, la fierezza
ed imprudenza de' suoi ministri, i
taciti progressi della religione pro-
testante, e lo stabilimento dell' in-
quisizione, fecero di molte parti del
suo regno il teatro di una guerra
lunga e crudele, la quale staccò
per sempre l'Olanda dalla monar-
chia spagnuola, e vi stabilì mise-
ramente il calvinismo. La pace re-
ligiosa non soffocò in ni un modo
le dissensioni della Germania ; giac-
ché poco dopo la sua conclusione
si udirono lamenti d'ambo le par-
ti, che il partito opposto ne aves-
se infranti molti punti ; ne vi era
giudice che potesse decidere, men-
tre le due parti si ricusavano scam-
bievolmente. I protestanti però non
erano meglio uniti tra loro, dappoi-
ché s'erano divisi tra Zuinglio e Lu-
tero. La principale loro differenza
si fu alla prima sulla presenza rea-
le, che Lutero riconosceva e Zuin-
LUT
glio negava; il langravio d'Assia
avea fatto inutilmente tutti gli sfor-
zi che gli era stato possibile onde
accordare tali differenze : molti tra
i luterani aggiunsero alla confessio-
ne d'Augusta uno scritto detto for-
mala rio di concordia, in cui con-
dannavano la dottrina de' zuinglia-
ui, e sostenevano ancora che questi
non avessero alcun diritto, onde
pretendere la libertà di coscienza
accordata a quelli della confessione
d'Augusta, perchè avevano abban-
donata tale confessione. I principi
luterani trattavano con più mode-
razione, ma non ricevevano i prin-
cipi zuingliani nelle loro assemblee,
se non quasi per grazia , volendo
bene che godessero de' privilegi, ma
che conoscessero che , a propria-
mente parlare, non erano loro pun-
tò dovuti; e finalmente si venne
alla risoluzione di scacciare da una
parte e dall'altra i teologi che non
erano della opinione de' principi.
Ad onta di tali divisioni la religio-
ne protestante faceva de' progressi
in Germania ; i vescovi a" Alber-
stadt e di Maddeburgo l' avevano
abbracciata, ed eransi mantenuti in
possesso de' loro vescovati; ma l'e-
lettore di Colonia che avea voluto
far lo stesso, avea perduto il suo
e la dignità di elettore, che l' im-
peratore gli avea tolto di sua pri-
vata autorità, senza consultar gli
altri elettori. Sì fece allora un' u-
nione tra' principi calvinisti ed al-
cuni luterani, affine di opporsi ai
cattolici, che volevano sopraffarli 3
ina questa unione non produsse al-
cun effetto, poiché l'elettore di Sas-
sonia malcontento della loro con-
dotta, ed irritato per opera de'suoi
teologi non meno che de' cattolici,
si persuase che i calvinisti non cer-
cassero se non di opprimere egual-
LUT
mente i luterani ed i cattolici. Que
sti dal canto loro fecero una lega a
Wirtzbourg, che denominarono la
lega cattolica, per opporla a quel
la de' protestanti, che si diceva la
lega evangelica j e Massimiliano di
Baviera, antico nemico dell'elettore
palatino, ne fu il capo.
Gl'imperatori Ferdinando I, Mas-
similiano li e Bodolfo II aveano
tollerato i protestanti, in forza del
mollo denaro che ne avevano trat-
to, anzi aveano accordato loro dei
privilegi, che Mattia si sforzò in-
vano di rivocare; e dopo averli
necessitati a ribellarsi , ed essere
stato vinto, erasi veduto costretto
di confermar nuovamente i privi-
legi che Rodolfo II avea accorda-
to ai boemi ; e di lasciar loro
l'accademia di Praga, un tribunale
di giudicatura in quella città, e la
libertà di fabbricare de' templi, con
de' giudici delegati per indennità
de'loro privilegi. Il numero de'pro-
testanti sempre più si aumentava,
onde la casa d'Austria e i suoi al-
leati presero risoluzione di oppor-
si ad un ulteriore accrescimento ; e
per riuscirvi fecero eleggere in re
di Boemia Ferdinando II. Questo
principe avea molto zelo per la re-
ligione cattolica, tuttavia promise
solamente, che non violerebbe in
niun modo i privilegi accordati
dai suoi predecessori ai boemi, né
si meschierebbe nella amministra-
zione del regno, finché vivesse Mat-
tia. Poco dopo i protestanti volle-
ro fabbricare delle chiese sulle ter-
re de'cattolici e questi si opposero.
I protestanti presero le armi, ec-
citarono una sedizione, gittarono
dalle finestre tre magistrati di Pra-
ga, e sul fatto tutta la Boemia fu
in armi e chiese soccorso ai suoi
confratelli. Essendo morto Mattia,
LUT 197
Ferdinando II inutilmente volle
prendere il possesso della Boemia,
poiché i boemi ricusarono di co-
noscerlo per re, e lo dichiararono
scaduto da tutti i diritti che po-
tesse allegare, perchè vi avea spe-
dito delle truppe, vivente ancora
Mattia. Fu eletto in suo luogo l'e-
lettore palatino, il quale accettò la
corona, ma l'abbandonò ben tosto,
ne potè conservare i suoi stati pa-
trimoniali. Le truppe di Ferdinan-
do II non riuscirono con minor
fortuna contro il duca di Brun-
swick, il quale era alla testa del
partito. Tutto piegò sotto l'autori-
tà imperiale; e Ferdinando II
pubblicò un editto nel 1629, che
decretava che tutti i beni eccle-
siastici , de' quali s' erano impos-
sessati i protestanti dopo il trat-
tato di Passavia, venissero ai cat-
tolici restituiti. Colla felicità di ta-
li avvenimenti, l'imperatore credet-
te di poter impossessarsi del mare
Baltico. Il Wallenstein suo generale
entrò in Pomerania , intimò la
guerra al duca col pretesto che a-
vesse bevuto alla salute dell'impe-
ratore colla birra. Gustavo Adolfo
re di Svezia s' avvide essere asso-
lutamente necessario di opporsi al
progetto dell' imperatore , e dopo
qualche maneggio inutilmente trat-
tato, e rigettato dall' imperatore
con disprezzo, gli dichiarò la guer-
ra ed entrò in Pomerania, La
Francia, le provincie unite, l'In-
ghilterra, la Spagna, in una paro-
la tutta l'Europa prese partito in
questa guerra, che durò trent'anni
e fini con una pace generale in
TVestfalia (Fedi), in cui i princi-
pi e gli stati, tanto luterani che
zuingliani o calvinisti, ottennero il
libero esercizio della loro religione,
col consiglio unanime dell'impera-
i9S LUX LUT
lòre, degli elettori, principi e siali sentemente recata ad esecuzione,
delle due religioni; e di più fu Essa cominciò nel 1817 a Wisba-
stabilito che nelle assemblee or- den, capitale del ducato di Nassau,
dinarie e nella camera imperiale, dove ne gittarono le basi i due
il numero de'capi dell'una e del- soprainlendenti alle due comunioni,
l'altra religione fosse eguale. Tutta Muller e Giese , colà trovatisi In-
l'Europa garanti l'esecuzione di quel sieme per celebrare la festa seco-
li -attalo tra' principi protestanti e lare della riforma (di tali feste cen-
ci ttolici di Germania. 11 nunzio tenarie de' luterani ne tenemmo
Fabio Chigi si oppose con ogni sfor- proposito nel voi. XXXI, p. i?.5
zo, ed il Papa Innocenzo X con una dei Dizionario). Proseguì poscia in
bolla dichiarò que' famosi trattati Hanau, principato appartenente al
nulli, vani, riprovati, invalidi, ini- l'Assia-Cassel, indi si estese al cir-
qui, ingiusti, condannati, .senza for- colo renano della Baviera, dove
?a, e che niuno era obbligalo a luterani e calvinisti nel sinodo gè-
mantenere, ancorché avesse giura- nerale da essi tenuto a quest'og-
to di farlo : ma non si badò alla getto, stabilirono eziandio alcuni
bolla pontificia, come non si avea articoli dominatici , da professarsi
fatto caso della protesta del nunzio in comune, e fra questi che non
che fu poi Alessandro VII. Già ne ammettevano il battesimo per ur-
dammo un cenno all'articolo Ger- genza. Del pari nel granducato di
mania, ove pur dicemmo dei beni Baden effettuossi solennemente la
ecclesiastici che in quelP epoca e riunione delle due chiese dopo un
nelle vicende politiche dei primor- sinodo generale tenuto a Carlsruhe,
di del corrente secolo furono con- e finalmente anche a Berlino una
cessi ai principi protestanti, ad on- commissione di teologi incaricati
ta delle forti rimostranze di Pio da quel governo di ritrovare i
VII. migliori espedienti a fine di fare
Nella Continuazione della storia risorgere il sacro culto, suggerì la
del cristianesimo del eh. ab. Bello- riunione delle due chiese, la quale
mo,nelvol. II, p. 180 si leggequanto col fatto ebbe luogo almeno dal
segue. 11 trionfo riportato dalla Chiesa canto dei protestanti della Slesia.
cattolica nell'ultima persecuzione era Per unanime accordo i seguaci
stato tanto sfolgorante che aveva delle confessioni assuusero la de-
chiamato e continuamente chiamava nominazione di chiesa evangelica
a ricongiungersi al suo seno molti cristiana. Se di nuovo sorgesse l'im-
dei piò ragguardevoli fra i prote- mortale Bossuet, ben egli coll'evi-
stanti. I capi di questi ne rimase- dente sua eloquenza, mostrerebbe
ro spaventati, ed a fine di puntel- esser questo avvenimento stesso una
lare in qualche modo il vacillante delle più grandi variazioni della
edifizio, immaginarono la riunione riforma. Edi fatto, trattandosi del-
delle due chiese luterana e calvi- la riunione di due chiese state fra
nisla in una sola. Questa riunione loro irreconciliabili nemiche, per la
appena proposta, ottenne il mag- ragione che professavano donimi
gioì favore appresso la più gran parte fra loro contrari, conviene accor-
de'principi della confederazione ger- dare, che per giungere a riunirsi
inanica, e perciò videsi anche pie* insieme, o gli hanno abbandonati,
LUT
o che almeno non li credono più
ili nessuna importanza. Donde ne
avviene, clie aveva ragione Haller
nella sua lettera divenuta tanto ce-
lebre, quando affermava, che un
notabile cangiamento erasi operato
in seno del protestantismo da cir-
ca trent'anni : » non vi è più una
comune credenza, ognuno si forma
una religione a sua posta., o non
ne riconosce più veruna. Ognuno
spiega la Bibbia secondo i capric-
ci suoi propri, o più non vi cre-
de. 1 nostri stessi ministri sono
divisi fra loro, e perciò non sanno
ne ciò che si credono, ne ciò ch'es-
ci debbano insegnare agli altri.
L' uno comballe la sera ciocche
l'altro ha affermato la mattina ".
L' esperienza non tarderà poi a
farci vedere, che gli aderenti del-
le due comunioni, con questa u-
nione si sono da per se slessi
data la zappa sui piedi; percioc-
ché amalgamando elementi fra lo-
ro contrari , devono necessaria-
mente produrre scioglimento e di-
struzione. Ciò appunto fanno pie
sugire i discorsi dei loro pastoti
stessi, che nel granducato di Ba-
den, dopo il '819, debbono esse-
re sottoposti alla censura, prima di
essere recitati nelle loro chiese;
gl'insegnamenti de' professori nel-
l'università di Heidelberga, a'qua-
li un' ordinanza del granduca co-
mandava di evitare tuttociò che
tendere potesse ad indebolire i
miracoli del nuovo Testamento, ben
necessaria per quelli che la pensa-
vano alla foggia del Lillbop che
in Magonza avea pubblicalo un'o-
pera intorno ai miracoli del cri-
stianesimo, e al loro rapporto col
magnetismo animale. Su questo ar-
gomento va letto il Discorso isto-
vico critico sul magnetismo anima-
LUT 199
le, Roma 1842, del dotto abbate
d. Vincenzo Tizzani procuratore
generale de'canonici regolari del ss.
Salvatore lateranensi, ora degno ve-
scovo di Terni.
LUTTO, luctus. Mestizia per
perdita di parenti, duolo, pianto,
Jlelus, vioeror. Lutto inoltre dicesi
del vestito che si porta in segno di
dolore per morte di qualche per-
sona, e del tempo in cui si porta
il vestito medesimo, accompagna-
to da altre dimostrazioni di duolo
e di privazione di divertimenti: il
lutto è di diverse specie, ed è pu-
re pubblico e privato. Volgarmente
il lutto dicesi ancora Corrucciot da
Cruccio per travaglio ed afflizione
d'animo, aegrìtudo3 dolor; ovvero
da Corrotto , pianto che si fa ai
morti, luctus funebris3 e per dolo-
re o pianto generale, luctus , flelus.
L'uso di mostrare il dolore che si
prova per la perdita dei congiunti
col mezzo di segni esteriori , ebbe
luogo ne' tempi più remoti. Nella
Scrittura si legge che alla morte
di Sara, Abramo compì tutti i do-
veri del lutto, e altrove si nota
che Giuda figlio di Giacobbe, per-
duta avendo la sua moglie, lasciò
passare il periodo del lutto avanti
di mostrarsi al pubblico. S'ignora
però quanto tempo durasse allora il
lutto presso gli orientali, e non è
neppur noto il modo, in cui il lutto
si portasse o pubblicamente si di-
mostrasse. Certo è soltanto che si
cangiavano abiti, e che ve ne ave-
vano anche allora alcuni riserbati
alle vedove ; la storia di Tamar
non permette di dubitare di quel
fatto. Gli ebrei costumavano di ra-
dersi la barba e tagliarsi i capelli
durante il lutto, spargendo la ce-
nere sul capo, e di lacerare le
loro vesti ; ma presso di essi il hit-
200 LUT
to non portavasi giammai dal som-
mo sacerdote. Il tempo del lutto
presso gli ebrei, per la morte dei
loro parenti od amici, era di sette
giorni, nei quali piangevano, e strac-
ciatisi i loro abiti, vestivansi di sac-
co o di cilicio, battevansi il petto,
digiunavano, coricavansi sulla nuda
terra, andavano a piedi nudi, e fa-
cevansi persino delle incisioni o
delle graffiature sul petto. In oc-
casione di pubblico lutto, salivano
sui tetto o sia sul terrazzo della
casa per deplorarvi le loro disgra-
zie. Nelle occasioni di grande lutto
gli egizi si lasciavano crescere i ca-
pelli, e tagliavano la barba , giac-
che fuori di quel periodo porta-
vano i capelli corti. Gli assiri e i
persiani si radevano nel lutto al
pari degli egizi : tra i romani men-
tre il cadavere passava per le con-
trade, s'erasi meritata la pubblica
stima il defunto, la bara veniva
coperta di balsami, d' unguenti, e
di altre cose odorose, non che dai
balconi si gittavano corone e ghir-
lande, gli amici i peli della barba,
e le donne buona parte dei loro
crini. Nell'antichità le donne por-
tavano nel lutto abiti di color ne-
ro, e questo tanto presso i romani,
quanto presso i greci. QuelP uso
esisteva di già ai tempi di Omero,
il quale ci fa sapere che Teli im-
mersa nel dolore e nella tristezza
per la morte di Patroclo, indossò.
la più nera delle sue vesti. I licii
poi, stimando il lutto cosa molle
e puerile, in morte de' loro con-
giunti vestivano abiti donneschi ,
come scrive Plutarco. È inoltre
degno di attenzione quello ch'egli
dice per ispalleggiare la sentenza
di que' popoli, così spiegato da Si-
landro Augustano. Èst enini re-
vera muliebre, imbecillisque , et de-
LUT
generis animi luctus : et ut ad eum
tnulieres viris3 ita barbari graeciSy
ac deteriores praestantioribus sunt
propensiores. Ac de ipsis barbaris)
si quiluctum exercent, non animo-
sissimi hoc celtae non galli, aut
qui olii generoso pieni sunt spiri-
to id facilini; sed aegyptii} syri,
lydi} aliique horum similes. Che
avrebbe egli potuto dire di Cras-
so, il quale si vestì a bruno, e
pianse la perdita d'una lampreda,
pesce di mare o di fiume, che gli
era morta nel suo famoso vivaio?
Il Guasco ne' Riti funebri di
Roma pagana da lui descritti, dice
a pag. 43 che nelle pompe fune-
rali degli antichi romani , gli uo-
mini erano vestiti di abiti neri;
se però il defunto non avea oltre-
passata l'adolescenza, il colore lut-
tuoso era il ceruleo o sia l'azzur-
ro. I vestimenti lugubri delle don-
ne, al dire di Vairone, erano neri ;
secondo Paolo, quelli eh' erano io
lutto dovevano svestirsi degli abiti
bianchi, e Valerio Massimo ripor-
ta, che dopo la battaglia di Can-
ne fu ordinato alle matrone, pian-
genti i loro morti congiunti , di
non portare le vesti nere più di
trenta giorni , affine di celebrare
secondo il costume la festa di Ce-
rere, terminati i quali, le madri,
le figliuole, le mogli e le sorelle
degli uccisi deposero il lutto, e
presero le vesti bianche in segno
di giubilo. A spiegare queste dif-
ferenti testimonianze, pare che Pao-
lo intendesse parlare degli uomini
soltanto, ai quali veramente furo-
no proibite le vesti bianche in tem-
po di lutto ; quanto poi alle asser-
tive di Vairone e di Valerio, al-
tro non si può dire, che l'abito
lugubre secondo i tempi e le cir-
costanze cangiò di colore (muta-
LUT
rione che seguì a' tempi degli im-
peratoli romani , ne' quali crebbe
smodatamente il lusso e l'ambizio-
ne de'ciltadini ), e ch'essendo nero
da principio, in bianco si trasmu-
tasse; dappoiché oltre i moltissimi
esempi che provano il bianco es-
sere stato colore funebre, moltissi-
mi eziandio sono gli scrittori che Jo
affermano, massime Plutarco. Os-
serva il Guasco, che il bianco non
fu ricevuto per lugubre solamente
dai romani, ma ancora dagli argi-
vi, dai sicioni, dai siracusani, e da
tulli i greci, e talvolta ancora da-
gli ebrei; e che nel convoglio fu-
nebre recavansi le insegne appar-
tenenti al defunto, e per segno di
dolore si portavano rivolle a terra,
cioè a rovescio. 11 medesimo Gua-
sco parla più eruditamente del lut-
to a pag. 1 3 1 e seg. dicendo così.
I conviti funebri contribuivano al-
l' intemperanza de' vivi, e di ni un
sollievo riuscivano ai morti ; il lut-
to veramente era forse l'unica di-
mostrazione sincera di dolore che
si dasse dai romani ai defunti, le
altre essendo piuttosto spettacoli fa-
stosi e ridicoli, che cerimonie an-
gosciose e lugubri. Biasimando essi
la legge di Licurgo , il quale col
proibire ai lacedemoni di portare
il lutto più d'undici giorni, tanto
di porre in certo modo un limite
al dolore e alla pietà , giudicaro-
no che essendo il lutto un attesta-
to pubblico della stima e dell'a-
more de' vivi verso i loro defunti,
non fosse né giusto, ne dicevole il
determinarne il tempo, togliendo a-
gli animi la libertà delle querele
e del pianto. In virtù adunque di
questa massima , quando le ma-
trone domandarono di portare il
lutto per Giunio Bruto e per Pu-
blicola un anno intero, e per Co-
LUT 201
rio! ano sei mesi, fu loro tostamen-
te conceduto . Ma perchè quelli
che non avessero in cosa alcuna
giovalo alla patria, erano slimati
immeritevoli di pianto, così i fan-
ciulli minori di tre anni non si
piangevano affatto, avendo ciò de-
cretato il buon re INuma , conlro
il costume di alcuni barbari, i qua-
li ali' opposto non piangevano che
i fanciulli ed i giovani, a cagione
di essere morti per tempo senza
gioire né delle nozze, né delle ma-
gistrature, né delle discipline, né
degli onori civili. Variando poi in
Roma le massime di governo, va-
riarono conseguentemente ancora
gli statuti particolari; laonde An-
tonino ordinò che i figliuoli dal
padre non si piangessero più di
cinque giorni, altri dicono che i fi-
gli ed i padri si poteano piangere
dagli altri parenti un anno ; i mi-
nori di sei anni un mese; il ma-
rito dieci mesi, ed il cognato otto.
Circa le vesti o piuttosto il co-
lore delle vesti di lutto, non pare
che fosse alcuna legge che lo sta-
bilisse, e la sola consuetudine, che
poteva aver vigore di legge, ve lo
determinò. Non si può accertare
se il trascelto fosse il bianco, o ve-
ramente il nero, e come abbiamo
detto, facilmente l'uno vicendevol-
mente successe all'altro, dicendo
Vairone soltanto, che le donne de-
ponessero le vesti morbide e pom-
pose, e che si ricoprissero con quel-
la vesle o velo dello ricinium o
recinium. Sulla divisione della qua-
lità del lutto, esso era presso gli
antichi romani di due sorti , uno
pubblico, privato l'altro. 11 primo
s'intimava dal senato ad ogni or-
dine di cittadini, quando volevano
in segnalata guisa onorare la vir-
tù e la fama degli illustri defunti,
20 j LUX
ovvero quando perdevano qualche
battaglia considerabile, come fu
quella di Canne. Allora si denun-
ciava la vacanza de' magistrati , e
la sospensione dal rendere ragione.
In questo tempo i consoli sedendo
nella curia usavano le sedie voi*
gari ; i fasci si portavano per tut-
to capovolti; i senatori deponeva-
no il laticlavio e gli anelli d'oro,
non si tagliavano i capelli , ne si
radevano la barba. I conviti fe-
stosi erano proibiti; nelle loro case
non si accendeva il fuoco; a niu-
no era conceduto di fabbricare ; e
la città tutta desistendo dalle ope-
re manuali e dai lavori, palesava
con l'ozio e col silenzio l'univer-
sale rammarico. 11 lutto privato
nou obbligava che la famiglia , e
forse gli amici del defunto: finche
durava questo lutto gli addolorati
parenti non uscivano di casa , e
uscendo evitavano le liete assem-
blee, gli ameni diporti, le conver-
sazioni giocose, e specialmente le
feste tanto ordinarie che straordi-
narie. Le donne poi solevano una
volta per segno di sincero cordo-
glio radersi quella poca lanugine
che avessero sul volto, ma dopo
die una legge decemvirale lo proi-
bì, non ritornò più. in uso. In certi
casi era lecito interrompere il lut-
to. La celebrazione delle feste di
Cerere, la consagrazione di qual-
che tempio, la notizia di qualche
segnalata vittoria, ed altri avveni-
menti gloriosi e vantaggiosi all'im-
pero facevano cessare il lutto anche
pubblico. 11 privato veniva sospeso
dal nascimento di prole maschile ,
dal ritorno d'un figliuolo, o ricom-
prato dai ueuiici o rimandato dal
principe, da cui fosse stato ritenu-
to per ostaggio. Cosi se una gio-
vami sposa andava a marito, o se
LUT
alcuno della famiglia veniva gra-
zialo di qualche onorevole impie-
go, svestivano i panni lugubri e
ripigliavamo i festivi. Intanto, per-
chè nulla mancasse alla gloria del
defunto, appendevano le di lui im-
magini nelle sale (ninno poteva
farsi ritrattare prima di avere con-
seguila l'edilità), dove schierava-
no tutte quelle de' loro antenati ,
e qualche volta anche quelle degli
uomini più celebri. Nell'atrio della
casa collocavano inchiodate le sco-
glie che il defunto avea toHe ai
nemici, e queste rimanevano appe-
se ad eterna memoria. V. Fune-
bali e Vesti. Ai rispettivi articoli
si parla del lutto di molte na-
zioni.
Alcuni dicono che i re di Fran-
cia portavano anticamente nel lut-
to abito di color violetto, ma que-
sto costume non è mollo antico ,
perchè Carlo VII e Luigi XI alla
morte de' padri loro pigliarono il
lutto vestendosi di nero. Le regine
di Francia, dieesi che aulicamente
portavano il lullo vestite di biau-
co, costume che si cambiò a' tem-
pi della regina Anna di Bretagna,
perchè alla morte di Carlo Vili
suo marito lo pianse in modo
straordinario, e prese veli, manti
e ciarpe nere, siccome più oppor-
tune per mostrare esteriormente la
somma tristezza che internamente
la opprimeva. In Italia e negli al-
tri stali , specialmente nelle corti
di Europa, variarono sommamen-
te i colori , la durata e le altre
costumanze del lutto; i colori però
non si mutarono più sovente che
dal bianco al nero e viceversa. V .
Colori. Dicesi poi l'anno di lutto,
ber significare l'anno di vedovan-
za, prima che sia decorso il quale
la vedova non può maritarsi senza
LUT
perdere i vantaggi a lei accordati
dal defunto marito. Eranvi de'paesi
in cui le vedove di stirpe nobile
non sortivano dalle loro case per
venti o quaranta giorni dopo la
morte del marito, nemmeno per
andare alla chiesa nelle feste di
precetto ad ascoltar la messa : s.
Antonino tollera per qualche set-
timana siffatta costumanza, e s.
Carlo uel suo primo concilio te-
nuto a Milano nel i565 la tollera
per un mese. Altri sono d'avviso
coti trario, e considerano quella co-
stumanza come intollerabile e pro-
scritta da' sacri canoni, i quali im-
pongono a tutti i fedeli 1' obbligo
di ascoltar la messa in tutte le fe-
ste di precetto ; concorda ciò colla
regola d' Innocenzo III in cap. ad
Nostrani, 3 de consuetud. lib. I, tit.
3. Era permesso anticamente agli
ecclesiastici il portare il vestito di
lutto, purché nou fosse cambiata
la forma esteriore, come apparisce
dalle seguenti parole del concilio
di Toledo : » Qui lugubres et lu-
ctuosas vestes induunt, et flebilio-
res quam suae congruit honestati ".
Così pure si legge nel citalo con-
cilio di Milano : » Clericus
ne parentum quidem obitu vestes
lugubres , more laicorum , induat ,
gestetque : neque vero vestis for-
matti, aut panni genus , quo cle-
rum universum uti moris est, com-
mutet ". Ma che i chierici non deb-
bano portare vesti lugubri, che di-
ciamo di corrotto o di corruccio,
nella morte de' loro congiunti, lo
prescrissero il seguente concilio di
Milano , ed i sinodi di Piacenza ,
di Firenze e di Amelia. Nel con-
cilio di Milano del 1579 fu decre-
tato. » Clericus qui amiclu elerU
cali indutus inccdit, ne in propin-
quorum, ne parentum quidem obj-
LUT ao3
tu, vestes lugubres, more laicorum,
induat, gestetque. Neque vero vestis
formam, aut panni genus, quo cle-
rum universum uti moris est, com-
mutet; sed pium erga propinquos
mortuos charitalis studium , offi-
ciumque praeseferat, ouuii alia ra-
tione , quae cum clericalis ordinis
decore, dignitateque omnino conve-
niant ". Nel sinodo di Piacenza del
1 589 fu ordinato » Porro vestes
lugubres, et pullas ex lino gossi-
pino, seu xylino confectas , vulgo
di cotone, nemo clericorum, cujus-
cumque sit conditionis, atque gra-
dus, gestare audeat ". Nel sinodo di
Firenze del 1589 venne prescrit-
to: >» Clerici lugubres vestes, alias,
quam clencales, in obitu parentum
non ferant "". Nel sinodo di Ame-
lia del i5q5 si comandò. « Qui
clericali in veste incedunt, eam, ne
in parentum quidem funeribus po-
naut, et cum atra, lugubrique com-
mutent ". E nel cap. 65S. » Cle-
rici, mortuorum causa , vestem ne
mutent".
Prima che Alessandro VII e la
congregazione cerimoniale vietasse-
ro a' cardinali l'uso del corruccio
nella loro persona per la perdita
de' congiunti, al modo che si dirà,
lo portavano in tali occasioni, ed
ecco come lo descrive Michiel Lo-
nigo, Delle vesti purpuree, Venelia
1623, p. 43 : Lutto ovvero scomo-
do. » Li cardinali di lutto ovve-
ro scor uccio, per morte di alcuno
de parenti suoi portano le vesti e
cappe di saietta paonazza senza fa-
scie o mostre, bottoni o imbotti-
ture rosse per tutto il tempo del-
l'anno, quando gli altri cardinali
portano le cappe paonazze di ciana -
bcllotto tanto a cappelle, quanto a
concistori. Ma quando gli altri car-
dinali in cappella 0 ad altro atto pub-
2o4 LUT LUT
hlico intervenendo collegialmente puccio della cappa, quando non vi
portano la cappa rossa, dovranno sono le pelli, di ormisino paouaz-
porlarla ancora li cardinali di lutto; zo, ma sempre di rosso". Si vede
ed in (al giorno se cavalcheranno che il Lonigo riprodusse il decre-
pei concistori o cappelle porterau- tato dalla sacra congregazione dei
no la cappa paonazza di saietta iti riti li 3o agosto 1602, sotto Cle-
pala/zo, poi dovranno vestir la ros- mente Vili, essendo segretario del-
sa sopra la sottana paonazza (ma la congregazione Gio. Paolo Ma-
il decreto che citeremo veramente canzio celebre cerimoniere pontiii-
dice che i cardinali di lutto do- ciò, ciò che confermò la stessa sa-
vranno come gli altri vestire in era congregazione a'3 1 marzo dei-
tutto, e se di rosso, di questo co- Tanno 1618, nel pontificato di
Iure useranno le vesti oltre la cap- Paolo V, essendo segretario della
pa ). Nei tre giorni veramente di medesima Pietro Ciammariconi o
Pasqua di resurrezione, della Pen- Ciammaruconi, altro cerimoniere
tecoste, di Natale (e loro feste), pontificio. Però le cose tralasciate dal
Epifania, Annunziazione della Bea- Lonigo, e facenti parte de' citati
ta Vergine (per la cui cavalcata decreti, le notammo fra parentesi,
useranno anco nelle mule gli orna- anzi crediamo opportuno riportare
menti rossi), nel giorno del Cor- l'ultimo periodo di essi. « Adver-
pus Domini ( e sua ottava ), del- tant tamen RR.mi DD. cardinale*
l'Ascensione, de' ss. Pietro e Paolo ne propter luctum utantur colore
( dell' Assunzione della Beata Ver- nigro nec in vestibus, nec in cur-
vine, della Circoncisione), di tutti ru, nec domi in aulaeis ad parie-
i santi, nell'anniversario della crea- les, sed tantum colore violaceo u-
zione e coronazione del Pontefice tantur in omnibus : et quando vi-
vivente (e nelle altre cappelle in sitantur ab aliis DD. cardinalibus
cui gli altri cardinali useranno cap- ad condolendum de luctu , debent
pe rosse ), non ostante il scoruc- et ipsi DD. cardi nales visitanles esse
ciò, per tutto il giorno avranno la in abitu violaceo". 11 Sestini nel
cappa e tutti i vestimenti rossi, suo Maestro di camera, stampato
Nelle domeniche III dell'avvento, in Liegi nel i634, cap. XIV, Del
e IV di quaresima , nelle cappelle lutto de cardinali, e dell'abito che
almeno avranno le sottane di rosato usano in tempo di esso, ripeten-
o rosaceo, secondo il solito, e le do in parte quanto si è detto,
cappe paonazze di saietta. Nel gior- nota, che quando i cardinali por-
no dell'Annunziazione cavalcando tavano la cappa di eiauibellotto, i
alla Minerva li cardinali di sco- cardinali in lutto, comprese le do-
i uccio, saranno con le cappe, sot- meniche HI dell'avvento, e IV di
Lane e finimenti rossi, e per tutto quaresima, l'assumevano di saietta,
il giorno vestiranno di rosso, non i quali uniformandosi nel colore
ostante il scoruccio. Non devono rosso delle vesti ai primi ; molti tut-
mai li cardinali per lutto o sco- tavolla per il lutto greve, nell'otla-
i uccio alcuno quanto grande si sia, va del Corpus Domini non usava-
usar nelli vestili propri, nel eoe- no vestir di rosso allorché incede-
chio, o negli ornamenti di casa il vano per la città a far visite, o a
,iui negro, né fodrar mai il cap- spasso, ancorché tali visite le fa-
LUT
cessero in abito. Notò ancora, eh
nelle cavalcate i guarnì menti ti
mule e le valigie erano dello ste
so colore delle vesti che portava-
no; e quando non cavalcavano man-
davano le mule come nelle cavalca-
te degli ambasciatori. Finalmente
aggiunge: i cardinali non sogliono
mai usare per occasione di lutto il
color nero, né alle vesti , ne alle
carrozze, né agli addobbi e parati
della casa; i cardinali nuovi non
ammettono bruno, e se l'avessero
allorché sono creati o pubblicati,
se lo cavano, e non lo riprendono
che dopo avere ricevuto e reso le
visite.
Il cav. Lunadoro nella Relazio-
ne della corte di Roma stampata
nel 1646, pag. 223, Per quando
li cardinali fanno scoruccio > tra le
altre cose che si confrontano colle
già riportate, dice che i cardinali
per morte possono fare scoruccio,
e andar tutto l'anno vestiti di pao-
nazzo, e le mostre e imbottiture
delle vesti hanno da essere paonaz-
ze e non rosse; che i cardinali
non possono usare nelle cose no-
minate dal Sestini il colore nero,
ma il paonazzo ; bensì per casa
privatamente possono portare zim-
marra nera di scoruccio, ma deb-
bono farsi vedere così dapochi;il
cardinale cui muore il padre, la
madre, o il fratello carnale suole
ricevere visite dal sacro collegio, e
nel riceverle dev' essere vestito di
sottana e mozzetta paonazza, ed in
quella circostanza non deve incon-
trare ne accompagnare alcuno, stan-
do nella propria camera come fosse
un cardinale nuovo ; i cardinali che
■vanno a visitare, vi devono andare
in abito paonazzo , con sottana ,
mozzetta e ferraiuolo, ed il cardi-
nale visitato deve rendere la visita
LUT 2o5
tanto ai cardinali, come agli am-
basciatori, col medesimo abito dei
cardinali che lo visitarono. E soli-
to che i cardinali in tale occasione
vestono di tutto punto a loro spe-
se di scoruccio tutla la famiglia ,
di roba e forma conforme alla
qualità delle persone, vestendosi di
rovescio (specie di panno lano, che
ha il pelo lungo da rovescio ) co-
tonalo. Per la nobiltà (o sia fa-
miglia nobile) si piglia di quello
di Firenze, e per gli altri di quello
di Fabriano odi Fossombrone, do-
vendosi vestire tutti quelli a cui
si dà la parte. E perchè in palazzo
di sua Santità i cardinali nipoti
del Papa non usano mai fare sco-
ruccio, vivente lo zio, occorse che
sotto il pontificato di Clemente VJ1I
mori in Ungheria, dov'era capitano
generale di s. Chiesa, d. Giovanni
Francesco Aldobrandini , conte di
Medola e nipote di sua Santità ,
i cardinali Aldobrandini e San Gior-
gio, altri nipoti del Papa e co-
gnati del defunto, fecero lo scoruc-
cio di questa forma. Le persone lo-
ro eminentissime andavano vestite
di rosso o di paonazzo conforme
che correva alla giornata, ma non
portarono mai né ciambellotto, né
sottana di seta, essendo sempre tut-
te le vesti di saietta, e le mostre
e imbottiture delle vesti paonazze
erano rosse al solito. Le carrozze
che usarono in detto tempo erano
di velluto nero, imbollettale di ne-
ro, con colonne del medesimo vel-
luto, e fornito ogni cosa di nero.
I gentiluomini e aiutanti di came-
ra, li vestirono di saietta di Mila-
no, perchè era del mese di settem-
bre, ed i parafrenieri di panno fi-
no, ma senza cotone, ed i servi-
tori de' gentiluomini, con il resto
della famiglia, di panno un poco
2o6 LUX
più grosso, avendo dato quei buo-
ni principi tutto quello che biso-
gnava per vestirsi, e pagato fattu-
re e di più calzette di seta, legac-
ci, cappello, cintura, centurino e
stringhe ad ogni persona conforme
al suo grado. Deve avvertirsi che
venendo a Roma un nuovo cardi-
nale per pigliare il cappello, il qua-
le per occasione di morte di alcun
suo congiunto, si trova far scoruc-
cio, in tale occasione deve depor-
lo, e usar gli abiti di cardinale
che non faccia scoruccio ; può bensì,
se vuole, avuto che ha il cappello in
concistoro pubblico, e fatta dal Papa
la cerimonia ne'concistori segreti di
aprire e serrare la bocca, ripigliar
lo scoruccio e portarlo quando gli
tornerà a comodo. Sin qui il Luna-
doro, il quale nell'edizione di Ro-
ma 1664, intorno al lutto de'car-
dinali però dice : »» Oggi per de-
creto fatto dalla Santità di no-
stro Signore Alessandro VII, i car-
dinali nelle proprie persone , car-
rozze e fiocchi de' cavalli non usa-
no più lo scoruccio ". Nella vita
di Alessandro VII del Sandini , t.
II, p. 689, si legge. » Cardinalibus
vero interdix.it usum coloris nigri
ac lugubris; quo dolorem ex neces-
sarii alicujus obitu testabantur ".
Inoltre la sacra congregazione ceri-
moniale , l' osservanza dei decreti
della quale giurano osservare i car-
dinali, derogò a quanto era stato
permesso dalla sacra congregazione
de' riti a* cardinali in occasione di
lutto, col seguente decreto in data
de* 18 luglio 1701. » E. mi DD.
occasione luctus e rocchettis laci-
nia, vulgo merletti, nec non in pi-
leis cingula aurea quocumque tem-
pore non auferant, et sicut in per-
sona, et in proprio curru nil luctus
habere debebunt, ita neque in domi-
LUT
bus, neque in curribus qnibuscuro-
que ". Noteremo che parlando il
Lunndoro della processione del Cor-
pus Domini, avverte che i cardi-
nali devono sempre avere scarpe
e calze rosse; quando però portava-
no i vestimenti paonazzi, anche le
calze e le scarpe si portavano pao-
nazze.
Non solo i cardinali vestirono
e vestono a lutto i loro famigliari,
quando prendono essi stessi il lut-
to per la morte di qualche con-
giunto, ma alla loro stessa morte
concedono il vestiario detto corruc-
cio, ed il compenso pecuniario chia-
mato quarantena, oltre quelle be-
neficenze particolari che loro piace
usare, secondo il loro animo gene-
roso e possibilità. Per corruccio si
dà un compenso in denari equi-
valente al vestiario che ad ogni
individuo della famiglia compe-
te per quarantena si dà quanto
in ragione della mesata d' ogni
famigliare corrisponde al periodo
di quaranta giorni . Il corruccio
e la quarantena sono un dirit-
to sostenuto dalla costituzione di
Benedetto XIV, In eminenti su-
premi priiicipatus , idibus julii
i75o, presso il suo Bull. tom.
HI, pag. i3i. » Praeterea nullam
iisdem competere volumusactionem
prò quadragenorum dierum, ut a-
junt, stipendio, sive prò atris ve-
stibus, aut prò conseguenda por-
tione cujusque summae inter alios
familiares mercede conductos , ut
supra dividendae, sed praeter ho-
norem, quem ex defuncti familia-
ritate consequuti sunt, aliasque u-
tilitales, si quas illius grafia et
auctoritate jam perceperunt, nil a-
liud ipsis sperandum relinquimus,
quam quod vel defunctus ipse, gra-
ti animi ergo, eisdem nominatim
LUT
testamento legaverit ". Questa dis-
posizione di Benedetto XIV fu san-
zionata dal decreto del cardinal
Roverella pro-uditore di Pio VI,
favorevole ai famigliari del cardi-
nal Filippo Lancellotti, morto dopo
circa cinque mesi di cardinalato ai
i3 luglio 1794, ed emanato facto
verbo cum sanclissimo, per cui ha
forza di legge. In seguito fu la
disposizione anche confermala suc-
cessivamente da diverse sentenze
nelle cause sostenute dai famigliari
dei defunti cardinali Guidobono Ca-
valcioni, Cesare Guerrieri, France-
sco Pandolfi- Alberici, Luigi Frez-
za, ec. contro i loro eredi, ed ema-
nate in favore de' medesimi fami-
gliari. V. Famiglia de' cardinali
e prelati. Al presente la maggior
parte de' cardinali non fanno lut-
to per la morte dei loro parenti ,
tranne qualcuno , e per lo più di
nobili famiglie romane. Ne diedero
gli ultimi esempli i cardinali Bene-
detto Naro romano, Giorgio Do-
ria romano, Carlo Odescalchi ro-
mauo, Giacomo Fransoni genovese;
non prese il lutto il cardinal Tom-
maso Weld inglese nella morte del-
la figlia, per riguardi di modera-
zione. Il lutto greve dura un anno
e tre giorni, e consiste nel vestire
tutta la famiglia di abiti e calze
nere, compresi i domestici da li-
vrea, i cui abiti si fanno della for-
ma delle livree giornaliere , tutti
portando il velo nero al cappello.
Deve però avvertirsi, che quel car-
dinale che ha vestito la sua fami-
glia a lutto, questa non può por-
tare recandosi all'udienza del Papa,
alle cappelle, ed in tutti i luoghi
e funzioni ne' quali ha luogo il
treno e le vesti da gala. In Roma
ordinariamente i prelati non usano
il lutto nei loro famigliari, meno
LUT 207
qualcuno di casa magnatizia. Agli
articoli Calze, Cappa, Cappello car-
dinalizio , Conclave , ed altri si
discorre di altro riguardante il lut-
to, le vesti del venerdì santo, quel-
le pei novendiali del Papa defun-
to, e per la sede vacante. All'artico-
lo Conclave dicemmo come Cle-
mente XI 1 proibì che si dassero le
vesti di corruccio nella morte del
Papa al cardinal camerlengo, ed ai
prelati uditore generale della ca-
mera, tesoriere generale, a due
chierici di camera ed al presiden-
te della medesima. Nei ruoli del
palazzo apostolico del i55i, vi è
la nota della famiglia che dovea
conseguire il corruccio in sede va-
cante, come notammo all'articolo
Famiglia Pontificia. La cera di spa-
gna nera che si adopera ne' sigilli
di chi è in lutto, poco si usa dai
cardinali e prelati, e mai scriven-
dosi ai sovrani ; sogliono adoperarla
privatamente.
Prima giustamente i soli nobili
e le persone distinte o per condi-
zione o per ricchezza, nella morte
de' loro congiunti prendevano il
lutto. Ora tal costume è divenuto
moda quasi comune a tutti i celi,
poiché si vede il mediocre parti-
colare, l'impiegato, le persone che
vivono di salario, e persino qual-
che artista di arti meccaniche, col
velo nero al cappello, e spesso ac-
ciocché risalti sul cappello bianco.
Tutte le persone assennate e di
buon senso riprovano e disprezza*
no l' invalso abuso ed ostentazio-
ne di coloro che più per vanità
che per duolo prendono il corruc-
cio, seguendo la leggerezza d' un
secolo per una parte meraviglioso,
per l'altra veramente a vapore. Fe-
lici que' tempi in cui si osservava
la prammatica sì nelle vesti che
2oS LLT
nel Irattamcnto, secondo le quali-
le, gn^O ed ordine de' cittadini ,
poi eli è non solo allora si conosce-
vano nella società i diversi celi ,
ma veniva tenuto in freno il fa-
tale ed immorale Lusso (f^edi), ro-
vina delle famiglie, e cagione d'in-
finiti mali. Non si nega che tutti
possano anzi debbano esprimere con
modi esterni il lutto, per quel sen-
timento di dolore che abbiamo per
la perdita de' nostri, ma solo i sag-
gi desiderano che non si faccia con
que' segni che sono da tempo im-
memorabile propri della nobiltà
e delle persone distinte e qualificate,
poiché l'amalgama ha sempre dis-
piacevoli conseguenze. In alcuno
parti d'Italia, come in Bologna,
fu costume anticamente, che quan-
do moriva alcuno de' nobili della
città, il pretore ed il capitano an-
davano ad onorarne il funerale. A
Modena si concedeva l' onore del
suono funebre delle campane del
pubblico, che per un giorno inte-
ro davano segno e pubblicavano
la morte delle persone nobili. L'in-
troduzione delle armi gentilizie tie-
ne luogo delle immagini e ritratti
de' maggiori, che appresso i roma-
ni venivano esposte, e che secondo
i costumi loro., designavano le fa-
miglie nobili di que' tempi, per cui
quando una famiglia non poteva
esporre una simile pompa, giudi-
ca vasi che fosse ignobile ed oscura.
Tali immagini consistevano in te-
ste di cera, che conservavansi negli
armadi di legno, tenuti rinchiusi
negli atrii delle case. In occasione
de' funerali si adornavano que' si-
mulacri con abiti neri. In tal mo-
do ravvivavansi le memorie di que-
gli eroi, si esponevano nella parte
piìi insigne e più celebre della ca-
sa, affinchè col far risplendere in
LUT
quelle il sangue delle famiglie, ser-
vissero & 'posteri di continuo stimo-
lo ad imitarli. Tifilo più nobile
era stimata una stirpe, quanto
maggiore era il numero delle im-
magini di cui vedevasene adorna
la casa. Riputavansi non meno cu-
stodi, che autori dello splendo-
re acquistato. Daremo qui appres-
so alcune delle principali nozio-
ni sul lutto che usano le nobili
famiglie romane e le persone d'am-
bo i sessi, oltre quanto dicemmo
all'articolo Funerali, massime a p.
72, voi. XXVI II del Dizionario.
Nella nobiltà romana la durata
e qualità di lutto non avendo re-
gola scritta, esiste nelle tradizioni,
le quali hanno variato e variano
tra gli antichi usi ed i moderni, e
principalmente per comodo di quelli
che di mala voglia soffrono le pri-
vazioni dei divertimenti che il lut-
to porta seco. Dopo aver consulta-
to i più osservanti ed istruiti si-
gnori di Roma su argomento sì
delicato e difficile, riporterò alcune
norme approssimative, poiché, il ri-
peto, non essendovi una salutare
prammatica., ciascuno si fa un me-
todo particolare, aumentando o di-
minuendo le consuetudini, secondo
le circostanze, l'arbitrio e forse an-
cora la poca affezione e rispetto per
gli estinti. Di fatti anticamente mai
intervengasi ai balli ed alle cla-
morose riunioni col lutto, massime
col greve, come si fa ora con dis-
approvazione di non pochi saggi. Il
lutto greve non si deponeva mai
dalle vedove nella sua durata, e
gli altri non lo deponevano che
nelle grandi solennità della Chiesa.
Oggidì anche i vari gradi di lutto
sono diversi dagli antichi. Eziandio
nella qualità delle stoffe e colori,
prima nel lutto greve rigorosamen-
LUX
te si osservava l'incedere in tutto
nero e di lana ; in quello di mez-
zo lutto il vestiario era tutto dì
nero , ma con stoffe di seta ; e nel
lutto leggiero le dame indossavano
abiti cenerini, frammischiandovi in-
dumenti bianchi e neri; gli uomi-
ni portavano abito nero con cai-
toni e calzette simili , corpetto e
cravatta bianca. Andiamo dunque a
riportare le norme più general-
mente osservate. Il lutto, secondo
lo stile delle famiglie patrizie ro-
mane, si distingue in lutto greve,
in mezzo lutto, ed in lutto leggie-
ro. Il lutto greve consiste nell'in-
tiero vestiario nero di tutta lana,
sì negli uomini che nelle donne.
Per altro gli uomini usano la cal-
zatura consueta, le donne poi la
calza di seta. Nel lutto greve gli
uomini usano fasciare il cappello
di velo nero crespo , le donne
abbandonano gli ornamenti delle
gioie ed ori. 11 mezzo lutto sì ne-
gli uomini che nelle donne consiste
nel vestiario di color nero , ed è
permessa la seta ; dalle donne si
usano eziandio i merletti. Il lutto
leggiero poi consiste negli uomini
nel velo nero al cappello , nelle
donne il vestiario si compone di
abiti di color bianco meschiati con
alcuni neri, polendo usare i bril-
lanti e gli ori. La durata del lut-
to ne' diversi casi è come segue.
Il coniuge superstite per la morte
dell'altro coniuge indossa il lutto per
mesi dieciotto, cioè dodici mesi di
lutto greve, tre di mezzo lutto, e
tre di lutto leggiero. Altri assegna-
no ai vedovi ed alle vedove quin-
dici mesi di lutto. Quanto a quelli
che ammettono i dieciolto mesi di
lutto , vi sono molti che lo divi-
dono così : un anno lutto greve ,
sei mesi mezzo lutto usando lai se-
VOL. XL.
LUT 209
ta, e negli ultimi mesi la seta bi*
già o cenerina. Le visite si rendo-
no dopo i quaranta giorni, e per
un anno non si va nelle grandi so-
cietà. E da notarsi che il teatro
attualmente viene riguardato come
grande società . Padre e madre :
un anno di lutto, sei mesi greve
e sei leggiero, negli ultimi mesi
però potranno mettersi i veli bian-
chi e neri ; nei primi due mesi
non si va in gran società. Altri o-
pinano che il lutto de' genitori sia
sei mesi di lana e sei di seta ; le
donne nei primi quattro mesi use-
ranno i veli crespi , nei secondi
quattro mesi i veli appannati, ne-
gli ultimi quattro mesi i veli bian-
chi. Vi sono altri che dividono il
lutto de' genitori , in sei mesi di
lutto greve, in tre di mezzo lutto,1
ed in tre di lutto leggiero. Note-
remo che il lutto per un capo di
casa si porta per lo spazio di tem-
po e nello stesso modo che si por-
ta pei genitori. Figli e Figlie: i fi-
gli e figlie minori o di famiglia or-
dinariamente non ammettono lutto
nei loro genitori e nella parentela;
quando poi essi sono coniugati, al-
lora i genitori prendono il lutto
del primo grado di parentela , o
meglio quello de' fratelli e sorelle.
Per i parenti di primo grado 4
nonno e nonna, dodici mesi di lutto
greve, tre mesi di mezzo lutto , e
tre mesi di lutto leggiero. Per il
terzo grado di parentela, tre mesi
di lutto, cioè quaranta giorni di
lutto greve, il restante del tempo
di lutto leggiero. Per i parenti iit
quarto grado quaranta giorni di
lutto fra tutto. In quest'ultimo ca-
so gli uomini non usano che il ve-
lo nero sul cappello. Nei primi tre
mesi del tempo del lutto greve
non sono ammessi i teatri, le feste
•4
aio LUT
o accademie, ne i clamorosi rice-
vimenti, benché di recente siasi in-
trodotto l'uso non lodevole di an-
dare al teatro spirati i primi qua-
ranta giorni.
Ma a voler classificare meglio i
gradi di parentela, li faremo come
segue. Nonno e nonna : nove me-
si di lutto, cinque greve, e nei
primi quaranta giorni non si va
in gran società ; quattro mesi di
lutto leggiero, e per il primo tem-
po di questi suol portarsi l'abi-
to di seta nera con veli leggieri
detti di Bologna, e negli ultimi può
andarsi anche con veli neri e bian-
chi. Altri dicono che si deve in-
cedere, sei mesi in lana e tre in
seta; le donne pei primi tre mesi
porteranno i veli crespi , pei se-
condi tre mesi gli appannati, per
gli altri tre i veli bianchi. Altri
sono di parere che il lutto degli
avi sia di cinque mesi di lutto
greve, di due di mezzo lutto, e di
due di lutto leggiero. Fratelli e so-
relle : sei o sette mesi di lutto;
tre o quattro, secondo le circostan-
ze, di lutto greve; due o tre mez-
zo lutto, ed in ultimo pel tempo
rimanente lutto leggiero. Per qua-
ranta giorni non si va in gran so-
cietà. Altri sono di parere che il
lutto per tali parenti sia di sei me-
si, tre in lana e tre in seta. Co-
gnati e cognate: come il lutto pei
fratelli e sorelle; se però i cognati
ed i fratelli fossero capi di casa ,
o avessero qualche pubblica rappre-
sentanza o dignità, allora si adot-
terà il lutto che si osserva per gli
avi. Zìi e nipoti: alcuni sono pel
medesimo lutto de' fratelli e co-
gnati ; altri lo stabiliscono in quat-
tro mesi, cioè due di lutto greve
e due di mezzo lutto e lutto leg-
giero; per quindici giorni non si
LUT
accede nelle grandi società. Cugini:
alcuni dicono come il lutto de' fra-
telli e cognati; altri sono di pare-
re che quaranta giorni si debba
andare con abito di seta nera e
veli neri ; un mese di mezzo lutto,
e per una settimana astenersi di
andare in società. Cugini in secon-
do e terzo grado : un mese di lut-
to nero, ma in seta, similmente pei
sii cugini. Parenti più lontani : quin-
dici giorni di mezzo lutto.
Suol farsi qualche distinzione nel
portare i lutti per i parenti domicilia-
ti in altre città, e si regola presso a
poco come sogliono regolarsi i lutti
dei parenti più prossimi. Questa
distinzione consisterebbe nel dimi-
nuire il tempo del lutto, di due,
tre o quattro settimane. Vi so-
no poi diverse circostanze in cui
suol mettersi il lutto che chiama-
si di convenienza, lungo o breve
secondo i casi, gli usi e le consue-
tudini delle famiglie. Aggiungere-
mo altre generiche nozioni sul lut-
to della nobiltà romana. Gli uo-
mini in mezzo lutto o lutto leg-
giero in società possono portare
cravatta e guanti bianchi. Le vi-
site di condoglianza, generalmente
parlando, si possono rendere anche
dopo quindici giorni. Ai parenti
stretti si possono rendere le visite
anche prima dei quindici giorni.
Nelle piccole società vi si può an-
dare dopo i quindici giorni; non
così nelle grandi società e al tea-
tro, meno che a questo non vi si
andasse che privatissimamente, ove
per altro ordinariamente non si va
che dopo quaranta giorni. Nelle car-
rozze ed appartamenti non si co-
stuma affatto segni di lutto. Il lut-
to de' famigliari, si uomini che don-
ne, uguagliasi a quello de' padro-
ni. I famigliari però non indossa-
LUX
no gli abiti di lutto se non che
per la morte de' loro padroni, pa-
dre e madre di essi padroni , avo
ed avola sì paterni che materni.
Per la morte di altri parenti dei
padroni, la servitù non indossa al-
cun lutto, a meno che non trattisi
della morte di un cardinale fratel-
lo o zio carnale del padrone di
casa. In tale caso non in ragione
della parentela, ma a causa di gra-
titudine, indossa il lutto anche la
famiglia dell'erede. Va notato, che
il lutto ossia le vesti della fami-
glia nobile, deve distinguersi nella
qualità dalle famiglie di sala , di
scuderia, ed il portiere. Sono poi
varie le regole del lutto nelle al-
tre città dello stato pontificio, come
negli altri luoghi degli stati este-
ri. Varie egualmente sono le re-
gole del lutto nelle corti sovrane,
così una è l' etichetta ne' governi
ereditari, altra quella nei governi
elettivi.
LUXEMBOURG Pietro (beato).
V. il voi. Ili, p. 216 del Diziona-
rio.
LUXEMBOURG Lodovico, Car-
dinale. Lodovico Luxembourg, di
Ligny de' signori di Beraurevoir, non
che detto Bar, dopo essere stato pre-
sidente della camera regia di Parigi e
gran cancelliere di Francia nel regno
di Enrico V re d' Inghilterra, nel
tempo in cui quel sovrano avea
occupato le Gallie, ottenne il vesco-
vato di Terovanne nel i4'5, »n
luogo di quello di Losanna che già
possedeva, e trovossi presente alla
solenne consecrazione dello stesso
Enrico V in re di Francia, fatta
in Parigi. Terminato il concilio di
Basilea a cui intervenne, fu tra-
sferito nel i436 da Eugenio IV
all'arcivescovato di Ptouen, e nel
i438 a quello di s. Ely nell' In-
LUX sin
ghiltérra. Mentre Eugenio IV ce-
lebrava il concilio generale di Fi-
renze, a' 18 dicembre i439 lo creò
cardinale prete del titolo de' ss.
Quattro, indi dallo stesso Papa nel
i442 m fatto vescovo Tusculano.
Morì in Hatfeild nell' Inghilterra
nel i443, 6 fu sepolto nella catte-
drale di s. Ely tra due colonne
presso F altare delle reliquie. La-
sciò per testamento alla chiesa di
Terovanne la terra di Harmaville
nella diocesi di Arras, per la fon-
dazione di sei cappellanie a favore
e in servigio di quella cattedrale.
LUXEMBOURG Teobaldo, Car-
dinale. Teobaldo di Luxembourg
della real stirpe de' monarchi di
Francia, fu a' suoi tempi capitano
di gran valore e fama e per con-
seguenza accettissimo ai sovrani
delle Gallìe. Tolta moglie ne ri-
portò un figlio detto Filippo , che
poi fu cardinale Passata la di lui
moglie a miglior vita, abbandonò
Teobaldo il secolo, e vestì la cocol-
la monastica nell'ordine cisterciense,
dove divenuto chiaro per la prati-
ca costante delle religiose virtù,
fu eletto abbate di Orsocampo e
poi fatto vescovo di Mans, indi
nel 1472 ambasciatore del re di
Francia presso Sisto IV, che nel
i474 ìn grazia del re lo destinò
ma non lo pubblicò cardinale .
Claudio Roberto nella serie de've-
scovi di Mans , Ferdinando U-
ghellio nelle aggiunte al Ciacco-
nio, scrivono che nell' anno stes-
so 1 474- portandosi a Roma finì di
vivere. Siccome però ne'registri va-
ticani, come nei diari di Sisto IV
non vi è il suo nome, molti dubi-
tano della dignità cardinalizia, che
il Ciacconio dice aver conseguita.
LUXEMBOURG Filippo, Cardi-
naie. Filippo di Luxembourg figlio
312 LUX
del precedente , ed oriundo della
regia stirpe de* monarchi di Fran-
cia, venne promosso da Alessandro
Vi ai vescovato di Terovanne, e
nel i5i2 da Giulio li a quello
di Arras, che al dire de' Salumai--
tani ritenne per tre anni, i quali
poi contraddicendosi affermano che
solo nel 1 5 1 6 ottenne quella chie-
sa. Dipoi fu fatto vescovo di Mans,
e ad istanza del re di Francia il
Papa Alessandro VI ai 21 gennaio
1496 lo creò cardinale prete de'ss.
Marcellino e Pietro, colla preroga-
tiva di legato a Intere nelle Gallie;
Leone X nel 1 5 1 8 lo fece vescovo
Tusculano. Fu uno de' giudici de-
putati col carattere di legato nella
causa per lo scioglimento del ma-
trimonio di Luigi XII e Giovan-
na Francesca di Valois, che dopo
lo scioglimento fondò un mona-
stero di francescane, visse e mori
santamente. Istituì il cardinale due
collegi , uno in Parigi, 1' altro in
Mans, a cui si diede principio do-
po la sua morte nel i526, asse-
gnando al primo diecimila lire di
dote. Rinunziò il vescovato di Mans
a suo nipote con regresso, secondo
l'uso di que' tempi, ed essendo que-
sti premorto allo zio, fu di nuovo
il cardinale collocato sulla cattedra
di quella chiesa, alla quale com-
partì segnalati benefizi. Il suo no-
me si legge registrato nel martiro-
logio gallicano a'22 giugno, dicen-
do ivi essere stati da Dio operati
al suo sepolcro strepitosi miracoli.
Certo è che fu riguardato come
uno de' più grau cardinali del suo
tempo. Egli morì in Mans nel 1^19,
in età di settantaquattr' anni, ed
ebbe in quella cattedrale la tom-
ba, che in tempo delle guerre ci-
vili sperimentò il furore degli ere-
tici, che nel loro fanatismo dopo
LUX
aver bruciate le sue ossa , affatto
hi rovinarono.
LUX.KUNE Cesare Guglielmo,
Cardinale. Cesare Guglielmo de
la Luzeme, d'una delle principali
famiglie della Normandia, ed essen-
do sua madre figlia di de Lamoi-
gnon cancelliere di Francia, nacque
a Parigi nel 1738. Sviluppò di
buon'ora delle eccellenti qualità di
spirito e di cuore. All' uscire del
collegio passò agli studi teologici,
ove ottenne dei gran successi dap-
prima nel seminario di s. Magio-
rio, poi alla casa di Navarra. Nel
1762 fu acclamalo il primo della
sua classe. Fu poi vicario generale
di Narbona , e nel 1765 venne
nominato agente generale del cle-
ro. Dovette a' suoi talenti l'onore
di essere nominato dal re nel 1770
per successore di Montmorin ve-
scovo di Langres, ove preceduto
dalla fama di sue virtù si guada-
gnò la stima e l'amore de'suoi dio-
cesani. Instancabile nell' adempi-
mento de'doveri del vescovato, era
indefessamente occupato; il poco-
tempo che gli rimaneva lo dava
allo studio, e quindi nel 1773 pro-
nunziò a Nostre Dame l'orazione
funebre del re di Sardegna Carlo
Emmanuele III. Nell'anno seguente
nella stessa chiesa vi recitò quella
di Luigi XV. Nel 1787 fu eletto
per uno de'residenti nell'assemblea
de' notabili, e nell' anno appresso
del suo clero per rappresentarlo
agli stali generali. Fu in questa
occasione che conobbe quali pro-
gressi avesse fatti lo spirito della
vertigine rivoluzionaria. Vide che
l'unico mezzo d'arrestarne i pro-
gressi sarebbe stato quello di for-
mare due camere a un dipresso
simili a quelle dell'Inghilterra ; ma
la sua proposizione non fu ascoi-
LUX
tata, e il conte di Mirabeau con-
futò questa opinione. Indi fu elet-
to presidente del clero. Allorché
seguirono gli orrori delle giornate
5 e 6 ottobre, egli ritornò nella
.sua diocesi; ma vedendo ancor là
die i due partiti erano inaspriti,
pensò di ritirarsi nella Svizzera.
L'emigrazione de'buoni francesi fu
per lui un motivo di esercitare le
virlù episcopali. Egli accoglieva a
Costanza ogni giorno dodici preti
emigrati della 6ua diocesi alla sua
tavola, e divideva con essi quel
poco denaro che avea salvato. Da
Welo, ove il soggiorno de'suoi pa-
renti lo avea momentaneamente
attirato, passò in Italia. Venezia
conserverà lungamente la memoria
delle sue eminenti virtù, il suo ze-
lo per la salute de'prigionieri fran-
cesi , che jin età di settantacinque
anni visitava instancabilmente negli
spedali, gli fece contrarre un tifo
che poco mancò non lo portase alla
tomba. Tanti meriti e tante fati-
che sostenute da lui in favore del-
la Chiesa e dello stato furono ri-
compensate nel 1814 con l'invito
fattogli dal re Luigi XVII I di re-
carsi u Parigi per riprendere il
suo antico rango di duca e pari,
e per la sua elevazione al cardina-
lato. A questa dignità lo promos-
se Pio VII nel concistoro de' 28
luglio 1817, annoverandolo nell'or-
dine de' cardinali preti. Gli. spedì
la notizia e il berrettino rosso per
la guardia nobile Melchiorre dei
conti della Porta, che il re decorò
del titolo di cavaliere della legione
d'onore. Per ablegato apostolico
per la tradizione della berretta car-
dinalizia il Papa destinò monsignor
Costantino Patrizi suo cameriere
segreto, ora cardinale e vicario di
Roma. Il re dopo aver imposto sul
LUX 2i3
capo del cardinale la berretta gli
disse. >* In quanto a me se valgo
qualche cosa, è perchè io mi sono
costantemente applicato a seguire
i consigli che voi mi avete dati
quarantatre anni sono, terminando
l'elogio funebre di mio nonno " .
Ripristinando Pio VII in detto an-
no la sede di Langres, nel conci-
storo del primo ottobre lo preco-
nizzò di nuovo vescovo. Il cardi-
nale dopo aver nuovamente edifi-
cata la Francia, cessò di vivere ri-
colmo di meriti a Parigi sua pa-
tria, a'21 giugno 1821, e fu espo-
sto e tumulato nella chiesa delle
carmelitane, nella strada Wauggi-
rard. Ecco la nota delle sue opere,
la maggior parte delle quali sono
state recentemente ristampate. 1.
Orazione funebre di Carlo Em-
manuele III re di Sardegna, 1773.
2. Istruzioni sul rituale. 3. Ora-
zione funebre di Luigi XF \ 1774»
4. Dissertazione sulla libertà del-
l'uomo, siili9 esistenza e gli attri-
buti di Dio, 1808. 5. Istruzione
pastorale sullo scisma di Francia,
1808. 6. Dissertazione sulle chiese
cattoliche e protestanti, iS 16. 7.
Sermone sulle cause dell' ine redu*
lità detto a Costanza nel 1795,
1808. 8. Dissertazione sulla legge
naturale, 1810. g. Considerazioni
sullo staio ecclesiastico, 18 io. io.
L'eccellenza della religione nuova,
1 8 1 o. 11. Dissertazione sulla ri-
relazione in generale, 18 io. 12.
Dissertazione sulle profezie, 18 io.
i3. Dissertazione sulle verità dèl-
ia religione, 181 1. i4^ Sulla dif-
ferenza della costituzione inglese ,
con la costituzione francese, 1816.
i5. Sulla responsabilità de' ministri,
18 16. 16. Considerazioni sopra
diversi punti di morale cristiana,
1816. 17. Dissertazioni morali
ai4 LUX
lette a Venezia nell' accademia dei
Filareti, 1816. 1 8. Spiegazione dei sullo stesso soggetto, 2 a. Disscr-
LUX
Ossen>azioni sul progetto di legge
vangeli, 18 16. 19. Su II istruzione tations sur le prct de commerce,
pubblica, 18 16. 20. Risposta al Dijon i8^3, toni. V. Molte altre
discorso di Lally Tollendal sulla restano inedite.
responsabilità de ministri, 1817. ai.
MA A
MAB
2 i5
M
MAADAN. Sede vescovile della
Meso pò tamia, nella diocesi de' gia-
cobiti, ch'ebbe per vescovi Malcho
che fiorì nel i494> sotto il patriar-
ca Ignazio XII; Dionigi che visse
sotto il patriarca Ignazio Davide
Sciaci) , nel i586. Oriens christ.
t. Il, p. l5l2.
MA ALTA. Sede vescovile della
provincia di Mosul od Adiabena,
nella diocesi de'caldei, situata pres-
so Nuhadra ed Ilonita. Ne furono
vescovi, Dindoa cui succedette Ser-
gio. Al tempo di questi due pre-
lati la chiesa di Maalta venne u-
nita a quella di Honita. Successe-
ro a Sergio, Ebedejeso I, Jabal-
laha 1, Jaballaha li, Malama Ebn-
Dora nel 1602, Giovanni, Ciriaco,
Ebedejeso II, Giorgio, ec. Oriens
christ. t. II, p. 12 36.
MAANE o MAANETE (s.),
martire. V. Sapore (s.).
MAARA o MAARIN. Sede ve-
scovile giacchila, che venne in se-
guito unita a quella di Nisibi ,
sotto la dipendenza del mainano
de'giacobiti. Ebbe per vescovi N. . .
ordinato dal rnafriano Gregorio IV;
N . . . che sedeva nel i 365. Oriens
christ. t. II, p. i588.
MAARSAPORE (s.), martire.
Principe persiano, commendevole
per le sue virtù e pel suo zelo reli-
gioso. Nel cominciamento della per-
secuzione mossa dal re Isdeger-
do fu preso con Narsete e Sabu-
tacaj i quali dopo aver sofferto
vari tormenti riportarono la coro-
na de! martirio. Maarsapore subì
molti interrogatoli!, e fu posto al-
la tortura, poi lasciato languire
tre anni in una infetta prigione,
ove patì tutti i rigori della fame.
Quindi fu ricondotto davanti al
giudice, che trovandolo fermo nel-
la confessione di Gesù Cristo, or-
dinò di gittarlo in una fossa, e
chiuderne l'apertura. Alcuni gior-
ni dopo i soldati aprirono questa
fossa, e trovarono il corpo del mar-
tire senza vita, ma circondato di
luce, e in ginocchio, come se stes-
se in orazione. In questa posizione
Maarsapore avea consumato il suo
6agrifizio, T anno di Gesù Cristo
421. La sua memoria è onorata il
dì 27 novembre.
MABILLON d. Giovanni. Nacque
il 23 o i5 novembre 1623 a Saint-
Pierre- Mont diocesi di Reiuis. Si
fece monaco benedettino della con-
gregazione di s. Mauro, e professò
nell'abbazia di s. Remigio di Reims
nel i654, divenendo celebre e be-
nemerito per la sua dot tri uà , e
per aver passato tutta la sua vi-
ta a comporre un gran numero
di eccellenti opere. Incominciò a far-
si conoscere pubblicando i Sermoni
di s. Bernardo, e nel 1666 una
composizione sulla morte della re-
gina Anna d'Austria intitolata: Gal'
liae ad Hìspaniam lugubre nuntium.
L'anno 1667 egli pubblicò una nuo-
va edizione delle opere di s. Ber-
nardo. Incaricato poco dopo dal-
la sua congregazione dell' edizione
degli Atti dei santi dell' ordine di
s. Benedetto, ne pubblicò il primo
volume nel 1668, ed in seguito ot-
to altri che arrivarono sino all'XI
secolo, condotte prefazioni, le qua-
li vengono a ragione considerate
oi6 MA3
come capi-lavori, e die contengo-
no moltissime importanti notizie
ed osservazioni sulla dottrina, sul-
la disciplina e sulla storia di cia-
scun secolo. Nel 1674 compose u-
ua dissertazione latina sull' uso
del pane azimo, nella quale egli so-
stiene che il pane azimo è il so-
lo di cui si è sempre fatto uso
nella Chiesa latina. Pubblicò in se-
guito alcuni schiarimenti sopra la
dissertazione stessa, contro l'opinione
del cardinale Bona. Nel 1675 pub-
blicò il primo "volume degli Analet-
ii, cioè piccoli frammenti o princi-
pi! d'opere da lui rinvenute in di-
Verse biblioteche, e ne pubblicò po-
scia due altri volumi con eccellenti
dissertazioni. Nel 1677 pubblicò
le Animadversiones in vindicias
Kempens.es 3 intorno al libro della
imitazione ; e nel 1681 pubblicò la
Diplomatica , eh 'è una eccellente o-
pera divisa in sei libri, nella quale
fa riconoscere gli antichi diplomi, ed
insegna a giudicare di tutti i mo-
numenti dell'antichità. D. Michele
Germain cooperò in molta parte a
questo lavoro che versa su di un gene-
re di erudizione affatto particolare,
e che niuno sino allora avea tentato.
Il p. Mabillon vi aggiunse poscia
un supplimenlo. Nel i685 diede al-
le stampe il Trattato dell'antica li-
turgia gallicana. Pubblicò anche la
relazioue del viaggio da lui fatto
in Italia col p. Germain per visi-
tarvi le più ricche biblioteche ,
sotto il titolo di Museum Italicum.
Questa opera è divisa in due vo-
lumi, il primo de' quali compar-
so nell'anno 1686 contiene molti
monumenti dell'antichità, ed il se»
condo comparso nel 1687 contiene
i diversi rituali della Chiesa roma-
na. Nel 1688 stese una allegazio-
ne per mantenere i diritti del suo
MAB
ordine all'occasione di una (Jisputa
insorta fra i benedettini della pro-
vincia di Borgogna, e i canonici
regolari della provincia stessa, intor-
no al sedere negli stati. 1 canoni-
ci regolari avendo risposto, il p.
Mabillon vi rispose di nuovo. Dopo
qualche tempo entrò in un'altra
contesa letteraria intorno all' intel-
ligenza di alcuni passi della rego-
la di s. Benedetto , per cui nel
1690 pubblicò un trattato analogo.
Indi nel 1691 die alla luce un li-
bro contro Rancé abbate della
Trappa intorno agli studi mona-
stici, lo scopo del quale è di di-
mostrare che i monaci possono e
devono studiare , e di spiegare il
genere de'loro studi e lo scopo che
devono proporsi studiando. L'abba-
te della trappa replicò, e il p.
Mabillon fece esso pure una rispo-
sta intitolata riflessioni. Nel 1698
pubblicò una lettera sotto il nome
di Eusebio romano, intorno al cul-
to de' santi sconosciuti. Dipoi die
alle stampe una lettera riguardante
la santa lagrima di Vendome, ed
altra concernente il primitivo isti-
tuto dell' abbazia di Remiremont,
eh* egli pretende essere stata in
origine un'abbazia di monaci; al-
cune osservazioni sulla dissertazione
del p. Delfau intorno all' autore
del libro dell' Imitazione di Gesù
Cristo; ed un' altra dissertazione
sul monachismo di s. Gregorio I,
e che trovasi pure ne'suoi analetli;
un itinerario della Borgogna; una
dissertazione sulla canonizzazione dei
santi ; una relazione di alcuni fat-
ti della vita del p. Marzolle gene-
rale della congregazione di s. Mau-
ro ; delle osservazioni sul versetto
della prima epistola di s. Giovanni,
Trcs sunt qui, ec. ; il parere da
lui dato intorno all' opera in cui
MAB
Vossio tratta della cronologia dei
settanta ; un discorso sulle antiche
sepolture dei re di Francia ; osser-
vazioni sulle antichità di s. Dioni-
gi ; riflessioni sulle doti delle reli-
giose, sulle prigioni de' monasteri,
e sull'ordine di s. Lazzaro; avver-
timenti per quelli che si occupano
della storia de'uionasteri della con-
gregazione di s. Mauro; una lette-
ra sulla morte della madre Gia-
comina Boete de Blemur, benedet-
tina dell' adorazione perpetua del
ss. Sagramento; una traduzione
della regola di s. Benedetto cogli
statuti di Stefano Poncher vescovo
di Parigi, ad uso delle religiose di
Chelles; una lettera ai cattolici del-
l' Inghilterra, sulla voce sparsa in
quel regno, ch'egli avesse cambia-
to di religione nel 1698; la Mor-
te cristiana ; molti inni per s. A-
delaro, s. Batilde ed altri santi ;
1' epistola dedicatoria delle opere
di s. Agostino, e la prejazione del-
l' ultimo tomo ; alcune lettere ;
una dissertazione sull'anno di Da-
goberlo I e di suo figlio Clodoveo,
un'altra sull'anno ed il giorno del-
l'ordinazione e della morte di Desi-
derio vescovo di Chaors ; alcune ri-
sposte a Bocquillot sulle difficoltà del
rituale; sei volumi degli Annali be-
nedettini, che contengono la storia
dell'ordine di s. Benedetto, dal suo
principio fino al 1066, il cui primo
volume uscì nel 1703. JNelle opere
postume del p. Mabillon e del p.
Thierry Ruinart, pubblicate nel 1 724
dal p. Thuillier in tre volumi, non
si trovano altri scritti inediti del
p. Mabillon fuorché i seguenti.
Moltissime lettere; la relazione del
viaggio fatto in Borgogna nel 1682;
un elogio storico del p. Marsolle ;
De ratione sludiorum monachorumj
votum de quibusdam Isacii Vos&ii-,
MAC 217
riflessioni sulle doti religiose; avvisi
per coloro che scrivono le storie dei
monasteri ; riflessioni sulle prigioni
de'religiosi ; osservazioni sulle anti-
chità dell'abbazia di s. Dionigi. A
tutti è nota la profonda erudizione,
l'umiltà, la modestia, la dolcezza
e la pietà esemplare del p. Mabil-
lon, che fu generalmente amalo e
stimato da tutte le persone di let-
tere. 11 suo stile è maschio , puro,
chiaro e metodico, senza affettazio-
ne , senza ornamenti superflui, e
quale si conviene alle opere da
lui composte. Il detto p. Ruinart
ne pubblicò la vita, ed altri ne
hanno tessuti magnifici elogi. Mo-
rì a'25 dicembre 1707, d'anni set-
tantacinque, nell'abbazia di s. Ger-
mano dei Prati a Parigi, al di cui
bibliotecario d. Luca d'Achery erasi
associato nel principio di sua car-
riera letteraria, e gli fu di grande
soccorso per la continuazione del-
l'impressione del suo Specilegium.
MABUG. Sede vescovile e me-
tropolitana della diocesi de'giacobi-
ti, chiamata pure Bambyce ed E-
dessa> poi Hieropolis. La città fu
celebre pel culto della gran dea
Siria od Atergatis, ed ebbe la pre-
minenza su tutte le città della Si-
ria Eufratense. Il vescovo di Ma-
bug era unito con quello di Mar-
has nel VII secolo. Giacomo fu
il primo de 'suoi vescovi, cui suc-
cesse Tommaso, il quale sedeva
sotto il patriarca Atanasio I, verso
la fine del VI secolo o nel prin-
cipio del VII. Gli altri vescovi suoi
successori sono riportati dal padre
Le Quien , Oriens christ. t. II,
p. i448.
MAGALLIO (s.). Principe ir-
landese, ch'era capitano di que' ladri
ossia filibustieri convertiti alla fede
da s. Patrizio. Divenuto dopo il suo
218 MAC
battesimo un uomo tutto nuovo,
abbandonò l'umano consorzio, e
i-itit ossi nell'isola di Man, di cui
dicesi che fu poi eletto vescovo nel
4<j8. Egli aveva in lì no allora me-
nato austeri vsi ma vita in un luogo
pieno di montagne, il quale dal suo
nome è stato appellato s. Magol-
do. Ampliò molto il regno di Ge-
sù Cristo colle sue fatiche e co' suoi
esempli. Ignorasi l'anno della sua
morte ; ed è nominato nei calen-
dari d' Inghilterra e d'Irlanda sotto
il giorno i5 aprile. La sua cassa
fu custodita a Man nella chiesa di
s. Magoldo , sino al tempo della
pretesa riforma.
MACAO (Macaonen). Città con
residenza vescovile sotto il dominio
del Portogallo nella Cina , provin-
cia di Kovang-toung, distante 25
leghe da Canton, all'estremità me-
ridionale della penisola del suo no-
me , che forma la punta sud di
un'isola della baia di Canton. £
residenza d'un governatore porto-
ghese e di un mandarino cinese.
Costrutta in figura d'anfiteatro, so-
pra un'altura, si distingue molto
da lunge per le sue case imbian-
cate ed i suoi altri edilizi europei,
che formano un contrasto marcato
coi templi ed altri monumenti ci-
nesi. E assai bene fortificata , ec-
cettuato nella parte occidentale,
ove non è chiusa che da semplice
mura di giardini. Vedesi difesa da
molti forti, il più grande de' quali
domina la città ; gli altri proteg-
gono la baia e l'ingresso del porto.
Le strade di Macao sono strette ed
irregolari, ma lastricate ; hanno nel
mezzo una piccola grondaia rico-
perta di pietra, per la quale l'ac-
qua scomparisce prontamente dopo
la pioggia ; le case, fabbricate in
pietra, non hanno che un piano
MAC
solo, e sono di poca apparenza, ma
vedonsi convenientemente distribui-
te in un paese caldo. Sonovi po-
chi edilìzi degni di osservazione, il
palazzo del consiglio d'una pesante
architettura , è di granito , ed ha
due piani e molte colonne, sulle
quali è scolpita in caratteri cinesi
la cessione che 1' imperatore della
(lina fece di Macao ai portoghesi;
la casa del governatore non è ri-
marcabile che per la bella prospet-
tiva che vi si gode. Fra le chiese
quelle di s. Paolo e di s. Giusep-
pe, senza essere bellissime, meri-
tano qualche osservazione; vi sono
conventi e monasteri , e dei ban-
chi di molte nazioni : quello do-
gi' inglesi si distingue per un vasto
edilìzio e comodo , e per un bel
giardino all' inglese, che rinchiude
la grotta, ove dicesi che il celebre
Camoens componesse il suo poema
della Lusiade. I giardini di Macao
sono in piccolo numero e poco
estesi ; una strada lungo l' acqua
assai larga, che domina verso l'est,
offre un passeggio delizioso, spesso
rinfrescato dai venticelli regolari di
mare. Il porto di Macao situato
fra la città ed un'isola, ove si co-
strusse una chiesa ed un osserva-
torio, è poco profondo ed esposto
ai venti del sud, del sud-ovest, del
nord e del nord-est. I grossi na-
vigli non vi possono entrare e get-
tano l'ancora a due leghe all'est;
la rada è spaziosa. Macao era un
tempo piazza di commercio assai
importante , ma dacché i porto-
ghesi più non frequentano il Giap-
pone, e che le loro relazioni colla
Cina, Siam, la Cocincina ed altre
parti dell'Asia furono quasi del tut-
to abbandonate, il suo commercio
si riduce a qualche spedizione per
Lisbona. Le nazioni di Europa che
MAC
vi hanno dei Pondachi vi fanno dei
grandi affari colla Cina mediante
Canton. Conta più di i5,ooo abi-
tanti, portoghesi, cinesi e malesi. I
primi comunicano poco cogli altri
abitanti ; si credono disonorati se
si dedicano ad un mestiere qua-
lunque, ed i negozianti ricchi fan-
no qualche armamento o prestano
il loro denaro; i portoghesi pove-
ri fanno de' viaggi per mare. Le
loro donne vivono assai ritirate ;
vestite di nero e coperte di un
manto quando vanno alla chiesa,
si avviluppano in una specie di
abbigliamento che le copre dalla
testa a' piedi , quando si recano iu
qualunque altro luogo ; con tale
vestito si vedono portate sopra un
palanchino se sono ricche , o in
una specie di baule quasi quadra-
to e che si chiama cayola, se so-
no poco ricche. I cinesi esercitano
a Macao ogni sorte di professione,
ed esclusivamente hanno tutte le
botteghe ; le cinesi portano quasi
generalmente un parasole a metà
chiuso, tanto per guarentirsi dal
sole, quanto dalle occhiate impor-
tune degli uomini. D' ordinario vi
sono in Macao molti forastieri che
v'impiegano delle grandi somme
in case ed in piaceri , e ne' quali
osservasi agiatezza e grandissima at-
tività.
Macao, Amacaum, sino ai no-
stri giorni e prima del trattato
conchiuso tra l'Inghilterra e l'im-
peratore della Cina, era il solo sta-
bilimento europeo nell' impero ci-
nese: fu ceduto al Portogallo a
perpetuità, dall'imperatore Chi-
tsong verso l'anno i58o, con uno
spazio di circa venti miglia di cir-
conferenza, per avere i portoghesi
liberato la Cina da un capo di pi-
rati che avea posto l'assedio a Cau-
MAC 219
ton, ed erasi anche impadronito
del porto di Macao. I portoghesi
s'impegnarono allora ad un annuo
tributo di 37,5oo lire, per avere
la libertà d'innalzare delle fortifi-
cazioni. I loro possessi si limitano
presentemente alla penisola di Ma-
cao , chiusa da una muraglia di
pietra grossissima, custodita da un
corpo cinese, che impedisce ogni
comunicazione col restante dell'iso-
la. Il governo di Macao sta tra le
mani di un governatore militare
portoghese assistito da un consiglio
composto dal vescovo, da un giu-
dice e da alcuni fra i principali
abitanti ; un mandarino cinese vi
esercita le funzioni di governatore.
Dopo che nel i555 si aprì il traf-
fico tra la Cina ed i portoghesi
per mare, a questi fu come dicem-
mo donato Macao, a quel tempo
ignobile, e scoglio solamente famo-
so perchè ricovero dei pirati cine-
si. Prima di tal donazione e nel
106*2, come narrammo all'articolo
Cina (Fedi), i gesuiti penetrati in
Macao vi battezzarono molti schia-
vi cinesi, de' quali novecento erano
portoghesi, che tanti appunto sta-
vano allora in Macao, ove vuoisi
che nel i5j5 Gregorio XIII eri-
gesse la sede vescovile suflìaganea
della metropoli di Goa, come lo è
tuttora. Indi nel i58i il p. Mi-
chele Ruggieri gesuita coli'elemosi-
na a lui fatta di trecento ducati
da un soldato o mercante italiano,
fabbricovvi una casa ad uso di se-
minario. Macao fu dunque il pri-
mo vescovato eretto nella Cina, la
quale da principio non formò che
una sola diocesi, anzi abbracciava
questa anche le isole del Giappo-
ne. Avendo Gregorio XIII istituito
questa sede ad istanza di Sebastia-
no re di Portogallo, gliene con-
2 20 MAC
cesso il patronato a condizione che
dotaste l' episcopio nascente ed il
capitolo. A cagione dell' immensità
di questo vescovato che compren-
deva in origine tutta la Cina ed
il Giappone, il Pontefice Sisto V
nel i588 dismembrando dalla dio-
cesi di Macao l'impero ed isole del
Giappone, eresse in quelle un nuo-
vo vescovato nella città di Funai,
accordandone al re di Portogal-
lo la nomina. Restando però an-
cora amplissima la diocesi di Ma-
cao, e propagandosi sempre più la
lede cattolica nella Cina, ad istau-
za della corona di Portogallo fu-
rono eretti da Alessandro Vili nel
1689 i due vescovati di Pekino e
di iNankino, e data la nomina ai
sovrani portoghesi. La diocesi di
Macao comprende al presente le
vaste provincie di Kovang-toung e
di Kovang-sij non che l' isola di
llaj nan o Anjan. 1 cattolici di tut-
ta T isola si fanno ascendere a
16,000. Nel tom. 1, pag. 287 del
Bull, de prop. fide, è riportato il
breve di Clemente XI, Ad aposto-
lalus nostri notiliam, de' 1 5 marzo
1711, col quale il Pontefice dichia-
rò nullo, irrito ed invalido, ec. ogni
decreto, monitorio e censura ema-
nata da Giovanni de Gazai vesco-
vo di Macao, e dal suo vicario ge-
nerale, ministri ed ufFiziali, contro
il cardinal Carlo Tommaso de Tour-
non visitatore apostolico e legato ,
in pregiudizio dell'immunità eccle-
siastica. Questo cardinale morto nel-
le carceri di Macao agli 8 giugno
1710, per ordine del Papa il suo
cadavere fu trasportato in Roma,
e tumulalo nella chiesa del colle-
gio Urbano. Gli ultimi vescovi di
Macao sono , Marcellino Giuseppe
a Sylva dell'ordine equestre di s.
ìienedetly d'Avis di Papaiia, fatto
MAC
vescovo da Pio VI nel 1789; Fran-
cesco della Nostra Signora della
Luce, de' minori della più stretta
osservanza di s. Francesco, della
diocesi di Lisbona, preconizzato da
Pio VII nel i8o4; e l'odierno
monsignore Nicola Rodriguez Pe-
reira de Borja della congregazione
della missione, nato in Corticada ,
fatto vescovo da Gregorio XVI nel
concistoro de' 19 giugno i843. In
quello poi de' 17 giugno 1844 il
medesimo Papa dichiarò coadiutore
di esso con futura successione mon-
signor Girolamo Giuseppe de Mat-
ta portoghese, e vescovo di Alto-
bosco o sia Colofone in partibus.
11 vescovo fu nominato dalla regi-
na che regna Maria II, la quale
acconsenti all'elezione del coadiu-
tore.
La cattedrale è dedicata a Dio
in onore di s. Pietro principe degli
apostoli, la quale per essere in ista-
to rovinoso, i divini offizi si cele-
brano nella chiesa di s. Maria del
Rosario. Il capitolo si compone di
cinque dignità, la prima delle quali
è il decano, di sei canonici, di due
semi-canonici senza prebenda, di sei
cappellani, ed altri preti e chierici
addetti al servigio divino. Nella
cattedrale avvi il battisterio, e la
cura d'anime, la quale è ammini-
strata da un canonico; l' episcopio
è contiguo alla medesima. Oltre la
cattedrale vi sono due altre chiese
parrocchiali in Macao, munite del
sacro fonte, un monastero di mo-
nache Clarisse, una casa per le mis-
sioni, ed il seminario, oltre il mon-
te di pietà. La mensa ad ogni nuo-
vo vescovo è tassata ne' libri della
camera apostolica in fiorini 1 33 ,
ascendendo la rendita a 5,ooo cro-
ciati portoghesi, che paga l' erario
regio, pari a scudi romani 2,5oo,
MAC
Queste sono le notizie che della se-
de e diocesi di Macao ci danno le
ultime proposizioni concistoriali. Al-
tre notizie recenti, sono le seguen-
ti. I lazzaristi francesi hanno in
Macao un procuratore ed un ora-
torio; quivi risiede ancora il pro-
curatore delle missioni de' dome-
nicani. I pochi conventi che esiste-
vano nell'isola di Macao hanno
subito la disgrazia comune a tutti
i pii stabilimenti che esistevano
ne' domimi portoghesi. Il semina-
rio di s. Giuseppe è sotto la dire-
zione de' lazzaristi portoghesi , ed
ultimamente eranvi alunni di Pe-
lano e di Nankino. 11 collegio di
lazzaristi francesi serve anche di
noviziato pei cinesi. Il procuratore
della congregazione di propaganda
fide, ha la patente di console del
re di Sardegna e di viceconsole di
Francia. JNou tutte le persone nate
o domiciliale a Macao godono i
privilegi concessi ai neofiti cinesi ,
li godono però in quanto ai digiu-
ni e cibi proibiti in certi giorni,
per dispensa pontificia. Presso Ma-
cao vi è il villaggio di s. Lazzaro
abitato da 600 cinesi cattolici, che
ha una cappella ed una scuola.
L'isola di Hong-Kong vicina a Can-
ton, da ultimo ceduta agl'inglesi
nel trattato di pace, formava parte
della diocesi di Macao; ma il Papa
Gregorio XVI a' 22 aprile 184.1
l'eresse in prefettura apostolica, che
comprende tutta l' isola. I cattolici
sono più di 3 00, ed a questa ora
dovranno già godere una scuola
ed una chiesa. L' isola di Hong-
Kong nella sua maggior lunghezza
ha nove leghe, e quattro nella sua
maggior larghezza. Per gli europei
e per quelli di Macao vi è libero
l'esercizio di religione. I soli por-
toghesi possono possedere in Macao
MAC ii\
fondi stabili, gli altri hanno i loro
capitali rinvestiti in censi imposti
sopra i fondi posseduti dai porto-
ghesi, i quali in caso di morosità
possono essere obbligati a vendere
ad altri portoghesi i fondi ipoteca-
ti. In Macao vi sono finalmente
conventi di domenicani, francesca-
ni ed agostiniani.
MACARIO d'Egitto (s.) , detto
il Vecchio. Nacque nell'alto Egitto
verso Tanno 3oo , e fu messo a
guardare le gregge. Essendo ancor
molto giovine si ritirò in una cel-
letta, ove accoppiava al lavoro del-
le mani , che consisteva nel fare
delle ceste, un'orazione continua e
la pratica delle più grandi auste-
rità. Una figlia di quel vicinato,
divenuta gravida, accusò Macario
d'averle fatto onta, per lo che esso
ebbe a soffrire i più indegni trat-
tamenti , ma Dio non istelte mol-
to a render palese l'innocenza del
suo servo. Allora Macario, per fug-
gire l'ammirazione ch'era succedu-
ta alla collera di quel popolo, ri-
parò nel deserto di Scetti, ove pas-
sò gli ultimi sessant'anni di sua
vita. Quantunque mettesse tutta la
sua attenzione a celare le sue vir-
tù, esse però tralucevano da lun-
gi; laonde molte persone vennero
a porsi sotto la sua condotta, per
apprendere da lui il modo di giun-
gere alla perfezione. Fra tutti i
suoi discepoli egli non ne ritenne
presso di se fuorché uno, per aver
cura dei forestieri; tutti gli altri
abitavano in celle romite, distanti
le une dalle altre. Un vescovo di
Egitto, che conoscea l'eminente san-
tità di Macario, pensò esser con-
veniente innalzarlo ai sacerdozio,
perchè potesse celebrare i divini
misteri a comodo di quella santa
colonia, che crescea tuttodì. Straor-
ii i MAC
dinaric ciano le austerità di Ma-
cario : egli mangiava una volta so*
la alla settimana. Le sue istruzioni
erano ristrette a pochi motti, e mi-
ravano in ispezialilà a raccoman-
dare il silenzio, l'orazione , il rac-
coglimento, l'umiltà e la mortifica-
zione, virtù che egli possedeva in
sommo grado. Oltre il dono della
profezia avea anche quello dei mi-
racoli. Egli risuscitò un morto, per
svergognare un eretico della setta
dei Jeratìci (Vedi) ch'erasi caccia-
to nel deserto, il quale fra gli altri
suoi errori negava la risurrezione
dei corpi. Cassiano dice, che s. Ma-
cario fece solo parlare un corpo
morto, e poi gli disse di starsi in
pace fino alla risurrezioue univer-
sale. Lucio, patriarca ariano d' A.-
lessandria, convinto per esperienza
che i solitari non si potevano smuo-
vere dalla dottrina dei padri del
concilio di Nicea, mandò delle trup-
pe nel deserto a dispergerli : molti
riportarono la corona del martino;
Macario ed altri principali furono
rilegati per ordine dell' imperatore
Valente in un' isoletta d'Egitto cin-
ta di paludi. I pagani che quivi
abitavano, ammaestrati dai santi
confessori, rinunziarono al colto de-
gl' idoli, e ricevettero il battesimo.
Tosto che il popolo d' Alessandria
ebbe saputo questa cosa , esclamò
contro l'ingiustizia del patriarca,
di maniera che questi , temendo
una sedizione , permise ai solitari
di tornarsene alle loro cellette. S.
Macario, restituito alla sua solitu-
dine, riprese gli ordinari suoi eser-
cizi. Qualche tempo appresso, aven-
do conosciuto ch'era vicino al suo
fine, visitò tutti i solitari di Nitria,
lasciando loro utili ammaestramen-
ti ; e morì nel 390, in età di no-
vantanni. Pare eh' egli sia stato il
MAC
primo anacoreta che abitasse in
quella vasta solitudine. Cassiano lo
dice espressamente. Alcuni autori
lo dicono discepolo di s. Antonio;
ma questa opinione non ha alcun
sodo fondamento, e meglio s'addi-
rebbe a s. Macario d' Alessandria.
Si trova il suo nome a' l5 di gen-
naio nel martirologio romano, e
a' 19 dello stesso mese nei Menei
de' greci.
MACARIO d' Alessandria (s.) ,
detto il Giovine. Esercitò dappri-
ma il mestiere di mercante di treg-
gea o confettura ; ma in sul fiore
dell* età abbandonò il mondo per
consecrarsi tutto a Dio. Si ritrasse
nella Tebaide o alto Egitto l'anno
335 , e colà apprese le massime
della più sublime virtù , sotto la
direzione dei più abili maestri della
vita monastica. Dopo molti anni
passò nel basso Egitto, e dimorò
successivamente nei deserti di Scet-
ti, di Nitria, e in quello delle Cel-
lette, cosi detto dalle piccole celle
che i solitari vi fabbricarono: quivi
fu innalzato al sacerdozio. Quan-
tunque grandi fossero le austerità
che si pia lica vano in quel deserto,
tutte le avanzavano di molto quelle
di Macario. Per sett'anni egli non
visse d'altro che d'erbe crude e di
legumi ; nei tre susseguenti si con-
tentò di tre o quattro onde di pa-
ne al giorno. Penetrato dalla fama
del monastero di Tabenna gover-
nato da s. Pacomio, volle andarvi
travestito da artigiano, e vi passò
una quaresima senza mai sedersi,
e senza mangiare altro che alcune
fogliacee di cavoli affatto crude. Il
lavoro delle mani, in cui occupa-
vasi, non arrecava alcuna distrazio-
ne al suo spirito, unito intimamen-
te a Dio per mezzo dell'orazione.
Fu sovente tentato di abbandona-
MAC
re il deserto, per poter esercitole
altre opere dk carità ; ma seppe
scoprire il laccio che gli tendeva
lo spirito tentatore sotto sì specio-
so pretesto, e ne trionfò tribolando
il suo corpo. Iddio che si piace
compartire alle anime pure straor-
dinari favori, fece conoscere a Ma-
cario le cose più segrete ed impe-
netrabili all'umano intelletto, e gli
conferì eziandio il dono dei mira-
coli : Palladio, che visse tre anni
con lui , ne conta parecchi di cui
fu testimonio. Nel 'Òj5 Lucio pa-
triarca ariano d'Alessandria lo fece
sbandire pel suo attaccamento alla
fede cattolica ; insieme con s. Ma-
cario d'Egilto. Giunto finalmente
ad una estrema vecchiezza si ad-
dormentò nel Signore. Tillemont ,
coll'autorità di Palladio, stabilisce
la data della sua morte nell'anno
3g4 o 395. I latini ne celebrano
la festa il dì 2 gennaio; i greci
l'onorano il dì 19 dello stesso me-
se, con s. Macario d'Egitto, detto
il Vecchio. La Regola detta di s.
Macario, è a lui attribuita.
MACARIO (s.), vescovo in Iseo-
zia. Fioriva circa l'anno 787, e
meritò per le sue virtù l'onore del-
l'episcopato , i doveri del cui mi-
nistero adempì con esatta fedeltà
da buon pastore. La chiesa catte-
drale di Aberdeen fu dedicata alla
Beata Vergine e a s. Macario, la
cui festa è segnata il 12 novem-
bre.
MACARIOTATO, Macariotatas.
Superlativo di Macarios, beato, cioè
Beatissimo (Fedi). Il patriarca di
Costantinopoli scrivendo al Papa gli
dava questo titolo, e l'imperatore
Giustiniano I lo diede agli arcive-
scovi di Acrida metropolitani di
tutta la Bulgaria. Dicesi poi Ma-
cariote, Macariotes, dal greco ma-
MAC p?3
car> beato. Questo titolo che equi-
vale a quello di Beatitudine (di
cui si parla all'articolo Beatissimo),
che si dà ora al sommo Pontefice
romano, nella novella VII di Giu-
stiniano I, e nel concilio di Costan-
tinopoli sotto Menna, Jet. 1, 2, ap-
plicossi pure al patriarca di Costan-
tinopoli ; e quello di Macariolato
cioè Beatissimo, esclusivamente da-
vasi al patriarca d'Alessandria ed al
Papa.
MACARSKA (de Macarska).
Città vescovile di Dalmazia, capo-
luogo di circondario, distante 26
leghe da Ragusi, ed 11 da Spala-
tro. È situata sulla spiaggia del-
l'Adriatico, in faccia della punta
orientale dell' isola B razza ; non è
cinta di mura perchè di nuova fon-
dazione, ma piantata in sito ame-
no e comodo. Posta al piede del
monte Briocovo , ha due sobbor-
ghi, tre chiese ed una caserma pei*
5oo uomini. 11 suo porto non mol-
to ampio, né sicuro , è però suffi-
ciente al suo traffico; vi si espor-
ta principalmente una quantità di
squisiti fichi ed altre frutta ; fa
pure un attivo commercio di tran-
sito fra l'Italia e la Turchia. La
pesca è assai abbondante sulla co-
sta. Vi è stabilito un seminario per
gli ecclesiastici di liturgia slavoni-
ca , i quali differiscono nel rito.
Conta più di 2000 abitanti , che
hanno uno spirito vivo, commer-
ciante, e sono quasi tutti di figura
altissima; si dedicano principalmen-
te alla navigazione ed alla pesca.
11 circondario di Macarska, situato
fra quello di Spala tro al nord , e
quello di Ragusi al sud, è irrigato
dalla Warenta. Questa città è il
capoluogo dell'antica Dalmazia pro-
priamente detta, alla quale le foci
del Ciltina e del Narenta facevano
1*4 MAC
confine. I greci chiamarono Para-
talassici questa contrada, ed ni no-
stri giorni tutto il littoralc porla
il nome di Primorie. A non molla
distanza si vedono ancora gli avan-
zi dell'antica città di Mocro, men-
zionata dal Porfìrogenito, e si cre-
de che da un tal nome, per corru-
zione, sia derivato quello di Ma-
carsca, o Macarska, o Makarska.
Alcuni vogliono che abbia rimpiaz-
zato la città di Rataneum o Reti-
no. Antiche tombe slave, ma pri-
ve di epigrafe, sono sparse intorno
al santuario della Madonna di Tu-
cepi. Nel 1646 si diede volonta-
riamente alla veneta repubblica ,
che le accordò molti privilegi.
La sede vescovile fu eretta ad
istanza del conte di Chulmie nel
secolo XI, e fatta suffraganea del-
l'arcivescovo di Spala tro primate
della Dalmazia e Croazia. Alessan-
dro Vili nel 1690, avendo conce-
duto alla repubblica veneta 1' in-
dulto di presentare alle sue catte-
drali conquistate e da conquistarsi,
il successore Innocenzo XII ad i-
stanza della medesima nel 1698
dichiarò esenti dall' esame e dal
venire a Roma i soggetti che avreb-
be presentato alle cattedrali di Scar-
dona e di Macarska, della quale fu
fatto vescovo Nicola Biancovich. Cle-
mente XII nel 1731 preconizzò a
questa chiesa Stefano Blascovich.
L'ultimo vescovo di Macarska fu
l'arcidiacono della medesima Fa-
biano Blascovich di Solta diocesi
di Spalatro, fatto vescovo da Pio
VI nel concistoro de' i5 dicembre
1777, e morto nel 1 8 1 9 d'anni
novanta. Il Pontefice Leone XII
colla bolla Locum B. Petri Aposlo-
liì priclie kalendas julii 1829, sop-
presse la sede di Macarska, dichia-
rò Spalatro (Vedi) sede vescovile,
MAC
ed a questa l'uni col grado di con-
callcdralc, onde il vescovo s'inti-
tola vescovo di Spalatro e Mac.ar-
fcka, ed <x suflVaganeo della metro-
poli di /ara. Primo vescovo di
queste due chiese unite fu Paolo
Mi ossi eh, secondo le annuali Noti-
zie di Roma, della diocesi di Slri-
gonia, fatto vescovo da Pio Vili
nel concistoro de' 18 marzo i83o:
la proposizione concistoriale lo di-
ce di Macarska. Dalla proposizione
concistoriale poi del nominato ul-
timo vescovo rilevasi lo stato della
chiesa di Macarska, quale andiamo
a descriverla. La cattedrale, di buo-
na e recente struttura , è sacra a
Dio sotto il titolo di s. Marco. In
essa si venera il corpo di s. Cle-
mente martire, patrono della città.
Vi è la cura d'anime col fonte
battesimale, essendone parroco l'ar-
ciprete. Il capitolo si compone della
dignità d'arcidiacono, di sei cano-
nici comprese le prebende del teo-
logo e del penitenziere, di quattro
mansionari, e di due chierici be-
neficiati con sufficienti assegni. L'e-
piscopio è situato presso la catte-
drale. Non vi è nella città altra
chiesa parrocchiale, bensì due con-
venti di religiosi , ed alcune con-
fraternite. Ogni nuovo vescovo era
tassato ne' libri della camera apo-
stolica in fiorini i43, corrisponden-
ti alla mensa che si calcolava cor-
rispondere a i5oo ducati. La dio-
cesi aveva 80 miglia di circuito, e
conteneva 60 parrocchie.
MACCABEI ( i sette ) , martiri
dell' antica legge. I sette fratelli
chiamati Maccabei erano giudei
ragguardevoli pel loro attaccamento
alla legge, e per la santità della
loro vita. Essi furono martirizzati
colla loro madre durante la perse-
cuzione di Antioco Epifane re di
MAC MAC 225
Siria. Questo principe arrivato a non pochi che vollero piuttosto
Gerusalemme, uccise in tre giorni morire che trasgredire i divini pre-
ottantamila giudei , ne vendette cetti. Eleazaro, uno dei principali
quarantamila come schiavi alle vici- dottori della legge, in età di no-
ne nazioni, ed altrettanti ne fece vant' anni , fu di quelli che si se-
prigioni ; indi spogliato sacrilega- gnalarono maggiormente per zelo
mente il tempio de' sacri arredi, e coraggio , lasciando nella sua
oltre a mille ottoceuto talenti , se morte un grande esempio di virtìi
ne tornò in Antiochia , lasciando e di fermezza. Il martirio di E-
governatore della Giudea Filippo^ leazaro fu seguito da quello de'set-
uomo ancor più crudele di lui. te fratelli detti Maccabei, che sof-
Dopo diverse conquiste nell'Egitto frirono l'uno dopo l'altro con in-
essendo stato costretto per l' auto- vincibile costanza i più spaventosi
rifa dei romani di por fine alla tormenti. La loro madre, di un
guerra, mentre era rivolto contro coraggio ben superiore al suo ses-
Alessandria, fermò di vendicarsi so , era con essi e confortavali
sopra i giudei, e mandò nella Pa- a patire e morire per la religione
lestina Apollonio con ventiduemila de'loro padri. Ne rimaneva anco-
uomini, commettendogli di porre a ra uno, il minore, cui Antioco
sacco Gerusalemme. Costui, il sab- tentò di sedurre con lusinghe e
bato seguente al suo arrivo, allor- generose promesse, procurando e-
chè tutto èra tranquillo, fece spar- ziandio d'indurre la madre a per-
gere i suoi soldati nei diversi quar- suadervelo per conservarsi almeno
tieri della città, con ordine di quest' uno; ma essa con sovrau-
trucidare tutti quelli a cui si sareb- mana fortezza lo esortò invece a
bero avvenuti. I giudei si lascia- seguire 1' esempio de' suoi fratelli,
rono uccidere senza difesa, per non Finalmente dopo aver veduto spi-
violare l'osservanza di quel giorno: rare anche questo, l'eroica donna
diecimila che non rimasero vittime terminò essa pure la vita in mez-
della strage generale furono mena- zo ai supplizi. La vittoria di que-
ti prigioni , alcuni si diedero alla sti santi atleti fu tanto più glo-
fuga. Gerusalemme fu saccheggiata riosa, in quanto che trionfarono
e incendiata, le mura furono de- di Antioco in persona. Sembra es-
molite, il culto del Signore abban- sere questo principe venuto a Ge-
donato, e il luogo santo profanato, rusalemme, sperando di vincere
venendo il tempio dedicato a Gio- colla sua autorità, o con barbari
ve Olimpio. Da tutte le parti ve- raffinamenti di crudeltà, la costau-
deansi altari, statue e boschi conse- za di coloro che aveano resistito
ciati agli impuri misteri del paga- agli artifìzii ed alle torture impie-
nesimo. I giudei erano costretti a gate da'suoi ministri. Alcuni scrit-
sagrifìcare sotto pena della vita, tori hanno preteso che questi san-
per guisa che tutta la Palestina ti martiri abbiano sofferto ad An-
non eia che un teatro spaventevole tiochia , non a Gerusalemme ; ma
d idolatria, di dissolutezze e di uc- è più verosimile che ciò avvenisse
cisioni. Chi seguiva qualche osser- in quest' ultima città. Essi consu-
vanza della legge era condannato marono il loro sagrifizio 1' anno
alla morte; nulladimeno ve n'ebbe del mondo 3837, che corrisponde.
vol. xl. i5
1*6 MAC
al i45» dell'era de'Seleucidi , e 164
avanti Gesù Cristo. La festa ilei
sette Maccabei e della loro madre
celebrava si il primo d'agosto nei
primitivi tempi della Chiesa, e sot-
to questo giorno sono menzionati
nel martirologio romano. Abbiamo
dei panegirici scritti in onore di essi
da s. Gregorio Nazianzeno, da s,
Giovanni Crisostomo, da s. Agosti-
no, da s. Gaudenzio di Brescia,
e da s. Leone Magno.
MACCHIAVELLI Francesco Ma-
ria, Cardinale. Francesco Maria Mac-
hiavelli, di nobile ed antica stirpe
di Firenze, nipote del cardinal Ma-
galotti , e cugino dei cardinali
[Barberini nipoti di Urbano VI IT,
giovane di aurea indole, di soda
pietà e d' integerrimi costumi, ot-
tenne da detto Papa un canonica-
to nella basilica vaticana, e poi
fu destinato alla vice-legazione di
Ferrara, indi ammesso tra gli u-
ditori di rota. Inoltre Urbano Vili
lo spedì in Milano a complimen-
tare in suo nome il cardinale in-
fante di Spagna, avanti a cui re-
citò nel pontifìcio nome ed in quel-
lo de'cardinali nipoti, un'elegante
orazione. Poscia accompagnò il car-
dinal Ginetti legato a latere in
Colonia , in qualità di uditore e
datario della legazione; dipoi ivi
si fermò coi gradi di patriarca di
Costantinopoli e nunzio apostolico,
a fine di stabilire la pace. Accadu-
ta in quel tempo la morte del car-
dinal Magalotti suo zio e vescovo
di Ferrara , questa chiesa gli fu con-
ferita nel i638, in età d'anni ven-
totto. Il suo contegno ecclesiastico,
esemplare e cortese, gli acquistò la
affezione comuue, e la stima de'dio-
cesani, avendo esercitato in tempo
di guerra anco l'officio di pro-lega-
to. Benché assunte, Urbano Vili
MAC
a' 16 dicembre 1641 Io creò car-
dinale prete del titolo de'ss. Gio-
vanni e Paolo. Dopo aver contri-
buito col suo voto all'elezione d'In-
nocenzo X , e celebrato il sinodo
nella sua chiesa , che pubblicò
colle stampe, morì in Ferrara nel
i653, d'anni quarantatre, e fu se-
polto in quella cattedrale col solo no-
me scolpito sopra la tomba avanti
l'altare dell'Angelo Custode, ora non
più esistente.
M ACEDO Francesco. Nacque a
Coirnbra nel Portogallo nel 1596,
quindi entrò nella compagnia di
Gesù nel 1610, e passò in seguito
nei francescani. Recossi a Parigi
sulla fine del ministero del cardi-
nal Richelieu, e qualificossi poscia
come consigliere e predicatore or-
dinario del re. Dalla Francia si
recò in Inghilterra, fece un viag-
gio in Portogallo, e si portò in
Roma verso il 16 58, per insegnar
la teologia nel collegio Urbano.
Ivi sostenne per tre giorni pubbli-
che tesi intorno a moltissimi sva-
riati quesiti, ai quali non poteva
essere preparato preventivamente.
Chiamato qualche tempo dopo a
Padova per insegnarvi, egli vi die-
de eguale spettacolo per otto gior-
ni , e la sua vena poetica fece
scorrere anche in quella occasione
i versi latini con maggior facilità
e prontezza che nella prima circo-
stanza. Dicesi che credendo alcuno di
porlo in imbarazzo gli propose di
descrivere estemporaneamente la Gì-
gantomachia, e Medea in furore,
e che Macedo lo fece immediata-
mente impiegando più di duemila
versi. In occasione di queste tesi,
egli compose un'epigramma in ono-
re della repubblica di Venezia, che
la repubblica stessa trovò così bel-
lo, che lo volle esposto nella bi-
MAC MAC 22/
blioteca di s. Marco, scritto di Tessaglia, ed è circondata a le-
nroprio pugno dell'autore, det qua- vante dal mare Egeo, a ponente
le il Senatore G ri mani fece il ri- dal mare Adriatico , a mezzodì
tratto. Essendosi però Macedo ini dall'Epiro, ed a settentrione dalla
mischiato in cose che non gli ap- Mesia superiore. Dividevasi la Ma-
partenevanp, cadde in disgrazia del- cedonia nel VI secolo in due pro-
la repubblica che lo fece mettere vincie, in Macedonia prima cioè,
in carcere, ove mori nel 1678 o ed in seconda. Trovasene fatta
1681. Il p. Macedo avea un'im- menzione dell'una e dell'altra nel-
mensa erudizione,, molta presenza la Notizia, che contiene la divi-
di spirito, una memoria prodigiosa sione dell' impero romano sotto
ed una fecondissima penna. Egli Arcadio ed Onorio. La prima e la
stesso in una delle sue ultime ope- seconda Macedonia ebbero per me-
re intitolata : Myrolhecium morale, tropoli la città di Tessalonica, infino
dice di avere recitato e composto in a che l'Illiria orientale passò sot-
sua vita cinquantatre panegirici, ses- to la dipendenza della sede di Co-
santa arringhe in latino, trentadue stantinopoli : fu in allora che Fi-
orazioni funebri, quarantotto poemi lippi diventò metropoli della secoli -
epici, centoveutitre elegie, centoquin- da Macedonia. V. Tessalonica e
dici epitaffi, duecentododici epistole Filippi. La Macedonia occupa il
di dedica, più di tremila cinquecento trentesimonono rango nella Notizia
versi, e composti quarantaquattro dell'imperatore Leone. Il metropo-
volumi. Le sue opere principali litano di Eraclea Perinthus (Vedi)
sono: i.° Elogia Gallorum. 2. " assunse il titolo di esarca di tut-
Jus succedendo in Lusitani ae regnimi ta la Tracia e della Macedonia.
CaOierinae regis Emmanuelis ex MACEDONIA. Parte considera-
Eduardo /ìlio neptis , doctorum bile della Grecia, presa nella sua
sub Henrico rege ultimo Conimbr. maggior estensione, e che portò
sententiìsQ.onfirmaLum, Parigi 1 64 • : un tempo diversi altri nomi, come
quest'opera è scritta in favore del quelli di Gemenia, Migdonia, Peo-
duca di Braga n za innalzato al tro- nia, Edonia, Pieria, Ematia, ec. ,
no di Portogallo, e di cui Macedo antica sede di una famosa monar-
tu uno dei più zelanti difensori. 3.° chia. Vi sono degli interpreti del-
Mens divinilus inspirata Innocen- la Scrittura sacra, i quali credono
tio X. Quest' opera scritta contro che la Macedonia sia stata popo-
le proposizioni di Giansenio, ebbe lata da Gethim, figlio di Javan,
gran plauso in Roma. 4-° Historia e che tutte le volte che leggesi
recenlium marlyrum japonensium. Geihim nel testo ebraico devesi
5.° Apologetici^ prò Lusitania vin- sempre intendere la Macedonia. I
dicata, ed altre opere, oltre quelle suoi limiti molto variarono, come
scritte nella lizza contro il p. No- la sua estensione., ad epoche di-
ris poi cardinale, cui spedi un verse, e la Macedonia fu qualche
cartello di sfida letteraria. volta confusa anche con la Tessa-
MACEDOJNIA. Contrada d'Euro- glia. I suoi confini antichi erano
pa, e provincia ecclesiastica della all'oriente 1' oceano ed il mare
diocesi deWJlliria (Vedi) orientale. Egeo; all'occidente il mare Jonio
Essa confina coli' Acaia e colla e l'Adriatico; al settentrione le
2*8 MAC
montagne della Mcsia, ed al mez-
zodì l'Kpiro e la Tessaglia, che al-
cuni pongono altresì colla Tracia
nella Macedonia, nel tempo che
era considerata come una possente
monarchia sotto Filippo ed Ales-
sandro il Grande. Sotto Carano,
fondatore di questo imperio, era
limitala la Macedonia, all'est dal-
la Fiotide e la Pieria ; all' ovest
dai lincesti e gli Oresti; al sud
dalle montagne della Tessaglia, ed
al nord dalla Migdonia e dalla
Pelagonia. Dacché il valore e la
prudenza de'suoi re la portarono
ad un alto punto di splendore e
di gloria, vi si contavano sino a
i5o popoli diversi, fra i quali i
più rinomati nella storia furono i
taulanti, gli elymioti, i dessareti,
i migdonii, i bissiti, gli edonii.,
ec. Fra le principali città si devo-
no nominare Pella , Dyrrachium ,
Apollonia, Edessa, Tessalonica, La-
rissa, Lissus, ec. oltre a tante al-
tre, contandosi che questo regno
ne contenesse sino a i5o, numero
che corrisponde a quello dei diver-
si popoli che l'abitavano. I mace-
doni sembrano avere avuto molte
relazioni coi traci; ma siccome i
greci li risguardarono come bar-
bari, e che quindi pochissimo con
essi comunicavano, cosi se ne han-
no incerte nozioni. Probabilmente
condussero per lungo tempo una
•vita selvaggia, cosicché la lista dei
loro re non risale che all' anno
807 o 796 avanti Gesù Cristo ,
allorquando l'eraclide Carano mon-
tò sul trono. Secondo Giustino
questo principe era capo di una
colonia di argieni, che colla forza
delle armi si stabilì in questo pae-
se, e che si dicevano discendenti
da Ercole. Si aggiunge che il vin-
citore si condusse eoo tanta mo-
MAC
derazione, che conciliossi l'amicizia
de' popoli vinti, e col loro aiuto
pervenne ad estendere le sue con-
quiste. Niente essendosi conservato
di preciso sulla primitiva lingua
de' macedoni, alcuni autori dicono
ch'era tanto diversa dalla lingua
greca, che i greci ed i macedoni
non s'intendevano che col favore
d'un interprete. Quantunque fos-
sero governati da un re, conserva-
rono però molta libertà, talché
Luciano chiamò i macedoni uo-
mini liberi. I macedoni adoravano
molte divinità, e particolarmente
Ercole e Diana; erano superstizio-
si quanto i greci . I macedoni
quanto sobri nelle abituali loro
maniere di vivere, erano altrettan-
to magnifici nei pubblici festini :
i giovani potevano prender posto
in questi festini anche presso il re,
purché avessero ucciso un cinghiale
colle proprie armi. Questo regno
ne' suoi principii debole e rinchiu-
so fra i suoi limiti naturali, fu per
quasi quattro secoli il giuoco dei
greci, de'peoni e degli illirii.
Quasi tutti gli autori si accor-
dano nel fare il fondatore dell'an-
tico regno di Macedonia, Carano
discendente di Ercole, che uscito
dal Peloponneso, sorprese Edessa ,
e incominciando da tale conquista
fece la guerra ai suoi vicini, fin-
ché lasciando questo nuovo regno
alla sua posterità, essa ne godette
tranquillamente in Ceno eTirimma,
fino a Perdicca I che fu assunto
al trono 695 anni avanti la nostra
era. 11 suo figlio legittimo fu uc-
ciso da Archelao suo bastardo, a.
cui Galero tolse la vita. Oreste,
altro bastardo di Perdicca 1, fu as-
sassinato dal suo tutore Atropo, il
cui figlio Pausa uia, dopo il regno
di un anno, fu scacciato da Amin-
MAC
ta I ch'era figlio di Filippo I e
fratello di Perdicca II, e discen-
dente di Carano: le guerre fra
Pausania ed i Caranaidi non fini-
rono finché Perdicca III, di cui
parleremo, non vendicò la morte
del fratello Alessandro» Il regno
di Aminta IV fu clamoroso: sot-
to questo principe Dario volendo
portare le sue armi contro i greci
di Europa, inviò ambasciatori al
re macedone per chiedere soccorsi,
ma questi avendo insultato le don-
ne che comparvero alla fine del
pranzo dato per festeggiarli , furo-
no tutti assassinati. Questa scena
di sangue avrebbe avuto conse-
guenze terribili pei macedoni, se il
principe Alessandro non aveva la
destrezza di guadagnare il coman-
dante delle truppe che si spediva-
no contro suo padre. Bubaris di-
venuto amoroso della sorella di A-
lessandro , prestossi a tutto onde
guadagnare la sua mano , ma la
Macedonia fini per divenire tribu-
taria dei re di Persia. Da questo
regno la storia di Macedonia in-
comincia ad essere legata con quel-
la delle altre potenze della Grecia:
A minta IV morì 3j5 anni avanti
l'era nostra, lasciando tre figli* A-
lessandro, Perdicca e Filippo, non
che un figlio naturale chiamato To-
lomeo. La prudenza di Perdicca IH,
uno de' tre figli di Aminta IV ,
preparò il regno di Filippo II suo
fratello, il quale montò sul trono
l'anno 3 60 : morendo Perdicca III
lasciò il suo figlio A minta sotto la
tutela dello zio Filippo II. Il giova-
ne principe poco visse , lasciando
una figlia che in seconde nozze fu
maritata a Cassandnr, quando già
Filippo li erasi impadronito dello
slato.
Non è qui possibile di svilup-
MAC 229
pare tutti i mezzi posti in ope-
ra dalla politica destra ed ambi-
ziosa di questo principe, ne di se-
guire Alessandro il Grande suo fi-
glio nel rapido corso delle sue im-
mense conquiste , parlandosi delle
cose e fasti principali dell' uno e
dell'altro negli analoghi articoli.
Sotto il regno di Filippo II la di-
sciplina militare pervenne ad un
alto grado di perfezione in Mace-
donia. Oltre le truppe nazionali vi
erano d'ordinario vari corpi ausi-
liari, e le prime si dividevano in
tre corpi. Il più terribile era la
falange macedonica^ così detta per-
chè inventata dai macedoni, corpo
particolare di soldati : scudi e lun-
ghe picche ne formavano l'armatura;
nelle battaglie gli uomini che la
componevano si rannodavano insie-
me strettamente in un quadrato
profondo, co7 loro scudi uniti e col-
le picche incrociate, e si tenevano
talmente tra loro congiunti ch'era
impossibile rompere o penetrare en-
tro la massa. La falange era coni»
posta di ottomila uomini, e l'Evre-
mont nota che questo formidabile
corpo di combattenti superava in
coraggio e vigore la legione ro-
mana. Allorché Filippo II ebbe
conquistato una porzione della Tra-
cia e dell'I lliria, il regno di Mace-
donia cominciò a divenire celebre
nella storia. Sì stese allora dal mar
Adriatico sino allo Strimone, o per
meglio dire imperò nella Grecia ;
in fine era riservalo ad Alessandro
il Grande, che col nome di Ales-
sandro III divenne re di Macedo-
nia l'anno 336 , di aggiungere a
questo regno non solo l'intera Gre-
cia, ma pur anco tutta 1' Asia ed
una considerabile porzione dell' A*
frica. In tal modo per le conquiste
di questo grand' uomo innalzossi
23o MAC
l' impero macedonico sulle rovine
immense di tanti regni e di gre-
che repubbliche, e gli avanzi della
Joro gloria procurarono un nome
singolare a dei barbari eh' erano
stati per lungo tempo tributari dei
soli ateniesi. La storia ci tramandò
i nomi di Agi re de'peoni, di Bar-
dili re dell'llliria, e d'Alia re di
Scita, vinti da Filippo II nel 338
e 33q , e quelli di Sirino re dei
triballi popoli di Mesia, e di Glau-
cia re de' taulanzii, sconfìtti da A-
Jcssandro il Grande nel 336. Mori
questo celebratissimo principe nel
324, e venne proclamato re di Ma-
cedonia dalla fanteria Filippo Ari-
deo suo fratello , che fu succeduto
(oltre Alessandro Ego nato un me-
se dopo la morte di Alessandro il
Grande, Perdicca e Pitone che ne
furono reggenti ) nel 3 20 da An-
tipatro; ma sotto Alessandro il
Grande incominciò e firn l'univer-
sale monarchia de' greci.
Antipatro ebbe in successore Po-
lispercone che regnò sino al 3 11.
La posterità di Alessandro il Gran-
de si spense per la morte di Er-
cole suo figlio naturale. Cassandro,
Tolomeo, Lisimaco, Seleuco ed An-
tigono si contesero l' impero nella
battaglia d'Ipso o Ipsopoli. Cassan-
dro divenne signore di Macedonia
e regnò dal 3 1 1 al 298 ; era fi-
glio di Antipatro, e fece morire la
regina Olimpia vedova di Filippo
II, ed Alessandro Ego figlio postu-
mo del grande Alessandro. Fu egli
che persuase Polispercone di dis-
farsi altresì del nominato spurio
Ercole, e gli lasciò il Peloponneso,
ritenendo per sé il restante della
Grecia colla Macedonia. A Cassan-
dro successe Filippo suo figlio, e
dopo la morte di questo, Antipa-
tro ed Alessandro fratello di Filip-
MAC
pò si divisero il regno. Antipatro
uccise la madre, ed esseìido stalo
scacciato da Alessandro, ritirossi
presso Lisimaco suo suocero , che
lo fece uccidere. Alessandro avea
chiamato in soccorso Pirro re di
Epiro [Fedì) e Demetrio I figlio
d'Antigono re di Siria, contro suo
fratello; ma la dillideuza essendo
fra loro insorta, Demetrio fece uc-
cidere Alessandro, e si rese padro-
ne della Macedonia che lasciò ad
Antigono suo figlio, il quale ne fu
due volte scacciato. Fra esso e De-
metrio lì suo figlio, Lisimaco re
di Tracia, che avea comandato sot-
to Alessandro, e che poscia era sta-
to fatto governatore della Tracia
da Perdicca, dal 286 in poi regnò
cinque anni in Macedonia, e poscia
Alessandro figlio di Pirro in Epi-
ro. Oltre a ciò, Seleuco re di Si-
ria dominò la Macedonia 282 an-
ni avanti Gesù. Cristo, indi la si-
gnoreggiarono Tolomeo Cerauno
figlio di Tolomeo I re d'Egitto,
Meleagro fratello di Cerauno, An-
tipatro figlio di Cassandro nel 278
per la seconda volta, non che An-
tigono da Goni figlio di Demetrio
I. Dipoi Demetrio li ricuperò la
Macedonia sopra Alessandro, e la-
sciò Filippo III suo figlio (ovvero
Filippo V contando Filippo Ari-
deo, e Filippo figlio di Cassandro),
sotto la tutela di Antigono Doso-
ne suo figliuolo bastardo, il quale
usurpò il regno del pupillo Tanno
232. Intanto l'Epiro dopo Pirro
III, Laodamia o Deidamia , cadde
in potere de' re di Macedonia. Fi-
lippo III o V ritrovò il mezzo di
riconquistar il suo stato, e gover-
nollo sino a che Perseo lo fece mo-
rire 178 anni avanti la nostra era.
Questo Perseo, ultimo re di Mace-
donia, fu preso e vinto dai roma-
MAC
ni Tanno 167, sotto il console Pao-
lo Emilio loro generale, con Filip-
po ed Alessandro suoi figli, cioè
l'anno 586 dalla fondazione di Ro-
ma. Filippo morì in prigione, ed
Alessandro non ebbe per sussistere
che il travaglio delle proprie mani.
Certo Andrisco dominò in qualche
parte della Macedonia dall' anno
i52 all'anno 148 avanti la nostra
era , e la Macedonia venne fatta
provincia romana. Paolo Emilio di-
vise il regno in quattro regioni ;
la seconda fu chiamata Macedonia
salutaris, a cagione delle sue acque
minerali, ed estendevasi nella parte
superiore della Macedonia, dal lato
delle montagne che separavano que-
sta provincia dalla Mesia superiore
o Dardania. Stava sotto la metro-
poli di Sobi, e comprendeva otto
città. I principali dello stato , che
potevano eccitare turbolenze , fu-
rono condotti in Roma, ed i ma-
cedoni dopo tanti anni di gloria,
successivamente divennero sudditi
degli imperatori greci, passando
pure sotto il dominio de' turchi ,
che chiamarono Magdonia la Mace-
donia, quando si resero padroni di
tutta la Grecia.
La luce del vangelo fu recata ai
macedoni dall' apostolo s. Paolo.
Essendo egli in Troade gli appar-
ve in visione un uomo vestito alla
macedonica , che istantemente lo
pregò passar in Macedonia ad il-
luminarne i popoli, ed alcuni dis-
sero che l'apparso era l' angelo di
questa contrada. Dall'Asia s. Pàolo
passò dunque in Europa, onde co-
minciar dai macedoni a predicare
il vangelo. All'apostolo si unirono
Timoteo, Sila e s. Luca; portandosi-
a Filippi, città primaria della Ma-
cedonia, insegnarono al popolo gli
articoli principali della credenza cri-
MAC %U
stiana, ed i punti più sostanziali
della disciplina e morale evangeli-
ca. Da Filippi i banditori del van-
gelo passarono per Amfipoli e per
Apollonia, giunsero a Tessalonica
città nobilissima di tutta la Mace-
donia. Vi predicò s. Paolo il van-
gelo e lo confermò colla virtù dei
miracoli, per cui una gran molti-
tudine di gentili abbracciarono la
fede cristiana. I filippensi per ben
due volte lo provvidero di tutto il
bisognevole quando soggiornava in
Tessaglia, ed i macedoni gli man-
darono denaro in Corinto : i ma-
cedoni divennero il modello de'cre-
denti. Nell'anno 4' 4 fi* tenuto uu
concilio nella provincia di Mace-
donia, che fu confermato dal Pon-
tefice s. Innocenzo I. Reg. tom. I,
Labbé" tom. II, Arduino tom. I.
La chiesa di Macedonia fu sempre
dipendente dalla Sede apostolica: tan-
to dichiarò a nome di tutti i ve-
scovi dell'lllirio, Teodosio vescovo
di Echino della provincia di Tes-
saglia, nel concilio romano tenuto
nel 53 1 da s. Bonifacio li. Molti
monumenti apertamente dimostra-
no la podestà patriarcale de' roma-
ni Pontefici sopra la diocesi dell'II-
lirio. Essi commisero le proprie ve-
ci ai vescovi di Tessalonica capo
delle provincie contenute nella dio-
cesi di Macedonia, acciocché le am-
ministrassero con potestà esarcale ;
raccogliendosi dalla lettera di s. In-
nocenzo I ad Anisio Tessalonicense,
che i Pontefici s. Damaso I, s. Siri-
ciò, e s. Anastasio I, fino dal secolo
IV aveano istituito que' prelati vi-
cari della santa Sede, riuscendo per
la distanza de'luoghi incomodissimo
e difficile che i vescovi dell' Illiri-
co si recassero in Roma a riceve-
re l'ordinazione dal Papa, e che
le proprie cause ordinariamente sog-
232 MAC
gettassero al suo giudizio. Così i
Pontefici commisero le loro veci ai
vescovi di Tessalònica, onde impo-
nessero le mani sui metropolitani
di quelle provincie, dassero il con-
senso alle ordinazioni de' vescovi ,
e conoscendo le loro differenze, de-
cidessero le cause e negozi occor-
renti, ma le più gravi riferissero
alla santa Sede, cui apparteneva il
supremo giudizio e la finale deli-
berazione de' più importanti affari.
Più chiaramente s. Innocenzo I ,
concedendo nel 412 a ^uro vesc0*
vo tessalonicense e successore d'A-
nisio, la vicaria apostolica sopra
l'Illirico, nel modo ch'era stata con-
ceduta ai predecessori di lui, ed
enumerando le provincie sulle quali
dovesse stendersi la sua podestà ,
addita quelle delle due diocesi di
Macedoni^ e di Dacia (Vedi), com-
prese neh' Illirico orientale , cioè
l'Acaia, la Tessaglia, la Candia
(Vedi), l'Epiro vecchio e nuovo,
cioè l'Epiro vero e \' Albania (Ve-
di), di cui furono metropoli, della
prima Nicopoli (Vedi), della secon-
da Durazzo (Vedi)j le quali pro-
vincie colla Macedonia prima non
nominata in questo luogo, di cui
Rufo era metropolitano, e vi eser-
citava autorità ordinaria, formano
il numero di sei provincie della
diocesi di Macedonia. Oltre a que-
ste s. Innocenzo I novera ancora
la Dacia Mediterranea , la Dacia
Ripense, la Mesia, la Dardania, e
la Prevalitana , eh' è parte della
Macedonia Salutare, le quali costi-
tuiscono le cinque provincie compre-
se nella diocesi di Dacia. La stretta
dipendenza, che dal trono pontificale
di Roma ebbero i vescovi dell'Illi-
rico, fu la principale cagione, che
combattendo eglino contro l'eresia
di Aimo , difendessero con sommo
MAC
ardore la divinità di Gesù Cristo.
Che se de' quattrocento prelati adu-
nati in Rimini nel 35c), erano del
partito eretico Ursacio , Valente ,
Germinio, Gaio, Migodonio e Me-
gaso vescovi illirici ; questo fu
un numero scarso in paragone di
tanti altri, che governando le al-
tre chiese di vaste e popolate pro-
vincie dell'Illirico, particolarmente
orientale ( che il ripetiamo conte-
neva la diocesi di Macedonia, ov'e-
rano la Macedonia, l'Epiro vecchio
e nuovo, e la Tessaglia colle città
che appartengono all' Albania su-
periore , nelle quali dominava la
cattolica religione), senza muoversi
dalle loro sedie altamente condan-
narono la prevaricazione di quei
pochi loro confratelli. V. Illiria.
Gli albanesi si mantennero fe-
deli alla Chiesa romana ne' mag-
giori torbidi della Chiesa e nelle
controversie dell'oriente; ed i ve-
scovi di Macedonia si conformaro-
no ai sentimenti degli occidentali ,
colla scorta del Papa s. Innocenzo
I, contro quelli che avevano con-
dannato s. Giovanni Crisostomo. Se
la pace universale della Chiesa fu
turbata dai vescovi Dioscoro ales-
sandrino, Severo antiocheno e Ti-
moteo costantinopolitano, i vescovi
dell' Epiro palesarono il distacca-
mento da loro, poiché Giovanni
eletto metropolitano di Nicopoli ri-
chiese dal Papa s. Ormisda per
mezzo di legati epiroti, un'esatta
istruzione di que' dommi , che in
tanta varietà di professioni di fede
del tutto ingannevoli , era facile
cadere nelle insidie. Queste pro-
vincie si mantennero pure aliene
dai deliri di Fozio, dai quali fu-
rono preservati per favore speciale
del cielo ; avvegnaché , occupate
dai bulgari e molto tempo rilenu-
MAC
le sotto la loro autorità , furono
restituite alla santa Sede innanzi
che Fozio, esaltato alla cattedra di
Costantinopoli, potesse trarle al suo
partito. Alla potestà spirituale della
Chiesa romana nel secolo IX, s'ac-
coppiò il dominio temporale di Boe-
mondo figlio di Roberto Guiscar-
do, il quale nel secolo XI unì alla
sua corona di Puglia e Calabria
la Macedonia ed altri stati dell'Al-
bania, non che della Bulgaria e di
diversi luoghi della Grecia. Ambe-
due queste potenze tra di loro con-
giunte, erano un validissimo ante-
murale all'inondazione dell'eresie,
che per le regioni orientali rapida-
mente scorrevano. Dopo Boemon-
do, obbedì l'Epiro ai re di Sicilia
Ruggiero I, Guglielmo e Costanza.
L' impero greco in molte signorie
miseramente lacerato e diviso, Teo-
doro Comneno s'impadronì dell'E-
piro e della parte occidentale della
Macedonia, in cui l'Albania fu indi
in poi ristretta, essendo passata sot-
to altro signore la Macedonia orien-
tale, che fu dall' Albania separata
e distinta. Gli albanesi obbligati al-
lora di piegare il collo alle leggi
de' principi scismatici , non trascu-
rarono di tentare gli opportuni
mezzi onde opporsi alle loro vio-
lenze, sottrarsi dal loro dominio e
far comparire lo zelo comune con
molto splendore e frutto maggiore.
Il Papa Giovanni XXII nel i3i8
si congratulò cogli albanesi che a-
veano implorato il soccorso della
Chiesa romana, per aver sconfitto
l' invasore Urosio re di Rascia , il
quale deposta l'ereticale perfidia si
umiliò al Pontefice. Nel libro di d.
Paolo Maria Panino , intitolato:
Perpcluac Albancnsis ecclesiac con-
scnsionis cimi Romana, narra la
divozione verso la santa Sede di
MAC 233
Giorgio Statimiri barone albanese,
il quale prevedendo di dover mo-
rire senza lasciar prole maschile, le
soggettò i pochi suoi feudi che pos-
sedeva nella provincia. Bonifacio
IX accettò con benevolenza l'offer-
ta fatta al principe degli apostoli,
e gliene palesò il gradimento con
breve del i3o,i, di cui parla pure
il Rinaldi a detto anno, num. ij.
Gli albanesi nel secolo XIV con
raro ed indicibile valore resistette-
ro alla potenza ottomana, sotto la
condotta di Giorgio Caslriota detto
Scanderbegh principe di Macedonia,
di cui parlammo all'articolo Alba-
nia ed altrove, aiutato ed encomia-
to dai Pontefici Nicolò V, Calisto
ili, Pio II, e Paolo II. I Castrioli
furono signori d' una parte della
Macedonia, mentre l'Albania col-
l'Epiro, e molte isole furono con-
cedute dagl' imperatori di Costanti-
nopoli ai Comneni, ai Tocchi , ed
agli stessi Castrioti. Scanderbegh
dopo prodigi di valore, vedendo la
Macedonia, l'Epiro e l'Albania inon-
data dalle armi di Maometto 1[
imperatore de' turchi, si portò in
Roma dal Pontefice Paolo II, che
lo ricevette con dimostrazioni di
stima in concistoro, e riportò co-
piosi soccorsi di denaro per opporsi
alla potenza ottomana, e difendere
Croia capitale de' suoi stati ; ma
dopo la sua morte l'Albania, l'E-
piro e la Macedonia furono inte-
ramente conquistate dai turchi nel
1478. Passate queste provincie in
potere degl' infedeli, gli albanesi, e-
piroti e macedoni dierono contras-
segni di sommo valore, e fiorirono
nella gloria dell'arte militare negli
eserciti di principi cattolici, massi-
me nel regno delle due Sicilie, ove
fondarouo delle colonie di rito greco.
Per mantenere la religione nel-
234 MAC
l'Albania ed in tulio l'Illino, Gre
gorio XIII fondò il celebre colle-
gio, di cui trattammo all'articolo
Loreto (Vedi). Nel pontificato poi
di Clemente XI fu celebrato un
concilio nell'Albania, ebe approva-
to dalla congregazione di propa-
ganda fide, se ne fece una secon-
da edizione nel i8o3, coll'aggiun-
ta delle ultime costituzioni pontifì-
cie, ebe riguardano le cinese del-
l'Epiro. Dicemmo altrove come il
medesimo Clemente XI stabili al-
cuni posti pei giovani epiroti nel
collegio Urbano: se ne legge la dis-
posizione, Optai'imus quidem, dei
ì5 settembre 1708, presso il Bull,
de prop. fide, Append. tom. I,
p. 373. Benedetto XIV stabili gl'in-
terrogatorii che doveansi fare ai ve-
scovi di Albania e Macedonia, e
sono riportati anco nel Bull, de
prop. fide tom. Ili, pag. 44$- Nel-
l'Albania ed Epiro sonovi due ar-
civescovati, Antivari e Durazzo che
hanno dei vescovi suffraganei. La
missione di Macedonia consiste in
tre ospizi, due nell'arcidiocesi di Du-
razzo, ed uno nella diocesi di Alessio o
Lisso (Fedi). Nell'arcidiocesi di Du-
lazzo gli ospizi hanno le parroc-
chie Piscasio e Luria. L'ospizio del-
la diocesi d'Alessio è Pedana che
ha la' chiesa di s. Antonio. Il pre-
fetto della missione risiede nell' o-
spizio dì Pedana, il quale ha la
parrocchia di Pedana e di Soime-
ìii. La missione di Albania e Ma-
cedonia appartiene ai minori osser-
vanti riformati, dei quali religiosi
eravi una provincia in Albania, su
de' quali può consultarsi la costitu-
zione di Clemente XIII, Inter ani-
mi nostri desiderici, degli 1 1 set-
tembre 1761, presso il citalo Bull.
tom. IV, pag. 52. Nel i832 la
congregazione di propaganda fide
MAC
ai nominati tre ospizi vi ha «ng-
giunto un altro ospizio nella dio-
cesi di Sappa, e risarcì le chiese
ed i medesimi ospizi, per le deva-
stazioni che soffrirono nell'ultima
guerra de' turchi. L'antica e famo-
sa contrada di Macedonia forma
adesso la parte occidentale della
provincia turca di Romelia , ed è
compresa fra la catena del Balkan
al nord, la catena ellenica all'ovest,
i monti Volutza, l'Olimpo e l'Ar-
cipelago al sud, ed il Carasu o Me-
sto all'est. Essa forma i sangiacati
di Uskup, di Ghiustendil, di Mona-
stir, di Salonichi, e la parte occi-
dentale di quello di Gallipoli. L'a-
ria vi è salubre, ed il suolo ferti-
le : ebbe un tempo miniere d' oro
e d'argento. Salonichi o Tessaloni-
ca n' è il capoluogo, ed è gover-
nata da un pascià che quivi risie-
de, ed ha circa 700,000 abitanti.
I fiumi Stri mone, Vardari e Vis-
tritza bagnano questo paese.
MACEDONIANI. Eretici del IV
secolo che negavano la divinità del-
lo Spirito Santo. I macedoniani e-
rano discepoli di Macedonio vesco-
vo di Costantinopoli, che avea ab-
bracciato il partito dei semi-ariani,
e da loro posto su quella sede nel
342 con violenza. L' imperatore
Costanzo avendolo deposto a cagio-
ne dei disordini da lui fatti insor-
gere nella città , allorché voleva
trasportare il corpo di Costantino
il Grande in un'altra chiesa, riti-
rassi egli in un sobborgo di Co-
stantinopoli, ed inventò una nuo-
va eresia, sostenendo cioè che lo
Spirito Santo non era Dio, ma sol-
tanto uno spirito creato simile agli
angeli perchè fosse l'istromento del
Figlio. La deposizione di Macedo-
nio ebbe luogo in un concilio te-
nuto in Costantinopoli dagli stessi
MAC
ariani nel 35g. La sua eresìa fu
effetto dell'orgoglio, della vendetta,
e dello spirito di contraddizione ,
poiché malgrado gli ariani, sosten-
ne la divinità del Verbo, mentre
contro i cattolici negò essere lo
Spirilo Santo una persona divina.
) macedoniani, perciò chiamati an-
che pneumatornachì 3 cioè nemici
della divinità dello Spirito Santo,
furono condannati nel concilio ge-
nerale di Costantinopoli dell'anno
3oi, in quello di Efeso del zp ' ,
in quello di Calcedonia del 4^r >
ed in quello di Laterano del i i 3g.
Tra quelli che scrissero contro que-
sti eretici, nomineremo s. Atanasio,
Didimo Alessandrino, s. Basilio, s.
Ambrogio e s. Ephrem. Inoltre i
macedoniani furono chiamati Ma-
r ctonia ni, a causa di Maretone ve-
scovo di Nicornedia , uno de' più
noti tra di essi. Sed licevano il po-
polo con un esteriore grave e con
costumi austeri , artifizio comune
degli eretici; imitavano la vita dei
monaci , e seminavano la zizzania
de' loro errori particolarmente nei
monasteri. Verso l'anno 4^7 1 im-
peratore Antemio l'introdusse in
lioma, ma il Papa s. Unro li re-
presse. 11 battesimo de' macedoniani
era nullo.
MACEDONIO (s), anacoreta in
Siria, il quale pel corso di qna-
ì ani' anni non visse d' altro che
d'orzo stemperato nell'acqua, ed
essendosi perciò di molto alterata
la sua salute, si persuase a man-
giar pane. Teodorelo racconta che
molti malati, fra' quali la propria
madre, furono miracolosamente gua-
riti con semplice acqua , sopra la
quale Macedonio avea fatto il se-
guo della croce. Morì in età di
novant' anni , ed è nominato nei
Menologi de'greci il dì 24 gennaio.
MAC s35
MACEDOiNOPOLI. Sede vesco-
vile e colonia di macedoni, i quali
ivi furono introdotti da Alessandro
il Grande. JNegli atti de'concilii si
trova notato come un vescovato
della diocesi di Antiochia. Il primo
concilio generale di Nicea l'attri-
buisce alla provincia di Osroena ,
e quello di Calcedonia alla Meso-
potamia. Si conoscono due suoi ve-
scovi, Marco che intervenne al con-
cilio di INicea, e Daniele che sot-
toscrisse quello di Calcedonia. (?-
ricns christ. t II, p. 986.
MACERATA (Macerateti). Città
con residenza vescovile dello stato
pontificio nella Marca, capoluogo
della provincia e delegazione apo-
stolica del suo nome, della quale
daremo prima un cenno storico,
come della sua posizione topografi-
ca. La delegazione apostolica e
provincia di Macerata confina al
nord co' governi anconitani di O-
sirno, Jesi ed Arcevia, essendo ba-
gnata dal corso superiore dell'Esi,
il quale viene formato dalla unione
de'due fiumi Santangelo e Sentino
nel territorio fabrianese; all'est col
mare Adriatico, ove mettono foce
il Musone, il Potenza, ed il Clien-
ti ; al sud coi governi fermani di
Sant'Elpidio, Monte-Giorgio, Santa-
Vittoria, col governo ascolano di
Amandola e col governo di Came-
rino ; all'ovest col governo peru-
gino di Gualdo-Tadino, e coi go-
verni urbinati di Gubbio, Cagli e
Pergola. II picco del monte San-
Vicino è visibile da tutti i lati del
suo territorio , sollevandosi quasi
dal centro. La parte maceratese
del Piceno fu compresa talora nel-
la Marca d'Ancona, talora in quel-
la di Fermo , sebbene i Pontefici
gli dassero poi il primato governa-
tivo e giudiziario di tutte le mar-
236 MAC
che o marchesati, ne' quali era di-
Viso. Comunemente però i geografi
chiamano Marca d'Ancona tutto il
paese dall' Esi al Tronto, per aver
fatto in Ancona la residenza i
marchesi nell'epoca del maggior lu-
stro. Quanto più le selvose rupi
si allontanano dal territorio Camer-
te, tanto meglio viene ricreato lo
sguardo da ripetuti ordini di va-
riate colline, ove alla copia delle
viti , si unisce ogni rurale prodot-
to, che gli operosi coloni molti-
plicano con intlustre attività. Quin-
di in ubertà ed in coltura supe-
ra qualunque altra parte del Pice-
no, e gli svariati punti delle sue
colline deliziano il passeggiero. Vi
si alleva una quantità di bestia-
me, ed il clima vi è sano e tem-
perato. La superficie non eccede
un centinaio di leghe. Si divide
la delegazione apostolica di Mace-
rata, secondo V ultimo riparto ter-
ritoriale fino al i833, ne' quattro
distretti di Macerata, Fabriano,
Rccanad, e Sanseverino, in dodici
governi di secondo ordine, ed in
ventiquattro comuni. Macerata ha
soggetto nel suo particolare gover-
no Monte Cassiano, e la Villa di
Potenza, e contiene nel suo di-
stretto i governi di Cingoli, colle
comuni di Apiro e Ficano; di Ci-
vitanova , colle comuni di Monte
Cosaroe Morrovalle; di Mont'Olmo,
colle comuni di Mogliano, Petrio-
lo e s. Giusto ; di Tolentino, col-
le comuni di Belforte , Colmura-
no e Urbisaglia ; e di Treia, colle
comuni d' Appigliano e Monte-Mi-
Ione. Fabriano ha soggetto nel suo
particolare governo Serra s. Qui-
rico, e contiene nel suo distretto i
governi di Sassoferralo , colla co-
mune di Genga ; e di Maidica,
colla comune di s. Anatolia. Reca-
MAC
nati ha soggetto nel suo particola-
re governo Monte Fano, e contiene
nel suo distretto i governi di Fi-
lottrano, e di Monte Santo , colla
comune di Monte-Luponc : il go-
verno del commissariato della san-
ta Casa di Loreto, col prelato com-
missario apostolico, forma un go-
verno speciale. Sanseverino contiene
nel suo distretto i governi di san
Ginesio , che ha per appodiato
Morico colle comuni di Loro ,
Ripe s. Ginesio, e sant' Angelo
in Pontano; e di Sarnano , colle
comuni di Gualdo, Monte s. Mar-
tino e Penna s. Giovanni. Com-
preso il governo del commissariato
di Loreto, la popolazione della de-
legazione di Macerata è composta
di 220, i3o abitanti. Col medesimo
ordine de'distretti, governi e comu-
ni, passiamo a dare di tutti un
semplice cenno storico.
Distretto di Macerata.
Monte Cassiano. Comune del di-
stretto di Macerata, nella diocesi di
Recanati e Loreto, già Monte di s.
Maria in Cassiano y e ne' primi
tempi Monte di s. Maria e Ca-
stello di s. Mariat è lontano do-
dici miglia dal mare, situato in
posizione agevole. Entra nel suo
territorio, lungi circa un miglio,
il fiume Potenza , sulla sinistra
sponda del quale, al passo o pon-
te di Macerata, si vedono le ve-
stigia dell'antica Retina, città illu-
stre del Piceno, colonia romana ,
distrutta da feroci nazioni nel V
secolo. I suoi abitanti si divisero
in più popolazioni, ed uno di es-
si dell' antichissima famiglia de'Cas-
si con alcuni compagui si ridusse
in ameno piccolo colle, verso tra-
montana, due miglia dall' amala
MAC MAC 237
pallia, e \i fondò il castello di muta dopo la tirannide di France-
santa Maria , così chiamandolo sco Sforza. Estinta la prole de'Cas-
dal tempio , che nella più al- siani, le giurisdizioni e tenute ch'es-
tà parte vi eresse ad onore della si riconoscevano dall'abbazia cister-
Beata Vergine, se pure già esistes- ciense di Chiaravalle, furono dai
se in un fondo delia gente Cassia monaci trasferite al comune, finché
di Roma. Nel secolo XII n'era si- nel i335 convenuta in giudizio la
gnore un conte Pietro figlio del. comunità, o per mancanza di cor-
conte Cassiano , i quali nelle vicen- risposte o per altre cagioni, fecero
de e guerre di Enrico IV e di la loro chiesa riconoscere padrona
Enrico V si appropriarono le rendi- delle antiche tenute. Intanto alle
te de'beni ecclesiastici, e ne dispo- crudelissime fazioni de'guelfì e ghi-
sero liberamente. Ridonata la pace bellini si aggiunse il famoso ma-
alla Chiesa dall'imperatore Lotario snadiero fra Morreale capo di av-
JI , che fu coronato in Roma nel venturieri, che manomise Filottra-
ii 33 da Innocenzo II, l'augusto si no, Monte Fano, Monte Fiore di
portò nella Marca d'Ancona, ove Recanati , e forse ancora Monte
domate le città ribelli e i luoghi Cassiano (benché si creda fosse
usurpati dai tiranni , le restituì con altri luoghi della Marca oc-
ai Pontefice. Il conte Pietro fu le- cupato dalle armi di Malatesta si-
vaio dal possesso di Monte Cassia- gnore di Rimini ) , i quali furono
no, e la chiesa di s. Maria da poi ricuperati dal celebre cardinal
lui occupata, con tutte le sue mol- legato Egidio Albornoz. Siccome
le giurisdizioni , dai Papi fu con- gli abitanti erano in qualche col-
ceduta ai monaci cisterciensi dell'ab- pa, implorarono ed ottennero da
ba/ia di Chiaravalle, dopo il 1 1 Zj. Gregorio XI e da Urbano VI il
In tal modo la terra fu incomin- perdono. Quindi i bretoni mossero
ciata a reggere nel temporale dagli a danno della Marca, fomentati
uomini suoi, riconoscendo solo il dall' antipapa Clemente VII, da
Papa in signore, e nello spirituale Giovanna I regina di Napoli e da
i monaci. Questi verso il 1 1 65 con- altri principi, finche Alberico di
cessero in enfiteusi alcune giuriseli- Cunio li cacciò d'Italia,
zioni, anche a favore de' successori Nel pontificato di Bonifacio IX
degli antichi signori , cioè ad un il suo fratello Andrea Tomacelli
conte Cassiano figlio o meglio ni- marchese della Marca, ricompensò
potè del conte Pietro, caduto in la fedeltà de' montecassianesi , u-
povera condizione. Forse i monaci sando loro delle condiscendenze pei
non per quanto si attribuisce a mali e danni sofferti nelle incur-
Lotario II , ma per vendita o do- sioni e guerre. Avendo i monte-
nazione divennero possessori del cassianesi ucciso il podestà Paolo
luogo, che a quell'epoca vuoisi che da Monte Reale, che loro aveva
consistesse nel terziero di s. Miche- mandato una delle città guerreg-
Ie e di s. Nicolò, e nella sommila gianti, cioè o Recanati o Osinio o
del colle ov' è la chiesa di s. Maria, Macerata, il detto marchese assol-
per tulio il terziero di s. Salvatore, vette gli uccisori, e die facoltà al
col girone o luogo fortificato, che comune di eleggersi il podestà nel
in seguito si accrebbe con case e 1 3o,3 ; tutto approvò con bolla il
«38 MAC
Pnpn, assolvendo la terra dalla sco-
munica ed interdetto cui era in-
corsa o per avere ricettato e soc-
corso qualche gran capitano nemi-
co di Bonifacio IX, o a cagione di
alcuni facinorosi predatori dello
stesso luogo. Recandosi a difendere
la Marca contro diversi tiranni e
in favore del marchese, il capitano
Paolo Orsini, fu regalato di buona
quantità di biade dal comune, che
in questo tempo il cittadino Lotto
Nicoluzio lasciò suo erede de'beui.
Grata la comunità ai benefattore,
ordinò che in tre chiese ogn'anno
se ne suffragasse l'anima. Nel i4°4
divenne Papa Innocenzo VII, e suo
nipote Lodovico Migliorati mar-
chese della Marca. Ebbero poscia
luogo vari torbidi, che continuaro-
no sotto Gregorio XII a cagione
del funesto scisma : i montecassia-
nesi rigettando l'antipapa Benedet-
to XIII e Giovanni XXIII, se-
guirono Gregorio XII legittimo Pa-
pa, tranne poco tempo che segui-
rono le parti di Alessandro V.
Carlo Malatesta generale delle ar-
mi pontificie nel i4'3 s' impadronì
di Monte Cassiano, e per resistere
a Braccio da Montone al soldo dei
Varani signori di Camerino, ordi-
nò fortificazioni ed altre difese, op-
ponendosi così contro Lodovico Mi-
gliorati protetto dai Varani. Men-
tre si celebrava il concilio di Co-
stanza per terminare lo scisma, se-
guì la pace fra i Malatesta ed i
Varani , ma profittando Braccio
della quiete occupò Monte Cassia-
no, depredandone il territorio Mar-
lino da Faenza. Nel 1 4 * 7 eletto
Martino V, Io scisma ebbe termine,
ricuperando egli le terre di s. Chie-
sa*; nelT anno seguente gli statuti
furono riformati, ed il comune do-
nò granaglie al Papa per la ca-
MAC
restia che minacciava Roma. Nel
pontificato di Eugenio IV la Mar-
ca trovandosi bersaglio di feroci
guerre, perchè il duca di Milano
agognando alla sovranità d' Italia,
per Francesco Sforza se ne fece
padrone, col pretesto d'essere vi-
cario d' Italia nominato dal con-
cilio di Basilea contro il Pontefice.
Riuscì a questi di guadagnare lo
Sforza facendolo marchese della Mar-
ca, il perchè Monte Cassiano sog-
giacque a lui , ed ebbe poi a ca-
gione de'confìni differenze con Ap-
pianano, ma si stabilirono come
con Monte Fano. Francesco tenne
Monte Cassiano come luogo forte, e
molte provvidenze ebbero luogo,
allorquando il finca di Milano gli
spedì contro Nicolò Piccinino, il
quale entrò al servigio di Alfonso
re d'Aragona, quando a questi Eu-
genio IV commise il ricupero del-
la Marca, per averlo confermato
nel reame di Napoli. Grandi per-
ciò furono i disagi, le calamità, e
la somministrazione di viveri, cui
andò soggetta questa terra, che per
voler tornare all' antica divozione
di s. Chiesa, fu dallo Sforza fatta
miseramente saccheggiare nel i44^
da Ciarpellone ; catastrofe provata
ancora da Monte Milone, Appiglia-
no e Monte Fano. A sloggiare Io
Sforza dalla Marca, Eugenio IV
spedì il cardinal Lodovico Scaram-
po Mezzarota , a cui si die pel
primo Monte Cassiano con conve-
nuti capitoli , e la conservazione
delle sue giurisdizioni, confini e
privilegi , fra' quali l'elezione del
podestà , da approvarsi però dal
legato o governatore della Marca.
Nel pontificato di Nicolò V alla
fonte presso la terra del Solco
si fecero eccellenti condotti sotter-
ranei per l'acqua, ed il comune si
MAC
fece confermare gli statuti dal car-
dinal legato. Sebbene un tempo
Osimo, secondo il Martorelli ed il
Fanciulli , esercitasse il temporale
dominio in Monte Cassia no, questa
terra si dichiarò del contado di
decanati, riserbandosi il mero e
misto impero, e la facoltà di far
leggi e statuti, e ciò dopo il i±5i.
11 iXovaes nella vita di Nicolò V
dice che a* 9 novembre i4-53 il
Papa concesse in feudo a Pandol-
fo Mala testa Monte Marciano e
Monte Cassiano, coll'annuo tributo
d'un piatto d'argento di sei oncie.
A cagione della peste, gran parte
degli abitanti ne partì, e molti
furono accolti a Monte Lupone ;
ai patroni ss. Bordone e Macario
si aggiunsero i ss. Francesco, Giu-
liano e Sebastiano . Intanto con
beneplacito di Calisto III, median-
te compensi ai monaci di Chiara-
valle, la terra si liberò dalle loro
giurisdizioni. Avendo Maometto li
conquistato I' Epiro, molti albanesi
si rifugiarono in più. luoghi, ed
alcuni anche in questo territorio.
Benché Monte Cassiano contribuis-
se alla guerra conico il turco, Pio
II grato alle dimostrazioni di Jesi
(Fedi) gli donò Monte Marciano ed
ancora questa lena nel 1464. Morto
il Papa in Ancona , i cardinali si
portarono in Roma, ed il cardinal
Pietro Barbo fu splendidamente
accolto da questo comune, facendo
perciò molte offerte al pubblico.
Eletto Pontefice col nome di Pao-
lo II, fece canonico di s. Pietro
Domenico Calvelli da Monte Cas-
siano da lui amato. Nel 1466 si
fabbricò il ponte sul Potenza ad
onta delle proteste del comune, che
ebbe però stabiliti i confini col
territorio di Recanati. Io luogo
delle demolite chiese di s. Michele
MAC 239
e di s. Lorenzo , il comune eresse
l'odierna chiesa di s. Michele ed
ingrandì quella di s. Salvatore; e-
dificò pure la loggia e prospettiva
del palazzo, residenza de'priori so-
pra la piazza. In questo tempo e
sotto Sisto IV fiorì in Monte Cas-
siano il valoroso militare Giorgio
Cariasi o, che a difesa di Roma
combattè numerosa banda d'ar-
mati del duca di Calabria , sul
ponte Corvo. Il comune concorse
all'ampliazione del tempio di Loreto,
aumentò gli edifìcii della terra, in-
grandì la chiesa di ». Marco, ristaurò
quella di s. Giovanni, non che il
fonte delle Stiuche ne'confini di Ma-
cerata, ed avvicinò quello del Solco.
Per diversi motivi Monte Cassiano
somministrò soccorsi a Sisto IV,
e si fortificò contro i turchi eleg-
gendo un capitano per terziero .
venne ampliata ed abbellita la chie-
sa di s. Maria, e stabilito di ono-
rare con festa la ss. Croce, per
la ragguardevole reliquia che in
essa veneravasi entro bellissima cro-
ce d'argento, per non dire di altre
reliquie. Nel i4^7 morendo Egi-
dio de Ntìtarelli dottore in legge e
podestà di s. Vittoria nel i565,
lasciò erede de'suoi beni la comu-
nità. Alle turbolenze delle guerre
sotto Innocenzo Vili, per cui si
restaurarono le muraglia ed i tor-
rioni, insorse mortifero contagio,
ed ebbe principio la lunghissima
lite con Macerata, per le acque del
Potenza pei molini.
Verso questa epoca la terra cam-
biò forma di governo, istituì il con-
siglio di credenza, ed elesse a pro-
tettore il cardinal Gio. Battista Sa-
velli. La chiesa di s. Marco fu ce-
duta agli agostiniani, che cinque
anni dopo vi celebrarono il capi-
tolo generale, e vi fiorì un fr. Gio»
240 MAC
vanni eccellente oratore di santa
vita, di Monte Cassiano. Altro Il-
lustre cittadino in questo tempo fu
Bernardino Buratto, egregio filoso-
lo ed astrologo, e medico della pa-
tria. Nel i499> pw timori di peste
si ricorse al patrocinio della Ma-
donna di Loreto, con lampada di
argento e perpetuo assegno d'olio,
poi aumentato : in altre circostan-
ze il comune fece dimostrazioni di
devozione a quel santuario. Sotto Leo-
ne X il comune provò diverse peripe-
zie nella guerra col duca d'Urbino.
Allora viveva il cittadino Nicolò Pe-
ra nzone, eccellente oratore, autore
di dotte opere e proprietario di
scelta libreria : fu pure versato nel-
le matematiche, nella filosofìa, ed
in altre scienze, e compose una
breve ed accurata descrizione delle
più nobili città e terre della Mar-
ca, che il Col ucci pubblicò nel t.
XXV delle Antichità picene. Al-
l'occasione che alcuni corsari bru-
ciarono il porto di Recanati, il co-
mune mandò cento operai per for-
tificar le mura del santuario di
Loreto, ed istituì una milizia per
difesa. Per la peste che afflisse Ma-
cerata, il vicelegato Antonio Erco-
lano si rifugiò in questo luogo, che
ricorse al divino aiuto erigendo le
chiese sotto il titolo di s. Giusep-
pe e di s. Maria di Salimbene. An-
lonfrancesco Scaramuccia, eccellente
filosofo e poeta, divenne medico del-
la patria. Nel 1527, pel tremendo
sacco di Roma , la provincia con
raro esempio di fedeltà spedì i5,ooo
soldati, e questo comune sommini-
strò soccorsi all' afflitto Clemente
VII, che avea deposto il pensiero
di vendere Monte Cassiano con al-
tri luoghi della Marca , e tutti si
fortificarono e misero in guardia.
Nel 1529 la pestilenza percosse il
MAC
paese, ed il comune come altra
volta elesse deputati per impedir
la comunicazione del contagio, chiu-
se due porte, ed a quella di s. Ni-
colò pose guardie. Nel pontificato
di Paolo III, il quale onorò di sua
presenza il territorio, per la som-
ma venerazione degli abitanti ver-
so la reliquia della ss. Croce, aven-
do il comune per antichissimo stem-
ma cinque monti verdi in campo
bianco, con due stelle sopra, vi ag-
giunse fra queste e nella sommità
del più elevato monte , il salutife-
ro segno di nostra redenzione in
oro.
Appena eletto nel i55o Giulio
III, questi die Monte Cassiano in
commenda al cardinal Girolamo
Verallo romano, con profondo do-
lore degli abitanti, vedendo così mal
corrisposta la loro fedeltà. Fermi
nel continuare sotto il dominio im-
mediato del Pontefice e suoi mi-
nistri, ripugnarono dare il possesso
del governo agli agenti del cardi-
nale, fecero energiche proteste agli
ordini superiori, appellarono a Giu-
lio III cui inviarono due ambascia-
tori ed il cancelliere. 11 Papa be«
nignamenle gli accolse , ma emanò
una risoluzione ambigua, propria
del suo carattere, ordinando che
non si scontentasse il popolo, che
continuasse ad essere nella provin-
cia della Marca, senza ritirare il
breve di concessione dato al cardi-
nale, cui non voleva mancar di pro-
messa. Il perchè questi facendo cre-
dere che solo alcuni lo ricusarono
per signore, mandò armati contro
la terra, che bravamente li respin-
se, ciò che saputosi da Giulio III,
ordinò che non si facesse altro con-
tro Monte Cassiano. Fin qui arri-
va il Discorso istorico sopra l'ori-
gine e rovina di Recina, t dcWc*
MAC
dificazione ed avvenimenti di Mon-
te Cassiano, del montecassianese
Scaramuccia Angelita, Loreto i638
pei Serafini. Il Ranghiasci !o qua-
lifica libro raro e bello , e noi,
con qualche giunta, ne facemmo
questo breve sunto. Il Colucci ri-
produsse questo Discorso nel tomo
XXVIII delle Antichità picene^ con
correzioni e note critiche, ed un
prologo. In questo il Colucci die
un cenno biografico dell' Angeli-
ta, che loda per l'erudizione, per
la sua scienza legale e per la poe-
sia, noverando le tragicomedie da
lui date alle stampe. Il Martorelli,
nelle Memorie storiche d' Osimo a
pag. 1^1 e seg. contro l' Angelita
vuol provare, che Monte Cassia no
fu soggetto a Osimo nel temporale
e nello spirituale. Il Calindri nel
Saggio statistico dice che in que-
sta cospicua tetra vi è un fabbri-
cato per correggere le donne (ma
avendo ripristinato questo luogo il
vescovo Paoli, dopo la sua morte
accaduta nel 1806, tornò a soppri-
mersi e non più esiste ) ; vari e
grandiosi fabbricati, fra' quali il log-
giato semigotico del pubblico pa-
lazzo, il tutto munito dalle mura
castellane. La collegiata dedicata
all'Assunzione della Beata Vergine,
è d'ordine semigotico, ed è secon-
do tale scrittore l'antico tempio di
Venere Ericina.
Nel viaggio fatto da Gregorio
XVI nel 1 841, partendo sabbato 11
settembre da Macerata per Recana-
ti e Loreto, entrò nel territorio di
Monte Cassiano, la cui popolazione,
il clero e la magistratura erano con-
venuti alla deliziosa campagna del
conte Gaetano Mattei. Ivi perve-
nuto il germano cardinal Mario
Mattei protettore del comune , il
quale precedeva nel viaggio il Pon«
VOL. XL.
MAC 2/ji
tefìce, vi si trattenne alquanto.
Giunse poco dopo il santo Padre,
ed accolta la preghiera di recarsi
al casino della campagna medesi-
ma, affinchè le autorità ecclesiasti-
che e civili ed il popolo di Monte
Cassiano potessero in tanta fortu-
nata occasione soddisfare ad un
qualche atto di loro divozione, di-
scese dalla carrozza. All' ingresso
del casino si presentò genuflessa la
contessa Giulia Paduli di Milano
consorte al nominato conte, la qua-
le fu benignamente accolta dal Pa-
pa , il quale avendo preso breve
riposo, ed ammesso ad udienza e
al bacio del piede il capitolo della
collegiata, il clero, la magistratura
e molte altre persone ivi accorse ,
benedi poi dalla loggia il popolo
ivi presso riunito. Alla vaghezza ed
agiatezza del luogo il conte aggiun-
se diversi ornati e segni di letizia,
con banda musicale per celebrare
l'onore che riceveva dal supremo
Gerarca, il quale nel partire se ne
congratulò col conte e colla con-
tessa. Da questo luogo sino a Lo-
reto , tutti i luoghi dimostrarono
la loro divozione e giubilo per
l' avventuroso passaggio. Dipoi il
conte nella camera onorata dalla
presenza del Pontefice, eresse in
memoria una lapide marmorea.
Potenza. Villa di Potenza nella
diocesi di Macerata. Sta sulla riva
destra del fiume del suo nome,
poco lunge da Macerata. Reduce
da questa il Papa Gregorio XVI,
alte preghiere degli abitanti del vil-
laggio e del contado, ascese il tro-
no che gli aveano eretto per es-
sere ammessi al bacio del piede i
principali, e tutti ricevere l'apo-
stolica benedizione ; avendo il par-
roco e i deputati del luogo spar-
sa di fiori la strada ed abbellita
16
a4a MAC
in vari modi per onorarne il pas-
saggio.
Cingoli (Kedi). Città vescovile e
governo.
Apiro. Comune del governo di
Cingoli, diocesi di Camerino. La
Valle di s. Clemente è uno spazio
che passa dai monti che si unisco-
no al San vici no, a que' colli che
sovrastano Apiro, e prese la deno-
minazione dalla chiesa di s. Cle-
mente posta fra i castelli s. Pietro
ed Isola. Prima assai del secolo XIII
era a tal chiesa unito un monaste-
ro di benedettini ora diroccato , i
quali possedevano gran parte del
territorio della Valle. I detti due
castelli si chiamarono pure Castel
s. Pietro ed Isola di s. Clemente;
il primo per la chiesa dedicata al
santo del suo nome. Isola fu signo-
reggiata nel secolo X11I dai signori di
llovellone, che nel seguente la ven
derono con Frontale alla comune
di Sanse verino, ed è probabile che
i medesimi signori acquistassero il
castello dai monaci ; certo è che
qutali possedevano Castel s. Pietro.
Nelle adiacenze vi fu il castello
Colleputture, che venne venduto a
Sanseverino da Caterina e Giovanni
Massio nobili del luogo. L'altro
castello che trovasi nella stessa Val-
le è l' Apiro, che dal secolo XII o
XIII fu sempre esente da ogni vas-
sallaggio, regolato prima dai suoi
consoli e poscia dai podestà, essen-
do popolato più del presente, ed
allora cinto da due grossi borghi.
Tutti i nominati luoghi resero ce-
lebre e popolata la valle di s. Cle-
mente, essendo il più nobile e prin-
cipale Apiro, godendo fino dal 1227
l'alleanza di Sanseverino e Fabria-
no. L'ampiezza e la giurisdizione
della Valle, che esercitavano i conti,
la curia e poi i vicari imperiali
MAC
che ad essa prcsedevano, stendevasi
da Castel planio a Fiumesino. Ab-
bracciava la giurisdizione della Val-
le, oltre i mentovali castelli, quelli
di Castelletta, Procicchie, Cologno-
la, Caslreccioni, Moscosi, Rotorsio,
Domo, Ficano, Frontale. La nobil-
tà degli uomini della Valle, non
la cedale a qualunque città della
provincia, a cagione della posizio-
ne, nella quale come nascosta agli
occhi di tutto il Piceno , per le
incursioni barbariche, i popoli vi
trovarono sicuro ricovero; il per-
chè entro e ne' circostanti luoghi
ne' secoli X, XI e XII sursero nu-
merose castella, ì cui signori for-
mavano il loro comune in Apiro.
Da ciò la Valle fu considerata co-
lonia del più bel fiore della nobil-
tà del Piceno in essa rifugiata. Da
tale unione di personaggi, il comu-
ne di Apiro si leggeva nel secolo
XIII in modo, da non cederla a
qualunque città illustre, risiedendo-
vi un vicario imperiale, destinatovi
dall'imperatore, e prima di esso
ivi era la curia col suo conte: la
curia avea il vicario, il giudice, il
bailo, e il nunzio o messo regio.
Sino dal principio di tal secolo,
Apiro compilò leggi municipali e
statuii. Il conte della Valle di s.
Clemente, la quale pur coutea fu
chiamata, avea per oflìzio ammi-
nistrare la giustizia o colle ragioni
o colle armi. Dopo che Federico
lì si ribellò alla Chiesa, verso il
i2/{o al conte successe il vicario
imperiale, perchè la Valle seguiva
il partito imperiale. Federico lì ai
diversi vicari che deputò, ordinò
ricevere il giuramento di fedeltà sì
dalle comuni , che dagli abbati e
monaci de' monasteri: i vicari era-
no anco capi della curia.
Apiro primeggiò nella valle di
MAC
s. Clemente siccome comune lìbe-
ro, avendo gli «nitri particolari pa-
dróni, e perciò luogo principale di
essa: tultavolta i suoi abitanti pu-
re si dissero uomini della Valle di
s. Clemente. Nel 12.36 Apiro di-
roccò Casa voi la dopo clic dai par-
ticolari signori l'aveva comprato.
Adirato perciò Sanseverino , corse
a farne vendetta , devastando le
campagne, e incendiando dopo un
fatto d'armi un intero borgo. E
qui noteremo che l'origine dell' at-
tuale Apiro si racconta che viene
da un castello chiamato Piro, po-
sto in altro sito, il quale Piro era si-
gnoreggiato da Andrea d'Ugolino
di Monlecchio, che 1' avea conse-
guito in dote dalla moglie. 11 ca-
stello fu distrutto dagli uomini del
nuovo, e Andrea colla moglie, sen-
za risentirsene, si obbligarono ob-
bedire agli statuti e leggi di Apiro.
Ciò non per tanto sembra impro-
babile che l'odierno succedesse in
tal modo all'antico, e piuttosto que-
sto distrusse l'altro, come più assai
antico, libero e nobile, con giuris-
dizione su più castelli, e situato
nel basso della valle. Circa il di-
roccato Piro, esso era sulle colline
che di poco sovrastano il nuovo,
e vuoisi che soffrisse le devastazio-
ni de'goti e longobardi; pertanto
alla desolazione de' primi si attri-
buisce la decadenza di Piro, e la
fondazione di Apiro nella parte piti
bella ed elevata della Valle. Quan-
to al nome di Piro, Lapero, La-
piro, Apiro, dicesi derivato da un
antico albero di pero sul colle pian-
tato. Certo è che V antichissimo
stemma del comune, come si ha
dai sigilli de'secoli XIII e XIV,
fu un albero di pero colle radiche,
e ne' lati le lettere P ed I, che
dir vogliono Pirum. Altri sigilli so»
MAC 243
no senza le lettere, ma l'albero è
sovrastato dal gonfalone colle chia-
vi incrociale, insegna della Chiesa
romana, a testimonianza di vassal-
laggio verso di essa. Non deve ta-
cerci, che siccome ph\ piros, in lin-
gua greca significa fuoco, è tradi-
zione che il più antico stemma di
Piro fosse una fiamma di fuoco;
ciò ammettendosi, nasce la proba-
bile congettura, che Piro fosse uno
de' luoghi fabbricati nel Piceno dai
greci siculi. Apiro è cinto di mu-
ra castellane, ha tre porte aperte,
essendo chiusa la quarta detta Om-
briana. Prima sulle mura, oltre co-
moda strada, erano disposte quat-
tordici torri, non che il suo cassero
o fortezza posto nella parte più ele-
vata della terra, lo che rendeva il
castello fortissimo e ben munito.
Aveva parimenti attorno le mura
due popolali borghi, mancati poi
negli avvenimenti che oppressero
Apiro. Ora del secolo XIII altra
fabbrica non vi si scorge che il
palazzo priorale, già fortificato con
merli e loggie. Pare che l'edificas-
se prima del 1286 Gentile di Cor-
rado di Rovellone erede dell'ulti-
mo signore d'Accola, e perchè a
guisa di fortezza ne ingelosì il co-
mune. L'antico suo territorio con-
teneva tredici parrocchie, con di-
versi castelli. Seguì la diminuzione
del suo territorio verso Sanseveri-
no e Fabriano; soffrì perciò nel se-
colo XV molti litigi colle comuni
confinanti: il più ostinato l'ebbe
con Sanseverino, e durò dal 1226
al 1734; di poco momento poi fu-
rono quelli che passarono fra Cin-
goli e Staffolo. Giaceva nel suo ter-
ritorio il monastero dell'eremo del-
la ss. Trinità fondato da s. Pier
Damiani alle radici del monte San-
vicino. Tanto e più copiosamente
144 MAC
scrisse Ottavio Turchi di Apiro
canonico dell' insigne collegiata di
s. Urbano della terra di Apiro,
autore di altre opere, nel suo
Trattalo storico inedito della Val-
le di s. Clemente, donde traemmo
queste poche notizie, e per la pri-
ma volta pubblicato dal Colucci,
in fine del tomo XVI delle Anti-
chità picene.
Leggo nel Gritio, Dell' istorie di
Jesi p. i io, che Lapiro ogni anno
per la festa di s. Fiorano portava
a Jesi un pallio e venticinque uo-
mini che in nome del comune giu-
ravano l'osservanza de'patti tra lo-
ro convenuti. Nelle Memorie della
città di Cingoli di Avicenna, a p.
189 si narra come il celebre pe-
rugino Braccio da Montone verso
il 142 3 ebbe funestissima rotta dai
cingolani, a' quali vendè poi la ter-
ra dell'Apiro di cui si era fatto
signore per cinquemila fiorini d'oro,
onde il comune vi esercitò il me-
ro e misto impero, senza che Gio-
vanni di Benutino vi avesse alcu-
na giurisdizione e solo fosse con-
siderato come semplice cittadino.
Nella Visita triennale del p. Ci val-
li, presso il Colucci, Antichità pi-
cene pag. 110, si parla di Apiro.
Ivi si dice che vi fiorirono mess.
Antonio Mannelli depositario del
concilio di Trento, ed altri uomi-
ni illustri; che i conventuali v' han-
no convento e chiesa consecrata
nel 1 38 1 da Lodovico vescovo
Castoriense, avendo abbellito il con-
vento di molte fabbriche il p. Màt-
tio letterato, che predicando in
Recanati fu cagione dell'erezione
del monte di pietà, per cui quel-
la comunità assegnò al convento
annua elargizione. Si aggiunge che
poco lunge da Apiro è il luogo
detto delle Favete, preso da s.
MAC
Francesco, e dove operò molti mi-
racoli. Parla in molti luoghi del-
l'Apiro il Compagnoni nella Reggia
picena, dicendo che nel i355 n'e-
ra signore Jumentaro dall' A pira,
che nel 1371 concorse con altre
città e terre per la riduzione della
curia in Macerata, e parla pure del
sindacare de'suoi offiziali. Del mo-
nastero di s. Urbano nel territorio
di Apiro e dell'antichissima chiesa
de' monaci di s. Salvatore posta
sul colle prossimo alla terra, ne
discorre il march. Ricci nelle Me-
morie storiche 1. 1, p. 26 e 74. La
collegiata di Apiro è sotto il tito-
lo di s. Urbano, il cui capitolo
era ricchissimo, e dispensava ogni
anno quante doti occorrevano alle
zitelle del paese. 11 Turchi ancora
nel suo Carne ri num sacrimi, non
solo discorre della Valle di s.
Clemente, del suo governo spiri-
tuale e vicario imperiale, ma ci dà
copiose notizie civili e sacre di
Apiro.
Ficano. Comune del governo di
Cingoli, diocesi di Sanseverino. Si
crede che un tempo fosse il Ca-
stello di Poggio, della colonia ro-
mana Tufico. Trovasi il suo ter-
ritorio disteso in monte, con pochi
fabbricati ; e vi è una tenue quan -
tità di acque salse. Verso il i3o,i
era castello di Sanseverino e fu
fortificato da Boldrino da Panicale.
Ficano ha per appodiato Frontaleì
da cui distante un miglio fu già
la chiesa de' monaci di Sanvicino,
a contatto della quale era vi un e-
rerno, di che fa menzione il march.
Ricci a p. 74. Parla di Frontale
il Turchi nel suo Trattato della
Valle di s. Clemente , e nel suo
Camerinum sacrum p. 38 e 47-
Dice dunque che di questo antichis-
simo castello, situalo nel territorio
MAC
Pirano, n'erano signore Vanna o
Giovanna e sua sorella Caterina Ma
si di Sanseverino moglie di Corrado
Ranuzio Bulgaruzi di Matelica già
padrone di esso. Caterina lo ven-
dè nel i348 a Smeduzio Nuzi, il
quale dopo due anni fu annove-
rato tra i cittadini di Piro, alie-
nando il castello. Bartolomeo e suo
figlio Smeduzio vedendosi spoglia-
ti di Sanseverino e di A piro, ven-
dettero Ficano nel i388 a Boldri-
no da Panicale per diecimila scu-
di d'oro, insieme ad altri beni:
Boldrino fu ucciso in Macerata a
mensa e proditoriamente per ordi-
ne di Tomacelli, ed allora Ficano
con altri beni fu restituito a Sme-
duzio, il di cui nipote Y ottenne
poi nel 1407 sotto Innocenzo VII.
Continuò nella dominazione nel pon-
tificato di Martino V, ma Eugenio
IV espulse Smeduzio nipote , ed
il castello e sue ragioni passò nel
dominio di Sanseverino. Inoltre il
Turchi parla ancora di Frontale
appodiato di Ficano e soggetto
al comune.
Civitanova. Governo nella dio-
cesi di Fermo. Diversi storici sos-
tengono che Civitanova sia l'anti-
ca Novana, già celebre città e re-
pubblica libera del Piceno, la qua-
le reggevasi con proprie leggi e
magistrati, come tutte le altre di
tal provincia, sinché furono sog-
giogate dai romani nelT anno di
Roma 485, e poi di nuovo nel
655. Pare quindi che Novana, co-
me le altre, sotto i romani fosse
prefettura e poi municipio, senza
perdere 1' antico suo splendore di
repubblica, col solo obbligo, quale
confederata di Roma, di dover
prestare un numero di soldati nel-
le guerre, e dipendere dal console
della provincia al cui governo pre-
MAC 245
siedeva. Incerto è il tempo della
decadenza di Novana , e pare che
fosse per opera de' goti, dopo che
Alarico loro re calò in Italia nel
568 di nostra era, ovvero sotto il
re Totila. Calmate poi le cose, i
cittadini dell'antica Novana procu-
rarono di ristorare le proprie ro-
vine, e vuoisi che a conservar l'anti-
co titolo di città avendola riedificata
la chiamassero Civitanova o Nuo-
va Città , cingendola di mura col
suo cassero o girone , specie di
fortezza. In progresso essa edificò
i castelli di Torliano, e di san
Marone , così detto perchè conti-
guo alla chiesa del santo, e disten-
dendosi vi suo territorio sino alla
spiaggia dell'Adriatico, rifece l'an-
tico suo porto, per avere il com-
mercio del mare. Dicesi inoltre che
nel suo territorio vi fossero altri
castelli, come quello di Petra, che
nel secolo XI fu da Esperino per
metà donato al vescovato di Fermo.
Nel territorio di Novana, e nella
via Salaria che entrando nel Pice-
no giungeva al mare, fu esiliato
s. Marone, probabilmente romano,
convertito da s. Pietro e ordinato
sacerdote da s. Clemente I. Egli
fu l'apostolo del Piceno ed il pri-
mo suo martire. Nel luogo del suo
martirio presso Novana, fu eretta
una chiesa, e pei miracoli che Dio
operò a sua intercessione il culto
di lui molto si propagò. Nel i5io
il suo corpo fu trasferito alla chie-
sa matrice di s. Paolo dentro Ci-
vitanova, e poscia nel i5i4 venne
restituito all'antichissima sua chiesa,
essendo il principal patrono di Ci-
vitanova, che solennemente ne cele-
bra la festa, perchè apparso visi-
bilmente alla sua difesa, ed in o-
gni tempo se ne mostrò protetto-
re. Il viceutino d. Giovanni Ma-
246 M A C
rangoni colle stampe del Zeinpel
pubblicò in Roma nel 1743, dedi-
,. indole a monsignor Borgia arci-
vescovo di Fermo, che giuridica-
mente riconobbe il corpo del san-
to: Memorie sacre e civili deW an-
tica città di Novana oggi Civi-
tanova nella provincia del Pice-
no, libri tre. Il primo contiene
Tistoria di s. Marone prete, primo
inai lire ed apostolo del Piceno, il
il di cui santo corpo si venera nel-
la sua chiesa presso Ci vita no va.
Nel secondo si espongono altre
memorie sacre della medesima. Il
terzo abbraccia l'istoria civile di es-
sa, tessuta con molte e varie vi-
cende della provincia. Ma il Coluc-
ci nel 1789, nel t. IV delle sue
Antichità picene v'inserì: Lettere
ad un amico sulV antica città di
Novana , nelle quali dissente da
quanto stabilisce il Marangoni sul-
l'origine di Civitanova. Sette sono
le lettere del Col ucci ed eccone
gli argomenti. I. Si parla d' una
censura anonima. Si mostra irra-
gionevole il rimprovero dato da
alcuni che non siasi parlato del-
la loro patria . Si promette di
parlar di Novana. lì. Si parla
dell'esistenza di Novana e della
difficoltà di trovarne la situazione.
III. Secondo l'espressione di Plinio,
Novana non fu a Civitanova. IV.
Si esamina anche meglio l'espres-
sione di Plinio, e confermasi ciò
che si è detto. V. Si risponde a
un'obbiezione sulla varia lezione del
passo di Plinio, che poco favorisce
chi sostiene che Novana fosse in
Civitanova. VI. Si risponde alla
seconda obbiezione sulla situazione
di Civitanova. VII. Può benissimo
s. Marone aver incontrata la mor-
te nel territorio che ora spetta a
Civitanova, senza che vi sia neces-
M A C
silfi di stabilirvi Novana. Noi però,
principalmente call'autorilà del dot-
tissimo Marangoni, daremo un bre-
ve cenno di Civitanova.
Nella persecuzione delle sacre
immagini fatta dall'imperatore Leo-
ne l'Isaurieo, i popoli dell' Emilia,
della Pentapoli, e del Piceno scos-
sero il giogo imperiale e de'longo-
bardi, e si posero sotto la prote-
zione e difesa del romano Ponte-
fice nel 73o, anche nel dominio
temporale; e per tale spontanea
dedizione acquistò la Sede aposto-
lica il dominio temporale delle men-
tovate provincie, specialmente del
ducato di Spoleto e della Marca.
Occupati i luoghi dai longobardi,
i Pontefici ricorsero all' aiuto dei
re di Francia, che prontamente Io
somministrarono. Nel 755 il re
Pipino restituì e donò alla santa
Sede il ducato di Spoleto ed il
Piceno f ciò che rinnovò Carlo
Magno nel 774. Vedendo gli abi-
tanti del ducato di Fermo, d'Osi-
mo e di Ancona, che imprigiouato
Desiderio re de'longobardi, le cose
di questi dominatori andavano di
male in peggio , ricorsero al Papa
Adriano I, e prestarono a lui e
successori il giuramento di fedeltà,
ed in conferma si raserò la barba
e tagliarono i cappelli, che all'uso
de' longobardi portavano. Ora es-
sendo compresa Civitanova nel du-
cato di Fermo, pare certo che an-
co essa giurò fedeltà alla Chiesa.
Venne distinta con titoli di nobil-
tà e lodata di fedeltà dai legali
pontificii. Ottenne privilegi da Ul-
derico vescovo di Fermo, gover-
nandosi per lungo tempo come a
repubblica , avendole i Pontefici
confermati gli antichi privilegi e
prerogative e leggi col mero e mi-
sto impero , per cui amministrò
MAC MAC 247
U giustizia civile e eliminale, eleg- anche dalla natura, è situata in
gendosi i propri governatori o pò- amenissimo colle, lunge dal mare
desta, quantunque soggetta al le- Adriatico due miglia, di cui ne go-
galo apostolico o rettore della prò- de il vago prospetto. E decorata
vincia. Le leggi municipali colle di belli edifìzi , con circa y5oo a-
quali governasi Civitanova furono bitanti. Si divide in quattro quar-
rilrovate nel i477 e pubblicale, tieri, che prendono denominazione
Che lo statuto esisteva nel i^ìi, dalle quattro sue porte: il primo
lo dichiara una bolla di Eugenio si chiama s. Angelo, il secondo
IV, colla quale conferma le sue del Mercato, il terzo del Girone,
leggi, ciò che poi fecero Nicolò V, il quarto della Zoppa. II suo ter-
Giulio II e Leone X. li consiglio ritorio viene bagnato dai fiumi
di crederla ed il generale furono Chienti e Asola, i quali gli servo-
approvati nel 1480 da Sisto IV e no di confine, godendone in domi-
da Innocenzo VIII nel i49o: al> n'° 'a metà. Il suo territorio fu
presso i due consigli era il mero celebrato dai poeti, siccome fecou-
e misto impero , confermato sino do, ameno e delizioso, e commen-
dai 1291 da Nicolò IV ; mentre dato dal cardinal Borgia poi Ales-
la libera elezione del podestà e dei Sandro VI, e dal celebre filosofo e
giudici venne confermata anche da scrittore Andrea Bacci di s. Elpi-
Calisto III e da Paolo III. La no- dio, nel suo trattato De naturali
bilia di Civitanova fu sempre co- vinorum hìstoria, lib. 5, p. 258.
spicua, per cui alcuni suoi citta- Alle vicende cui soggiacque il
diui furono insigniti eziandio degli Piceno pei goti, longobardi, re d'i-
ordini gerosolimitano e di s. Ste- talia ed imperatori, comune fu la
fouo, venendo riconosciuta Civita- sorte di Civilanova. Le maggiori
nova e la sua collegiata per insigni calamità però della Marca ne'tempi
ad omnes furis ejfectus , ciò che posteriori, seguirono nell'impero di
confermò nel 1623 Gregorio XV. Federico I, il quale circa il 1176
Molto prima Sisto V, che era sta- costrinse Civitanova a rendersi alle
lo suo pastore, come vescovo di sue forze, e giurargli fedeltà. Nel
Fermo, conoscendone i distinti pre- 1191 il comune fece una conven-
gi, come luogo nobile, illustre, in- «ione col vescovo di Fermo, di ri-
signe per la quantità de'suoi abi- sarcire quel Girone , difenderlo in
tanti e per le ricchezze de'cittadini, un al castello di s. Giovanni, e di
l'eresse, come diremo, in ducato, ed non collegarsi con Monte Santo,
è considerata città. Fiori in Civi- Essendo nell'obbedienza della Chie-
tanova una nobile accademia' di sa, nel ir 98 il comune si confe-
letterati, sotto il nome degl' injor- derò con Ancona ed Osimo, e nel
mi (i quali ebbe pure Ravenna, 1199 con Sanseverino, Fabriano
come scrive il conte Paolino Ma- ed altri luoghi. Nel 1200 insorse-
stai Ferretti , Accademie aV Euro- ro alcune differenze pei confini tra
pa} pag. 55)} di cui degna memo- Civitanova e i signori di Monte
ria ne fanno Giovanni Ferri e Cosaro, che compose Innocenzo IH
monsignor Centofiorini , presso il mediante concordia stipulata in Poi-
Barbosa, Collcctau. doctr. t. I, tract. verigi. Sempre fedele il comune
5, dist. 80. Favorita Civitanova alla Chiesa, Macerata con licenza
a48
MAC
di Oaimo si collegò con Civitanova.
Intanto Federico 11 spedì in Italia
un esercito, e nella Marca un vi-
cario imperiale. I popoli non vo-
lendo riconoscere altro dominio che
quello della Chiesa, cercarono di-
fendersi ; Civitanova spontaneamen-
te si die alla giurisdizione del ve-
scovo di Fermo, per difendere lo
stato di Fermo nella sua libertà,
e l'indipendenza della Sede aposto-
lica, ciò che pur fecero altri luo-
ghi. Nel 1129 benché gli osima-
ni si rendessero a Federico II, Civi-
tanova resistette alle sue richieste,
per cui Gregorio IX la premiò con
speciali privilegi, confermandole l'an-
tico commercio libero al suo porlo
e lido di s. Marone nel i^35, me-
diante bolla. Divisa la Marca dal-
le fazioni de'guelfi e ghibellini, in-
calzata dalle armi di Federico li,
seguendo Civitanova la parte guel-
fa del Papa, fu invitata con let-
tera dall'imperatore a soggettarsi
all'impero, offrendole grazie e pri-
vilegi, quindi la costrinse per non
vedersi distrutta ad aderirvi. Eret-
tasi nel 1 246 in Macerata la pub-
blica università degli studi, fra i luo-
ghi che vi concorsero noverasi Civita-
nova, che fu obbligata dagl'impe-
riali a prendere le armi, e danneg-
giare gli aderenti alla Chiesa. L'im-
peratore per tenerla nel suo par-
tito le spedi artifiziosi diplomi, en-
comiandone la fedeltà e i servigi
resi. Tuttavolta nel 1248 il comu-
ne, con altri luoghi della Marca, ne
scossero il giogo totalmente, e fe-
cero intendere al cardinal Capocci
legalo d'essere pronti tornare all'ob-
bedienza della romana Chiesa, purché
fossero confermati i loro privilegi;
onde il legato nel fine di novem-
bre portatosi a Civitanova, tutto
concesse con onorifico diploma. Do-
MAC
pò la morte di Federico II, Inno-
cenzo IV accordò grazie e privile-
gi al comune, e alla diminuzione
d'imposta convenne pure Alessan-
dro IV. Mentre la Marca veniva
vessata da Pircisvalle o Perei valle ca-
pitano di Manfredi, figlio bastardo del
defunto imperatore, il rettore Anni-
baldo pel suo duro governo molti
scontentò; laonde i fermani volen-
dolo costringere colle armi a mi-
glior consiglio, i civitanovesi ad
essi uni ronsi, giacché in questo
tempo aderivano a Manfredi. A?
Jessandro IV nel 1259 scrisse loro
un minaccioso breve , per cui la-
sciata la parte di Pircisvalle si u-
nirono col rettore pontificio, nulla
curando il diploma de'privilegi di
Manfredi, e riprendendo le armi
contro i nemici e ribelli della
Chiesa.
Godendo Civitanova quiete, que-
sta si alterò nel 1 292 , quando pre-
tesero i fermani che dal fiume Tron-
to sino al Potenza niuno fabbricasse
abitazioni e porto, asserendo ap-
partener loro tutta la spiaggia per
concessione di Federico II, confer-
mata poi dal cardinal legato Ra-
nieri, non ostante che Civitanova
ne godesse immemorabile possesso
come proprio territorio, per cui il
castello ed il porto chiamavasi s.
Marone. Riconoscendo dunque i
fermani che solamente Civitanova
per quella spiaggia godeva comodo
porto, vantaggio di sito e comodi-
tà di strade per tutta la provincia,
si collegarono con Recanati, Mon-
te Lupone, Murro, Monte Cosaro,
Monte Granaro e s. Giusto, ed
armate le milizie inondarono il
territorio di Civitanova, distrussero
il porto e ripa di s. Marone, e
sino le abitazioni del pievano, la
sagrestia e officine della chiesa, non
MAC
che le torri, e per otto giorni po-
sero tutto a ferro , a fuoco ed
a sacco. Ciò fecero i fermani e
collegati come allora seguaci dei
ghibellini contrari al Pontefice, di
cui Civitanova ne sosteneva le par-
ti, profittando della sede vacante
per morte di Nicolo IV. Ricorsi i
civitanovesi al giudice generale del-
la provincia, Fermo nel 1293 fu
condannato a soddisfare i danni
recati, con venticinque mila lire
di moneta ravennate; quindi i ci-
vitanovesi pensarono a rifabbricar
la fortezza ed il porto, il quale però
poterono restaurare solo più tardi.
In premio di sua fedeltà, nel i3oo
il cardinal Orsini gli concesse pri-
vilegio di franchigia pel commercio,
tranne il frumento, senza dipendere
dal rettore. Confederatasi la repub-
blica di Venezia colla Sede aposto-
lica, in riguardo del lido del mare
e del suo porto, ne die notizia a Ci-
vitanova, e la richiese di sua amici-
zia con titoli decorosi. Continuando
i ghibellini a travagliar la Marca,
sembra che fosse costretta aderirvi
Civitanova, per cui ebbe parte con
Spera nzio di Montefeltro, quando
co' tumultuanti ghibellini si portò
conilo il rettore della Marca, laon-
de fu sottoposta a censure e mul-
te, indi assoluta dal legato apo-
stolico. Nel febbraio i325 Andrea
di Marco Zeno da Monte Granaio,
con gente raccolta entrò con in-
ganno in Civitanova, gridando vi-
va la libertà, e viva la repubbli-
ca di Fermo. Allora Speranzio coi
soldati dei Varani di Camerino
prese la terra in nome de'suoi si-
gnori. Dopo due giorni Nello e
Grasso al soldo de' fermani, all' in-
saputa di questi, con soldati a ca-
vallo obbligarono il popolo di Ci-
vitanova a consegnar le chiavi a
MAC 349
Grasso. Così presa Civitanova, Nel-
lo con Duldrino, fatto uccidere Gras-
so, restarono padroni del luogo, che
poi fu preso dai Malatesta signori
di Rimini. Ricuperata tutta la Marca
dal cardinal legato Albornoz, dipoi
nel 1372 temendo Civitanova d'es-
sere costretta ricevere in rettore
qualche particolare persona che poi
la tenesse a se soggetta, implorò ed
ottenne con bolla da Gregorio XI
di essere ammessa sotto l'immedia-
to suo governo pontificio e della
Chiesa. Nel funesto scisma dell'an-
tipapa Clemente VII, Civitanova
ne seguì le parti, venendo poi as-
solta dalle censure da Bonifacio IX;
nel 1389 si arrese ai Varani, ma
in obbedienza agli ordini del Pa-
pa non aderì al conte di Carrara
fautore de'ghibellini, che scorse o-
stilmente la Marca.
Divenuta nuovamente libera ,
Civitanova nel i4°4 ottenne da
Innocenzo VII di restare sotto l'im-
mediato suo governo, e favorì il
di lui nipote Migliorati marchese
della Marca , contro Monte Santo
che non voleva riconoscerlo : non
pare che il Papa concedesse ai Va-
rani Civitanova come scrive il Lilii,
non facendone menzione Gregorio
XII nella bolla con cui confermò i
suoi privilegi. Nel 1407 Civitanova
rivolse le sue armi a danno di Mon-
te Cosaro che ricusava sottomet-
tersi al Migliorati. A cagione del-
lo scisma e per salvare il supremo
dominio della Marca , nel 1412
Gregorio XII die il governo di Ci-
vitanova a Malatesta de* Malatesti
di Rimini, con annuo tributo alla
Chiesa, e col titolo di vicario gene-
rale, finche nel i43o Martino V
ricuperò Civitanova. Neil' anno se-
guente Eugenio IV approvò i pri-
vilegi e gli statuti, e sottopose U
2JO MAC
luogo all'immediato governo della
Chiesa. Dichiarato marchese della
Marca Francesco Sforza, Civitanova
ili venne suo dominio, e continuò
ad obbedirgli, ancorehè Eugenio
IV malcontento di Francesco, e di-
chiarando capitano generale Nico-
lò Piccinino, di questo si ricusò
seguirne gli ordini. Assediala dalle
armi pontificie, valorosamente si
dif<se, liberandola poi il marchese
dall'assedio. Ritornata nel 1 44^
all'obbedienza della Chiesa , ebbe
la conferma di sue prerogative, as-
soluzione da qualunque colpa, la
cognizione di tutte le cause indi-
pendentemente dalla curia genera-
le, ed il permesso di fabbricare
una fortezza nel suo territorio
presso il mare e in vicinanza del
suo porlo. Nicolò V lutto confermò,
e Calisto 111 concesse ampio indul-
to per la libera elezione del po-
destà e giudici pel suo reggimen-
to. Pio It con bolla del lìfii de-
cretò contro le pretensioni de'fer-
mani, che Civitanova liberamente
potesse fabbricare la torre e la tor-
tezza, e mantenervi milizie custodi
del porlo e delle mercanzie che
vi approdavano con utile della pro-
vincia , massime il sale che di-
stribuivasi alle provincie vicine ,
imponendo silenzio ai fermani sot-
to pena di venticinquemila fiorini
d'oro. Nel successivo pontificato di
Paolo II ebbero luogo proteste
tra' fermaui e civitanovesi , e in
favore de' secondi fu risoluta la
controversia, sebbene i primi ap-
pellarono a Sisto IV. Finalmente
Innocenzo Vili approvando nel 1491
il decretalo di Pio II, ordinò il
proseguimento della fabbrica del
porlo e fortezza. Nelle nozze di Co-
stanzo Sforza da Pesaro invitato
il comune, vi spedi ambasciatore il
MAC
nobile Pietro Celtei col dono di
cinquanta ducati d'oro. Nel i5io
nacquero gravi discordie tra Civi-
tanova e il comune di s. Elpidio,
onde ambedue si armarono, e ven-
nero a battaglia, ma per ordine
del vice- lega lo cessarono lo ostilità.
Nel 1 5 1 4 furono magnificamente
alloggiate in Civitanova due regi-
ne d'Aragona; indi nel i5i5 Leo-
ne X che avea confermato gli sta-
tuti e privilegi, per soddisfar il de-
bito di scudi diecimila che avea
la camera apostolica colla fami-
glia Varani, concesse a Gio. Maria
il governo di Civitanova con tulli
gli emolumenti, dicendo il breve
averlo già accordato Innocenzo Vili
a Ridolfo Varani; il breve fu dal
comune accettato, salvi i privilegi
e grazie ricevute dai Papi. Nel
1527 Giulio Pellicano momentanea-
mente s' impadronì di Civitanova,
e nel i528 Clemente VII, per
morte di Giovanni Maria, confermò
il governo alla di lui vedova e
propria nipote duchessa Caterina
Cibo, continuando il pubblico a go-
der il privilegio di mero e misto
impero, riconoscendo le cause cri-
minali sino alla condanna di morte.
Pel cattivo governo de' ministri
della duchessa, i civitanovesi vol-
lero ritornare sotto l' immediato
governo del Papa, ricorrendo per-
ciò al cardinal legato della Marca
nel i538; quindi essendosi intro-
messi i presidi della provincia nel-
1' elezione del podestà, Paolo III
reintegrò a Civitanova l'intera li-
bertà di eleggersi il podestà. Nel
\5/±i fu stabilita la pace tra' cit-
tadini, e nel i55o Giulio III con-
fermò a Civitanova tutte le ma
antiche consuetudini eprivilegi. Tut-
ta volta questo Papa per sgravai l
la camera apostolica di un debito
MAC
.li ticdicimila scudi clic teneva con
Giuliano Gonfaloniere del popolo
romano (Kcdi) , della nobilissima
famiglia romana Cesarini, determinò
nel 1 55 1 , con breve de'5 maggio,
di concedergli Civitanova io gover-
no, indipendente dalla legazione
della Marca, ed a beneplacito pon-
tifìcio, laqual concessione riportasi
dal cardinal De Luca in TkeaLr.
verit. et just, de jeudis disc. 4i e
dopo alenai mesi glielo concesse
sino a terza generazione. Giuliano
mandò a prender possesso di tal
concessione Leone Moroni di Fer-
mo suo luogotenente. Il Ratti nel
t. Il, p. 262 e 290 della Fami-
glia Sforza, dice che Giulio IH
investì Giuliano Cesarini dei due
nobilissimi feudi di Civitanova e
e Monte Cosaro con titolo di mar-
chesato, cioè gli concesse Civitano-
va a terza generazione non compre-
sa la di lui persona, collo sborso di
quattordicimila scudi, somministra-
ti da Giuliano per supplire alle
spese della guerra ed alle fortifi-
cazioni de' luoghi marittimi dello
slato minacciati dal turco. Ma sic-
come dopo che Giuliano prese
possesso di Civitanova, si trovò che
I annua rendita non oltrepassava
trecento scudi, e perciò uà 11 corri-
spondeva alla somma sborsala, nel
i552 Io stesso Papa in compenso
vi aggiunse Monte Cosaro con suo
motu- proprio del 26 febbraio, nel
quale si esprime che la rendita di
questo luogo era di scudi duecento
all'anno. Dal i55i in poi essendo
Civitanova passata in governo del-
l'eccellentissima casa Cesarini, ces-
ici la libera elezione del podestà
che facevasi dal consiglio, onde da
qucll' anno iu poi i Cesarini eles-
sero un luogotenente che poi chia-
marono vice-duca, 11 catalogo dei
MAC 25 1
podestà di Civitanova dal 1291
siuo al 1 55 1 il Marangoni lo ri-
porta a p. 384 : 'l primo fu il no-
bile e sapiente llercolano Gilberti
d'Osimo, l'ultimo il magnifico dot-
tore Orazio Salimbene di Sarnano.
Il primo luogotenente fu il nomi-
nalo Moroni. Paolo IV uel i556
fece sequestrare a Giuliano ambedue
i feudi, delle rendite de' quali re-
stò privo fino alla morte del
Papa accaduta nel 1559. Venuta
la sede vacante ne fu subito rein-
tegrato dal sacro collegio nella
prima congregazione generale dei
22 agosto., con lettera al governa-
tore della Marca. Ai 3i agosto
poi con ordine del cardinal Guido
Asianio Sforza gli furono restituiti
ancora tutti i frutti percepiti dalla
camera apostolica durante il detto
sequestro a ragione di scudi cin-
quecento alP anno, e di più altri
scudi seimila cinquecento diecisette
per varie armature, moschetti, pic-
coli cannoni, grano, vino, carne
salata e salnitro, portati via in quel-
l'occasione dalla Rocca Sinibalda
parimenti suo feudo. Pio IV che
ili eletto iu quel conclave confermò
ambedue le investiture di Civita-
nova e Monte Cosaro , e poco
dopo iu considerazione de' servigi
resi da Giuliano alla santa Sede,
singolarmente di quello di aver
somministrato varie somme di de-
naro nei di lei bisogni , con bolla
del i56o perpetuò nella famiglia
ambedue i feudi di Civitanova e
Monte Cosaro, abilitando alla suc-
cessione anche le femmine e gì' il-
legittimi, ed erigendo Civitanova iu
marchesato, che fu il primo titolo
portato dai signori Cesarini . A
Giuliano succes'se Gio. Giorgio suo
figlio, che morendo sotto Sisto V,
lasciò a lui caldamente racco man-
a5a MAC
d;ito 1* unico figlio Giuliano II.
Il Papa quasi presago che i Cesa-
iiiii sa re Urto stati un giorno gli
eredi della casa sua, prese special
cura di Giuliano II, per il quale
erette in ducato il suo feudo di
Civitanova nel i585. In d. Livia
si riunì l'eredità di questa cospi-
cua famiglia, che maritatasi in d.
Federico Sforza discendente dei du-
chi di Milano, ne' loro figli pas-
sarono le signorie e prerogative
de' Osarmi, portando ora il titolo
di duca di Civitanova il degno
duca d. Lorenzo Sforza. Della fa-
miglia Cesarini ne parlammo in
diversi articoli del Dizionario, mas-
sime a quello di Gemano (Vedi),
altro suo ducalo. Civitanova es-
sendo compresa nelle provinole det-
te di seconda ricupera, nel 1 8 1 5
restò esente dai diritti baronali.
Di Civitanova e de' suoi uomini
illustri, fra' quali primeggia Anni-
bai Caro, ne trattano oltre il Ma-
rangoni i seguenti autori. Jacopo
Lauro, Civitatis TSovae in Piceno
delineatio et descrìplio , Romae
i63o. Lodovico Centofiorini, Civi-
tas Uova in Piceno, Romae i63o.
E una scrittura legale in cui si
dimostra che Civitanova ha i veri
requisiti di città. Giuseppe Gaeta-
ni, Istoria di Civita Nova nel Pi-
ceno, Macerala nel 1 7 1 1 . Questa
fu confutata dal Marangoni in tut-
to il prologo del libro IH da p.
197 a p. 223. Del convento e chie-
sa di s. Maria de* conventuali dis-
corre il p. Civalli nella sua Visita
triennale, presso il Colucci t. XXV,
p. 5i. Il convento già esisteva nel
1290, o meglio nel pontificato di
Gregorio IX, e la chiesa fu conse-
crala a' 19 agosto 1399, incorpo-
randovi la parrocchia di s. Tom^
maso Giulio U nel i5ì2. Ivi fu-
MAC
«no celebrati molti capitoli del-
l'ordine. Tra i religiosi che in esso
fiorirono vi furono il b. Giacomo
laico di Civitanova, il b. Leonar-
do di Civitanova, il p. Lorenzo
Ganganelli poi Clemente XIV. Nel-
la chiesa si venera il corpo di s.
Vitale martire. Ma delle memorie
sacre di Civitanova, sue chiese,
conventi e luoghi pii, trattandone
il Marangoni nel lib. II, qui ne
daremo un breve sunto. Per la
prodigiosa apparizione della Beata
Vergine nel territorio di Civitano-
va, seguita a' 5 giugno 1411 al
contadino Vico Salimbene, perchè
ivi voleva essere onorata, ciò che
ripetè due altre volte , e nel sito
ove si vide la sua venerata effigie
dipinta sul muro, venne eretta la
chiesa eh' ebbe compimento nel
i4^5, sotto il titolo di s. Maria
apparente, che Leone X unì alla
confraternita di s. Maria della Mi-
sericordia e all'ospedale. Ne fu sta-
bilita solenne festa e i capitoli per
onorare la regina del cielo in un
modo degno di lei, come fu or-
dinato olio, offerte e processione al
santuario di Loreto. Paolo III a' i5
aprile i5^5 concesse una fiera fran-
ca. La chiesa matrice di Civitano-
va è sotto l' invocazione di s. Pao-
lo, di antichissima erezione , nella
quale fu pubblicata una bolla d'In-
nocenzo IV nel 1258. Alla sua par-
rocchia fu unita quella di s. Ma.
ione nel 1292. Sisto V ad istanza
del duca Cesarini la dichiarò col-
legiata insigne con la dignità di
arciprete, canonici coll'insegna del-
ralmuzia, beneficiati ed altri sacri
ministri : la bolla però venne ema-
nata da Clemente VIII nel 1592,
e meglio dichiarata nel 1622 da
Gregorio XV. Fu quindi conside-
rata per la seconda nell'arcidiocesi
MAC
di Fermo, precedendola solo quella
di s. Lupidio ne' sinodi e pubbli-
che funzioni. Benedetto XIII nel
1727, con bolla che contiene le
prerogative di Civitanova vi uni le
rendite della soppressa confraterni-
ta della Misericordia. L'arcivesco-
vo monsignor Borgia istituì la pre-
benda di canonico teologo, e nel
1736 gettò la prima pietra della
presente chiesa più maestosa ed e-
legante dell'antica. Tra le sacre re-
liquie avvi il corpo di s. Principio
martire, donato nel 1689 dalla du-
chessa d. Livia Cesarmi Sforza. La
chiesa parrocchiale di s. Lucia go-
deva il titolo di prepositura e fu
unita alla matrice nell'erezione del-
la collegiata. La parrocchia di s.
Giovanni nel 1578 fu incorporata
da Gregorio XIII al monastero di
s. Chiara. Tutte queste parrocchie
erano entro Civitanova ; quelle fuo-
ri di essa furono di s. Tommaso
unita ai conventuali, e di s. Silve-
stro già de' crociferi non più esi-
stente. In Civitanova oltre il sud-
detto convento de' francescani, pri-
ma di Gregorio IX fu eretto quel-
lo degli agostiniani, con chiesa sa-
cra a s. Antonio abbate; vi furo-
no tenuti più capitoli provinciali.
In un colle fuori di Civitanova nel
i5o7 fu edificato il convento ai
minori osservanti riformati , e la
chiesa col titolo di s. Maria del
Monte di Fogliano; vi si aduna-
rono alcuni capitoli. Tra i primi
monasteri dell'ordine di s. Chiara
va nominato quello di Civitanova,
fondato verso il 1228 sul Monte
Panico, presso la chiesa di s. Gia-
como. Essendo distante dall'abitato,
circa il 1273 il monastero fu tras-
ferito sul Monte di Fogliano, ove
fu fabbricato colla chiesa di s. Gia-
como. Ridotto in rovina e senza
MAC 253
monache, nei primi del secolo XIV
venne concesso ai conventuali quan-
to gli spettava. Nel seguente seco-
lo colle limosine del pubblico, del
duca Gio. Giorgio Cesarini , e di
d. Cleria Farnese sua sposa, ven-
ne edificato alle monache altro mo-
nastero e la chiesa di s. Gio. Bat-
tista dentro Civitanova, incomin-
ciando la clausura nel 1 583. I cap-
puccini furono chiamati nel i55o,
indi nel 1625 s'incominciò in mi-
glior situazione l'erezione di ui\
nuovo convento e chiesa sacra pu-
re a s. Gio. Battista : vi fiorirono
santi e dotti religiosi, e vi si cele-
brarono de' capitoli provinciali. Nel
secolo XIV vennero istituite in Ci-
vitanova le confraternite di s. Ma-
ria e di s. Antonio, che poi man-
carono, e la prima fu forse quella
della Misericordia. La confraternita
del ss. Sagramento già esisteva nel
i/j.87; quella del ss. Crocefisso di
s. Maria Nova fioriva nel i55tj,
possedendo un miracoloso ss. Cro-
cefisso ed insigni reliquie ; nel 1 585
già esisteva la confraternita della
ss. Trinità, e quella de' ss. Ambro-
gio e Carlo fu approvata nel 16 16.
Due ospedali vennero eretti in Ci-
vitanova, uno sotto il titolo di s.
Maria della Misericordia, l'altro di
s. Maria Maddalena a cui fu unito
il primo nel i5i5, del quale vi
sono memorie del 1 447- H comu-
ne fondò il monte di pietà pei po-
veri nel i556.
Delle chiese e pitture di Ci-
vitanova, comprese quelle del pa-
lazzo ducale Cesarini , ne discor-
re il marchese Ricci in più luo-
ghi delle Memorie sloriche. Questo
ampio e maestoso palazzo baronale,
solidamente costrutto, trovasi dove
la collina , su cui la città è fab-
bricata , comincia a declinare in
7 54 v A e
pendio. Guarda la marina , sovra-
sta i circostanti edifici, e va n ter-
minale contiguo ni convento degli
agostiniani, nella cui chiesa corri-
spondono dei ben disposti coretti,
per comodo de' signori onde assi-
stere alle sacre funzioni, essendovi
pure comunicazione tra il palazzo
e la chiesa. Ricche sono le pitture
con ornati di buono stile, ed ai sof-
fitti fregi ed intagli splendidamen-
te dorati. Trascurato prima dai mi-
nistri, e poi quasi abbandonato dai
suoi signori, quando il lodato odier-
no duca d. Lorenzo nell'autunno
del 184*2 si portò la prima volta
a visitarlo, vi ordinò vari restauri
diretti a conservarlo. Allora alle
altre sue possidenze volle aggiun-
gere l'acquisto di un terreno mi-
rabile per la situazione, che spor-
gendosi molto innanzi verso il ma-
re, offre estesissima veduta dell'a-
meno littorale e de' luoghi convi-
cini, per cui è pur luogo di deli-
ziose passeggiate, chiamandosi Va-
lazzuccio, forse perchè ivi esistette
qualche bel palazzo. Delle antiche
curie di Civitanova e Monte Co-
sarò ne parlammo al voi. XIX, p.
4*5 del Dizionario. Appodiato di
Civitanova è il Porlo di Civita/io-
va, che il riparto territoriale dice
nella diocesi di Macerata. E un
maestoso e vasto borgo popolato ,
lungo la rada , attraversato dalla
via marittima, che mena al Tron-
to, e fornito di copiosi magazzini
ove si ammassano le granaglie per
l'asportazione. Fu chiamato Porto,
Ripa, e Castello di s. Marone per
essere vicino alla sua antica chiesa.
Monte Cosaro. Comune del go-
verno di Civitanova, diocesi di Fer-
mo. Se ne ignora l' origine , e fu
chiamato pure Monte Cossaro e
Monte Fedele anticamente. Ha il
MAC
territorio in colle e in piano, con
paese composto di vasti e belli fab-
bricati cinti di mura. Vi è la col
legiata di s. Lorenzo. Il p. Civalli
nella Visita triennale, presso il Co-
lucci toni. XXV, pag. 8?., narra
che per pubblico consiglio del co-
mune, nel i58o fu dato il con-
vento ai francescani conventuali ,
con chiesa sotto il titolo della Ma-
donna del Monte , alla quale si
presta molta divozione, avente l'im-
magine dell'aitar maggiore dipinta
nel i5i6 per cagione di voto. 11
march. Ricci nelle Memorie stori-
che p. 16 narra che sulla fede del
Lilii, Storia di Camerino, deve dir-
si che al declinare del XIV secolo
si possa assegnare la chiesa di s.
Maria a pie di Chienti nel terri-
torio presentemente di Monte Co-
saro. Era vi in questo luogo, secon-
do che ne racconta il citato scrit-
tore, un monastero ove nel 964
Guido figlio di Berengario si na-
scose, allorquando seppe la notizia
della resa di suo padre, che com-
batteva contro l' imperatore Otto-
ne I. Questo avvenimento si vuole
che fosse ritratto nella tribuna, do-
ve oltre Guido eranvi dipinti di-
versi clerici suoi famigliari suppli-
canti la Vergine, ed intercedenti
grazia da essa per l'infortunio che
soffriva il padre. Le odierne pitture
sono diverse, giacche oltre il Sal-
vatore che ha luogo nel mezzo del-
la tribuna, in diversi quadri si ve-
dono rappresentati i misteri rela-
tivi alla nascita di Gesù. La chiesa
si conserva anche nell'antica sua
struttura, ed è delle pochissime che
l'abbiano potuta ritenere. Retta da
grandi pilastri ha finestre strettis-
sime, ed è divisa in due piani ,
salendosi dal primo al secondo per
ispaziosa scala di venti gradini. A.
MAC
rapo della navata di mezzo si tro-
va l'unico aliare presso l'abside con
cripta semicircolare: questa chie-
sa è un monumento pregevolissi-
mo di cristiana antichità. 11 Ma-
rangoni nelle Memorie di Civita-
nova, e come abbiamo accennato
parlando di essa, narra le differen-
ze che Monte Cosaro ebbe con
Civitanova pei confini. Innocenzo
III con breve diretto al vescovo,
cloro, podestà e popolo d'Osimo,
de' 17 aprile 120*2, prescrisse la
forma di comporsi tali discordie.
Nel 1472 si rinnovarono le dissen-
sioni e violenze tra gli uomini e
comunità di Civitanova e di Mon-
te Cosaro, le quali furono composte
li 2 dicembre, rimettendosi 1' una
e l'altra parte i danni vicendevol-
mente sofferti, collo stabilimento di
pace perpetua fra loro, e condizio-
ne che gli uni dovessero conoscere
gli altri come propri cittadini. E-
gualmente ripullularono le stesse
controversie sopra i confini del 1 4^4>
le quali si terminarono nel i4*^7 di
buon accordo, con assegnarsi i ter-
mini ad ambo i lerritorii, stipu-
landosi istiomento nella contrada
di Monte s. Andrea, posta ne'con-
fìni de' due luoghi. Ripugnando
Monte Cosaro di riconoscere in
marchese e rettore della Marca
Migliorati nipote d'Innocenzo VII,
fu investila dalle armi dei civitano-
vesi nel i4<>7- Il Compagnoni nella
Reggia picena, ci dà le seguenti no-
tizie su Monte Cosaro, Monte Cau-
sano. Nel 1248 il cardinal Ranieri
legato, per la fedeltà degli uomini di
Monte Cosaro, 1' onorò della con-
ferma de' confini dal Chienti all'A-
sola, e di altre esenzioni e grazie
contro que' di Civitanova. Nel 1288
il rettore Agapito Colonna l'invitò
a mettere in arme i suoi soldati.
MAC »5fó
Nel i3oS seguendo le parti ghi-
belline fu sottoposto n varie pene
da Clemente V. Il cardinal legato
Albornoz nel 1 358 gli concesse
l' indulto di non dover trasmettere
alcun balio alla curia generale. Il
legato cardinal Contempi nel i386
spedì un decreto agli uomini ed
università di Monte Cosaro, i quali
abiurando lo scisma dell'antipapa
Clemente VII, li assolveva da qua-
lunque eccesso e delitto di lesa
maestà, confermando i privilegi ed
esenzioni. Però nel i4o3 fu obbli-
gato dal giudice Angelo da s. Ge-
mini a trasmettere il balio alla cu-
ria ; indi nel i4o5> i giudici di
Monte Cosaro furono sottoposti al
sindacatore generale. La positura
di Monte Cosaro è forte, e la roc-
ca o torre fu presa nel *4°7 per
ordine del rettore Benedetto, ren-
dendosi a questi con diversi patti.
Che Giulio III investì del feudo di
Monte Cosato Giuliano Cesarmi
gonfaloniere del senato e popolo
romano, con titolo di marchesato,
ciò che confermò Pio IV, lo di-
cemmo parlando di Civitanova, dal
cui ducato essendo separato, for-
mava a parte un marchesato.
Morrovalle. Comune del gover-
no di Civitanova, diocesi di Fer-
mo. Vuoisi edificalo da Carlo Ma-
gno nell' Vili secolo, e quindi am-
pliato e restaurato nel 1 100 circa
dal marchese Guarnerio o Varne-
rio di Normandia. Il territorio è
in piano e in colle, assai popolato,
con paese di buoni fabbricati, cinti
in parte da mura , dentro delle
quali è ammirabile il palazzo Laz-
zarini, di architettura gotica. Vi è
la collegiata di s. Bartolomeo apo-
stolo. Fu chiamato anco Morrò di
Valle, ed il p. Civalli nella Visita
triennale, presso il Colucci t. XXV,
256 MAC
p. 72, parlando del convento dei
minori conventuali, dice clic questo
fu illustrato con molli miracoli dal
b. Masseo da Massignano, compa-
gno di s. Francesco , dove pure
mori. Ivi riposa ancora il corpo
del b. Filippo. Maestro Giovanni
Minio diede molto splendore e gran
grido a questa patria, e meritò per
la sua dottrina di essere creato
cardinale da Bonifacio Vili nel
i3o2, e poi fatto vescovo di Porto
e s. Ruffina. Della famiglia Lazza-
rini nobile di Macerata fu il car-
dinale, e Tommaso vescovo prima
di Cesena e poi d'Ancona nel i336
era suo nipote. Il Tondini nelle
Memorie di Durastante da San-
giusto, a pag. 96, riporta l'albero
della famiglia Lazzarini, e dichia-
ra avere essa il vanto di rettamen-
te discendere dalla nobilissima fa-
miglia de' Guarnieri, marchesi del-
la Marca d'Ancona; essendo pure
signore di Morrovallè. Illustrando
detto albero, dice che Masseo del
i362 fu rettore di più chiese;
Nicola o Cola nel 1412 fondò la
chiesa e il giuspatronato di s. Ca-
terina in Morrò ; Nicolò fu celebre
letterato presso i duchi di Ferrara,
ed amicissimo del cardinal Bessa-
rione; Costantino e Gio. Matteo
furono militari e magistrati; Cesa-
re fu familiarissimo di Pio III, e
donò alla chiesa di s. Bartolomeo
di Morrò una croce stazionale d'ar-
gento di superbo lavoro; Alessan-
dro visse nelle corti di Leone X
e Paolo III, ed ottenne ampli pri-
vilegi per se e fratelli ; Dario, uno
de' fondatori dell'accademia àe Ca-
tenari di Macerata, dotto nella poe-
sia e nelle lingue greca e latina ;
Domenico insigne professore di let-
tere greche e latine, di cui si ha
la Vitaj ed Antonio di vasta e
MAC
molteplice erudizione. Il marchese
Ricci nelle sue Memorie storiche p.
i33, parla del forte che Mono-
valle edificò nel \f\ii, il quale do-
po aver sostenuto lunghissimo as-
sedio, venne demolito da Alfonso
re d'Aragona nel 1 44^> Per ordine
del Papa Eugenio IV. Dal Com-
pagnoni, Reggia picena, apprendia-
mo le notizie seguenti. Lo dice e-
retto in luogo alto, sette miglia
distante da Macerata verso il ma-
re, ed essere stato chiamato ne'di-
plomi pontificii, Murro Vallenti ,
Monte Fallenti, inferendosi a Val-
lentia città antichissima del Pice-
no, sebbene al credere del Peran-
zoni , juxta Plinii observalam in
scribendis urbibus seriem, Vallen-
tiamy et non Pollentiam dici non-
nulli arbitrentur. Ma di ciò ne
parleremo dicendo di Monte San-
to. Fu luogo forte e più ampio
dell'odierno, sì di abitanti, che di
circuito, essendo vicino a Monte
Cosaro eCivitanova,e fu pure chia-
mato Morrò di Vaglia. Anticamente
il suo municipio godeva libertà. Il
marchese Varnerio o Guarniero ,
non solo dominò Morrò, ma tutta
la Marca d'Ancona. Nel 1202 fu
compreso nella pace tra'fermani ed
altri della Marca. Nel 1248 il car-
dinal Ranieri legato deplorò l'uni-
versità di Morrò di Valle per gli
aggravi e danni fattigli dai civita-
novesi, fomentati da Riccardo con-
te di Civita di Chieti, figlio di Fe-
derico II, che avea rotto l'esercito
pontificio nel 1246. Essendo ret-
tore Annibaldo, Morrò di Valle si
sollevò, per cui fu spedito per suo
sindaco Domodeo, perdonandosi il
passato. Nel 1264 vi alloggiò il
vicario regio, Giordano signor d'A-
gliano piemontese, parente di Man-
fredi, siccome sito fortificato; ma
MAC
nel 1288 mandò aiuto di genie al
rettore Agabito Colonna: aderendo
poi ai ghibellini, nel i3o8 Clemen-
te V lo sottopose a varie pene.
Tuttavolta nel 1 3iS Raimondo Got-
tofano, Nicol uccio di Giovanni di
Rinalduccio, ed altri capi ghibelli-
ni di detta terra, tentarono darla
nelle mani de' fermani. Dipoi JYlor-
rovalle aderì per la riduzione del-
la curia in Macerata, sottoscriven-
dosi alla analoga supplica il can-
celliere Terrae Murri de manda'
lo dominorum poteslatìs et priorum
dìclae terrae. Nel i4o3 gli fu inti-
mato mandare un balio alla curia
generale, venendo quindi sottopo-
sta al sindacatore generale. Nel
i435 venne costretto a pagar le
taglie al conte Francesco Sforza ,
e nel i442 a& alloggiare alcuni
de' suoi uomini d'arme.
Mont'Olmo. Governo, diocesi di
Fermo. Mont'Olmo, Mons Uhm ;,
cospicuo borgo assai popoloso, che
giace su di un colle nella destra
riva del Chienti, circondato di forti
mura ed opulento per ubertosi
campi. Un olmo di straordinaria
grandezza stendeva gli annosi rami
nel mezzo della sua piazza, il qua-
le gli diede il moderno nome, ma
oggi più non esiste. Il paese ha
molti e belli fabbricati, e dicesi e-
dificato per l'atterramento dell'an-
tica città di Pansola o Pan sola o
Pausula, i cui abitanti chiamaronsi
pausulani. Il Colucci nel tom. XV
delle Antichità picene, ci ha dato:
Della condizione e del sito di Paii-
sula città antica del Piceno , dis-
sertazione epistolare dell'ab. Luigi
Lanzi, premettendo una lettera al-
l'ab. Pietro Paolo Torelli, ed aggiun-
gendovi alcune sue note. Dice nella
lettera che gli giunse la disserta-
zione quando avea ricevuto altra
VOL. XL.
MAC 2S7.
dissertazione in argomento del p.
Anton Maria Costantini di Monte-
santo, e certe lapidi raccolte dal-
l'ab. Riccomanni, oltre quanto ave-
vano detto monsignor Borgia arci-
vescovo di Fermo e l'abbate Lan-
cel lotti. Loda sopra tutti il celebre
e dottissimo ex gesuita Lanzi, ono-
re di Montolmo sua patria , per
averla illustrata con profonda eru-
dizione e critica ; osserva eh' egli
ancora è convenuto nel sentimen-
to di monsignor Borgia e del p.
Costantini, i quali stabiliscono in s.
Claudio o sue vicinanze il sito di
Pansola , di scostandosi solo dal Lan-
cellotti, che voleva essere Montolmo
piantato sulla distrutta città. Inol-
tre rileva che il p. Costantini opi-
nò pure in favore di Monte Lupo-
ne per le macerie antiche ivi da
lui vedute, cioè che la primitiva
Pausola ivi sorgesse, e che poi per
infortunio fosse traslatata in s. Clau-
dio, abbazia detta anche di s. Chio-
do, spettante alla mensa arcivescovi-
le di Fermo. Conchiude il Colucci
con ragioni, che l'agro Pausolense
è l'agro istesso dell' odierno Mon-
tolmo, e che da questo territorio
non discosta vasi la città ; protesta
quindi di far delle note alla dis-
sertazione del Lanzi, senza profit-
tare delle notizie raccolte su Mon-
tolmo dal Torelli nell'archivio se-
creto della terra, con che avrebbe
potuto parlar de' vari castelli nel
suo territorio compresi, non meno
de' pregi con cui si distinse Mon-
tolmo nel medio evo, specialmente
nel secolo XIII. Ora della disser-
tazione del Lanzi, e delle note del
Colucci brevemente parleremo.
Poche memorie della città di Pau-
sula lasciarono gli antichi, per cui
i gonfalonieri e priori di Montol-
mo pregarono il concittadino a sup-
»7
*58 MAC
plirvi, munendolo di documenti del
pubblico archivio. All'anno 7 1 3 di
Roma ed al ritorno di Ottaviano
in Italia co* veterani, che divise lo-
ro le campagne, è verosimile che
ad essi fosse distribuito questo trat-
to del Piceno. Allora probabilmen-
te Pausula era municipio ovvero
prefettura; divenne colonia, se pure
non lo era militare o civile per
precedente deduzione fatta da Siila.
Pausula fu mediterranea e confi-
nava con Fermo, Urbe Salvia, Fa-
lerio e Novana. Dopo i tempi di
Teodosio II è nominata Pausula
nel concilio romano tenuto dal
Pontefice s. Ilaro nel /^G5 dell'era
nostra, perchè trovasi sottoscritto
Claudius episcopus Pausulanus. Non
è noto altro vescovo di tal cattedra,
la quale intorno alla fine del se-
colo VI, insieme con quelle di Po-
tenza, di Urbe Salvia e di altre
città, furono ad altre riunite , la
prima a Fermo, e la seconda a
Camerino, poi smembrata ed unita
a Macerata, tranne lievi porzioni
toccate a Fermo e Camerino. Quin-
di si congettura, che Pausula al-
lorché i goti distruggitori nel 4<>5
vennero nel Piceno, dovea aver ve-
scovo ed essere città grande; ma la
sua distruzione piuttosto fu opera-
ta da tali barbari dopo la morte
di Alarico, o più tardi dai longo-
bardi. Dopo la metà del secolo VI
sembra dunque che la colonia e
ìa sede vescovile di Pausula termi-
nassero di esistere: da Pausula fu
detto Pausuli, Pauso e Posoli.
Vi fu un piccolo castello che in
più pergamene è chiamato castrimi
Pausulac o castellimi Postili, forse
luogo che appartenne alla città, es-
sendo la più antica del 99 5, ove si
dice che Traso donò alla chiesa di
Fermo le corti di Pretorio e di Poso-
MAC
li insieme co'cnstclli rispettivi. Il luo-
go di Posoli si distende verso Mou
tolmo e s. Claudio già monastero di
monaci benedettini di cui fa men-
zione s. Gregorio I. Quivi presso
fu il casale di s. Claudio, di cui
rimangono i ruderi, e la valle di
s. Salvatore oggi contrada Valle.
Risulta da documenti che dalla par-
te di s. Claudio, oltre il castello
di Posoli, vi fu la contrada Pau-
sola, chiamata Castel Posolano e
fondo Posolano. In progresso di
tempo le donazioni di Traso furo-
no da Ottone HI nel 1001 tolte
alla chiesa Fermana, e date al mo-
nastero camaldolese di Classe presso
Ravenna, col castrum Pausuli, on-
de poi insorsero liti tra gli abbati
classensi e i vescovi di Fermo; do-
po il 1229 non si parla più del
castello, e verso il secolo XV era
distrutto. Nel iii5 già esisteva il
castello di Monte dell'Olmo, il qua-
le ottenne dal vescovo di Fermo e
dai monaci di Chiaravalle del mo-
nastero di Fiastra alcuni privilegi,
a condizione di essere fedele alla
chiesa Fermana ed ai monaci, e di
concorrere sino a tre volle alla rie-
dificazione del monastero qualora
fosse distrutto. Prima del 1 1 1 5
Montolmo era castello della contea
di Fermo, con proprio territorio
e confini, e crescendo il paese ri-
tenne il nome di Castel vecchio o
Castello <j la chiesa ch'era detta s.
Maria di Castello passò ai conven-
tuali, che la rifabbricarono, lascian-
do nella piazza presso la chiesa
l'albero olmo che da tempo im~
memorabile vi era , secondo 1' uso
di avere un grande olmo vicino
alle chiese e cimiteri sino dal se-
colo V. Dall'albero il castello prese
il nome colJ'aggiunta di monte, co-
mune nel Piceno. Castel vecchio era
MAC
un forte o palazzo rinnovato poi
ad uso del giusdicente, con sotter-
raneo. Non lungi è la chiesa di s.
Pietro che porta pure i titoli di s.
Paolo e di s. Donato, parrocchia
antica ed insigne collegiata, riedi-
ficata magnificamente nella metà
del secolo passato : ivi erano pit-
ture del secolo XII o XIII. Poco
distante il monastero delle mona-
che fu già abitalo da monaci. Nel
secolo XII Eugenio III conferì più
privilegi al castello, confermati poi
ed ampliati, e nel 1248 in nome
d'Innocenzo IV dal cardinal Ra-
niero, per avere i montolmesi ade-
rito alle parti della Chiesa nel
tempo di Federico II, soggettando
alla loro comunità il castello di Cer-
queto seguace dell'imperatore, ordi-
nando agli abitanti passare in Mon-
tolmo , ove invitò i nobili delle
contrade vicine a trasferirvisi, spe-
cialmente da Pelriolo , e da Pog-
gi di s. Giovanni, di s. Lucia e di
Colbuccolo. Quest'ultimo ch'era feu-
do della nobile famiglia Ugolini
(al presente è protettore di Mon-
tolmo il cardinal Giuseppe Ugolini
di Macerata, legato apostolico di
Ferrara ), servì ad accrescere il ter-
ritorio verso Mogliano e Petriolo.
Fra non molto tempo Montolmo
divenne considerabile in popolazio-
ne, in averi e in fortificazioni. I
rettori della provincia .spesso e lun-
gamente vi si trattennero , onde
molti sono i diplomi spediti apud
Montoni Ulnii. Si segnalò special-
mente nella fedeltà verso la Chie-
sa, e ne diede luminoso esempio
nella guerra di Francesco Sforza ,
opponendosegli con tutto il vigore,
fiuthè nel i433 fu esposto per e-
sempio degli altri luoghi al sacco
e crudeltà de' soldati : esso fu l'u-
nico paese della provincia che sos-
MAC 2^9
tenesse allora col sangue le ragio-
ni della santa Sede. Lo Sforza ne
fece una piazza d'armi, e nelle sue
vicinanze a' 23 agosto 1 4-^4 ruP"
pe P esercito della Chiesa e fece
prigioniero Francesco figlio del ce-
lebre generale Nicolò Piccinino. La
venuta degli Sforzeschi è l'epoca del
decadimento della terra , che mai
risorse del tutto.
Avanti di continuare col Lanzi,
riportiamo qui appresso altre no-
tizie su Montolmo , incominciando
da quelle del Compagnoni , nella
sua Reggia picena descritte. Nel
1202 fu incluso nella pace tra Fer-
mo ed altri luoghi della Marca, e
nel 1218 si collegò con Macerata
da cui è cinque miglia distante,
siccome tenuto per luogo inespu-
gnabile e forte , recinto di mura
con quattro porte, con numeroso
popolo e territorio nobile ed opu-
lento. Onorio III nel 1226 sotto-
pose Montolmo al legato apostoli-
co, ma poco dopo Federico II lo
fece occupare dal duca di Spoleto;
tuttavolta nel 1229 pacificandosi
Gregorio IX coll'imperatore , restò
Montolmo sotto il rettore della
Marca. Nel 1248 fu danneggiato
dagli uomini di Macerata e Pe-
triolo, indi gli fu concessa la co-
gnizione delle cause, poi privilegia-
to dal cardinal Capocci ; e per Pin-
cursione della Ripa d'Azzolino, roc-
ca antica tra Colbuccolo e Petrio-
lo, fu nel 12 55 assolto dal retto-
re. Per alcune vertenze si compo-
se con Macerata, e nel 1264 ri-
portò uu indulto dal vicario regio,
contro diversi di Petriolo incolpati
di ribellione. Vi si tiene la ragio-
ne dal rettore, vi si spediscono let-
tere dal suo vicario e dal tesoriere
generale. Nel 1297 il consiglio com-
ponevasi di dodici savi, nel qual
260 MAC
tempo ebbe luogo un fallo d' ar-
me con Petriolo. Avendo rivolte le
armi contro il rettore, nel 1 3o6
fu assoluto dai legati di Clemente
V, il nipote del quale Raimondo
rettore generale, nel 1 3 1 3 vi fece
la sua residenza. Amelio di Lau-
trec rettore per Giovanni XXII,
nel i3 1 7 vi tenne un parlamento
generale. Nel 1 34 « si segnalò nelle
milizie pontifìcie Nuccio di Giaco-
mo contestabile di quelle di Mon-
tolmo. Gregorio XI l'attribuì alla
diocesi di Macerala con s. Claudio,
togliendoli a quella di Fermo ; in-
di vi marciò una banda di uomini
d'armi da Macerata per guardia
della terra, e nel i3g6 guerreggiò
contro i Varani. Fu compreso nel-
le lettere sopra la sindacazione de-
gli offiziali. Mentre era sotto il do-
minio degli Sforzeschi, l'occuparono
per Eugenio IV le truppe arago-
nesi. Il p. Civalli nella Visita trien-
nale, presso il Col ucci t. XXV, p.
i/\&, chiama terra nobile Montol-
mo, poiché vi hanno sempre fio-
rito uomini di molto valore, come
i Rosini, i Bartolacci avvocati no-
tissimi nella corte generale della
Marca. Nella chiesa principale di s.
Pietro in una colonna di pietra è
dipinta l'immagine di s. Francesco,
che dicesi fatta mentre predicava,
e perciò riputata naturale. Loda il
convento e chiesa de' minori os-
servanti con quadri di M. Duran-
te da Montolmo pittore egregio.
Di questa terra pure furono il p.
Vincenzo, nel 1 568 eletto generale
de* cappuccini; e nella Cronaca dei
crociferi del Leoni si fa menzio-
ne di un s. Rainaldo da Monte
dell'Olmo. La chiesa di s. Maria
del Castello col convento de* fran-
cescani conventuali, con alcune fab-
briche, fu loro donata nel 1263
MAC
dall'abbate e monaci di s. Croce;
indi nel 1266 Bernardo Bacolini
di Montolmo donò diverse case che
erano ov' è il primo claustro : la
chiesa fu consecrata nel 1399 ^a
Giovanni arcivescovo Neopatrense
conventuale. Si vuole che il b. Gra-
ziano morisse a Montolmo. Il p.
Pier Angelo Fausto di Montolmo
abbellì il convento ; il p. Civalli
fa inoltre menzione di diversi re-
ligiosi di questa terra, d'un meri-
to distinto. Ivi furono celebrali al-
cuni capitoli provinciali. 11 monte
di pietà fu stabilito nel 1 5oo. Il
march. Ricci nelle Memorie stori-
che parla della chiesa di s. Rinal-
do esistente ne' sobborghi , e risar-
cita dall' arcivescovo Borgia nel
1726; d'un quadro del Pagano
de' frati minori ; del s. Pietro della
chiesa principale del pennello di
Roncalli; e dell'Immacolata Con-
cezione, quadro della chiesa di s.
Francesco, dipinto dal Marini.
Ritornando al Lanzi , discorre
ancora della denominazione di Pau-
sala coll'autorità di vari documenti
dell'archivio di Montolmo; come il
nome di pausolesi si attribuì a più
contrade, e andò in oblivione dopo
il secolo XIV ; nomina gli autori
che ritengouo giacere Monte del-
l'Olmo sul sito di Pausula, e quelli
che la dissero essere stata nel suo
territorio, lo che con prove dimo-
stra più probabile; riporta le la-
pidi di Pausula tutte sepolcrali,
tranne una che fu già del conven-
to degli agostiniani, distrutto verso
il i368. Passa poi a parlare del-
l'altra questione, se Pausula fu più
probabilmente a s. Claudio, nelle
cui pianure si rinvennero pregevo-
li anticaglie che mostrano esser-
vi stata ricca città, non tacendo
delle cose che si rinvennero presso
MAC
Pacigliano, ove qualcuno opinò es-
sere stata Pausula, credendosi no-
me corrotto del Pausolanus. Segue
alla dissertazione del Lanzi, altra
lettera del Colucci al Torelli, con
vari opinamene sulla medesima.
Sulle notizie ecclesiastiche di Mon-
tolmo scrisse il Catalani, Comment.
de etcì. Firmana, p. 129, 1 54, 167,
171, 356.
Mogliano. Comune del governo
di Montolmo diocesi di Macerata.
Si crede che questa popolosa terra
abbia avuto origine da Manlio Tor-
quato Capitolino. Giace il territo-
rio in colle e in piano, con paese
avente molti e pregevoli fabbrica-
ti, fra* quali un'ampia piazza, il
tutto chiuso da mura con borgo.
La chiesa matrice era la collegia-
ta, ed è bella e grande. Il p. Ci-
valli nella risila triennale , presso
il Colucci t. XXV, p. i38, dice
che di questa terra fu Gentile da
Mogliano, che nel i352 s'impa-
dronì di Fermo (Fedi), citando di-
versi autori per le notizie della ter-
ra. Nel 1 3 1 9 diede molto nomea
questa patria Francesco da Moglia-
no vescovo di Fermo. Ivi è il con-
vento, che nel 1 333 Buon Giovan-
ni vescovo di Fermo, col consenso
de' canonici, donò ai minori con-
ventuali, a* quali Sisto V concesse
la parrocchia ; la chiesa è bella, ed
ha la tribuna. Fiorirono in questa
terra il b. Pietro da Mogliano che
morì in Camerino, ed il b. Gia-
como da Falerone, il cui corpo
riposa in s. Colomba : di Moglia-
no fu pure il p. Giuliano Causi,
fatto generale de' conventuali nel
i5go, e nel convento furono te-
nuli de' capitoli generali. Il march.
Ricci nelle Memorie storiche rife-
risce che gl'intagli della vecchia
porta di s. Maria di Piazza sono
MAC 261
di Cedi ino; parla di alcune pittu-
re esistenti in Mogliano; che ivi
nacque Filippo Locateli! detto di
Tolentino da alcuno, per essersi ivi
domiciliato, mirabile pittore morto
nel 1828. 11 Compagnoni nella
Reggia picena, scrive che nel 1 256
n'era signore Gentile, il quale fu
ricevuto in grazia da Auibaldo ret-
tore per Alessandro IV; che nel
i353 Gentile da Mogliano de' No-
bili di Fermo entrò in lega con
Giovanni Visconti signore di Mila-
no e. ghibellino, contro il cardinal
Albornoz legato ; indi divenuto si-
gnore di Fermo, difese la città dal-
le genti di fra Morreale. Più cir-
costanziate notizie di Gentile da Mo-
gliano si leggono ne' Cenni storici
dì Fermo dell'avv. de Minicis. Egli
racconta come Gentile brigò per la
signoria di Fermo, e come verso
la metà del secolo XIV pervenne
a capo del suo intento , siccome
prode capitano favorito da Lodo-
vico il Bavaro. Inoltre Gentile con-
dusse le milizie di Fermo contro
Civitanova, e sterminò e desolò
pure le terre vicine; indi sconfisse
Malatesta generale pontificio. Nel
1 352 esercitando Gentile la sua
tirannia in Fermo, divenne Papa
Innocenzo VI, che spedì in Italia
il cardinal Albornoz a ricuperare i
dominii della Chiesa. Il cardinale
staccò Gentile dall'alleanza dei ghi-
bellini , e nel i355 lo nominò gon-
faloniere dell'esercito pontificio, con-
cedendogli Fermo e suo territorio
in feudo. Infedele Gentile alla data
fede, entrò nella lega, e cacciò da
Fermo le milizie della Chiesa , la-
sciandone il comando. Non andò
guari che il legato a mezzo degli
stessi fermani e del pontificio ca-
pitano Blasco, costrinse Gentile ad
arrendersi : mal corrispondendo al
262 MAC
perdono e doni ricevuti, si ribello
di nuovo , finche preso , col figlio
Ruggiero fu decapitato.
Petriolo. Comune del governo di
Montolnio, diocesi di Fermo. In
prossimità del territorio sorgevano
le città di Urbe Salvia e di Pau-
sula, dalle cui rovine alcuno vuole
che fosse eretto questo popolato
paese, senza però sapersene l'epo-
ca. Nel 1420 era soggetto ai Va-
rani duchi di Camerino, e nel
1529 apparteneva alla città di Fer-
mo. Il territorio si estende in colle
e poco in piano, con mediocri fab-
bricati, tranne il palazzo Lauri ov'è
un grandissimo cammino, e la piaz-
za eh' è munita di portici. La chie-
sa matrice non è vasta, e la terra
è circondata di mura con estesi
borghi. Veggasi il Catalani, De ec-
clesia Firmano, p. 177. Appren-
diamo dal Compagnoni, Reggia pi'
cena, che nel 1248 n'era signore
Fidesmindo di Rainaldo di Genti-
le, il quale si portò a danneggiare
Montolmo. Sollevatosi contro la
Chiesa, fu perdonato nel 1 256 dal
rettore della Marca. Claudio da Pe-
triolo nel secolo XIII tentò di u-
surpare la signoria di Fermo; nel
1274 era giudice della curia ge-
nerale il suo cittadino Filippo; e
Marco Martelli oriundo di Petrio-
lo, patrizio di Fermo, dal consiglio
di questo nel i5o6 fu deputato a
compilare il nuovo statuto, sicco-
me celebratissimo giureconsulto.
S. Giusto. Comune del governo
di Montolmo, diocesi di Macerata.
Chiamasi anche Sangiusto, è d' o-
rigine antica, con territorio in col-
le e piano, con paese popolato a-
vente alcuni belli fabbricati e piaz-
za, il tutto cinto di mura con bor-
go . Giace sul colmo d' una deli-
ziosa e fertile collina, in distanza
MAC
di sette miglia egualmente da Ma-
cerata che da Fermo ; vi si respi-
ra aria saluberrima, e si gode la
vista dell'Adriatico e degli Apen-
nini. Antichissima n' è la fondazio-
ne. La chiesa collegiata sotto la
denominazione di s. Stefano pro-
tomartire, è di recente costruzione
del secolo passato. Il Catalani, De
eccl. Firmana, tratta di Sangiusto
a p. i54 e 162. Il march. Ricci
nelle Memorie storiche, dice ch'era
di questo luogo il celebre Nicolò
Buonafede vescovo di Chiusi che
celebrammo altrove ( come all'arti-
colo Jesi, ove dicemmo che non è
da mettersi in dubbio, che Nicolò
fosse di Sangiusto, ed il Baldassi-
ni lo noverò tra gì' illustri jesiui,
perchè un ramò della famiglia Bo-
nafede passò a stabilirsi in Jesi ) ,
il quale per finire quietamente la
sua vita in patria, a decoro di essa
ed a propria comodità fabbricò un
grandissimo palazzo, compito nel
i524 colla spesa di più di quin-
dicimila ducati d* oro , ed ancora
sussiste; riuscì magnifico, solido e
comodo, ed uno de' più sontuosi
dello stato pontificio. Parla ancora
di due quadri della chiesa de'frati
di s. Francesco. In un documento
del i522 prodotto dal Marangoni,
Memorie di Civitanova p. 211, si
ricava che Sangiusto s' intitolava
repubblica, e con tale patente do-
mandò a quella di Sanseverino un
podestà, da confermarsi poi dal vi-
ce-legato della Marca. Sangiusto si
collegò con Fermo contro Ancona,
e si pacificò in Polverigi nel 1202.
Prese parte nelle guerre pel castel-
lo di Apezzano, e pel Poggio di s.
Lorenzo, insorte Ira i fermasi e i
genesini nel i3o5. Nel i3o9 con-
tro Jesi e Macerata si confederò
con Ancona, Senigallia, Umana ed
MAC
Ascoli. In queste guerre i cittadi-
ni dierono chiari segni di valore.
Bonifacio IX le concesse di crear-
si il proprio podestà, come le al-
tre terre libere della Marca; ed il
predecessore Urbano VI nel 1387
l'aveva esentata da qualunque sog-
gezione, e dichiarata immediata-
mente soggetta alla santa Sede. Di-
versi rettori e Papi l'esentarono da
molte gravezze, per la sua fedeltà
alla Chiesa. Paolo V gli accordò
due annue fiere franche, e Pio VI
il pubblico mercato ogni giovedì.
Il Compagnoni nella Reggia picena
registra diverse notizie di Sangiu-
sto; riporteremo le seguenti. Que-
sta terra fu compresa nel 1202
nella pace tra'fermani ed anconita-
ni. Nel 1 3o8 Clemente V la con-
dannò a varie pene, per attentati
commessi contro i ministri della
santa Sede. Nel i4o5 i suoi giu-
dici furono sottoposti al sindacato
generale; e nel 1^17. elesse per
podestà Manente di Conaccorso da
Macerata : il suo stemma era nella
sala dell' antico palazzo pubblico ,
cioè due teste di cavallo e nel ci-
miero un turco. Giambattista Ton-
dini nel 1790 pubblicò in Siniga-
glia : Memorie della vita di Giani'
mattco Durastante, che per la sua
vasta e molteplice erudizione, e per
la sua profonda dottrina, quale si
ammira nel gran numero di sue
opere, meritò gli elogi e gli applausi
del suo secolo e de' posteriori. Sul-
le di lui tracce camminarono molti
sangiustani, coetanei e posteriori,
ed altri lo aveano preceduto in o-
norare la patiia, dappoiché Sangiu-
sto fiorì sempre per copioso nove-
ro di uomini celebri in ogni ma-
niera di arti liberali e di scieuze.
Di molti il Tondini ne fa chiara
menzioue. Chiama immortale il Bo-
MAC 263
nafede pel suo talento e perspica-
cia nel maneggiare i negozi più ar-
dui e scabrosi : di tal casa si deb-
bono aggiungere altri individui che
fiorirono, ed ora la famiglia è ono-
rata in Fermo. Dell'antica e nobile
famiglia Roberti meritano nomi-
narsi: Tommaso che nel 1 334 &1
dichiarato uno degli statutisti di sua
patria. Berto nel 1 383 venne de-
stinato alla correzione e giunta da
farsi agli statuti di questa nobile
terra, quale esimio giureconsulto.
Tommaso giuniore si distinse pure
nella perizia legale, e fu uomo di
mente e di consiglio , perciò pro-
mosso a vari governi illustri. Fa-
brizio fu dotato di singoiar pru-
denza e dottrina ; a nome della sua
patria fu ambasciatore nel i5i3 a
Leone X, da cui riportò a di lei
favore alcuni privilegi : fu canoni-
co di Loreto e conte palatino. Non
meno versato nella scienza legale
fu Marino, spedito dalla patria am-
basciatore a Giulio II e Leone X
per trattare interessi di somma im-
portanza. Di presente fioriscono due
rispettabili prelati , monsig. Roberto
Roberti uditore generale della came-
ra, e perciò vicino alla dignità cardi-
nalizia, ed il suo fratello monsignor
Giuseppe Roberti prelato domesti-
co e preposto della collegiata di s.
Giovanni in Macerata. In Sangiu-
sto si distinse pure la famiglia To-
lomei originaria di Siena, ch'ebbe
Matteo insigne medico, Giacomo giu-
reconsulto, Antonio e Francesco al-
tri giureconsulti e magistrati. La
famiglia Romani, una delle più no-
bili ed antiche, un ramo della qua-
le passò nell'Adami di Fermo, che
si trasferì in Macerata: Taddeo sot-
to Benedetto XII fu uno de' coni»
pilatori degli statuti, che stampati
nel 1572 cou giunte, divennero il
2G4 MAC
codice legislativo di Sangiusto. Altro
venato nella facoltà legale fu An-
tonio di Simonetto. Questa fami-
glia discende da Pietro di Roma-
no di Simonetto profondo legale e
magistrato insigne, cioè il 'ramo in-
nestato nella famiglia Adami : sotto
il suo gonfalonierato, nel i497 *u
stipulata la transazione fra il co-
mune di sua patria e quello di Mon-
te Granaro , con che si spensero
antiche vertenze. Giacomo concorse
alla compilazione delle leggi mu-
nicipali, ed il fratello Andrea a
correggerle nel i383; altrettanto
poi fece nel i4oo Giacomo giu-
niore. La cospicua famiglia Recchi
si estinse nei primi del secolo pas-
sato, in Giuseppe , che dispose
dell'eredità in favore del convento
degli agostiniani. Un ramo si tra-
piantò in Ripatransone, di cui fu
vescovo Luca Nicolò. Meritano men-
zione tra i Recchi, Giacomo di Lu-
cido, e Pierfilippo canonico di Fer-
mo. Altri uomini illustri di Sangiu-
sto furono : Giovanni Bruii, fr. Bar-
tolomeo vicario generale degli ago-
stiniani, Marino Mancini giurecon-
sulto, Troilo Cervinari insigne me-
dico, Rainerio Casiotti, Marino Ma-
rini, Paolo Martelli prelato e chiaro
canonista. Coetanei a Matteo Dura-
stante fiorirono di Sangiusto; Camillo
Bonafede, Nicolò Martelli, Tolomeo
Tolomei, Angelo e Mercurio Paccia-
relli , Pietro Marzi , Luigi Grazi ,
Vittorio Bruni, Gianfilippo Panzo-
ni, Giustiniano Fi netti oriundo di
Montelupone, protomedico dello sta-
to, Francesco Ghislieri. Dopo del
Duraslanle si distinsero : Elefantu-
zio, Savello, Claudio Tolomei, Bru-
to, Giusto cappuccino, Timaleone
Bonafede, Carlo e Bernardino An-
tonio romani, Gregorio Pesci, Or-
feo Pupilli, Gio. Giacomo Bulga-
MAC
rini referendario e segretario apo-
stolico, Timoteo Marzi commissa-
rio nella Marca per I' erezione de-
gli archivi ordinata da Sisto V,
Luzio Seganti, commissario gene-
rale de' minori osservanti, Salutilo
Grazi, Isidoro Roberti che si crede
autore del celebre elogio della Mar-
ca Anconitana, posto nella galleria
vaticana da Gregorio XIII. Sono
pure a nominarsi Mascio Panzoni,
Sebastiano Pacciarelli, Giacomo Fi-
lippo Concetti, Simone Alfàui, e d.
Giusto Capparucci.
Tolentino (Fedi). Città vescovile
e governo.
Belforte. Comune del governo
di Tolentino, diocesi di Camerino.
Il paese è posto in colle e in pia-
no con buoni fabbricati cinti di
mura, con due grossi borghi, uno
dei quali può dirsi bello ed è po-
polato. Il suo aspetto corrisponde
al nome, sovrastando alla via Ro-
mana, e scorrendogli a piedi il
Chienti. Vicino al castello si con-
giunge il torrente Fiastra, sopra il
quale evvi un bel ponte di mate-
riale di un solo arco. Due porte
sono alle sue mura di vaga strut-
tura, quella a levante chiamasi Mar-
chegiana, l'altra a ponente è det-
ta Romana. A s. Eustachio è sacro
il suo tempio principale, ove si
vede la Beata Vergine nel i^6S
dipinta in tavola da Giovanni Boc-
caccio camerinese. Nelle vicine mon-
tagne vi sono cave di gesso, e per
lastre di pavimenti e scalini. 11
Ranghiasci registra nella sua Biblio-
grafia: Delineazione della vìa Con-
solare della terra di Belforte , An-
cona. Abbiamo dal march. Ricci
nelle sue Ale/norie, che nella chie-
sa maggiore Pellegrino Ti baldi rap-
presentò in tavola Y ingresso del
Salvatore in Gerusalemme, e fra
MAC
i ritratti che dipinse nella cappel-
la, vi effigiò se stesso e l'arciprete:
il quadro ed i ritratti non più
esistono. Nelle Memorie di Tolen-
tino del Santini sono riportate le
seguenti notizie di Belforte a p.
108 e seg. Il castello di Belforte
è distante da Tolentino quattro mi-
glia, e volle contestare la potenza
in cui trovavasi nel secolo XIII
Tolentino, mettendosi con spontanea
dedizione sotto la sua giurisdizione,
i cui efletti sperimentato avea al-
cuni anni prima , facendo lega col
comune e con quello di Cameri-
no nel i25o. Nel 1255 si fecero
diverse convenzioni tra Tolentino
e Belforte, cioè che tutti gli uo-
mini di Belforte aver debbano in-
sieme cogli uomini di Tolentino
il podestà, il quale sia tenuto di
dar loro ogni anno un giudice o
vicario col mutuo aggradimento;
che le terre e fondi di Belforte
sieno per l'avvenire compresi nel
territorio di Tolentino ; che i suoi
uomini facciano pace e guerra coi
tolentinati, e giurino di osservare i
patti , conforme questi giurino di
non far alcuna convenzione e pat-
to con alcuna comunità ; prometto-
no inoltre di pagar mille libbre
ed un moggiuolo di terra per cia-
scun focolare, e il cambio di diver-
se terre, volendo che venga ad es-
si assegnato il sito per far casari-
ni in Tolentino , dal girone della
porla da capo fino alla porta A-
driana, e non bastando che sia as-
segnato ancora verso la Pieve e il
girone di Moreto , coli* unire il
tutto coli' altro muro castellano ; e
che finalmente la comunità di Bei-
forte abbia voce nella comunità di
Tolentino per la stessa parte, ed
abbia la sesta parte degli ufììziali,
colla convenzione strettissima di
MAC 265
non fare alcun capitolo o statuto
che deroghi a delti patti. Dipoi i
sindaci de' due luoghi stabilirono
dette convenzioni, che si ratificaro-
no dai primari di Belforte , i cui
abitanti si dichiararono castellani
di Tolentino , con libertà di abi-
tarvi. Rolando rettore delia Marca
per lo zio Alessandro IV, a' 5 di-
cembre 1255 confermò il lutto.
Contenti i belfortesi di tal confede-
razione, agli ii marzo 1256 per
mezzo del sindaco consegnarono le
chiavi delle porte e il posssesso
del luogo al podestà di Tolentino
che lo prese in nome del comune,
il quale ottenne dal Papa breve
di approvazione. Indi molti princi-
pali di Belforte si fecero castellani
eli Tolentino. Nel primo maggio
1260 il consiglio di Tolentino ri-
cevette dal nobile Gentile da Mo-
gliano e da Gilino suo fratello le
cessioni d' ogni jus ch'essi aveano
sopra Belforte. A' 20 di detto me-
se Enrico Ventimiglia, vicario ge-
nerale della Marca di Manfredi re
di Sicilia, con autorità regia cedet-
te a Tolentino il castello di Bei-
forte, con piene facoltà, obbligando
tulli i belfortesi ad abitar in To«
tentino e demolir le mura del
castello : Manfredi nel seguente ot-
tobre confermò la cessione. 11 le-
gato della Marca nel 1 3 1 o proibì
ai tolentinati l'esazione delle collet-
te imposte, per pagar le pene in-
corse a cagione di ribellione sopra
i beni de'possidenti di Belforte. 11
Compagnoni nota nella Reggia pi-
cena, che Francesco Sforza divenu-
to marchese della Marca, nel i435
gravò Belforte con varie esazioni ;
e che nel i442 glielo tolse Nico-
lò Piccinino capitano della Chiesa,
dopo un assedio di venti giorni,
mediante patti. Nel viaggio fatto
266 MAC
dal Papa Gregorio XVI nel 1 84 1
pel santuario di Loreto, portando
si martedì 7 settembre da Came-
rino a Tolentino, le popolazioni
di Valcimarra, Borgia no e Bell'orto
festeggiarono il di lui passaggio
con nielli ili trionfo, con bande
musicali , e con dimostrazioni di
venerazione e letizia.
Colmurano. Comune del gover-
no di Tolentino, diocesi di Mace-
rata. Trovasi il territorio in colle
ed in piano, con fabbricati cinti di
mura, con alcuni torrioni a guisa
di fortezza. È lontana da Tolentino
circa cinque miglia fuori della stra-
da Flaminia. Ha due chiese con
cura d' anime, la prima, antichis-
sima dedicata a s. Donato, eh' è la
pieve, nella quale è il fonte batte-
simale , ricca di molte reliquie,
colla confraternita del ss. Sagra-
meli to, eretta nel i58i , ed unita
poi alla compagnia della Carità
in tèmpo di Girolamo Bovi vesco-
vo di Camerino nel i585, con un
monte frumentario in sollievo dei
poveri. Havvi altro sodalizio nella
stessa chiesa sotto Y invocazione
della Beala Vergine del Carmine,
eretto nel 1608 in un altare dedi-
cato alla stessa ss. Vergine. La se-
conda chiesa parimenti di cura
d' anime è dedicata alla ss. Annun-
ziata : ivi è la confraternita del
Rosario istituita nel 1609, ed ha
il monte frumentario ricco e un
ospedale che provvede di tutto i
poveri nel castello. Dentro e fuori
di Colmurano sono altre chiese,
cioè della ss. Croce, che appartiene
alla detta confraternita del ss. Sa-
gramelo; di s. Gregorio ; di s.
Paolo antichissima; di s. Maria del-
la Croce, e di s. Maria della Piazza.
11 castello vanta un' origine assai
antica, che deve ripetersi dalle pri-
MAC
me invasioni della contrada, fafc-
te da milizie straniere, nel qual
tempo le famiglie più potenti ,
abbandonate le rispettive patrie ,
si edificarono a poco a poco, insie-
me coi loro attinenti, fautori e
vassalli le abitazioni in luoghi for-
ti ed eminenti, e lontani per lo
piti dalla strada Flaminia, per vi-
vere con tutta tranquillità e si-
curezza. Prima del secolo X era
padrona del castello la cospicua
famiglia Gualtieri patrizia di Tolen-
tino, come apparisce da una lapi-
de del 914, col titolo Colmurani
comiles. Se ne leggono le notizie
nel Santini, Memorie di Tolentino
p. 1 1 6 e seg., alla qual città Col-
murano si diede. Agli 8 aprile
i'2L>4 posero sotto la giurisdizione
di Tolentiuo, Giacomo, Andrea, e
1' abbate di Pallia da Colmurano
tutta la porzione a loro spettante
del castello, tanto del girone e
della torre, quanto degli uomini
ad essi soggetti insieme colle ri-
spettive possidenze; obbligandosi di
far guerra e pace secondo il vole-
re della comunità di Tolentino, e
dichiarandosi pronti di devastate
ancora detta loro porzione a pia-
cere di lei ; ed essa li ricevette in
castellani, dando a Giacomo ed An-
drea casa, molino e vigna di cin-
que moggiuoli e un campo di do-
dici ; e all'abbate di Pallia un cam-
po di sei moggiuoli, una vigna di
quattro e una casa. Indi a' 16 mag-
gio Matteo di Colmurano pose sot-
to la giurisdizione del comune di
Tolentino tutta la porzione a lui
spettante del castello, del girone
e della torre, non che gli uomini
ad esso soggetti e le loro possi-
denze, promettendo ed obbligando-
si anche a nome de' suoi discen-
denti , di portarsi ad abitare in
MAC
Tolentino , il qnal comune gli
concesse una casa, molino, vigna e
campo di dodici moggiuoli, in con-
trada Regnano. Dipoi nel !25i
Grimaldo di Viviano, di questo
castello, vendè alla comunità di
Tolentino due delle cinque parti
di esso a sé spettanti , con tutti i
suoi uomini e vassalli, pel prezzo
di 700 libbre. Alla fine del mede-
simo anno Rinaldo da Col mura-
no ed i suoi figli Giacobone e
Gualteruccio vendettero la quinta
parte di questo luogo., loro spet-
tante, a Tolentino, pel prezzo di
Suo libbre, con promessa di dieci
moggiuoli di terra iti contrada
Agliano, ed altre cose. In seguito
e nel 1254 Berardo di Offbne
collo stesso titolo vendè al cornuti
di Tolentino la metà della sua
porzione del castello, poggio, giro-
ne, ec. Nel medesimo anno Gual-
teruccio di Ollone da Colmurano
pose sé stesso e i suoi beni sotto
la giurisdizione di Tolentino, dichia-
randosi suo castellano , obbligan-
dosi abitarvi in perpetuo e di far
ciò che fauno gli altri nobili di
Tolentino; indi vendè la porzione
del castello a lui spettante, ec. Nel
1258 Uguccione di Gualtiero ven-
dè la quinta parte del castello, in-
sieme cogli uomini e possidenze ,
ec. Nel 12 ^9 Tolentino ricevette
quietanze per quanto avea pagato
ai detti padroni di Colmurano. Nel-
l'archivio di Tolentino vi sono gli
annuali giuramenti di Colmurano
sino al 1592; l'atto del popolo
nelle persone de' pubblici rappre-
sentanti e del sindaco fu convenu-
to si farebbe a' 17 ottobre avanti
il magistrato di Tolentino. 11 po-
destà soleva essere sempre un no-
bile tolentinate e dottore in ambo
le leggi, esercitante la giurisdizione
MAC 267
ordinaria nelle cause civili e crimi-
nali, eleggendosi ogni anno a sorte
dal pubblico consiglio.
Urbisaglia. Comune del governo
di Tolentino, diocesi di Macerata.
Urbisaglia, Orbisaglia, Urbi Sal-
"ia, nella sua antica rinomanza è
eguale a quella di Recina, ed i suoi
ruderi, i preziosi monumenti, le
vetuste epigrafi fanno anche oggi
onorevole testimonianza del rango
di città illustre da lei già occupa-
to. L'odierno popoloso borgo, tro-
vasi posto a metà del colle su flo-
rido terreno, ed è tuttora cinto
dalle solide antiche muraglie di
forma parallelogramma, nella esten-
sione di piedi romani 8400, fram-
mezzate da sessanta torri. Non
manca d'industria e trae vantaggio
dalla coltura de' suoi campi, man-
tenendo copiosi e scelti vivai di
piante, onde ne fornisce anche il
regno di Napoli. Trovasi il terri-
torio in monte ed in colle, avente
un paese con molti e belli fabbri-
cati, fra' quali una bella piazza con
portico all' intorno e buona chiesa
matrice. Il p. Ci valli nella Fistia
triennale la chiama Orbisaglia, già
città antichissima colonia de' roma-
ni, disfatta secondo Leonardo di
Arezzo da Redagaiso re de' goti,
dalle cui rovine sorse il presente
luogo. Evvi una fontana detta dì
pie di Colle j copiosissima di ec-
cellente acqua, con grandiosi ca-
nali di pietra. Poco lungi è il con-
ventino de' francescani riformati ,
sotto il titolo di s. Pietro di Mon-
te Loreto, così detto perchè ai tem-
pi de' romani vi si cavava 1' oro,
e si vedono profonde cave. Il fiu-
me Piastra o Piastrella, anticamen-
te Flussore, influente del ducuti;
|e scorre dappresso, e die il nome
ad un'insigne abbazia, che vivente
168 MAC
{incora s. Bernardo, ad istanza di
questi fu editìcata dal marchese
Guarnieri nell'anno i 1^2 con gran-
dioso monastero e chiesa corrispon-
dente, indi fu da lui consegnata
e donata all'abbate Ulgone e mo-
naci cisterciensi di Chiaravalle, che
la chiamarono s. Maria di Chia-
ravalle dì Fiastra, de Fiastra,
come dice il p. Lubin, Abbat. Ila-
liae p. 1 36. 11 marchese orni que-
sto dono cogìtans de futura Dei
retributione, nec non de die ventu-
ri judiciiy prescrivendo che ogni
nuovo abbate fosse benedetto dal
romano Pontefice, e che niuno po-
tesse alterare queste sue disposizio-
ni. Nel 1 2o3, secondo il Compa-
gnoni, l'abbate sostenne lite avanti
il giudice e podestà di Macerata ;
ed aggiunge che nel 12 io l'im-
peratore Ottone IV ricevette Od-
done abbate di Fiastra co' suoi
monaci sotto la sua potestà e tu-
tela ; gli confermò tutti i poderi e
beni compresi in quattro vastissime
tenute, dette del Monte di s. Ma-
ria di Fiastra e delle tre Gran-
gie, di s. Maria in Silva, Sarroc-
ciano, e di Mont' Orso, dilatan-
dosi in gran parte ne' limiti dèi
territorii di Macerata e d'altri cir-
convicini. I monaci cisterciensi a-
vendo lasciato l'abbazia di Fiastra,
nel i58o Gregorio XIII la die in
commenda ai gesuiti, i quali la
ritennero sino al pontificato di
Clemente XIV che li soppresse, e
sebbene ripristinali non la riebbe-
ro, perchè ne acquistarono il pos-
sesso, insieme ad altre limitrofe ter-
re, i marchesi Bandini da Came-
rino, che vi mantengono una splen-
dida autunnale villeggiatura . Il
luogo fu onorato dalla dimora
breve che vi fece il p. ab. Cap-
peilari, poi Gregorio XVI, quan-
MAC
do andò a Macerala per visitatore
apostolico di quell'università. Nelle
Memorie del march. Ricci si leg-
ge che il monastero di Fiastra per-
dette ogni forma, dopoché fu adat-
tato a diversi usi; non avvenne
però cosi della chiesa, la quale si
presenta maestosa e magnifica, e
se in qualche parte soffrì varia-
zioni, non sono però tali da non
farci travedere qual fosse nella pri-
mitiva sua costruzione. Nel terri-
torio di Fiastra, ed alla radice del
Monte Vallefibbia, vi fu il mona-
stero di s. Maria del Rio, che re-
stò intatto sino al secolo XV. Nel-
le selve di Urbisaglia crescono al-
beri grandissimi, per cui nel 1826
il marchese Bandini ne trasse dai
suoi possessi 2,000 pedali d'alto
fusto per la marina inglese. Il co-
mune e territorio di Fiastra è
soggetto al distretto e diocesi di
Camerino.
Prima di parlare delle antiche
Urbs Salvia e Pollentia riportere-
mo quanto scrìssero di Urbisaglia
il Santini nelle Memorie di Tolen-
tino, e il citato Compagnoni nella
Reggia picena. La prima epoca
della dedizione del castello ora
terra di Urbisaglia fu nel 1 199,
quando Gualtiero figlio di Ab-
bracciamonte pose sotto la giuris-
dizione di Tolentino lutto il terre-
no ch'egli possedeva in contrada
Brancaursina, emettendo giuramen-
to nel 1 2 1 3 di far pace e guerra
secondo il volere di Tolentino, sen-
za pesi di pedaggi o collette, ed
ebbe compensi. Era in questo tem-
po Urbisaglia soggetta a diversi
padroni, oude Tolentino volendola
comprare se ne procurò dai pa-
droni la cessione; cioè da Rosso
figlio di detto Gualtiero per una
terza parte del castello nel i25r,
MAC MAC 269
pel prezzo di tremila libbre di coi tolentinati, onde fu facile otte-
Ravenna e di Ancona. Rosso si nere Urbisaglia d'essere libera dal*
sottomise co* suoi beni alla giuris- la giurisdizione di Tolentino, fa-
dizione di Tolentino, castellano e cendo approvar la sentenza da s.
abitante di esso; altri fecero egual Pio V, con breve degli 8 agosto
sommessione , e le quattro figlie 1569, per cui inutilmente i tolen-
di Rosso ratificarono il fatto del tinati reclamarono e protestarono
padre. Nel 1296 Salimbene di Ma- sino al 16 14- L'antica Urbs Sal-
vino, con Giacomo di Matteo, Già- via ebbe il decurione, fu una del-
cobuzio e Corrado, venderono a le maggiori città del Piceno, ven-
Tolentino le loro parti di Urbisa- ne incenerita da Alarico re de'goti,
glia pel prezzo di diecimila libbre, e nel i436 n'era signora Elena
Nella parte di Fidesmido aveano Tomacelli; così il Compagnoni. Il
diritto i comuni di Camerino e Colucci nel t. XII delle Antichità
di s. Ginesio, per cui Tolentino picene a p. i4i e seg. tratta del-
nel i3o3 ne procurò la rinunzia, le antiche città di Urbsalvia e Pol-
e Fidesmido vendè la sua per quin- lenza, di che daremo qualche cen-
dicimila libbre: tutto approvò il no storico, con qualche giunta,
rettore della Marca. Dopo altri Urbs Salvia esistè a destra del
minori acquisti, Tolentino esercitò Chienti, venendosi verso il mare,
in Urbisaglia tutta la giurisdizione e precisamente sotto la moderna
con mero e misto impero, ripor- terra d' Urbisaglia dalla parte ver-
tando annui giuramenti di fedeltà, so il confluente de'fiumi Chienti e
Ma nel 1 44^ insorsero gravissime Fiastra, facendone sicura fede i su-
contese tra Tolentino e il popolo perstiti ruderi. Fu assai frequenta-
d' Urbisaglia per reciproche dissen- ta, perchè vi facevano capo due
sioni: introdotti giudizii avanti il rami di strada consolare, uno ve-
cardinal legato, Eugenio IV con- ni va da Prolaqueo> oggi Pioraco,
fermò Urbisaglia sotto il dominio l'altro da Osimo. Venne chiamata
di Tolentino. Nel 1466 rinnova- Urbsalvia, e Urbs Salvia e Ur~
ronsi le conlese, onde Paolo II com- he Salvia. Sì ripete l'origine lati-
mise al cardinal legato il possesso na dalla gente Salvia, prima plebea,
di Urbisaglia a favore di Tolenti- poi patrizia, e fiorì per rispettabili
no; quindi infastidito dalle turbo- cariche che esercitò sotto la repub-
lenze e maneggi degli urbisagliesi, blica romana. Uno di essi avendo
a' io gennaio i4?3 Sisto IV pò- ottenuto del terreno nella contra-
se Urbisaglia sotto l'immediato do- da, può aver contribuito all'accre-
minio di s. Chiesa. Riveduta però scimento della città in guisa tale
la causa, lo stesso Papa nel i47^ da renderle anco comune il nome,
la rimise sotto Tolentino che fece per poterne meglio tramandare ai
approvare il giudizio dalla romana posteri la memoria; in tal modo
rota, con tre sentenze e perpetuo restò in oblio l'antico nome della
silenzio. Sino al i563 gli urbisa- città, che dai più antichi tempi
gliesi prestarono il giuramento di sembra edificata. Plinio il vecchio
fedeltà, quindi il popolo mosse li- nominò Pollenza eXubsalvia come
te avanti il governatore di Roma, una città sola, per cui il Catalani
per le guerre civili che ardevano scrisse che Pollenza era il nome
.>;<> MAC
antico della città, ma poi prima
della deduzione d'una colonia ro*
man i, ampliata dalla gente Salvia,
venne chiamata Urbi Sylvia. Pro-
va il Colucci essere stale Pollcnza
ed Urbsalvia due città diverse.
Quelli che dicono che Pollenza o
Pollcntia fu l'antico nome di Urbs
Salvia, la fanno colonia romana e
sede vescovile, sostenendo che cam-
biò il nome in onore del suo be-
nemerito protettore Salvie La for-
tuna a cui soggiacquero le altre
città del Piceno, fu egualmente co-
mune alla città di Urbsalvia, sia
in ordine allo stato di prefettura
dopo il soggiogamento de' piceni,
sia in ordine all'essere colonia mi-
litare, in seguito del triumvirato di
Ottaviano, Lepido e M. Antonio,
per loro legge in premio de' servi-
gi prestati dai veterani. Siccome
peri sotto il triumvirato uno della
gente Salvia, contrario alle prepo-
tenze de' triumviri, probabilmente
mostrandosi loro nemici gli urbi-
salvicsi, per le aderenze e influenza
della gente Salvia, i triumviri con-
cessero la città e territorio al ri-
partimento de' veterani. Gli urbi-
salviesi, ad imitazione de' romani,
veneravano in un qualebe tempio
la università di tutti gli dei, cui
dall'oriente mandò un dono T.
Flavio Massimo . Il nume della
Salute Augusta avea in Urbsalvia
tempio, flamine e flaminia ; una
di queste sacerdotesse fu Vitellia
moglie di C. Salvio Liberale, e
madre di C. Salvio Vitelliano. La
memoria di costei è nella facciata
della casa del pievano di s. Loren-
zo di Urbisaglia. Niente diversa
dalle altre città, fu Urbsalvia nella
polizia del governo, ebbe quindi i
decurioni, i quatuorviri, ed altri
magistrati. Presso ì francescani del
MAC
terz'ordine, fuori della terra attua-
le, vi sono due iscrizioni antiche,
altre sono presso i marchesi I>an-
dini ed altrove, deducendosi da una
di esse che Urbsalvia fosse anche
municipio. Ad onta che il Malici scris-
se che gli anfiteatri non erano
comuni nelle città u" Italia, il Co-
lucci dice che dell'urbisalviese non
può nascerne dubbio , che anco-
ra negli avanzi si mantiene in me-
diocre conservazione. La sua for-
ma è ovale, con quattordici vomi-
toli, del perimetro di piedi 7 >(>,
e per la sua vastità negli ultimi
tempi vi fu fatta la giostra dei bo-
vi. Questo bel monumento rimane
fuori del recinto delle mina del-
l' antica Urbsalvia, pochi passi lon-
tano dalla porta, e venne edificato
dopo il pomerio, per cui non fu
trovato sito migliore che uè' sob-
borghi. Aveva teatri, e forse tre:
di uno esistono le reliquie dentro
il recinto delle antiche mura, ed
era lungo 3 60 piedi su 249 di
larghezza. Altri monumenti che
attestano la sua magnificenza e il
recinto del pomerio, le macerie di
qualche tempietto, avanzi di anti-
caglie e di marmi lavorati e molti
finissimi, pezzi di statue, tutte co-
se che dimostrano la ricchezza di
Urbsalvia. Negli scavi si rinvennero
avanzi d'acquedotti, di terme, di
volte dipinte, di bei pavimenti in
mosaico, di vasi sepolcrali. Che le
arti vi fiorissero, ne convincono le
immense monete in oro, argento e
rame; le corniole, i cammei ed al-
tre incisioni degne di ammirazio-
ne. Tra le moltissime iscrizioni ri-
guardanti le guerre tra gli Ottoni,
i Vitelli ed i Flavi, nel 1822 fu
scoperta quella che ricorda il famoso
Lucilie Basso cittadino di Urbsalvia,
ricolmato d'onori e d' impieghi sot-
MAC
to gl'imperatori Vespasiano e Ti-
to, ammesso tra gli arvali, e le-
gato nella Macedonia, nella Breta-
gna e nell'Asia, sebbene da que-
st'ultima venisse poi dispensato.
Nel museo vaticano sono un Fau-
no, un Ganimede, un Narciso, un
mascherone con gran bocca, sca-
vati nel pontificato di Pio VI, seb-
bene si creda rinvenuti in Falena
( f^edi), luogo principale degli scavi
intrapresi per ordine di quel Papa.
Nel palazzo del comune di Mace-
rata evvi T Esculapio rinvenuto
nel 1808; ed una rara corniola
rappresentante Cesare, venne in
potere di Odoardo Nisi. La nobi-
le famiglia Baiidini da questo me-
desimo luogo trasse pure molte
statue e gemme, che colle iscrizio-
ni ne ha abbellita la sua galleria
di Lanciano appodiato di Castel
Raimondo nel territorio camerinese.
Il Colucci narra ancora , che
dal principe degli apostoli s. Pie-
tro o dai suoi discepoli, ricevette
Urbsalvia i primi lumi del vangelo.
11 Turchi è di parere che del-
la sede vescovile che fu fondata in
Urbsalvia fosse vescovo Lampadio
che sottoscrisse al primo concilio
che il Papa s. Simmaco adunò in
Roma nel 499 > convenendovi il
Coleti nel tom. X dell' Italia sa-
cra deH'Ughelli, il quale avea anno-
verato Lampadio tra i vescovi Al-
bensi della provincia di Milano. A
questo parere aderisce il Colucci,
convenendo sul vescovato di Urb-
salvia, non che in quell'epoca aves-
se Lampadio, venendo la diocesi
circoscritta nel suo territorio, e
tutto al più estendevasi nella par-
te meridionale, avanzandosi sino
verso s. Ginesio. Dentro questi con-
fini si saranno compresi non pochi
pagi e vici , de' quali ne resterà
MAC 271
tuttavia la successione ne* castelli
di Loro, di Col mura no , e delle
Ripe, luoghi tutti che per la vi
cinanza ad Urbsalvia doveano en-
trare nel suo agro e diocesi. Sopra
tutto sono rimarcabili i ruderi del-
la Villa Magna, la quale fu cele-
bre anco ne' bassi tempi, ebbe con-
ti, e nel secolo XI chiamavasi Maja.
Il Compagnoni nella Reggia picena
parla del castello di Villa Magna
e de* suoi conti; di una gran par-
te della contea che fu conferita ad
Alberto di Grimaldo Compagnone,
ed in Albertuccio suo figlio, col-
I* uso delle condanne e altre giu-
risdizioni; e della sua positura pres-
so la Rancia o Arancia. Final-
mente, calato Alarico co' feroci goti
in Italia , dopo aver manomesso
Osimo, Recina e Tolentino, nel 4°8
distrusse Urbsalvia, e commise con-
tro gli abitanti ogni crudeltà, sen*
za eccezione di sesso e condizione,
ed ecco perchè il Colucci si mo-
strò contrario che ne fosse stato
vescovo nel 499 Lampadio, m un'e'
poca cioè che non esistendo la cit-
tà non poteva avere il proprio ve-
scovo. Si narra da Procopio, che
una madre snaturata avendo ab-
bandonato il suo bambino, una
capra prese cura di allevarlo, e si
chiamò Egisto: colle macerie del-
l'illustre città, ne' secoli posteriori
risorse colla terra di Urbisaglia,
mentre gli abitanti dell' antica a-
veano popolato le circostanti ville
e castella.
Treia (Fedi). Città vescovile e
governo.
Jppignano. Comune del gover-
no di Treia, diocesi di Osimo. Bor-
go posto su di un piccolo colle ,
alle cui falde scorre il torrente Mo-
nocchia, tributario del fiume Po-
tenza. È circondato da solide imi-
272 MAC
ra, sulle quali si elevavano quattro
bastioni, due de* quali ancora in
piedi hanno cambiato forma i de-
stinazione. Le sue fabbriche hanno
sufficiente aspetto, e qualche palaz-
zo vi si distingue. Diverse colline
gli fanno corona , e ne formano
l'ubertoso territorio. Sono osserva-
bili gli antichi acquedotti della fon-
te pubblica, detta Bocca di Leone,
copiosa di acque limpide e saluta-
ri, che dicesi sostengono il parago-
ne con quelle celebri di Nocera, i
quali condotti si credono fatti co-
struire da Aulo Piniano proconsole
d'Asia nel terzo secolo. La princi-
pal chiesa ha il prevosto, con allra
succursale nella contrada rurale di
Valcampana. Nella chiesa de' con-
frati della Morte, vi è un'elegante
cappella, con ricco altare e splen-
dida collezione di reliquiari, e do-
tazione per disposizione del cano-
nico Vincenzo Benigni. Ha un ospe-
dale pegl' infermi , una scuola pel-
le fanciulle, il monte di pietà e il
monte frumentario. Nel suo terri-
torio esiste il convento de' minori
osservanti di Forano, ove per tre
giorni si tiene una fiera nel giorno
del perdono d'Asisi, oltre altre fie-
re e settimanali mercati conceduti
da Pio VI. Tal convento fu edifi-
cato con pubblico denaro vivente
s. Francesco, che allora dicevasi del-
la selva di Ranieri. Tra gli uomi-
ni che vi fiorirono nomineremo il
giureconsulto Bartolomeo Appoggio
avvocato concistoriale, ed uno de-
gli otto che il cardinale Pio di
Carpi prescelse per la riforma delle
costituzioni egidiane, e Bartolomeo
Alfei, compilatore dello statuto mu-
nicipale e di una cronaca d'Anco-
na. Di questo luogo ne fu restau-
ratore il nominalo proconsole Pi-
niano, per cui ne prese la deno-
MAC
minazione. Egli vi si recò dopo
che s. A ni imo lo convertì nel 3o2
colla moglie Lucina alla vera U'dc,
e vi acquistò cospicue possessioni.
Nel Bollando sono gli atti di I,
Piniano^Falsone romano a' 18 mag-
gio ; vuoisi che fosse della tribù
velina, come si legge nel Marto-
relli. Memorie cV O s'uno, pag. 25.
Lungamente si resse con leggi mu-
nicipali, e talora sottoposto alla do-
minazione d' Osimo , e talora con
quella città in alleanza. Il Marto-
relli a pag. 109 riporta un docu-
mento del 1220 in cui apparisce,
che Appigliano, già da antico tem
pò soggetto ad Osimo, promette a
Vitale Claudi camerlengo di esso ,
di non eleggere rettore se non del
proprio luogo, e di volontà e con-
senso del consiglio. Il Colucci nella
sua Tre/a pag. 1 17, narra che Ap-
pigliano cadde sotto i tiranni d'O
simo nel 1 3 1 6, cioè de' ghibellini
Li pazzo ed Andrea Guzzolini, ch'e-
ransi prepotentemente impadroniti
della città e contado di Treia. Nel
1372 Appignano supplicò che la
curia risiedesse in Macerata , e lo
attesta il Compagnoni, Reggia pi-
cena p. 232. Nel i38g vi risie-
deva Boldrino da Panicale. Poco
dopo Bonifacio IX confermò al ca-
stello il privilegio di eleggere il po-
destà, di tassarsi pei tributi e di
giudicare i colpevoli. Nel 1^06 eb-
be il sindacatore, parlando del suo
campo il Compagnoni all'anno 1 4-4 ^ •
Il conte Sforza se ne impadronì,
nel i445> ma poco dopo all'avvi-
cinarsi del Ventimiglia l'abbando-
nò. Sotto il pontificato di Sisto V,
per le uniformi disposizioni prese
nello stato, cominciò a ricevere il
podestà dalla sacra consulta, e du-
rò così per oltre due secoli sino al-
l' invasione francese.
MAC
Monte Milonc. Comune del go-
verno di Treia, diocesi di Macera-
ta. Chiamasi pure Monte Melone ,
ed è situato sulla vetta di un colle
ove si vedono rovine di antica cit-
tà, che vuoisi portasse egual nome,
dopo l'atterramento della quale sur-
se l'odierno paese. Trovasi il ter-
ritorio in colle e in piano, molto po-
polato, con molti e belli fabbricati
chiusi da mura, con piccolo borgo
fuori di porta Romana. Vi è la col-
legiata di s. Biagio. Il march. Puc-
ci nelle Memorie storiche, ci dà le
seguenti notizie. Neil' Vili secolo
venne fondata l'abbazia di Rambo-
na presso Monte Milone, dalla re-
gina Ageltrude figlia d'Arechis du-
ca di Benevento, moglie di Guido
e madre di Lamberto imperatore,
in onore dei ss. Gregorio, Silvestro
e FJaviano; la chiesa, di cui ne fa
la descrizione, è importante per l'e-
poca in cui fu eretta, cogli avanzi
d'un tempio dedicato a qualche ge-
nio o Dio, nella contrada chiamata
Arambona presso Pollenzia. Anche
il Colucci a p. 102 di Treia, dis-
corre del celebre monastero de' mo-
naci di Rambona, con pingue do-
te e ampli fondi, privilegi ed esen-
zione dal vescovo, possedendo an-
cora nel territorio di Montecchio.
Lorenzo Severino nel i4f)6 dipinse
s. Antonio di Padova per la chiesa
de' conventuali di Monte Milone,
per ordine del magistrato, allorché
fu eletto il santo a patrono del
luogo. Con disegno di Cosimo Mo-
relli, verso la fine del secolo passa-
to, venne riedificata la chiesa di s.
Francesco. 11 p. Civalli nella Visi-
ta triennale, presso il Colucci, An-
tichità picene p. 75, dice che il po-
polo di Monte Melone , fu detto
prima populus Pollentinus , e che
Nicolò Peranzone scrisse essere stato
voi. XL.
MAC 273
edificato il castello cogli avanzi di
Vallenzia o Pollenzia. Nella piaz-
za di questa terra vi è l'iscrizione
d'un decurione d'Urbe Salvia. Die-
de nome a questa patria Agostino
Lazzarini causidico de' principali del-
ia corte di Roma, e benemerito
de' conventuali per l'erezione d'u-
na cappella in pietra con bel qua-
dro ove fu effigiato : vi fiorirono
ancora il p. Nicola Massi agosti-
niano di molte virtù, e l'architetto
Felice di molto nome. Negli statuti
della terra vi è una pena contro
quelli che rivelano i segreti del co-
mune, cioè di pagare venticinque
lire e per dieci anni essere privo
d'offizio, e se fra dieci giorni non
pagasse, fosse carcerato; in caso di
fuga si procedesse contro i suoi be-
ni, venendo dipinto in exemplum
aliorum colla mitra in capo nella
sala maggiore, con iscrizione del
suo nome e colpa. Il convento dei
minori conventuali, forse eretto nei
1379 vicino alla piazza, ha sulla
porta in alto l'arme de' Piani. Vi
furono tenuti alcuni capitoli pro-
vinciali, e venne onorato da reli-
giosi del luogo. Non molto lunge
dalla terra fu eretto il convento
de' riformati di s. Lucia, già juspa-
tronato de'Piani, e da loro donato
all'ordine nel i53o, da un Sigis-
mondo : la chiesa è bella , piccola
e divota. Aggiunge il p. Civalli ,
che nella chiesa dell'abbazia di s.
Maria di Rambona, riposa il corpo
di s. Amico, dell' altare del quale
e dell'arca di pietra rossa in cui ri-
posano le sua ossa, ne fece menzione
anche il lodato Ricci. Il Turchi e-
ziandio nel suo Camerinum sacrum
tratta di s. Amico, e del monaste-
ro di s. Maria di Rambona. I cap-
puccini vi fondarono il secondo loro
convento, attestandolo il Colucci in
18
274 MAC
Tnju, il (|uale narraudo a p. 16
cosa fosse nei tempi antichi Monte
JMilone, si esprime cosi. La terra si
frappone tra Montecchio e Urbi-
saglia, ed ha separalo territorio a
distinzione degli antichi tempi, nei
quali essendo ivi stato qualche vi-
co o pago d' una delle due città
contermini, ad una delle due do-
vea appartenere. Aggiuuge che nel
1398 Bonifacio IX, grato a Mo-
starda de Strata celebre capitano ,
per la ricupera di molti domimi
delia Chiesa , con bolla concesse
in vicariato perpetuo a lui e di-
scendenti Monte Milone e la terra
di Amandola. Le seguenti notizie si
leggono nel Compagnoni , Reggia
picena. Nel 1224 si sottomise al
cardinal legato Paudolfo, e fu già
creduta l'autica città di Pollenza,
come si legge ne' suoi statuti an-
tichi. Nel 1 3 1 6 gli uomini e fuo-
rusciti di Monte Milone , protetti
dal conte di Montefeltro ghibelli-
no, osarono presentarsi con impeto
ostile sino presso le mura di Ma-
cerata; ma il rettore Vitale col suo
esercito in aperta campagna li rup-
pe e disperse, per cui fu la terra
punita con pene corrispondenti. Nel
i35i si collegò col ghibellino Vis-
conti; indi nei i35g il cardinal
legato Albornoz assolvette Bonac-
corso figlio di Bindo e nipote di
Bettuccio domicello di Monte Mi-
lone, per le aderenze avute cogli
Ordelaffi ed altri scomunicati e ri-
belli della Chiesa, e per tener oc-
cupato Monte Milone, Tolentino,
ed altre terre della Marca. Venne
intimata pel sindacatore nel i4o5,
e nel 141 1 vi si ritirarono i ban-
diti di Macerata. Nel 1 416 fu no-
minata in un gran compromesso, e
nel i435 in una lettera di Fran-
cesco Sforza per somministrazioni;
MAC
indi nel l443 k'ce condurre a' suoi
molini una bombarda, e nell'istes-
no anno vi si approssimò l'armata
pontificia di Eugenio IV e l'arago-
nese del re Alfonso, mentre nel se-
guente auuo vi formò quartiere, co-
me di frontiera, Ciarpellone, uno
de* primi condottieri degli Sforze-
schi.
Distretto di Fabriano,
Fabriano (Fedi). Città vescovile
con governo.
Serra s. Quìrico. Comune del
governo di Fabriano, diocesi di Ca-
merino. Della positura di questa
terra scrisse Annibale Caro con al-
tri particolari al Sodo e Diserto
Intronati, che a quel tempo erano
nella corte generale della Marca ;
ma il p. Civalli nella Visita trien-
nale, presso il Col ucci, Antichità
picene t. XXV, p. 1 1 \ 3 dice che
la verità si è che la Serra sta in
forma di una galea facendo nel-
l'estremità una punta, ed è posta
in un colle, che da ogni banda sta
pendente, circondala all' intorno da
molti colli, chiamandosi il più vi-
cino Murano, il quale nel tramon-
tar del sole ne toglie un'ora ; T a-
ria è salutifera e buona. Rileva da
una cronaca niss. che la prima Ser-
ra fu edificata da Attilio nobilissi-
mo romano dittatore nominato Ser-
rano, e questa vogliono distrutta
da gente barbara nel 980, per cui
gli abitanti si ritirarono verso il
colle. Vuoisi inoltre dalla cronaca,
che passando di qua s. Romualdo
fondatore dell' inclita congregazione
camaldolese, ed essendo assalito da
una gran tempesta si ricoverò sotto
un albero, e fatta a Dio una bre-
vissima orazione subito cessò ; quin-
di preso il breviario trovò che iu
MAC
quel giorno correva la commemo-
razione dei gloriosi martiri Quirico
e Giulitta, ed ivi fece loro erigere
una chiesa, e chiamolla s. Quirico,
laonde in seguito la terra prese il
nome di Serra di san Quirico. Fu
anco per qualche tempo favorita la
terra dalla presenza di s. Silvestro
fondatore de' monaci silvestrini, che
qua predicò molte volte, e operò
molti miracoli. Furono già padro-
ni di questo luogo, come di Fa-
briano, i potenti Chiavelli , ed al
tempo di Urbano VI nel declinar
del secolo XIV ritornò all'obbe-
dienza della Chiesa, di che parla il
Simonella, Delle imprese Sforze-
sche, All'articolo Jesi, parlando di
Filippo Simonetti che la signoreg-
giò, dicemmo ancora che i Simo-
netti furono vicari di Serra s. Qui-
rico e della Rocca dell'Aquila. Fio-
ri in questa terra il b. Ugo mo-
naco discepolo di s. Silvestro poi
abbate, de' conti degli Atti, e figlio
di inesser A Itone della Serra, il cui
corpo vi posa nella chiesa di s. Fi-
lippo di Monte Granaio : la testa
dicono sia a Fermo, e la cappa a
Sassolerrato ove morì ( secondo il
Calindri ). Vogliono anche che di
qua fosse il b. Pietro, ed il b. Jo-
seffo monaco silvestri no, fratello di
s. Ugo (tanto del b. Ugo che del b.
Giuseppe ne tratta il Turchi, Ca-
merinum sacrimi p. 71). Vi sono
molte vene d'acqua, che per mezzo
di condotti di pietra viene introdot-
ta dentro terra per comodità ed uso
comune. Lontano circa un miglio
e mezzo, in riva del fiume Esino,
s. Romualdo vi fondò un nobile
tempio chiamato s. Elena , titolo
d'abbazia, degno d'ogni gran città,
ed uno de' principali ch'egli edifi-
casse. Dicono che nel i539 Paolo
111 tornando dalla santa Casa con
MAC 275
sette cardinali e quattro ambascia-
tori, volle alloggiare in questa ter-
ra, e nel 1573 passando di qua d.
Giovanni d'Austria naturale di Car-
lo V, vi si feimò nella notte. Nel
convento de' minori conventuali e-
retto vicino alla piazza, con chiesa
conveniente, vi fiorirono diversi re-
ligiosi illustri, e vi furono tenuti
alcuni capitoli provinciali. Fin qui
il p. Civalli. Il march. Ricci nelle
Memorie storiche^ tratta della chie-
sa di s. Bartolomeo fuori della ter-
ra di Serra san Quirico alla parte
occidentale, fabbricata per le cure
del b. Bartolomeo terzo generale
de' silvestrini, consecrata da Ram-
berto vescovo di Camerino ed ap-
partenente all'insigne monastero di
s. Lucia entro le mura di Serra
san Quirico ; i silvestrini lasciarono
quel luogo nel 1527 all'occasione
che si condussero dentro il castel-
lo ad ufficiare la chiesa di s. Ni-
colò, la quale in un all'altra di
s. Bartolomeo ora più non esiste.
Fa poi menzione di Girolamo Mez-
zalancia da Jesi generale de' silve-
strini, che formò i disegui per vari
monasteri del suo ordine, fra' quali
quello esistente di Serra san Qui-
rico nel cui archivio si conserva-
no diversi suoi scritti di architet-
tura. 11 Calindri nel Saggio siati-
stico, riferisce che il luogo ebbe
origine da uu certo Marco Attilio
Serrano, console e triumviro di
Roma; che soltanto nella metà del
secolo X le fu aggiunto al nome
che avea di Serra quello di s. Qui-
rico, allorché il santo abbate Ro-
mualdo gli die quel santo per pa-
trono, e la prima pietra del tem-
pio maggiore fu collocata nelle fon-
damenta dallo stesso s. Romualdo;
e che Plinio pose questo paese nel-
la VI regione d'Italia, mentre il
276 MAC
Tarcagnota ed il Compagnoni vo-
gliono che fosse annoverato tra i
dodici paesi spettanti all'esarcato;
in questo caso sarebbe forse la Ser-
ra che Pipino restituì o donò al
Papa Stefano III. Il Baldassini nella
Istoria di Jesi, dice che fra i ca-
stelli donati alla città nel is58 dal
re Manfredi, vi fu compreso Serra
s. Quirico. Nel i3i3, dopo la mor-
te di Enrico VII, si sollevò contro
il rettore della Marca, collegandosi
con altri comuni a danno de' ma-
ceratesi. Il Gritio nelle Istorie di
Jesi, narra ch'era sotto la sua giu-
risdizione, e pagava annuo tributo
con giurar fedeltà, cosi Rotorscio
appodiato di Serra san Quirico : di
Kotorscio, castrum Rotorsiutn seu
Rodossae, il citato Turchi ne rac-
conta la vicende, come già domi-
nato da' monaci e da' signori di
Rovellone, che il cardinale Albor-
noz vendè nel i365 per 4^oo fio-
rini agli Smeduzi o Smeducci di
Sanseverino, da' quali l'ereditarono
gli Stelluti di Fabriano. Nel 1 37 1
fra i luoghi che fecero istanza per
la riduzione della curia in Mace-
rata, vi fu Monte Filottrano, sotto-
scrivendosi al memoriale Lodovico
Apizzoli di terra s. Quirico cancel-
liere del podestà.
Importanti notizie su questa terra
si leggono nelle due lettere su di essa
scritte dal eh. marchese Filippo Bruti
Liberati, e pubblicate colle stampe
in Ripatransone nel 1840 e i843:
ne faremo un brevissimo estratto
delle cose principali. Incontro Ser-
ra s. Quirico fu già Cupra Mon-
tana; quanto al primo nome non
pare che interamente convenga sul-
la derivazione del Serra romano ,
credendolo provenuto dalla situa-
zione. Nel secolo XIV era sì po-
tente, che gli anconitani interpose-
MAC
ro la loro mediazione con felice e-
sito, perchè nel i38o si pacificasse
con Jesi. Indi nel 1397 Bonifacio
IX concesse a Raniero ed altri del-
la nobile famiglia Simonetti in vi-
cariato per dieci anni, e quindi a
beneplacito, vari paesi, fra'quali Ser-
ra s. Quirico; concessione che ven-
ne poi annullata nel 1408 da Gre-
gorio XII. Il luogo continuava ad
essere in considerazione, perchè vi
risiedè per qualche tempo il vesco-
vo di Jesi, come nel 14^7. Per la
sua fortezza fece lunga e terribile
resistenza nel i44^ a Francesco
Sforza, avendo difeso la terra San-
te Tanursi detto Santino da Ripa,
contestabile della fanteria pontifì-
cia, che poco prima avea preso
parte alla sconfìtta di quel valo-
roso capitano sotto le mura di Ri-
patransone sua patria. Respinti di-
versi attacchi , le bombarde dello
Sforza diroccarono gran parte delle
mura, e misero molti difensori fuo-
ri di combattimento, onde la piaz-
za assalita da tre lati fu ceduta per
capitolazione, anche perchè le bom-
barde, allora poco note nella Mar-
ca, avvilivano chi dovea esserne se-
gno, ed incutevano indescrivibile
spavento. Una di queste macchine
dipoi i concittadini la portarono
sulle mura della patria nel i48r,
cioè quando uniti agli esini avea-
no preso Osimo, come riporta an-
cora Girolamo Baldassini. Serra s.
Quirico ebbe i suoi uomini illu-
stri, tali pure furono, oltre i no-
minali, Benigno podestà di Fabria-
no, Antonio Tosi celebre medico,
Clemente Tosi dotto monaco sil-
vestrino, e l'altro valente medico
Ventroni. Inoltre il clr. scrittore
cita diverse opere e documenti, ove
si possono attingere notizie su Ser-
ra s. Quirico, e riporta J'iscrizio-
MAC
ne che il comune pose all'arco trion-
fale che innalzò per onorare il pas-
saggio del Pontefice Gregorio XVI,
passaggio che celebrammo già nel
voi. XXII, p. 273 del Dizionario,
ove dicemmo che il supremo Ge-
rarca venerò la sacra Spina che
possiede la chiesa di s. Lucia dei
monaci silvestrini. Di Serra s. Qui-
rico è protettore il cardinale Pietro
Ostini.
Sassoferrato (Vedi). Governo
nella diocesi di Nocera.
Genga (Fedi). Comune del gover-
no di Sassoferrato , diocesi di Fa-
briano.
Matelica (Vedi). Città vescovi-
le con governo.
S. Anatolia o Anatoglia. Comu-
ne del governo di Matelica, dioce-
si di Camerino. Non si ha memo-
ria della sua origine, solo si cono-
sce che fu la città umbra detta
Ti ora, sortita dalle macerie dell'an-
tichissima città di Filetto, che tro-
vavasi circa mezzo miglio dalla pre-
sente terra. Trovasi con territorio
in colle, con un paese che ha* este-
si e belli fabbricati cinti di mura.
"Vi è la collegiata di s. Martino, e
vi si conserva e venera l'intero cor-
po di s. Anatolia. Di questa chiesa
come del castello tratta il Turchi,
Camerinum sacrimi , cos'i del mo-
nastero di s. Angelo in fra Ostia,
poco lunge da questo luogo chia-
mato pure di s. Michele. Esso fu
fondato nel ioi5 pei monaci ca-
maldolesi, indi da Innocenzo III
dichiarato esente. In progresso di
tempo l'ebbe un abbate commenda-
tario, l'ultimo de'quali fu il cardi-
nal Alessandro Farnese nipote di
Paolo III, ch'erogò le sue ren-
dite per la detta collegiata di s.
Martino, onde i canonici un tem-
po si chiamarono di s. Angelo
MAC 277
intra Ostia. Al monastero gli an-
tichi conti del castello nel 1180
donarono la metà della pieve di s.
Anatolia. 11 march. Ricci nelle sue
Memorie attesta che gli agostinia-
ni si stabilirono nel principio del
secolo XIII in sant'Anatolia: Gual-
tieri Chiavelli avea già eretto nel
1210 un monastero sotto il titolo
di s. Angelo, due miglia distante
dai castello, in un luogo detto
l'Eremita, avendolo donato ai mo-
naci colla condizione che l'abbate
dovesse nominarsi da esso e dalla
sua famiglia in progresso, confer-
mandolo il vescovo di Camerino,
ed il patto che in ogni occorrenza
egli ed i successori potessero pren-
der ivi alloggiamento con tre ca-
valli a spese dell'abbate e del mo-
nastero, come abbiamo dall'Ascevo-
lini, Istoria di Fabriano. Ora la
chiesa appartiene ai canonici di s.
Anatolia. Questa terra si governò
un tempo in forma di repubblica
per togliersi dalla soggezione di
Matelica . Scrive il Compagnoni
nella Reggia picena, che il castello
nel 1201 era in guerra con Ca-
merino e Matelica, per cui Inno-
cenzo III procurò pacificarli. Indi
nel I2g3 in unione della Serra,
di Sarnano e di altre comuni, in-
festò Matelica ed altri luoghi. Nel
i328 n'era podestà Berardo figlio
di Gentile Varani, nel qual tempo
le leggi municipali furono riforma-
te. Poscia nel i35i Sant'Anatolia
si collegò col ghibellino Visconti si-
gnore di Milano. Nel secolo seguen-
te e nel i443 si dovette arrendere
a Francesco Sforza, e poco dopo si
diede ai Varani duchi di Cameri-
no, finche nel i5^6 sotto Paolo
III tornò sotto il pieno dominio
della santa Sede. Dipoi Clemente
XIII agli 8 luglio 1766 decorò il
278 MAC MAC
magistrato del titolo di senato, con tro Siccome Beragra o Defegra
l'uso dell'obito di rubbonc. Pietro fu tra Monte Fano e Filottrano
Agostino Boscherini ci diede: Del* o Monte Filottrano, ed il Coluo-
V acqua minerale di Fontebuono ci dice che sursero tali luoghi ,
della terra di Sanlanatolia, e del- principalmente il secondo, senza
le sue miniere e qualità.; discorso nulla deteriorare Monte Fano, ne
e vera relazione, Camerino 1673. parleremo dicendo di Monte Filot-
trano. Il territorio di Monte Fano
Distretto di Recanati. è in monte e piano, assai popola-
ta è la terra, con molti Fabbricati
Recatati {Vedi). Citta vescovile di mura con due buoni borghi. Vi
con governo. è la collegiata di s. Donato. Il
Monte Fano. Comune del go- Compagnoni citato nella Raggia pi-
■verno di Recanati, diocesi di Osi- cenaì ed il Martorelli nelle Meni.
reo. Surse questa terra dalle dis* d'Ottimo, riportarono alcune notizie
sensioni fra li cittadini di Fano, su Monte Fano. Nel 1202 ad i-
per le guerre civili, massime dei stanza d' Innocenzo III, si pacifico
ghibellini, e vi concorse la stessa con Recanati, al dire del Compa-
ciltà cui rimase soggetta, come si guoni. Nel 1 37 1 si unì a que'luo-
rileva dal documento prodotto dal- ghi che domandarono al cardinal
l'Amiani, Memorie istorìclie di Fa- Grirnoaldo la riduzione della cu-
no t. I, p. 252, il quale aggiunge ria in Macerata, sottoscrivendosi al
che questa colonia fanese si stabi- memoriale Cicco Massi Vanni di
fi in amenissimo colle con le reli- Recanati officiale del podestà. Nel
quie dell'antica Veragra o Beragra i3g3 intervenne in una gran lega.,
colonia de'romani, nelle incursioni e nel 1397 gli mosse guerra Gen-
de'goti rovinala e distrutta, e dalla tile Varani signore di Camerino,
posizione e dal nome della pa- primeggiandovi allora un Andrea,
tria fu chiamato il castello Mon- Nel 14.16 vi si stipularono i capi-
te Fano. AH' anno poi 1232 per toli tra i commissari della Chiesa
gli odii cagionati dalle discordie e Macerata, e nel 14^8 Galeotto
intestine, l'Amiani parla di que'cit- Malatesta signore di Rimini resti-
tadini che abbandonando Fano si tuì Monte Fano a Martino V. Ver-
portarono altrove, e molti in Mon- 60 la metà del medesimo secolo fu
te Fano, aumentando così il nume- due volte saccheggiato dai soldati
ro de'suoi abitanti. Siccome Y A- di Francesco Sforza, indi ricuperato
miani trattò dell'origine di questa da Giacomo da Gaivano; si levò
terra all'anno i322, avverte che poi dal dominio di Osimo , nel
il Compagnoni pretende che nella pontificato d'Innocenzo Vili, quan-
pace stipulata nel i2o3 a Polveri- do Buccolino s'impadronì di quella
gì, si facesse menzione di Monte città ribellandola alla Chiesa. Allo-
Fano, e che errò nel dire che il ra Monte Fano si rese libero al
suo sigillo ha la forma di un for- Pontefice, non ostante le richieste
tilizio , essendo come quello di de'recanatesi, che con buona som-
Fano un tempio che assomiglia per ma di denaro il pretendevano^ co-
altro ad una rocca, e lo produce me narra l'Angelita nell' Origl-
ili figura a p. 227 insieme ad al- ne di Recanati : il Calcagni nelle
MAC
sue Memorie dichiara però che
avendo il Papa domandato a Re-
canati aiuto contro Osimo, promi-
se ai recanatesi in compenso la
terra di Monte Fano, ma dopo la
presa della città i montefanesi a-
doprarono ogni arte per essere
immediatamente soggetti alla Sede
Bpostolica. Alcuni dissero che Re-
canati spinse contro Monte Fano uo-
mini armati. Si rileva poi da un
breve d'Innocenzo Vili del i4^9
die la terra venne data ai recanatesi,
perchè con esso liberò i montefanesi
ab omni jurisdictione recanatensis.
S'ignora il tempo in cui Monte
Fano fosse sotto il dominio di Reca-
nati. Certo è che il cardinal della
Rovere, poi Giulio II, legato alla
ricupera d' Osimo, non essendovi
«tato ammesso dagli osimani,si ri-
tirò in Monte Fano e fu trattato
con tale ossequio ed amorevolezza,
che ottenne dal Papa la grazia di
essere la terra soggetta immedia-
tamente alla Sede apostolica, venen-
do totalmente liberata dalla sogge-
zione di Osimo e di Recanati. Ai
6 maggio i5oi nacque in Monte
Fano Marcello Cervini di Monte-
pulciano, la cui famiglia erasi ivi
stabilita come afferma l'Amiani, ed
il Novaes dice che il di lui padre
Riccardo era tesoriere della Marca
d'Ancona di Alessandro VI. Dopo
una luminosa ed esemplare carrie-
ra, Marcello fu creato cardinale da
Paolo III, e poi nel i555 eletto
Pontefice col nome di Marcello II.
Ricordandosi del luogo in cui era
nato, gli condonò fino a nuovo or-
dine la somma che per ragione
del sussidio triennale dovea ogni
anno pagare alla camera apostolica,
e l'esentò da tutte le gabelle, col-
la condizione d' impiegare questo
denaro nel risarcimento del palaz-
MAC 279
zo del pubblico, e perciò vi diresse
un pontifìcio breve ai5 aprile, in,
cui dichiarava quanto stimasse que-
sta sua patria. Morì Marcello II
dopo 11 giorni di pontificato.
Filottrano. Città con governo,
diocesi di Osimo. Il benemerito con-
cittadino d. Silvestro Rondini ar-
cidiacono della basilica Lauretana
lasciò mss. le Memorie istorichc.
di Monte FiloUrano, oggi detto
Filottrano, che il Colucci pubblicò
con annotazioni ed osservazioni nel
t. XXII delle Antichità picene; di
tutto andiamo a dare un breve o
stratto. Monte Filottrano, illustro
luogo, chiamato onorevolissimo dal-
l'Avicenna storico di Cingoli, è si-
tuato in elevato colle di temperalo
clima tra Osimo e Cingoli, e tra
Jesi e Macerata, quasi in egual di-
stanza. Il suo contado che per più
di trenta miglia si estende, è do-
vizioso di vaghe ed ubertose colli-
ne, essendo bagnato da un picciol
fiume detto Fiumicello che si unisce
al Montone, il quale dalla parte
di tramontana ne bagna i confini,
essendo popolassimo. Coll'aumento
della popolazione di Filottrano ,
quasi tutto il circuito delle mura
castellane venne occupato ila par-
ticolari abitazioni, come ve ne sono
ne'sobborghi ed in vari villaggi del
territorio. Delle quattro chiese par-
rocchiali, la prima è prepositura sot-
to l'invocazione dell'Assunta, pre-
positura già annessa alla chiesa
di s. Maria di Tornasano, fin dalla
demolizione di questo castello. Sot-
to il vescovo cardinal Lanfredini
nelle pertinenze del castellare fu e-
retta la chiesa e cura della ss.
Concezione, con smembramento del-
la prepositura, avendo donato il si-
to la famiglia Accoretti. Il priorato
di s. Cristoforo nel 1218 apparicne-
280 MAC
Ta ai monaci dell'Avellana ; quello
di s. Michele Arcangelo, cui si unì
Ja chiesa rurale di s. Giobbe, ha
Ja statua in pietra del Monte Gar-
gano, rappresentante il santo Ar-
cangelo protettore di Filottrano, del-
la quale ne fece dono al pubblico
Giustino Antonio Gentiloni ; quel-
lo di s. Eusebio, cui fu unita la
chiesa di s. Maria di Storaco: la
chiesa di s. Michele Arcangelo è
collegiata. Delle cinque confraterni-
te, quella di s. Antonio abbate, co-
me più ricca, ha il peso del man-
tenimento dell'ospedale pegl'infermi.
Vi furono inoltre eretti due mon-
ti, di pietà e il frumentario. Pres-
so la chiesa del ss. Sagramento,
un tempo eravi il monastero dei
silvestrini, a' quali nel 1282 i be-
nedettini cedettero l'abbazia di s.
Maria di Storaco. Esistette già il
convento degli agostiniani eretto nel
i5ii3 annesso alla chiesa di s.
Agostino. Nel i5y8 si fondò il
monastero delle monache di s.
Chiara; nel i553 venne edificato
il convento de'cappuccini, traslata to
altrove nel 161 3. In Tornasano si
fondò il convento de' minori con-
ventuali, come risulta da un docu-
mento del i336, nello stesso seco-
lo trasferito in Filottrano, con chie-
sa anticamente dedicata a s. Roc-
co. Ne tratta pure il p. Civalli
nella Visita triennale, presso lo stes-
so Colucci tom. XXV, pag. io3.
Egli dice che illustrò questa patria
Giulio Santucci conventuale e ve-
scovo di s. Agata de' goti, lettera-
tissimo, impiegato da Clemente Vili
e Paolo V nelle controversie tra i
domenicani e i gesuiti. Nel convento
furono tenuti alcuni capitoli pro-
vinciali. Altri conventuali e citta-
dini illustri fioriti nel convento,
furono i pp. Gio. Angelo Baratta ni
MAC
e Giuseppe Maria Accoretti. Sotto
il titolo di ti. Maria degli Angeli e
di tutti i santi fondò la congrega-
zione de' cappellani o sia le dieci
cappellanie d. Alessandro Antonio
Gentiloni, accresciute dalla sorella
Gio. Battista; congregazione che ha
l'arciprete per superiore.
Per antica tradizione si ripete
l'origine del luogo da Ottrano, uno
de' longobardi occupatoli d' Italia,
e dai di lui figli, come apparisce
dal nome antico della terra : Mons
Filiorum Optranit che 1' eressero
colle macerie della distrutta città
di Veragra o Beragra, colonia de-
gli antichi romani, situata al dir
di Plinio nel Piceno tra Osimo
e Cingoli : ciò non è sufficiente
prova, riflette il Colucci, perchè
Plinio nominò le città e i luoghi
per ordine alfabetico. Ammessa la
testimonianza di Plinio, viene ri-
conosciuta la situazione ove esistette
Veragra tra Monte Filottrano e
Monte Fano, come luoghi alle det-
te due città intermedi , e circa un
miglio lungi da Filottrano, ubica-
zione che riconobbe ancora il Tur-
chi nel Camerinum sacrimi. Laon-
de in riflesso de'monumenti rinve-
nuti, l'agro di Filottrano e Monte
Fano spettò all'illustre antica colo-
nia, per cui ciascuna di dette terre
può ripetere a ragione la medesi-
ma discendenza. Quanto alla distru-
zione di Veragra si arguisce con
fondamento opera di Alarico re
de'goti, e si ritiene che fosse stala
opulente e ricca. Venuti i longo-
bardi a manomettere quanto era
avanzato ai goti o nel breve spazio
di tempo risorto, succedendo la
mancanza della coltura e delle
arti, ciò che produsse le penuria
de'generi e di tuttociò ch'è sosten-
tamento ad un regno, si accorsero
MAC
i longobardi dell' errore commesso,
e richiamati i popoli dispersi gli
aiutarono al restauro degli abita-
ti ed al ristabilimento della colti-
vazione. Si congettura che quelli
della distrutta Veragra, divisi da
spirito di partito, in due diversi col-
li la costruzione formarono del lo-
ro asilo, uno cioè nel colle poi
detto Monte Fano, l'altro in quel-
lo chiamato Monte Filottrano, cui
dierono mano a costruirlo Ottrano
e i suoi figli. Già il Colucci sino dal
t. Ili delle Antichità picene a p. 1 8 1
avea pubblicato una dissertazione
epistolare diretta a d. Luca Fan-
ciulli canonico della chiesa Osima-
na , con questo titolo: Dell* antica
città dì Veregra. Di questa disser-
tazione daremo un sunto, prima
di proseguire i cenni storici di Fi-
lottrano. Il Colucci incomincia a
dimostrare, che secondo la presente
pronuncia il nome della città fu V e-
regra, e veregranì quello del popo-
► lo; e che Plinio scrisse beregraniy
mentre doveasi dire veregrani e non
veragrani. Passa a dichiarare che
Veregra non fu nella regione Pre-
tuziana posta di là dall' Elvino o
o Tesino, e il Sa li nello, e precisa-
mente in Civilella come vorrebbe
il Cluverio. Nega che Veregra fosse
nel luogo ove ora giace Monte da-
naro nella provincia Permana, man-
cando monumenti che lo provino;
bensì stabilisce che fu tra Monte
Fano e Monte Filottrano, appog-
giandosi alle autorità del mss. del
can. Rondini ed alle ricerche del
dotto can. Turchi, nella valle o
piano ch'è Ira i due luoghi, anche
pei documenti che producono i fi-
lottranesi e montefanesi3 ed ezian-
dio per le anticaglie, ruderi ed a-
vanzi che tuttora si vedono, e per
le monete, marmi lavorati e pavi-
MAC 281
menti di mosaico che si rinvenne-
ro nella valle. Il can. Reposati pu-
re riconosce l'esistenza di Veregra
nel sito indicato, come quello che
essendo stato prevosto in Monte
Fano, ebbe comodo di ben rilevare
ciò che asseriva; anzi fece mettere
nelle mura esteriori della nuova
collegiata un frammento d'antica
lapide, dalla quale si raccoglie che
Veregra fu colonia romana, che già
aveva accennato Dalbo Mensore pres-
so Frontino. N'erano confinanti Co-
simo, Ricina, forse Potenza, Tre-
ia, Cingoli, Cupra Montana e Ple-
nina. Indi il Colucci passa a par-
lare de' monumenti superstiti di
Veregra, da uno de' quali si crede
che il territorio di Appigliano fosse
appartenuto in parte ai veregranesi,
nel qual territorio furono rilegati
i ss. martiri osimani, Antimo, Si-
sinio e Dioclezio. Termina il Co-
lucci col dire della decadenza di
Veragra, e che da essa risorsero
susseguenlemente altri luoghi, co-
me Montefano , e Monte Filottra-
no principalmente, e che il Turchi
ed il Fanciulli furono di parere
aver avuto Veregra anche la sua
cattedra vescovile.
Il Rondini produce un documen-
to della cronaca di Farfa, dal qua-
le rilevasi che que'monaci nel se-
colo VII possedevano pingue e co*
spicua corte o tenuta, nel luogo
detto Monte Polesco, villaggio del
territorio filottranese, che con ti-
tolo di contea passò alla nobile
famiglia Lavini, una delle dovizio-
se e principali di Filottrano. Dal
medesimo documento ne trae con-
ferma che i primi fondatori della
patria furono i figli di Ottrano,
nel sito occupato dal padre longo-
bardo. Il Colucci aggiunge che il ca-
stello o villa di Monte Polesco dopo
281 MAC MAC
essere stato posseduto lunghissimo spettare a Filottrano: tuttavolta
tempo dai monaci farfensi, ai qua- si ha che nel 1204 era nel con-
li lo confermarono nel ioi3 Be- tado Osimano, nel i3o8 seguitava
nedetto Vili, e nel 11 18 Enrico nella sua giurisdizione, ed Eugenio
V, passò alla nominata famiglia IV glielo restituì nel i44^> giacché
Lavini, il conte Giuseppe della nel i36o era stato ceduto ai fi-
quale eresse sulla facciata della chie- lottranesi dal rettore della Marca,
sa della contea, dedicata alla Ma- Ivi fu una chiesa di s. Agata, ed
donna della Neve, una lapide che il castello più non esiste. Storaco
dice averla lui fabbricata. Ivi ogni con chiesa di s. Maria che appar-
anno per autorità sovrana si fa tenne ai benedettini, ed un tempo
una fiera franca ed immune. Nel ci visse ritirato s. Bonfiglio giù
territorio filottranese esisterono an- vescovo di Foligno; nel 12.58 essen-
ticamente alcuni castelli, che sono do villa, il re Manfredi la cedette
i seguenti, e sui quali se ne pos- a Jesi. Tornasano nel 1271 con
sono leggere le notizie nel Fanciul- Storaco appartenevano alla giuris-
ii , Osservazioni alle antichità di dizione della mensa episcopale di
Cingoli, e nel Martore! li, Memorie Osimo , cui la avea ceduta la cit-
d' Osimo. Mon toro esisteva nel 1 164, tà per vendita, secondo il Marto-
ora villaggio che in parte era dei relli, perchè Osimo sino dal 1200
monaci classensi; più tardi v'ebbe possedeva per dedizione Tornasano.
pur dominio il comune d'Osimo. E siccome il Martorelli riferisce
Cerqua era nel colle al presente che colla demolizione di Tornasa-
chiamato Castellare, poi possidenza no e Storaco il comune d'Osimo
degli Accoretti. Nel 1 189 si diede rifabbricò Filottrano verso il secolo
ad Osimo, per liberarsi dalle pre- XIII, il Rondini produce contrari
tensioni di Filottrano, allora esente documenti per provare che Filot-
dall'osimana giurisdizione, e gover- frano dipendendo dalla Chiesa, per
nata da un podestà o meglio da la sua costante fedeltà fu restau-
consoli. Molte controversie vi furo- rato dai rettori della Marca,
no tra Filottrano ed Osimo sulle Non potendo Marcualdo, fatto
pertinenze del castello di Cerqua marchese della Marca Anconitana
che Eugenio IV nel i44^ decise da Enrico VI, riceverne l'investitu-
a favore degli osimani. Casarola ra da Innocenzo III, saccheggiò
esisteva nel 1177, e si diede ad chiese, e diroccò terre e castelli,
Osimo nel 1206, indi come cara* fra' quali, al dire del Martorelli,
pagna passò al possesso dei Pai- Filottrano, Tornasano ed altri Juo-
mucci : nel secolo XIV i vescovi ghi, i cui abitanti si rifugiarono
di Osimo vi aveano il proprio in Osimo, al quale si die nel 1200
palazzo. Cerlongo oggi contrada Filottrano. Il Rondini ripugna al
s. Agata con chiesa. Nel 1204 fu documento prodotto sul preteso
restituito dai cingolani alla chiesa dominio, e confuta il Martorelli
di s. Leopardo e alla città d'Osimo, anche sul dominio di altri castel-
ma nel i25o per indulto del cai- li, come dedizioni di particolari
dinal Capocci tornò alla soggezio- persone non del pubblico, dichia-
ne di Cingoli. Sant'Angelo non pa- rando che mai Filottrano si sogget-
re edificato dagli osimani , ma tò ad Osimo, perchè avea libero
MAC MAC 283
il governo, eleggeva il podestà, ed nernle. e nel 1 383 colle genti di
avea proprie leggi. Il Colucci però Monte FaQO e Recanati cacciarono
osserva che Filottrano per giudi- da Osimo alcuni malviventi che
ziale sentenza appartenne agli o- aveano cercato ribellare la città,
simani, che ne presero possesso, Nel i3o,3 dopo la morte di Boi-
che Urbano VI confermò con boi- drino rinnovò la lega con diverse
la, e più tardi lo dichiarò Enge- comunità, ma accresciute nella Mar-
nio IV. Nel confessare il Rondini cale rivoluzioni e prepotenze, Mo-
che nel I2i4 Aldobrandino Esten* starda da ForPi rimise all'obbe-
se marchese della Marca ampliò dienza della Chiesa tutta la pro-
si dominio di Osimo coi castelli di vincia. In questo tempo Monte Fi-
Tornasano, Casarolo, Cerqua, ec. e loltrano godeva la protezione di
con Monte Filottrano , e che al- Pandolfo de'Malalesti, coi titoli dì
trettanto fece il rettore Manfredi e rettore , difensore e governatore,
diversi brevi pontificii, dice che O- Sotto Giovanni XXIFI Ladislao re
siroo con denaro si procurò siffatti di Napoli tentò il conquisto della
domimi. Egli non convenendo al Marca, e siccome Filottrano era
devastamento di Filottrano sotto aderente ai Malatesta, la lega fatta
Marcualdo, piuttosto l'attribuisce a contro di essi nel i4»6 V assediò
Federico II, cui aderirono gli o- per Braccio da Montone, e nel se-
simani, perciò da Gregorio IX pu- guente anno fu fatta la pace. Ver-
niti e privati de'privilegi e vesco- tendo lungo litigio col comune di
vato, ed allora poterono i rettori, Cingoli pei confini , compromesse
non gli osimani, riedificar Filottra- le parti nel cardinal legato Astor-
no, ove mandarono ad abitarvi gin, nel 14.28 questi pronunziò il
quelli di Storaco, a'quali il rettore suo laudo di concordia in Monte
san Benvenuto vescovo d' Osimo Rubbiano. Contro Eugenio IV in-
proibì rifabbricar il castello. Nelle vasa la Marca da Francesco Sfor-
funeste guerre civili de'guelfi e ghi- za nel i433, occupò pure Monte
bellini, Filottrano si mantenne nel- Filottrano per capitolazione, nella
la divozione del Pontefice. Intanto quale fu accordato dal conte di
mentre il cardinal Albornoz rasset- conservarlo libero e indipendente
tava le cose di Roma e del Pa- da qualunque soggezione fuori di
Irimonio, fra Morreale cavaliere di quella della santa Sede com'era
Rodi con una compagnia di ventu- stalo in passato, ponendovi per po-
ra prese e saccheggiò più luoghi, desta Gio. Marco Cima da Cingoli;
fra 'quali Filottrano e Monte Fano ma nel i443 le armi di Alfonso
con grande strage nel i353. Monte d'Aragona comandate da Piccini-
Filottrano ricorse al rettore perchè no, riconquistarono ad Eugenio IV
venissero restituiti da Osimo quei la Marca, e con essa Filottrano,
cittadini ivi rifuggiti, con gli uo- ciò che nel seguente anno ricupe-
ro ini di Tornasano, Cerqua e s. rò Io Sforza, venendo quindi fatto
Angelo, dopo la disavventura di dal Papa marchese della Marca.
fra Morreale, come luoghi dipen- Ribellatosi al marchese il suo ge-
denti da Filottrano. Il comune nel nero Sigismondo Malatesta, gl'in-
1372 si unì a quelli perchè si vase molti dominii, quando Sigis-
slabilisse iu Macerata la curia gè- mondo da Fano spedì nella Mar-
284 MAC
ca Jacopo da Gai vano, che occupò
Filottrano, Monte Fano, ed altre
terre. Allora lo Sforza volendo ri-
prenderle, mosse alla volta di Fi-
lottrano, e la cinse d'assedio, onde
per mancanza d'acqua e di frumen-
to, dopo due giorni si diede, co-
me fece Appigliano che per paura
avea ceduto a Jacopo. Terminate
le turbolenze della guerra, il ca-
stello nel pontificato di Nicolò V
fu afflitto dalla peste, ed è tradi-
zione che allora si erigesse la chiesa
di s. Rocco fuori delle mura castel-
lane. Neil' aprile del 1466 seguì
un'ostile scorreria di alcuni osi-
mani uniti co'soldati stipendiati del
duca Federico d' Urbino , d'ordine
del consiglio e priori della città
d'Osimo, nel territorio di Monte
Filottrano, dove depredarono alcu-
ni animali, e fecero prigioni diver-
si cittadini ch'erano in villa e che
poi rilasciarono al ponte Musone,
portando seco loro il solo bestia-
me. I filottranesi ricorsero al giu-
dice della curia generale, ch'ema-
nò la condanna di duecento ducati
d'oro per testa. Gli osimani appel-
larono a Paolo II, il quale mode-
rando la sentenza, la ridusse in
tutto a ducati trecento d'oro. Ter-
mina il Piondini le sue Memorie,
che la sua patria richiese la facol-
tà di eleggersi il proprio podestà,
diritto toltogli dallo Sforza; n'eb-
be vantaggioso rescritto da Cali-
sto III, favorendo molto il pubbli-
co Sisto IV con un breve emanato
nel i483. Qui termina la storia
del Rondini, dichiarando il Coluc-
ci, che Pio VI riconoscendo il
merito dell'antichissima terra, l'in-
nalzò al grado nobile di città, coi
relativi onori e prerogative delle
altre città della Marca, e il nome
antico di Monte Filottrano restò
MAC
fino da quel punto cangiato in quel
di Filottrano. Il breve di tal ere-
zione, Inter multiplices, emanato ai
24 agosto 1790, si legge nel t.
VIII, pag. 509, del Bull Roni.
Continuano. Di Filottrano parla
ancora il Compagnoni nella Reggia
picena. L'Avicenna nelle Memorie
di Cingoli lo chiama terra onore-
volissima, e dice che con autorità
pontificia per qualche breve tem-
po venne sottoposto alla soprain-
tendenza de'gonfalonieri del comu-
ne di Cingoli; di alcuni suoi qua-
dri discorre il marchese Ricci nel-
le Memorie storiche ; e che è
cosa incerta che ivi si coniassero
monete dopo il 1797, Io dichiara
l'avv. de Minicis, Cenni di Fermo,
p. 107. Vi sono poi tuttora i cap-
puccini, i conventuali, e le mona-
che Clarisse, ed oltre le loro chie-
se ve ne sono altre sette parroc-
chiali. Il popolo fìlottranese si mo-
strò in ogn' incontro attaccatissimo
alla santa Sede, massime negli ul-
timi tempi della straniera invasione.
Vi si tengono quattro fiere l'anno,
ogni venerdì vi sono buoni mer-
cati, e vi è particolar industria nei
lavori di ferro, specialmente coltel-
li e forchette, e ornamenti di osso.
In Filottrano esiste una bella villa
fatta dal conte Telesforo Carradori,
un miglio circa lontana dalla cit-
tà, chiamata Cento finestre.
Monte Santo. Governo nella dio-
cesi di Fermo. Cospicuo borgo mol-
to popolato, posto in ameno colle,
circa un miglio dalla destra riva
del fiume Potenza che bagna que-
sto territorio. È molto vagamente co-
struito, e regolari sono i suoi edifizi
circondati di mura. Si rimarca da
lungi la torre ch'è la bellissima di
quante ne esistono nelle terre della
provincia di Macerata, appartenente
MAC
al comune. La pubblica piazza in par-
te occupa l'area della chiesa diru-
ta da più anni, e già principale e
collegiata di s. Stefano, ove si di-
ce esservi stata una prodigiosa im-
magine della Beata Vergine che
frequentemente era venerata dai di-
voti. Ve n'ha però mia in un tem-
pietto suburbano di juspatronato
della famiglia Mazzagalli, posto a
pochi passi dalla porta s. Giovan-
ni, venuta in gran venerazione ver-
so la fine dello scorso secolo. I
campestri dintorni sono" deliziosi, e
dal lato più. ameno, ove dimorano
i cappuccini, si ammira in distan-
za la ragguardevole villa della no-
bile famiglia Bonaccorsi, ornata di
giardini, boschetti, giuochi d'acqua,
e di altri piacevoli solazzi. Tra gli
uomini illustri che uscirono da que-
sta famiglia, nomineremo i cardi-
nali Bonaccorso Bonaccorsi nato in
Monte Santo, creato cardinale da
Clemente IX nel 1669; e Simone
Bonaccorsi nato in Macerata, fatto
cardinale da Clemente XIII nel
J 763. All'articolo Braschi Fami-
glia (Fedi) dicemmo che d. Giulia
pronipote del glorioso Pio VI si
maritò al conte Bonaccorso Bonac-
corsi. Nella soggetta pianura tro-
vasi l'antica e ricca abbazia di Po-
tenza, e sulla riva del mare Adria-
tico una fabbrica fortificata , ove
sono gli uffizi di finanza con la
forza armata, e chiamasi il Porto
di Monlesanlo. Molti collocano nel-
le vicinanze l'antica e famosa città
di Potenza Picena, non Pollenza ,
già colonia romana, e vogliono che
dalle sue rovine, cagionate dai goti,
questo paese fosse costruito. In fine
diremo delle sue memorie, sebbe-
ne il Colucci si dichiari più per
Recanati o per Monte Lupone, ciò
che non intendiamo contraddire, né
MAC 285
affermare in favore di Montesanto.
Ecco poi quanto il p. Civalli scri-
ve di Montesanto nella Visita trien-
nale, presso il Colucci , antichità
picene tom. XXV, pag. 48 e seg.
Il Biondo chiamò questa terra, no-
bile oppidum, vicino alla quale fu
già la città di Potenza ; così la no-
minarono Strabone, Plinio e To-
lomeo, e da questi fu annoverata
fra le prime città picene, non doven-
dosi credere al Volterrano che la
chiamò Trajana Potenda3 poiché
furono due città nella Marca con
egual nome, Potenza marittima e
littorale vicino al mare, e Potenza
Trajana o mediterranea. Montesan-
to è terra con porto e bellissimo
stagno, con due fiumi, il Potenza
e l'Asola, e di territorio fruttifero.
Dell'origine di Montesanto evvi que-
sto documento, esistente nel libro
de' privilegi del vescovo di Fermo.
De anno 1128. Libertus episcopus
firmanus donavi t habilatoribus Mon-
tis sancti Stephani, fodrum , ut di-
ctam terram aedificarenl, sibi re-
servando jus procedendi in homi-
cidiis, adulteriisy et similibus cri-
minibus: nec non f acuita tem recipien-
di in dieta terra imperatorem et
d. Papani. Da questo Monte di s.
Stefano, così detto dalla chiesa ma-
trice, prese il nome di Monte Santo.
Lo stemma del comune si compo-
ne di cinque monti, per le cinque
ville che ad esso si unirono e in-
corporarono. In un arco presso la
porta di s. Giovanni si legge l'an-
no MCC. Nella cancelleria del pa-
lazzo de' magistrati si conservano
alcune lettere scritte in pergamena
dalla repubblica di Venezia alla ter-
ra di Monte Santo , partecipando-
gli la morte dei dogi e l'elezione
dei nuovi. Patrono di Monte Santo
è s. Girio, il quale morì in questo
nSG MAO
territorio, e sì tiene fermamente che
il suo corpo riposi nella chiesa a
lui dedicata, e la sua festa si ce-
lebra a' a5 maggio. Riporta il No-
vaes nella vita di Benedetto XIV
die questo Papa nel ij^i appro-
vò il culto immemorabile del b.
Girio de' conti Lunelli di Lingua-
doca, il quale partendo per Ro-
ma, e da questa pei luoghi santi
di Palestina, prima di giungere ad
Ancona nel secolo XI 11 mon presso
l'antica Potenza. La sua morte fu
annunziata dal suono miracoloso
delle campane, onde i vicini popoli
accorsero per contrastarsi il suo cor-
po. Questo non potendosi per virtù
divina rimuovere con forza alcuna,
fu proposto con altro prodigio da
un bambino, che il corpo fosse po-
sto in un carro tirato da due gio-
venchi senza condottiero , i quali
ferma ronsi in luogo detto Colom-
bario non lungi da Monte Santo,
dove restò col titolo di protettore.
Nel i43 1 il comune incominciò u
celebrarne la festa di precetto, e
Pio li nel 1460 concesse l'indul-
genza di dieci anni ed altrettante
quarantene a chi visitasse la chie-
sa del b. Girio nel giorno di sua
festa. La di lui vita è ne* Bollan-
disti, Ada ss. man t. VI, die i5.
Alessandro Marinucci ci diede : Vi-
ta, culto e miracoli di s. Girio
conjessore, Roma 1766.
11 p. Civalli aggiunge che giu-
stamente il Biondo chiamò Monte
Santo terra nobile, poiché fu tale
pegli uomini illustri che in ogni
tempo vi fiorirono. Sebastiano Pa-
parello fu pubblico lettore di me-
dicina in Perugia , e lasciò alcune
opere. Arcangelo Mercenario fu let-
tore di filosofia nello studio di Pa-
dova, ancor egli autore di opere
pregiate. Orazio Eugeni nobile di
MAC
Monto Santo insegnò logica in Ma-
cerata, e medicina in Roma, To-
rino e Padova; lasciò anch'egli ope-
re mediche. 11 di lui padre Lodo-
vico fu celebrassimo medico, caio
assai a Clemente VII, al cardinal
Rodolfo Pio e sua famiglia : la-
sciò quattro figli , Simone e Fa-
bricio dottori di legge, il primo
uditor di rota iu Perugia, l'altro
lettore in Macerata e Roma ; Le-
lio cavaliere di Loreto, ed Orazio
filosofi), teologo e medico lodato.
Tra gli altri dottori, merita men-
zione Ventidio Zamberlani. Di Mon-
te Santo furono pure Ridolfo Cor-
raducci consigliere e ambasciatore
cesareo al Papa e ad altri princi-
pi d'Italia, che divenne la terza
persona dell' impero; ed il vescovo
di Teramo Vincenzo domenicano
commissario del s. cttìzio. Nomine-
remo pure Prospero Marefoschi ma-
ceratese nato in Montesanto, crea-
to cardinale da Benedetto XIII nel
1724. 11 convento de' minori con-
ventuali di antichissima fondazione,
ed eretto sul monte di s. Nicolò ,
esisteva nel 1257 in cui Gerardo
vescovo di Fermo gli donò un pez-
zo di terra, poi data a chi cede il
sito per fabbricar la chiesa di s.
Francesco. Fiori in questo conven-
to il b. Gerardo da Montesanto,
che forse morì in Asisi. In esso
furono tenuti molti capitoli gene-
rali, e in quello del i5g4 fu elet-
to provinciale lo stesso p. Civalli
che nel suo provincialato e visita
triennale raccolse le sue importanti
memorie storiche. Tra i benefattori
del convento è a mentovarsi Giu-
lio Picchini. Sulle notizie ecclesia-
stiche di Monte Santo, si può ve-
dere il Catalani, De ecclesia Fir-
mana p. 5iy i3y, i54> 162 e 356.
II march. Ricci nelle Memorie sto-
MAC
ricb*} dice che nel 1294 ebbero i
frati minori di Monte Santo, dal
vescovo di Fermo Fili
ppo,
la chiesa
di s. Nicolò, eh' era monastica ; e
che Giuseppe Verzelli da Cameri-
no disegnò le torri innalzate pres-
so il porto di Moute Santo , ed
altre lungo la spiaggia dell' Adria-
tico.
Il Compagnoni, Reggia picena,
riporta le seguenti notizie su Mon-
te Santo. Nel 1202 era del parti-
to fermano nella celebre pace, che
si conchiuse per le sollecitudini di
Innocenzo 111, dicendo che l'antica
Potenza marittima, sotto la città
di Recanati, fu per vicinanza più
prossima a Monte Santo. Il Maran-
goni nelle Memorie di Civitanova,
narra che nel 1289 Gregorio IX
concesse a Monte Santo sul suo com-
mercio il medesimo privilegio che
avea accordato a Civitanova. Nel
1288 fu uno de' luoghi in cui si
pubblicò il nuovo studio di Mace-
rata. Nel i3o8 si armò contro Je-
si e Macerata con altre città e ter-
re della Marca che seguivano il
partito ghibellino; quindi nel i35i
entrò in lega con Giovanni Visconti
capo di tal fazione. Nel 1371 operò
con altre terre che la curia ritor-
nasse in Macerata, sottoscrivendosi
perciò alla supplica data a Grego-
rio XI. Correndo l'anno 1896 gli
fece guerra Gentile signore di Ca-
merino, primeggiando allora in Mon-
te Santo certo Antonio. Nel 1404
racconta il Marangoni che fu com-
battuto da Civitanova, perchè ri-
cevesse il governo pontifìcio di Lo-
dovico Migliorati nipote d'Innocen-
zo VII. Nel seguente anno man-
dò il sindacatole alla curia gene-
rale; quindi nel 1407 nel recarsi
il Migliorati alla visita del santua-
rio di Loreto, al ritorno in pas-
MAC 287
sando a Monte Santo, gli abitanti
gii chiusero le porte in faccia, e
dalle mura salutandolo colle grida
e cogli scherni, tennero col saet-
tume addietro lui e suoi compa-
gni come tanti aggressori. Laonde
posta la terra in bando, minaccia-
va di vendicarsene aspramente, co-
me dichiarò in un manifesto. Ma
mentre il Migliorati armava a fu-
ria contro Monte Santo , la Marca
malcontenta di lui fu inondata in
un istante dalle armi straniere. Nel
1412 Monte Santo è nominato in
juna lettera del Migliorati, con al-
tri luoghi al pagamento delle con-
tribuzioni decorse. Portandosi nel
i4i3 Paolo Orsini per Giovanni
XXI II nella Marca, riparti la sua
cavalleria in Cingoli e in Monte
Santo. Nel i4^3 gli fu dal vicele-
gato di Martino V proibito di ar-
mare pel regno di Napoli. Assog-
gettato al dominio di Francesco
Sforza, nel i435 gli scrisse perchè
soddisfacesse agli affitti e taglie. Mon-
te Santo ha goduto la protezione
di diversi cardinali, ed ora 11' è
protettore il cardinal Filippo de
Angelis d'Ascoli arcivescovo di Fer-
mo. Ora passiamo brevemente a
dire dell' antica città di Potenza ,
colle testimonianze del Colucci : Del-
l'antica città di Potenza, presso il
t. Vili, p. 93 delle Antichità pi-
cene.
Vi furono due città d' un simil
nome, ed una terza di poco diver-
so. In Plinio si ricordano la città
di Potenza e i popoli pollentini,
questi mediterranei, quella maritti-
ma ed affatto diversa da Pollenza
mediterranea. Anche nella Lucania
o Basilicata fu l'antica città di Po-
tenza, differente dalla picena, come
lo è pure la Respublica Potentino-
rum di Muratori. La città di Po-
i88 MAC
tenza picena fu marittima, ed esi-
steva dopo Cluana» e Numana , e
prima del castello navale de'fermani,
sulle foci del fiume Potenza, sebbene
non se ne rinvennero gli avanzi, o
ingoiati dal mare , o devastati dai
popoli per usarne nella ricostru-
zione di altri luoghi , che da tali
rovine risorsero. Pare che la sua
origine fosse opera di gente arri-
vata di sbarco dal mare, siccome
collocata sull' imboccatura del fiu-
me, e probabilmente dai siculi. Di-
venne colonia romana nell' anno
569 di Roma, 184 avanti la no-
stra era, dopo la resa e deduzione
de' piceni al popolo romano , per
opera di Gneo-Manlio e Fulvio
JNobiliore consoli, e forse con due-
mila coloni con un terreno di veuti
miglia quadrate circa almeno. Fu-
rono eletti a farne la deduzione i
triumviri, Q. Fabio Labeone, M.
Fulvio Nobiliore, e Q. Fulvio Fiac-
co, tutti soggetti di un merito sin-
golare, e l' ultimo fece pel primo
lastricar Roma di selci, oltre l'edi-
ficazione di un teatro, d'un tempio
e di altri edifizi , strade e ponti.
Egli in Potenza eresse un tempio
a Giove, vi condusse l'acqua, vi
fece fare delle cloache, ornò e chiu-
se il foro di portici e di botteghe
con tre archi all' ingresso , donde
può figurarsi la grandezza e ma-
gnificenza di Potenza, non restan-
dovi che un frammento di lapida
pel grande eccidio cui dev' essere
soggiaciuta, che conservasi in Ma-
cerata nell'ingresso della casa Laz-
zarini. Come ragguardevole città
ebbe la cattedra vescovile, ma non
si conosce di certo che un solo
vescovo, che fu Faustino , legato
della Chiesa romana al quinto con-
cilio cartaginese nel 4'9> con due
altri preti Filippo ed Asello. Que-
MAC
sta commissione ai vescovi delle
chiese d'Africa, la diede s. Zosimo
eletto Papa nel 4*7» e la confer-
mò il successore s. Bonifacio I. Ar-
rogante però fu la condotta del
vescovo di Potenza e suoi compa-
gni co' vescovi africani, i quali mal-
contenti della loro asprezza e im-
portune minacce, se ne lagnarono
con s. Bonifacio I e con s. Cele-
stino l. L'Ughelli nell' Italia sacra
confuse questo vescovo di Potenza
picena cou quelli di Potenza della
Lucania, erroneamente annoveran-
dolo tra essi, però corretto dal Co-
leti. Questi inoltre dice che vi fu
un altro vescovo di Potenza , cioè
Amanzio che intervenne al concilio
palmare del Papa s. Simmaco nel
5oi, che il p. Carlo da s. Paolo
lo dice di Potenza della Lucania ;
conchiude però il Coleti che la cosa
è dubbiosa e incerta, se il vescovo
appartenesse all'una o all'altra cat-
tedra. Incerta è la decadenza e
distruzione di Potenza picena , e
può essere avvenuta dopo il prin-
cipio del secolo VI. La diocesi Po-
tentina fu quindi incorporata alla
chiesa fermana, almeno dalla parte
che resta di qua dal fiume Poten-
za. Termina il Colucci col dire, che
i luoghi poi da tal decadenza ri-
sorti furono Recanati principalmen-
te, ch'era più a portata per essere
edificata da Potenza distrutta che
da Ricina per la maggior vicinai
za della prima, Monte Lupone e
Monte Santo come più prossimi al
sito occupato da tal città.
Monte Lupone. Comune del go-
verno di Monte Santo, diocesi di
Recanati. La sua origine la ripete
dalla città vescovile di Potenza pi-
cena, e colonia romana, per cui
il suo principio risale ad antichis-
simo tempo. Alcune lapidi sepol-
MAC
era li, con molle monete greche e
romane rinvenute nel 6uo territo-
rio, fecero congetturare , che fosse
uno stabilimento agrario della fa-
miglia Lapia. Contiene un territo-
rio in colle e in piano , assai po-
polata è la terra, con paese forni-
to di molti fabbricati degni d' os-
servazione, cinti di mura di antica
costruzione. Vi è la collegiata. 11
p. Civalli nella Visita triennale,
presso il Col ucci, antichità picene
t. XXV, pag. 68, ci dà le seguenti
notizie di Monte Lupone. Piergian-
nello Bevilacqua dottor di legge la-
sciò molte opere mss. alla posteri-
tà, e nel voi. XI scrive vari suc-
cessi di questa patria di Monte Lu-
pone , come in vari tempi stasse
sotto diversi signori, con altre Cose
degne di memoria. Antonio Ricco-
buono, De gymn. Patav., comme-
mora molti dottori di questa terra,
i quali hanno Ietto nello studio di
Padova, come Giovanni Finetti vi
lesse logica nel i53t, autore di o-
pere mss.; Francesco Perugino vi
lesse la morale nel i535; e Mar-
tino Massucci nel i538 vi lesse
logica e filosofia, poi nello studio
di Macerata. Altri distinti di Mou-
te Lupone furono Marcolini , Ni-
cola degli Angioli, scrittore di mol-
te opere, ch'ebbe ad emulo nelle
belle lettere il figlio Alessandro mor-
to nel fior dell'età. Poco lontano
dalla terra vi è l'abbazia di s. Fir-
mano, e si tiene che ivi riposi il
suo corpo : fu già abitata dai mo-
naci di s. Benedetto, lo che rile-
vasi da un breve d'Innocenzo VII,
e del medesimo ordine si creava-
no gli abbati. Vi è in Monte Lu-
pone il convento de' minori con-
ventuali molto antico , la cui chie-
sa fu consecrata il primo maggio
1292 o Ì297 da Antonio da Fa-
¥0L. XL.
MAC 289
briauo e da Giovanni d'Offida ve-
scovo di Nicopoli; nel i525 IVI.
Antonio da Faenza dipinse il qua-
dro dell'altare maggiore con figure
che tirano al rilievo, eh' è propria-
mente la perfezione della pittura
al dire di Michelangelo Buonarro-
ti. Fu di questo convento fr. Mar-
co da Monte Lupone , il quale fu
mandato dal re di Armenia in
compagnia di altri quattro religiosi
marchegiani, acciocché tutti predi-
cassero e istruissero le genti del
suo regno nella cattolica fede. Fio-
ri anche M. Giovanni da Monte
Lupone arcivescovo di Neopatra ,
ed eziandio N. Nicolò provinciale
della Marca, familiarissimo di Si-
sto IV cui rinunziò un vescovato,
e portò a questa chiesa il legno
della ss. Croce. Fu anco di questa
Casa il p. M. Tommaso Cecchini
di Monte Lupone, teologo insigne
di vita integerrima, ch'ebbe disce-
poli molto letterati, fra! quali, fr.
Costanzo da Sarnano poi cardinale.
Nel convento furono celebrati al-
cuni capitoli provinciali. Nella chiesa
di s. Chiara gli stupendi lavori di
tarsia furono eseguiti negli ultimi del
secolo passato daAntonio Cesari d'An-
cona. Dal Compagnoni, Reggia pi-
cena3 sono notate queste altre no-
tizie su Monte Lupone. Nel 1202
fu compresa nella pace tra' ferma-
ni ed altri, promossa da Jnnocen-
co III. Perei valle d'Oria vicario re-
gio di Manfredi, l'espugnò nel 1258.
Dipoi nel 1290 fu richiesta d'aiu-
to dal legato. Clemente V nel i3o8
la sottomise a varie pene , perchè
seguiva il partito de' ghibellini ;
indi nel 1 3 1 7 si confiscarono i be-
ni de' fuorusciti, uno de' quali fu
Bongiovannu Nel i354 dovette ar-
rendersi dopo venti giorni per pau-
ra, alla masnada di fra Morreale;
J9
290 M A C
poscia nel 1 37 1 intervenne con
quelle comuni all'istanza per la
riduzione della euria in Macerato»
die sottoscrisse Marino Bene ili Sar-
nano notaro ed ollìciale della tei'
ra. Nel i4o5 i suoi giudici furono
sottoposti al sindacato generale.
Francesco Sforza che se n'era ini
padronito, nel l4?5 lo costrinse a
pagar le taglie, e nel (444 Cì",x
sotto la legazione del cardinal Ca-
pra ni ca.
Governo del commissariato della
santa Casa.
Loreto (Fedi). Città vescovile,
governo del prelato commissario di
s. Casa.
Distretto di Sanse vaino.
Sansevekino (J'tdi). Città vesco-
vile con governo.
San Guvesfo. Governo nella dio
cesi di Camerino. Grande ed an-
tica terra situata sopra un eccelso
e spazioso colle, dominato dai vi-
cini A pennini, e bagnalo dal tor-
rente Salino, mentre i fiumi Fia-
stra o Fiastrella, o meglio Fiastro-
ne, che influiscono nel Chienti, scor-
rono alle sue falde. L'area esterio-
re è contrassegnata dal secondo
cerchio delle vecchie mura fatte di
grandi pietre del paese, merlate e
intramezzate di torrioni e di ba-
loardi, opera del XIV e XV se-
colo, e che segnano il perimetro
di quattro quinti di lega ; ma gli
edilìzi rovinati, gli estesi orti, ed
i terreni coltivati, dimostrano nel-
l' interno a quale stato si trovi ri-
dotta, e attestano in pari tempo
la grandezza e potenza di un tem-
po. Meglio è pertanto di rivolgere
lo sguardo all'antico suo stato, per
istituirne coll'attuale un confronto.
Confina collo stalo di Fermo, co-
MAC
gli Apennini, collo stato di Came-
rino , con Sentano e ool contado
di Tolentino. L'aria vi è purissima
e temperala; è esposta ai venti ed
alle esplosioni dì fulmini, che dan-
neggiarono diversi pubblici luoghi.
La sua origine è ignota per la sua
grande antichità, per cui ih credu-
to già esistente il luogo 6no dai tem-
pi della repubblica romana, e che gli
abitanti vincessero i romani nella
famosa guerra sociale, uniti agli a-
scolanij come opina il celebre Al-
berico Gentili, nella sua opera De
armis romanorum. Diverse sono le
opinioni dell'origine di San Ginesio,
attribuendosi anche al VI secolo,
al io5o come edificato da s. Leo-
ne IX, alla metà del secolo XII
colle rovine dell'aulica città di E-
scolano, opinando diversi che nelle
sue vicinanze fosse Capra Mon-
tana: quelli che l'attribuiscono
al secolo VI, la ritengono fondata
colle reliquie di Fallerà o Falena
e Urbsalvia, eh' è la più verosimile.
Nell'estrema sommità d' una <L Ile
tre colline chiamate Ascolano . o
Escolano, Ascarano e Olfone , o^-
gi neh' abitato racchiuse, vuoisi
ancora che dai sabini emigrali nel
Piceno si edificasse uria rocca, che
fu chiamata Avio Escolano. Ivi
dicesi surto un tempio dedicato a
Giunone, che gli etruschi appella-
rono Cypra } e Cupra i sabini ,
donde traggono molti scrittori ar-
gomento per ivi stabilire la cele-
bre città picena, che chiamossi
Cupra Montana a distinzione di
Cupra Marittima, senza però che
tal congettura acquistar possa il
grado di certezza, perchè acremen-
te disputata da Piipatransone , dal
Massaccio, e da parecchie altre pi-
cene eminenze. Su Cupra filonia-
na scrissero principalmente Borgia,
3K,U€
Riccomnnni, Sarti, Colucci, Fonta-
nini, Lancellotti, Mancia, Menicacci,
Paretti, Ronconi, ec. 11 Benigni riget-
tando l'opinione che Capra Monta-
na fosse nelle vicinanze di San Gine-
sio, dichiarando che il colle ascola-
no, non Escolano, perchè mai cre-
de che esistesse città di tal nome,
piuttosto derivi dalla denominazio-
ne impostagli dai ginesini in memo-
ria della loro antica e costante con-
federazione con Ascoli, o per aver
gli ascolani ivi fabbricato o risto-
rato una fortezza per guardare i
loro lem toni, sospetta con più pro-
babilità che nelle vicinanze di San
Ginesio vi fosse la città di Castro,
ciò che nega il Colucci, non am-
mettendo città di tal nome nel
Piceno, tranne la marittima città
di Castronovo, di cui egli trattò
nel toaa. "Vili, pag. 177 delle An-
licìiifà picene. 11 Benigni conget-
tura che Castro venisse devastata
dai longobardi, e peggio dagli un-
gali e saraceni, indi ristorata nel
secolo XI; che avesse il suo Cam-
pidoglio con tempio dedicato a Gio-
ve Capitolino nel sito che altri col-
locarono quello di Giunone; che
fosse colonia romana coi magistra-
ti , ed ascritta alla tribù velina;
che vi si adorasse Giove, Giunone
e forse pure Minerva e Mercurio,
e che venisse distrutta dai longo-
bardi, parlando quindi de' monu-
menti superstiti che crede di Ca-
stro. Ritiene poi che nel 996 vi
fosse già il castello di s. Ginesio, e
che nel colle Ascolano fosse stata
(ondata la chiesa di s. Michele ,
tuttora esistente, noverando fra i
suoi primi abitatori Giberto che cre-
de fondatore del luogo 0 che alme-
no gliene impose il nome. Questo
Giberto si tiene dal Benigni e da
altri storici per discendente da SU
MAC tyi
gì Predo conte di Parma e di Luc-
ca, il quale per domestiche discor-
die abbandonò il suo paese , e si
stabilì nel Piceno, e viene creduto
siccome uno de* primi abitanti e
restauratori di San Ginesio, e come
autore di quella nobilissima fami-
glia dei marchesi Giberti che quivi
sino da remotissima età fu sì grande
e potente. Da questa famiglia usciro-
110 moltissimi uomini illustri e famosi
in armi, in lettere ed in dignità
ecclesiastiche e civili. Ritornando
all'origine della terra, è incontra-
stabile che sul colle ov'essa al pre-
sente torreggia, nelle sue vicinanze
sorgesse ab antico una qualche
grande città; dappoiché il nome
appunto di città che ancora man-
tiene un piccolo paggio dell' agro
ginesino, i ruderi d'antiche fabbri-
che, i sepolcreti, le iscrizioni roma-
ne, alcuni avanzi di statue, le mo-
nete, ed altre antiche memorie che
quivi in diversi tempi si sono rin-
venute, non lasciano dubbio che
fino dai tempi romani vi avesse
sede un popolo colto e potente.
Quivi pel primo, secondo qual-
cuno, predicò il vangelo s. Ca-
tervo martire protettore di Tolen-
tino, ed aggiungono che il prodigio-
so cambiamento che nel pubblico
teatro di Roma fece 1' istrione o
mimo, o il" suonatore Adriano, ne
compì la conversione alla fede cri-
stiana. Sotto Diocleziano imperato-
re è certo che l'istrione Adriano,
beffando le sacre cerimonie de'cri-
stiani , istantaneamente abbracciò
il cristianesimo, assumendo il nome
di Ginesio, risoluzione che sosten-
ne e suggellò con glorioso martirio.
Questo portentoso fatto accese nel-
le provincie, cui venne in cognizio-
ne, un religioso zefo, e quivi gli a-
bitanti infiammati di questo, infran-
292 MAC
sero gP idoli del tempio di Giunone,
e cangiarono l'edifizio in chiesa ad
onore di Dio sotto l'invocazione di
s. Ginesio. Al 9. Ginesio romano
non attribuisce il Benigni il nome
di San Ginesio, né a quello vescovo
d'Arles, ma forse al s. Ginesio ve-
scovo di Brescello, il cui corpo rin-
Tenutosi nel cader del IX secolo,
la sua fama si sparse per tutta Ita-
lia, pei tanti prodigi che Dio operò
a sua intercessione. Brescello al pre-
sente è un borgo del ducato di
Modena ; PUghelli lo chiama Bre-
sello, Brixillensis episcopalus, Bri-
xellurn, seu Brixillum non lungi
da Parma; ne registra cinque ve-
scovi, ma niuno col nome di Gi-
nesio. Noi col Butler all'articolo
Ge.vesio, facemmo cenno di tre
santi di tal nome, cioè quello di
Clermont, il commediante, e quel-
lo d'Arles. Il Benigni parla di set-
te santi di egual nome, oltre un
beato agostiniano. Certo è che i
ginesini da moltissimi secoli rico-
noscono per patrono e tutelare
della loro patria s. Ginesio roma-
no. Frattanto sciogliendosi l'impe-
ro romano, nei primi del quinto
secolo scesero furibondi i goti in
Italia, distrussero Recina, movendo
con impeto Alarico loro re anche
sulle parti montane, ove atterriti
molti abitanti de' vicini luoghi eran-
si rifugiati. Quindi con Urbsalvia
e Faleria atterrato venne anco il
paese che in vetta all'Avio sorge-
va, qual si fosse la sua denomina-
zione, e ne' solitari burroni si rico-
vrarono quelli avanzati alla strage.
Molte delle famiglie de'goti eh' e-
ransi stabiliti in quell'altura, a po-
co a poco si ammansirono, e con-
trassero alleanze di parentele cogli
antichi abitanti," che si ravvicina-
rono per l'amor di patria. Uà nuo-
MAC
vo paese luccessivamente rinacque
dalle rovine, e mentre dominava-
no i longobardi, venne circondato
di mura frammezzate da torri e
baloardi, non che cinto da terra-
pieni e fosse che ancor si conser-
vano, divenendo forte propugnaco-
lo l'interna parte più alta, che
denominossi Capocastello, e quat-
tro esteriori forti ne guarentirono
le trinciere coperte : anche queste
fortificazioni e mezzi di difesa, co-
me diremo, sono contrastati. Prin-
cipalmente sotto i re longobardi
Aistulfo e Desiderio, le depredazio-
ni e i saccheggi furono frequenti ;
i vari quartieri più volte incen-
diati, la maggior parte del popolo
ebbe prodigiosa salvezza dentro la
cittadella, che potè resistere sino ai
trionfi di Carlo Magno che die ter-
mine al regno de'longobardi. Allo-
ra dagli abitanti si procede a nuo-
ve restaurazioni, ed in quest' e-
poca lasciata 1' antica denomina-
zione, il luogo prese quella di San
Ginesio per venerazione al suo pa-
trono. Alcuni attribuiscono tal no-
me ad un'antica cappelletta o chie-
sa, situata ove è ora la collegiata,
dedicata a s. Ginesio mimo mar-
tire romano, che pretendono ritro-
vata sul monte nel io5o, dove
oggi esiste la terra, in occasione di
una strepitosa caccia fatta in quel-
le selve dai signori di Brugiano,
Alvaneto e Trensano. Che questi
signori con Giberto della nobilissi-
ma famiglia di tal nome dassero
il nome alla terra che fabbricaro-
no, è probabile, ma ripeteremo col
Benigni ch'essa già esisteva nel 996,
laonde i più fissano la fondazione
della terra al VI o VII secolo, con
probabile verosimiglianza. Il me-
desimo Benigni e Mariotti dimo-
strarono immaginario e favoloso il
MAC
ritrovamento della suddetta cap-
pellata coli' immagine di s. Gine-
sio. Fra il colle Avio ed il colle
Ascarano, così detto da una fami-
glia di stirpe gotica, era nel terzo
colle l'ampio fòro, che divenne il
punto centrale, a cui facevano ca-
po le cinque principali contrade
tuttora esistenti, delle quali la pri-
ma mantenne il nome di Capoca-
stello, derivato coi tre rioni di Bru-
giano, Alvaneto e Trensano, dalla
diminuzione della vecchia fortezza,
ed all'altro lato esteso rimase il
vecchio vocabolo di Offone: in tut-
ti cinque rioni.
Quegli storici che narrano avere
la terra opposta resistenza alle scor-
rerie de'longobardi, asseriscono an-
cora che contribuirono alla disfat-
ta ed espulsione di essi fatta da
Carlo Magno, il quale secondo
un'antica tradizione sarebbe stato
in San Ginesio. 11 paese avea godu-
to sempre libera indipendenza nei
tempi antichi, governato da uri
magistrato consolare detto poi
duumvirale , accresciuto quindi a
quattro ed a cinque membri, re-
golò la repubblica. Vuoisi quindi
che Carlo Magno li conservò e li
chiamò difensori dell'impero , ap-
pellandosi poi così i pubblici rap-
presentanti, denominandosi anche
oggidì defensorale il palazzo gover-
nativo. Tuttavolta rammenteremo
che il patrio istorico Benigni opi-
na essere incertissima l'origine di
San Ginesio, solo nel secolo X essen-
dovi notizie certe. Passato un se-
colo appena San Ginesio provò i
guasti dell'irruzione de'feroci nor-
manni. Questa nazione di ventu-
rieri, dalla Puglia e dall'Abruzzo
si estese nella parte meridionale del
Piceno, che s'incominciò ft chiamare
Marca di Fermo, e mirando à con-
MAC 293
solidarsi colla forza delle armi, con-
vertì i villaggi in muniti castelli.
11 Benigni dice però che i norman-
ni non passarono il Tronto, o al
più penetrarono in Ascoli, e che gli
ungari e saraceni lo smantellarono,
recandogli estrema rovina. In se-
guito si vuole da altri che am-
mettono il dominio normanno, che
San Ginesio avendone scosso il
giogo, potè nel richiamare colla
persuasione e colla forza gli sban-
dati cittadini , e nell' atterrare
gli sparsi propugnacoli, preparar le
basi della sua importanza e flori-
dezza. Avverte il Benigni che San
Ginesio non ebbe né mura né for-
tezze prima del secolo XIII. Il
principale ramo d'industria cui si
dedicò il popolo, fu l'arte della
lana favorita e protetta da sagge
leggi; e tanto più commendevole
ne fu il divisamento, quanto più
difficile era in quell'isolata sommi-
tà avere le acque opportune, al
che si provvide con pozzi a molta
profondità scavati, e colle fonti
che ancora sussistono e che giova-
rono non solo ai lanificii, ma e-
ziandio alle tintorie, alle filande di
se(a ed a molte concie di cuoio.
Dapprima San Ginesio si resse agui-
sa di repubblica colle proprie leg-
gi; poscia adottò quelle de'longo-
bardi suoi dominatori , dovendo
quindi uniformarsi alla giurispru-
denza romana, secondo il decreta-
to da Lotario II nel ii35. Ven-
ne in seguito governato da due
consoli, e quindi dai podestà oltre
I maestrati. Molti signori circonvi-
cini allettati da privilegi ed esen-
eioni, passando ad abitar nella ter-
ra, cooperarono al suo ingrandimen-
to, colla distruzione di molti de'loro
castelli, di cui i ginesini stessi s'im-
padronirono ò per forza d'armi, o
»94 MAC
j.ti volontaria dedizione, ovvero
per compera, come risulta dai do-
cumenti che gli storica del pèdi
1 ialino pubblicato. Iti progresso di
tempo i ginesini seguirono le par-
ti talvolta degl'imperatori, tale al-
tra della Chiesa; facendo paci, al-
leanze e guerre con le principali
città e terre della Marea.
Sotto l'imperatore Federico I, nel
secolo XII il marchese Marcualdo gli
donò il castello di Vergingo verso il
1 170, quindi co' suoi castelli nel
1188 al dire di alcuno venne San
Ginesio infeudato al marchese Guar-
niero, che nella gran divisione di
parliti, dopo la morte di Enrico
VI, sostenne tenacemente le parti
del fratello Filippo di Svevia, con-
tro Ottone IV di Brunsvvich, so-
stenuto prima da Celestino III e
poi da Innocenzo 111; onde non
ebbe parte alla famosa pace di
l'olverigi, provocata nel 1202 da
Innocenzo III, siccome aderente di
Filippo. Nel i23o, per una sedi-
zione tra la nobiltà e la plebe, fu
accresciuto il consiglio fino al nu-
mero di treceuto consiglieri, ed i
pubblici rappresentanti fino al nu-
mero di quattro : questa divisione
e governo democratico produsse
mirabili effetti , con accrescimento
di popolazione. A quest'epoca i gi-
nesini già avevano distrutto il ca-
stello di Vergingo, i cui abitanti
passarono a San Ginesio. Nel 1248
San Ginesio ebbe in dono dal cardi-
nal legato il castello di Pieca, con
la ragione della corte detta vol-
garmente saleatico, con altre prero-
gative. Nel i25o fu visitato dal
cardinal Capocci legato, e gli con-
cesse esenzioni ed indulti ; indi nel
1202 i ginesini diroccarono i ca-
stelli di Celiano e di Riparameli
spettauti ai vescovi di Camerino,
MAC
conducendo (pie' vassalli ad abitare
in San Ginesio. Poscia fecero diverse
scorrerie contro Ascoli, Tolentino
e lìellbrle; ma nel 1 2 >6 la terra
si sollevò contro il rettore della
Marca Anibaldo, il (ju.de la ri-
dusse al dovere, inviandovi per
sindaco Giacomo di Giacomo, con-
cedendogli poi nel 1207 l'assoluzio-
ne e la conferma ed ampliazione
de'privilegi. Quindi in diversi tem-
pi i ginesini guerreggiarono con
Monte Milone, colla famiglia Brun-
forte per difendere Sarnano, che
gli si era sottomessa nel 1264,
per cui distrussero Castelveeehio
che soccorreva i Bruii forte. Ebbero
i ginesini anche guerre con i\oce-
ra, Matelica, smantellando il castel-
lo di s. Lorenzo, con che s' in-
grandirono quelli di Loro e di s.
Angelo, ed il rettore della Marca
punì i ginesini, che sostennero al-
tre guerre con Tolentino, con Pen-
na s. Giovanni, e lunghe e gra-
vi con Fermo. Dopo aver soggia-
ciuto temporaneamente ai diversi
principi che dominarono l'Italia a
seconda delle vicende, nel 126*8 fu
occupato da Perei vai le d' Oria iti
nome del re Manfredi, e ne sman-
tellò la fortezza poi ricostruita dai
cittadini; però nell'anno seguente
Percivalle accordò un nobile pri-
vilegio ai ginesini, ai quali nel
1265 altro ne concesse il cardinal
legato Paltrinieri. Dopo aver i gi-
nesini giurato per forza fedeltà al
vicario di Manfredi Percivalle, si ri-
bellarono; ma l'altro vicario conte
Arrigo di Venti mi glia li ricondusse
al dovere. Nel 1278 aumentata la
popolazione, la terra venne divisa
in cinque rioni, assegnando cento
consiglieri a ciascuno. Per aver dan-
neggiato altri luoghi, nel 1 2g3, fu-
rono assoluti dal rettore Raimondo,
MAC
3 nel 129^ dal rettore Federico
gli venne affidata la custodia di
l'rbisaglia. Nel 1 3o4 San Ginesio ri-
revette molli danni dall'armata fer-
mami . Tutlavolta sempre mag-
giormente estese la sua giurisdizio-
ne sopra i vicini luoghi, e fu ri-
colmata di privilegi dai duchi di
Spoleto e dai legati pontifìcii. Si
unì in perpetua confederazione coi
treiesi, ed in tempo delle munici-
pali fazioni fu alleato degli anco-
nitani, ascolani, camerinesi , jesini
e maceratesi. Berardo e Gentile
Varani vi esercitarono 1' uffizio di
podestà, e furono ammessi al per-
petuo patriziato, ma i loro succes-
sori investiti sovente delle supreme
cariche, affettarono la tirannide, e
ne furono a furia di popolo di-
scacciati, ad onta del partito che
ivi aveano di molti. Nel potere a-
veanli confermati alcuni Pontefici,
il cardinal Albornoz legato, e più
lardi eziandio il concilio di Co-
stanza.
Nella metà del secolo XIV
San Ginesio si collegò col ghi-
bellino Visconti signore di Milano;
quindi nel i35o avendo gli Asca-
rnni fautori de' Varani procurato
d 'introdurli di notte, il popolo av-
vedutosi delle trame mise fuoco al-
la loro casa, ed uno di essi fu im-
piccato alle mura, essendosi gli al-
tri con precipitosa fuga salvati nel-
la corte de'Varani, poscia trasloca-
ti a Feria ra dopo l'eccidio di quel-
li. Da allora in poi e sino al go-
verno del regno italico, ogni anno
nel giorno 24 agosto, vigilia del
protettore S. Ginesio, il magistrato
preceduto dai trombetti, e scortato
dalla milizia rubano, si recava in
forma pubblica al colle Escolano,
vicino al luogo dove esistevano le
case de' traditori, e quivi ad alta
MAC 2.cp
voce si leggeva la formula del
bando dato agli Ascarani, e s'im-
precava l'odio pubblico sui nemi-
ci della patria. Nel i355 San Gi-
nesio cambiò padrone e forma di
governo, giacché questa è l'epoca
nppunto che il nominato cardinal
Albornoz investì Ridolfo di Berardo
Varani di Tolentino e San Gine-
sio in feudo per dodici anni con
mero e misto impero, coli' annuo
censo di duecento fiorini d' oro,
con alcune riserve a favore della
santa Sede, e l'appellazione al ret-
tore della Marca. Diverse volte i
ginesini si ribellarono dalla signo-
ria de'Varani pel soverchio rigore
de'loro ministri, segnatamente nel
1367, per cui convenne ad Ade-
maro rettore della Marca portar-
si a San Ginesio, e con grandissi-
mo stento gli riuscì di ristabilire i
Varani in possesso della terra. Per
l'eccessive imposizioni, ed altri gra-
vi motivi, molti ginesini alienarono
le loro possidenze e si ritirarono
altrove , massime a Monte Sauto,
venendo così a decrescere la popo-
lazione. Nell'anno 1377 la terra pa-
tì una scorreria per parte dei fer-
marli. Tornarono i ginesini a sot-
trarsi dall'obbedienza dei Varani
per ritornare a quella della Sede a-
postolica, ma dipoi in tempo dello
scisma, il concilio di Costanza nel
i4i6 ripose di nuovo la terra sot-
to la soggezione dei Varani dan-
dogliela in un a Tolentino in feu-
do. Massacrati i Varani nel i433
in Recanati, e in Camerino, San Gi-
nesio ricuperò la sua libertà. Pro-
cedendo Francesco Sforza ai dan-
ni dei domimi della Chiesa, dopo
molta resistenza invase San Ginesio
nel i434 o i435, ne guarnì la
fortezza, e vi riscosse le taglie : fu
il castellano Angelo Crescimbeni
ao,6 MAC
che tradì \ ginesini consegnando la
fortezza a Ciarpellone condottiero
dell' esercito Sforzesco. Francesco
diminuì al comune l'annuo censo,
lo ripristinò nel possesso del ca-
stello di Colonnalto e della villa
Podalle, e gli fu subordinato il
castello di Cessapalombo, amplian-
done il territorio. Poco dopo lo
Sforza aggravò in vari modi la ter-
ra. Intanto Eugenio IV volendo
ricuperare la Marca per mezzo di
Nicolò Piccinino e del cardinal Mez-
zarota legato, nel i44^ Francesco
Sforza si recò in San Ginesio con
iscelta truppa, ove assediò Piccini-
no inutilmente per la resistenza che
vi trovò , laonde partì verso Sar-
nano. Non è vero , dice il Beni-
gni, che, come narra il Lilj, fosse di-
poi la fortezza assediata e presa dal
Piccinino colla morte del prefetto
che la comandava, e che il popo-
lo stesso ne compisse il guasto per
togliere agli stranieri ogni motivo
di occupazione. Vero è bensì che
lo Sforza lasciando la terra,, questa
ritornò al dominio della Chiesa,
ma poco dopo lo Sforza la ricu-
però, diminuì il canone, e gli con-
cesse altre grazie ed esenzioni ,
come luogo forte, e tenuto la chia-
ve della montagna. La guerra che
il Papa continuava contro lo Sfor-
za, costrinse questi ad imporre con-
tribuzioni ai ginesini, che si vide-
ro amaramente spogliare di alcun
privilegio. Risoluti di tornare alla
Chiesa, spedirono a Fano al cardi-
nal Mezzarota la loro sommissione
nel i445- Tornati in grembo del
pacifico governo pontificio, si die-
dero a riparare i danni sofferti, e
Nicolò V confermò loro gli antichi
diritti sui castelli delle Ripe, di
Morico, e di Colonnalto, con me-
ro e misto impero; ciò conferma-
MAC
rono Calisto III, Pio II, Paolo II,
Innocenzo Vili, Paolo III, e Giu-
lio III, onde i ginesini poterono
restaurare le fortezze e le muraglie,
venendo infestati talvolta dai ri*
pani e dai ferrami. Però Leone
X nel 1 5 1 3 li assoggettò a Gio.
Maria Varano, e perchè Adriano
VI nel i5a3 ne li liberò, alla
sua morte alcuni fuorusciti tenta-
rono ristabilirlo, ma furono puniti.
Nella sede vacante del i^Soy, il
sacro collegio ne affidò il governo
perpetuo al cardinal Truchses, che
durò poco più di un anno. Indi
in poi le intestine discordie , le
frequenti pestilenze, e i terremoti
diminuirono gli abitanti e l'indu-
stria, rovinando gran parte de'suoi
edifìzi . Ancora nella susseguente
lunga pace, San Ginesio però andò
decrescendo, e solo nella formazio-
ne del regno italico fu alquanto
favorito per la sua centralità, es-
sendo stato fatto capo del terzo
circondario del dipartimento del
Tronto con un vice-prefetto, cogli
uffizi delle ipoteche, catasto, ec.
Ma siffatto utile fu passeggiero ed
apparente, perchè quel governo
sopprimendo i due ricchi conventi de-
gli agostiniani e conventuali, disper-
gendo diverse biblioteche di regolari,
e i fondi destinati alle scuole di
filosofìa e teologia, lasciò lagrime-
vole memoria di sé.
Sono pregevoli per l'antichità
i palazzi del governo, e quello
del municipio ornato di portici dal-
la parte della piazza, il quale non
solo è fornito d'ogni comodità, ma
ha il teatro, e un archivio ricco
di moltissime pergamene e dove
anticamente esisteva una sala coi
ritratti de' più celebri guerrieri di
San Ginesio, e la più fornita arme-
ria che si trovasse nella Marca. Fra
MAC
gli edifìzi privati e piti notevoli so-
no le case Giberti, Onofri, Bruti
e Mazzabufì. Ad onta di tante vi-
cende, sussistono il grandioso ospe^
dale, antico ospizio de'pellegrini,
il monte di pietà ed il monte fru-
mentario oltre l' istituto di s. Ma-
ria del Popolo, e diversi legati di
doti ed elemosine. Nella parte dell'an-
tico foro, che oggi è la piazza mag-
giore, alquanto ampia ed ornata, sor-
ge dal secolo XI il bel tempio di
santa Maria della Pieve o An-
nunziata , a tre navate con volta
reale, ove fu traslata to dall' anti-
chissima chiesa del colle Escolano
l'altare di s. Ginesio, ed ha il ti-
tolo di collegiata insigne: il suo
capitolo è stato un seminario di
vicari generali, e di uomini degni
di memoria. Esso è composto del-
l'arciprete, di venti canonici , e di
quattro mansionari. Vi si ammi-
rano parecchie pitture molto sti-
mate, singolarmente gli affreschi
della cappella di Loreto. Sono in
gran venerazione una prodigiosa
immagine del ss. Crocefisso , e le
braccia de' santi protettori Ginesio
edEleuterio, donate al comune da
Clemente Vili nel 1601, ed un
grosso pezzo della vera Croce. È
pure osservabile la chiesa di dise-
gno gotico, prima dedicata a s. Pie-
tro , anticamente detta chiesa dei
nobili , poi a s. Francesco dopo
che vi furono collocati i minori
conventuali, a'quali la cedettero nel
1271 i monaci di Castel dell'Isola.
Il p. Ci valli nella Visita triennale,
presso il Col ucci tomo XXV, pag.
187, parla di San Ginesio, che chia-
ma terra grande, popolata e no-
bile per la moltitudine di dottori,
capitani e cavalieri che in ogni e-
poca vi fiorirono. Nella collegiata
dice aneli' egli venerarsi tra le in-
MAC
297
signi reliquie un dito di 8. Ginesio
arelatense venuto di Francia , un
braccio del medesimo santo, ed al-
tro di s. Eleutei io , concessi da
Clemente Vili, quando nell'anno
6anto 1600 molti di San Ginesio si
portarono a Roma in divoto pel-
legrinaggio, e con processione alle-
gorica che descrivemmo al voi. Il,
pag. 124 del Dizionario. La chie-
fia de' conventuali dice il p. Civalli
essere bellissima, e donata all'or-
dine da certi monaci, e che il car-
dinal Pallotta detto di Cosenza no-
bilitò la terra con molte fabbriche
e con una chiesa, essendo abbate
commendatario dell' abbazia. Que-
sta chiesa di s. Francesco rimo-
dernata nel secolo passato , dopo
l' invasione francese venne ceduta
ai frati del terz'ordine, che hanno
rifabbricato da' fondamenti il diru-
to convento. La ch.esa di s. Ago-
stino è ricca di dorature e di buo-
ni quadri, fra' quali merita men-
zione quello che rappresenta mi-
rabilmente pe' costumi militari di
quel tempo, l'assalto che i fermani
dierono a San Ginesio la notte del
29 novembre ^77, la vigorosa
sortita degli abitanti, e la disfalla
de'nemici. L'annesso convento gran-
de e regolare , è celebre ne' fasti
degli agostiniani, pe' grandi uomi-
ni che vi fiorirono, pe' capitoli che
vi si adunarono, e principalmente
pel noviziato che vi fece s. Nicola
da Tolentino. La chiesa di s. Ma-
ria delle Macchie, antica abbazia
de' monaci benedettini, ricostruita
dal mentovato cardinal di Cosen-
za, e quindi rimodernata dai chie-
rici regolari minori, che vi hanno
un'assai bella casa , con pregevoli
dipinti di Raffaello e Giulio Ro-
mano.
L'abbazia di s. Maria delle Mac-
»gg MAC
cine, di cui la comunità nominava
l'abbate, fu data da s. Pio V al con-
vento de' domenicani della Miner-
va di Roma, coll'obbligo del man-
lenimento di delta chiesa e de'pe-
nitenzieri nella basilica Liberiana.
Però Sisto V la tolse; ai domeni-
cu'ni e conferì in commenda al car-
dinal Evangelista Paliotta, cui suc-
cessero altri cardinali commenda-
lari, e poi a monsignor Annibale
della Genga, iudi cardinale e Papa
Leone XII. Essendovi stati intro-
dotti nella chiesa i chierici regolari
minori, questi nel loro collegio nel
j 720 vi eressero una letteraria ae-
< ademia sotto il nome degli Stel-
lali. Eleganti pure sono le chie-
dine delle monache benedettine e
Clarisse, con belli monasteri ed u-
Uli educandati. Sonovi pure altri
quattro conventi suburbani fuori
le mura, cioè de' cappuccini, di fra-
ti del terz' ordine traslocati in città,
eie' cistcrciensi trasferiti a s. Angelo
in Puntano, ed alle falde del mon-
te Ragnolo degli osservanti che
custodiscono le sacre spoglie di s.
Liberato di Loro, e vuoisi ancora
quelle dei bb. Umile e Pacifico fra-
telli. Questa nobile terra fu ono-
rata dalla presenza di molti prin-
cipi e cardinali, fra' quali Cibo poi
luuocenzo Vili, e Partiti poi Sisto
V, anzi il Lami negli Atti del mar-
tirio di s. Ginesio, pag. 81 dell'e-
dizione d'Ottino, dice aver veduto
alcune bolle de' Papi date nel ca-
stello di San Ginesio nel Piceno.
In questo territorio vasto, coltiva-
to e fertile, e con moltissimi vil-
laggi, si fa copiosa preda di selvag-
giume liei le frequenti cacce, e spe-
cialmente nelle selvose colline, e
nell'esteso ripiano di Picca. In San
Ginesio, olire i mercati settimanali,
hanno luogo quattro annue fiere.
MAC
Un tempo i suoi abitanti ascesero
a 27,000; al presente sono circa
6,000.
Se a cagione de' tempi questa
terra insorse contro i Papi, molli
servigi in diversi tempi prestò alla
santa Sede. Nel 13S7 ad istanza
di Alessandro IV prese le armi
contro i formatti; nel 1261 i gi-
nesini accudirono alla fedeltà cui
il rettore aveali invitati; nel i3oi
aiutarono Bonifacio Vili contro i
Colonnesi ; nel i320 assistettero il
rettore Lautrec, e nel 1 334 Sl °f"
frirono marciar a danno de' bolo-
gnesi; furono lodati da Benedetto
XII, e nel i34^ da Clemente VI
per la fedeltà, mentre Bonifacio IX
nel 1391 diminuì loro le annue
corrisposte, militando in favore del
fratello Tomacelli, e poi contro il
conte di Carrara. I ginesini nel
14.J9 aiutarono il cardinal legato
deila Marca, e nel 1 Zp6 Calisto
IH per la crociata a danno de' tur-
chi; poi il legato di Pio II nella
guerra di Mala testa in più volle,
e gli somministrò mille ducati d'o-
ro e cinquanta guastatori contro il
turco. Sotto Sisto IV i ginesini
prestarono soccorsi al legato, e nel
1 [84 per l'assedio d'Osimo; al-
trettanto fecero sotlo Giulio II per
liberare Ravenna, e sotto Paolo III
contro il turco ed i banditi, come
fecero successivamente in varie con-
tingenze. Grati i Pontefici a somi-
glianti atti di rispetto, di attacca-
mento e di obbedienza, ricolmaro-
no di benefizi i ginesini, accordan-
do loro in diversi tempi il mero e
misto impero, la cognizione delle
prime e seconde cause , 1' elezione
del podestà e loro ufliziali, sindaci
e procuratori delle chiese e mo-
nasteri ; la nomina a diversi bene-
fizi, la giurisdizione sui monti di
MAC
pietà , il gius baronale sui castelli
delle Ripe., di Morico e di Colon-
nalto, con facoltà di eleggervi i po-
destà e i castellani delle fortezze ;
la celebrazione delle fiere, il diritto
di fare il sale, l'importazione delle
grascie, l'esenzione dall'alloggio dei
soldati. L'antico sigillo era un tem-
pio con avanti il patrono s. Gine-
sio in abito talare; ma Pio li con-
cesse una parte di sua arme, con-
sistente in una mezza croce bianca
in fondo rosso.
Molli furono i castelli sui quali
signoreggiò San Ginesio. I carne-
rinesi tolsero allatto ogni avan-
zo alla rocca Raguola, esistente già
nel territorio ; altra rocca era in Co-
lonnalto presso l'odierna parrocchia
rurale. 11 villaggio Colonnalto è
ragguardevole per importanza sto-
rica , ed i ginesini lo acquista-
rono nel secolo decimoterzo dai si-
gnori di Brunforte, il cui posses-
so costò poscia ai medesimi molto
denaro e travagli di liti e di guer-
re. Vi si vedono ancora grandiosi
avanzi della mentovata rocca, che
dominando il castello, fu sempre
tenuta pel più munito e sicuro
propugnacolo esterno de' ginesini.
11 castello di Pieca è il più ricco e
dilettevole villaggio di San Ginesio.
Ksso anticamente appartenne ai be-
nedettini, che nel \i5i vi aveano il
monastero di s. Michele, poi assog-
gettato all'abbate di Ramboqa ; nel
996 già esisteva, ed ebbe vari si-
gnori, come i Gualtieri, i Telentina-
ti, i Brunforte, ed altri. Nel 1241
differii nubili di Pieca venderono al
comune di San Ginesio le loro par-
ti, e nel 124.0* il cardinal Capocci
gli concesse le altre. In seguito de-
molita la chiesa di s. Michele, coi
cementi venne, non fabbricala, ma
restaurala quella urbana dedicata
M A C 299
allo stesso sanlo, dopo il 1 353, e-
poca in cui il castello cadde in n>
\iua.
Molti uomini illustri fiorirono
in San Ginesio in santità di vi-
ta, in dottrina , nelle arti , nel-
le armi, in dignità ecclesiastiche e
civili, in magistrali ed in altro ,
copiosamente descritti dal Benigni
nelle sue opere, e da altri scritto-
ri. Nomineremo pertanto solamente
Jacopo Solleciti archiatro di Sisto
IV e d'Innocenzo Vili; Lorenzo
Parmeni custode della biblioteca
vaticana sotto Giulio li e Leone
X ; Guido Gualtieri segretario del-
le lettere latine di Sisto V, il cui
proemio del pontificato degli ulti*
mi due anni è stato pubblicalo da
ultimo nell'appendice àe\Y Archivio
storico ilalianoj i due celebri let-
terali e giureconsulti Alberigo e
Scipione Gentili; e de' dieci e più
vescovi ginesini ricordati dal Be-
nigni nomineremo il solo Gianmat-
teo Giberti vescovo di Verona, che
tale istorico crede discendente dal-
la famiglia Giberti da San Gine-
sio, il cui stemma gentilizio faceva
parte dell' arma di quel prelato.
Guido Gualtieri poi, nella sua epU
stola al cardinal San Giorgio, ram-
menta tra i cittadini della sua pa-
tria, s. Bertrando patriarca d'AquU
leia, ed il b. Tommaso da Vallato,
oltre ai bb. fratelli Umile e Pacifico,
e s. Liberato cosnominato da Lo-
... e
ro. Molte cospicue e nobilissime fa*
miglie italiane furono aggregate al-
la nobile cittadinanza di San Gi-
nesio. Le famiglie poi ginesine da
cui uscirono un maggior numero
di personaggi illustri sono: Allevi,
Barbi, Bernabei, Benigni, Bellucci,
Bevilacqua, Brunforte, Bruti, Cer-
ro, Gentili, Giberti, Gualtieri, Leo-
pardi, Mazzabufi, Malpiedi, Mat-
3oo MAC
teucri. Migliorelh, Onofri, Passo-
ri, Petrelli, Serenili, Tamburelli.
Alla comune è appodiato Mori'
co ed ivi sul fiume Fiastronu è
unacartiera in esercizio accreditala,
avendovi esistito una rocca: ha pro-
prio territorio e propri magistrati
comunali. L' appodiato Mori co è un
paese situato In colle, con fabbri-
cati cinti di mura. Esso apparten-
ne ora agli eredi Prontaguerra, ora
ai Paganelli, ora ai Varani. Paga-
nello signore del castello di Morico
fiori con fama di buon guerriero
nel 1226: aderì al partito impe-
riale, e nel ii5H ebbe parte nella
distruzione di Camerino sotto Per-
ei valle. Nell'anno seguente alienò
in favore del comune di San Gine-
sio il suo feudo, vassalli e giuris-
dizione, e si fece perpetuo abitato-
re di San Ginesio. Il cardinal Fie-
selii legato della Marca donò il ca-
stello ai camerinesi, insieme colla
rocca de' figli di Prontaguerra. Nel
j434 fu stabilito che si cingesse
di mura, quando già era tornato
in potere di San Ginesio. Il castello
soffrì nelP incursione di Alessandro
Sfòrza verso il 14^7. Nel i/\.5i i
cinesini accordarono agli uomini
di Morico diverse esenzioni, di che
furono privati per diverse disob-
bedienze nel i5i9, indi reintegrati.
La chiesa parrocchiale è sotto l'in-
vocazione di s. Giacomo.
L'abb. Telesforo Benigni di San
Ginesio, pubblicò in Fermo colle
stampe camerali, nel 1793-1795;
San Ginesio illustrata con antiche
lapidi, ed aneddoti documenti, in
due tomi. Nel primo tratta della
situazione ed origine di San Ginesio,
ed opinioni varie su di essa. Si
crede che nelle vicinanze vi fosse
U città di Castro, e ragioni per
crederlo ; della rocca e campidoglio
MAC
castrano, forse fu colonia romana;
della tribù cui erano ascritti i ca-
slrani, loro religione, decadenza di
Castro, lapidi e monumenti rinve-
nuti dopo la sua distruzione. Fon-
dazione della moderna San Gi-
nesio ; nome da chi le venisse im-
posto e quando ; non fu di s. Gi-
nesio mimo martire romano , nò
di s. Ginesio d'Arles, forse di s.
Ginesio vescovo di Brescello. Esa-
me dell' opinione di quelli che cre-
dono averle dato tal nome Carlo
Magno. Devastazione di San Ginesio,
e suo ristoramento e ingrandimen-
to. Leggi civili, vicende e varia-
zioni del governo. Catalogo de' go-
vernatori, podestà, vicari, giudici
ed altri ufficiali. Alleanze e confe-
derazioni de' ginesini; loro opera-
zioni militari e incursioni; servigi
da essi prestati alla santa Sede; pri-
vilegi da questa accordati ai gine-
sini, grazie ed esenzioni ; ordini mi-
litari a' quali furono ascritti i gi-
nesini, come gerosolimitano, di Cri-
sto, ec. Delle armi e sigilli de' gi-
nesini. Degli uomini illustri che in
gran numero v' ebbero in lettere,
armi e dignità. Appendice diploma-
tica di documenti, con indice di
essi. Il secondo tomo contiene: De-
scrizione della terra di Sanginesio,
di Guido Gualtieri ginesino, scritta
nel 1592. Annotazioni del Benigni
a tale descrizione ; sua appendice
diplomatica contenente vari monu-
menti; albero de' signori di Brun-
forte e de' signori di Loro , ed al-
bero genealogico della famiglia dei
Guernieri o Guarnieri, e delle fa-
miglie Varani e Gualtieri che si
credono derivate dalla medesima.
Il Colucci nelle antichità picene,
t. XIX, riporta San Ginesio illu-
strata del Benigni con appendice
diplomatica ; più : Descrizione del-
MAC
la terra di Sangineslo formata dal-
l'abbate Mario Mariottì nobile gì'
nesino, sino al secolo XV. E nel
t. XXIII la Descrizione del Gual-
fieri, le annotazioni del Benigni con
appendice diplomatica, e i mento»
vati alberi genealogici. Inoltre il
Colucci nel t. VII delle Antìch. pie,
del Benigni avea pubblicato: Elo-
gio di Alberico Gentili da San Gi-
nesio ed altri illustri soggetti di tal
famiglia. Lo stesso Benigni è pure
autore, De Guido Gualterio, ejus-
que familia, epistola notis illustra-
ta ad Jo. Franciscum Lanci Iloti um^
Bomae 1772. Abbiamo poi da Gio-
vanni Lami : Atti del martirio di
s. Ginesìo neir originale latino e
col volgarizzamento a lato, illustra*
ti con note ed osservazioni, edizio -
ne seconda, accresciuta di copiose
note con una lettera di Silvestro
Benigni all' autore , Osimo 1766.
Nella lettera di Silvestro si legge
in ristretto la storia della cospicua
terra di San Ginesio. Diverse notizie
artistiche che la riguardano, si pos-
sono leggere nelle Memorie storiche
del march. Pucci. N'è protettore il
cardinal Pietro Ostini.
Loro. Comune del governo di
San Ginesio, diocesi di Fermo. An-
tichissimo castello, chiamato ne'tem-
pi antichi Lauro, facendo appunto
il comune per arme un albero di
lauro. Nel cronico Casauriense pres-
so il Muratori, Script, rer. ilal., si
trova nominalo questo castello negli
anni 85o e 967, ed altresì in una
bolla di Celestino III, come appar-
tenente al monastero di s. Clemen-
te, dal quale probabilmente l'ebbe
a titolo livellano ed enfìteutico la
famiglia di Berardo Lauri o de Lau-
ro del 1201, stipite più antico di
quella che prese il cognome dal ca-
stello di Lauro o Loro che signo-
MAC 3oi
rc*ggib\ e die non si deve confon-
dere con quella dei Brunforte, for*
se derivate da uno stesso stipite ,
come avverte il Beuigni e prova
nella sua San Ginesio illustrata, do-
ve riporta gli alberi genealogici dei
signori di Loro e de' signori di
Brunforte. Berardo che si pretende
padre di s. Liberato frate minore
forse de' ci a reni, ebbe tra gli altri
un figlio che si nominò Gualtiero
di Loro, che nel 1247 abitava iu
San Ginesio. Gualtiero era così po-
tente, che non ostante la proibi-
zione fatta da Gerardo rettore del-
la Marca di non poter fabbricale
fortezze o castelli nella provincia ,
occupò nel 12.55 il sito del diruto
Castello di Colbuccolo, allora della
diocesi di Camerino, comprato dal
comune di Monlolmo, ed armala
mano vi fabbricò il castello e vi
fece diverse fortificazioni. Né a le-
varlo di tal possesso giovarono gli
anatemi di Alessandro IV e la for-
za del rettore; figlio di Gualtiero
fu Federico del 1270, da cui nac-
quero Gualteruccio podestà di San
Ginesio nel 1284, Berardo podestà
del castello di BrUnfort nel ^79,
d. Giacomuccio monaco di s. Ma-
ria in Chienti, e Coi rado del 1 289
che fu padre a Lamberto. Da que-
sti discesero Gentiluccio e Gualte-
ruccio podestà di San Ginesio nel
1 344- Abbiamo dal Compagnoni ,
Beggia picena, che nel 1256 i si-
gnori di Loro si ribellarono alla
santa Chiesa, che poi li perdonò.
11 p. Civalli nella Visita triennale,
discorre di Loro a pag. 1 3G, presso
il Colucci, Antichità picene t. XXV,
e di alcuni suoi uomini illustri.
Egli dice che s. Liberato fu di Lo-
ro, il cui corpo riposa nella chiesa
de' suddetti minori osservanti, po-
sta alle falde del monte Bagnolo
3u2 MAC
mila gim'ÌK(lÌ7Ìonc eli San Ginesio; e
che vogliono alcuni che nella me-
desima chiesa di s. Liberalo ri-
posino i corpi de' mentovati b. li-
mile e b. Pacifico pur clareni. Nel-
la terra di Loro i minori conven-
tuali videro nel 1 4^4 edificarsi il
convento, donde uscirono distinti
religiosi , come il p. Antonio da
Loro vicario generale dell' ordine,
e fr. Giovanni inquisitore generale
della Marca. Ivi furono tentiti al-
cuni capitoli provinciali. Di quanto
riguarda le controversie su s. Li-
berato, ampiamente ne tratta il Be-
nigni. V. il Turchi nel Camerinum
sacrimi p. 71. Il territorio di Lo-
ro giace in collina per la più pai-
te ed è feracissimo singolarmente
di oli e vini squisiti. 11 paese è
molto popolato, ricco ed industrio-
so, massime nel filare la seta. E
ricinto di mura, ha una bella piaz-
za, da una parte ornata di portici ;
diverse chiese, fra le quali è rag-
guardevole la principale, e un mo-
nastero di monache domenicane.
Ripe s. Ginesio. Comune del
governo di San Ginesio, diocesi di
Camerino. Il castello delle Ripe è
situato in un colle ripido, e dalle
ripe ov' è piantato credesi abbia
preso il nome, cui venne aggiunto
quello di s. Ginesio, dopo che i
ginesini lo comprarono nel 1247
e negli anni seguenti dai nipoti di
Prontaguerra e dai loro successo-
ri, giacche la vendita fu fatta in
diversi tempi da Giacomo di Gual-
tiero Prontaguerra, da Corrado di
Gentile Prontaguerra, e da Berar-
do Federico, Alberico e Guglielmo
Prontaguerra conti di quel castello,
colla successiva approvazione d'in
nocenzo IV. Questo castello confi-
na con Colmurano e Loro, ed ha
fertile ed amenissimo territorio. Co-
M A C
me anticamente, più d'una volta
si pretese colle ai ini dui lermani ,
e colle armi si difese dai sanginesi ;
ma dopo vario Sangue sparso e
contrasto , San Ginesio lo ricuperò
coll'aiuto degli ascolani, sempre in
islrettissima lega col popolo gine-
sino. Onesto per tenere in freno i
ri pani, fabbricò una fortezza, a ca-
gione dell'indole viva de' castella-
ni, e per difenderlo da Fermo. Do-
po 200 anni di pacifico possesso
gli abitanti del castello tornarono
a ribellarsi al comune di San Gine-
sio, e convenne reprimerli colle ar-
mi e con eterne liti in quasi tutti
i tribunali di Koraa, perchè crasi
di nuovo sottoposto Ripe alla po-
tente città di Fermo. San Ginesio
ricorse a Leone X a mezzo di Lo-
renzo Palmieri custode della bi-
blioteca vaticana, e del conte Troi-
lo Cerri, ambedue ginesini, per ri-
mediare al disordine. 11 Papa tolse
il governo di Castel delle Ripe a
Gio. Maria Varano di Camerino ,
e durante la lite coi ginesini lo
commise al vescovo di Civita vice-
legato della Marca ; quindi con
bolla emanata nel 1 5 1 7 impose
perpetuo silenzio sopra la lite di
Castel delle Pupe , lo dichiarò in-
teramente subordinato al comune
di San Ginesio, al quale confermò
gli antichi privilegi e la giurisdi-
zione sul castello, dichiarando nella
bolla la storia delle ribellioni li-
pane e il titolo con cui si posse-
deva da San Ginesio. Accordò inol-
tre Leone X che vi si potesse fab-
bricare una fortezza per tenere in
freno i ripani, come fu eseguito, e
di tenervi un castellano, ed un po-
destà per governare il castello, il
quale dovesse sempre essere un con-
sigliere descritto nel reggimento del
comune di San Ginesio. I ginesini
M A C
trascurarono il mantelli mento della
rocca, ed i ripani ne procurarono
la decadenza. 11 Penigni che nella
sua San Ginesìo illustrala riporta
(ali ed altre notizie, nel toni. 1F,
pag. 288, produce il catalogo dei
podestà di Ripe, incominciando dal
i3f)o e da Pietro Vannucci ca-
stellano e vicario. Questo storico
afferma esistere in Ripe famiglie
ricche e civili, ed alcune di esse
godono i gradi del nobile rcggi-
incnto di San Ginesio. Furono così
enormi le spese che fecero i gi-
nesini per questo castello, clie in-
valse il proverbio : costa più che
le Ripe a San ginesìo. Il territorio
giace in colle e piano, con fabbri-
cali cinti di mura a mezzogiorno,
avendo nella parte opposta profon-
dissime ripe. Di Ripe s. Ginesio
tratta il Turchi nel Camerinum sa-
crum.
S angelo in Pont ano. Comune
del governo di San Ginesio, diocesi
di Fermo. 11 paese essendo stalo
fabbricato vicino alla chiesa di s.
Angelo, ed essendo questa presso
UH pantano, prese il nome di s.
Angelo in Pantano o Pontano , e
vi si giunge per bella e recente
strada. E tradizione che avesse o-
rigine nei primi tempi della Chie-
sa, essendovi tuttora due antichis-
sime chiese, una delle quali secon-
do il Calindri è di stile egiziano,
e però più antico del gotico; vi
sono pure le chiese de' cisterciemsi
e delle monache. La chiesa de' ci-
sterciensi fu già de' frati france-
scani, ed i monaci vi si sono sta-
biliti da circa dieci anni, quando
cioè abbandonarono il loro mona-
stero di s. Maria delle Macchie in
San Ginesio. All'epoca del 681 chia-
mossi corte, secondo Gregorio mo-
naco farfense. Ebbe i suoi conti,
MAC 3o3
fra' quali non devono tacersi quelli
che nel 1 1 85 erano in lite co' J3o-
nifazi nobili e signori d'una parte
di Monsammartino, per il possesso
di Gualdo. Lo signoreggiarono pure
i Giberti nobili di San Ginesio, pa-
droni di altre terre, e da cui usci-
rono molti grandi uomini. Riferi-
sce il Compagnoni nella Reggia pi-
cena, che nel 1256 questo castel-
lo e il suo conte Rainaldo da Bruiti
forte, furono ricevuti in grazia dui
lettore della Marca Annibaldo di
Trasmondo. Abbiamo dal Santini,
Memorie di Tolentino p. no, la
dedizione del castello di s. Angelo
in Ponlano, al comune della ciltà
di Tolentino, accaduta nel 1263.
La comunità di s. Angelo pel suo
procuratore Gentile d'Accarino, pro-
mise al comune di Tolentino le
seguenti cose : di pagare ogni an-
no in perpetuo libbre venticinque;
di ricevere e ritenere il podestà
che sarebbe eletto e mandato dal-
l' istesso comune, cui dovrebbe pa-
garsi dalla comunità di s. Angelo
un decente salario ; promise di far
guerra e pace ad ogni richiesta di
Tolentino ; senza il di lui consenso
non farà pace o tregua con alcuna
comunità ; e finalmente si obbligò
di star sempre sotto il dominio di
quel signore generale della Marca,
sotto il quale sarà Tolentino, e
questa si obbligò di sempre custo-
dire e difendere la comunità di s. '
Angelo ed i suoi abitanti; di far
guerra e pace a loro richiesta , e
di somministrare in fine qualche
sovvenzione per la fabbrica delle
mura del castello. Per due anni si
effettuarono pienamente tali con-
venzioni; in appresso poi passaro-
no sette anni, ne' quali si trascurò
lo sborso delle suddette venticinque
libbre, onde il comune di Tolenti-
3o4 MAC
no avanzate le doglianze al cotnu>
ne di s. Angelo, questo si obbligò
di pagare l'arretrata somma, e nel
1272 di nuovo confermò le stabi-
lite convenzioni, le quali non si sa
quanto tempo durassero. Questo
luogo soggiacque a grave distruzio*
ne verso il i36o, come ribelle alla
Chiesa, per ordine del celebre car-
dinale Albornoz legato d' Innocen-
zo VI in Italia. Nel pontificato di
Eugenio IV il castello di s. An-
gelo fu dato in preda alle fiamme
e al ferro da Taliano Forlano e
Giovanni Ventimiglia; quindi nel
seguente pontificato di Nicolò V
del 1 447 fu da questi riedificato.
11 territorio è in monte ed in col-
le j e lungo il torrente Salino, che
trovasi a ponente ed ostro di que-
sta terra, vi sono molte acque sai*
se. Il paese che da s. Pio V fu
dichiarata terra, ha mediocri fab-
bricati circondati di mura. Vi eb-
be i natali s. Nicola di Tolentino, e
Paolo degli Angelini compagno di
Baldo. Vi è la collegiata , sotto
l' invocazione di s. Michele arcan-
gelo, eh' è il patrono della terra. Il
p. Civalli nella Visita triennale ,
discorre di s. Angelo in Pontano,
a p. i55 delle Antichità picene del
Colucci t. XXV. La chiama patria
di s. Nicola sebbene detto di To-
lentino, e che ivi fiorirono pure ,
nel 1 38 1 Andriolo da s. Angelo,
soldato di gran valore, e nel seco-
lo XVI Lodovico coppiere e poi
maestro di camera di Clemente VIII,
personaggio di molta pietà, aven-
do donato quanto possedeva di pa-
trimonio in s. Angelo, alla chiesa
di s. Agostino ove avea una sua
cappella: del convento di s. Ago-
slino ne fu benefattore il p. Nico-
la, eletto generale degli agostiniani
nel 16 14. Parla pure del con veti -
MAC
to de' minori conventuali in a. An-
gelo. Il march. Ricci nelle Memo-
rie storiche, tratta dell'antica chio-
sa di s. Salvatore eretta nel 1200,
e riputata allora nobile e magni-
fica, e riferisce che Domenico Mal-
piedi di San Ginesio, nella chiesa di
s. Agostino dipinse a fresco mira-
bilmente la cappella della famiglia
Colucci coi fasti di s. Nicola, e me-
glio un quadro con s. Benedetto
per la chiesa delle monache eia-
risse.
Sarnano. Governo nella diocesi
di Camerino. Terra posta sulla ci-
ma di un colle, a pie dei quale
scorre un piccolo influente del
Tenna : la sua strada principale,
chiamata Urbsalviense perchè pas-
sa nel sito ove era l'antica Urbsal-
via , comunica con Macerata e
colla provincia di Ascoli, ed è una
delle più belle della Marca. Lunge
circa mezzo miglio da Sarnano,
nella detta via Uibsalviense, sul
torrente Aquila è stato fabbricato
un ponte. Negli scavi perciò fatti, si
sono rinvenute delle vene di car-
bone fossile di prima qualità. Van-
taggiosa n' è la posizione, facendo
centro ad altri paesi ragguardevo-
li, ed avente trentasei villaggi con
undici parrocchie ; tredici sono le
chiese interne, e ventinove le fi-
liali. Poco distante dalle mura dal-
la parte di levante scorie il fiume
detto torrente Aquila, che divide
un sufficiente piano di terreno a-
vente al fianco alcuni colli. Sorge
quasi nel mezzo un promontorio
verso il paese, fatto dalla natura,
e dall'altra parte del torrente un
piano naturale. Presso questo ma-
nufatto, e lungo il piano al di là
del torrente, ove si costruisce soli-
do ponte, perchè ivi erasi fissata
e si eseguisce la linea di strada
MAC
provinciale che deve annodare col-
la provinciale Ascolana Fluvionense,
in seguito di piccole escavazioni per
aversi della terra, si sono rinvenuti
e si rinvengono preziosi monumen-
ti, consistenti in monete di rame
coll'impronte d'una pecora, di una
lupa che ha vicino alle poppe due
teste, forse Romolo e Remo , che
ritengonsi per primitive monete ,
poiché quelle di argento che pure
si rinvennero, s' incominciarono a
battere dopo l'anno di Roma 4^3.
Altre monete hanno da una parte
Giano a due faccie, e dall'altra u-
na prua di naviglio, di nuovo e
secondo conio. Sì sono pure rin-
venuti sei idolètti, ed un serpe di
metallo corintio, interessanti; molti
anelli d'argento, delle picche, denti
d'uomini, ossami d' animali d'una
straordinaria grossezza, forse d'ele-
fante. Dalle quali cose si congettura
che sia stato ivi un accampamento,
e seguisse un fatto d'armi, tra'ro-
mani ed Annibale, che non molto
dopo la battaglia del Trasimeno
portò le sue truppe lungo il Pice-
no, ove per qualche tempo non
cessò di fare continue scorrerie,
prima d' innol trarsi alla volta di
Capua.
Sarnano, da quanto si è nar-
rato , probabilmente ebbe antica
origine, sebbene molti convengano
che sorgesse nel 1 225, sotto Onorio
III Savelli, per la distruzione di
Cinque castelli muniti di rocche,
e dall'unione di varie distinte fa-
miglie emigrate dalla Francia che
si stabilirono presso un antichissi-
mo monastero } esistente sulla vet-
ta d'una collina, ed allora fu det-
to Serrano, e quindi Sarnano. I
detti cinque castelli portavano il
nome de' loro signori feudatari ,
cioè Brunfort, Bjeau, Castelvetere,
voi. xl.
MAC 3oo
Piobbico, ec. presso il quale esi-
steva altro antico monastero. Tali
signori con titolo di conti gover-
narono per lungo tempo la terra,
ed alcuni s'imparentarono coi Va-
rani signori di Camerino. Ebbero
essi dominio su Montefortino, Mon-
tolmo, Amandola, Gualdo, Penna
s. Giovanni ed altri luoghi. La
forma di governo oligarchico cessò
quando Sarnano con spontanea de-
dizione si assoggettò al paterno
dominio della santa Sede, insieme
alle signorie dei Varani. La sua
magistratura comunale fino al re*'
gnp italico s* intitolava il dittatore
e priori della terra di Sarnano^
ed oggi godè il distintivo dello
stolone di lama d' oro. Ebbe a
protettori diversi cardinali, ed at-
tualmente lo è il cardinal Luigi
Ciacchi di Pesaro. Vi fu un tem-
po il ghetto degli ebrei, stante la
convenevole situazione commerciale.
Nel secolo XIV dal cardinal Al-
bornoz legato fu dichiarata medio-
cre città, nella sua notissima co-
stituzione. Nel i4r9 Gaspare da
Sarnano dottore celebre di medi-
cina, fece parte degli ambasciatori
spediti al Papa Martino V dalla
città di Macerata, perchè si dimi-
nuissero gli aggravi alla Marca.
Nel i435 Francesco Sforza costrin-
se Sarnano a pagargli le taglie.
Nel i442 alcuni dicono che nel suo
territorio succedesse un serio fatto
d'armi tra i famosi capitani Sfor-
za è Piccinino, ma il Poggio dice
eh* ebbe luogo presso Macerata. I
sarnanesi alle rive del Tenna ri-
portarono completa vittoria sui
fermani, e se ne celebra tuttora
la memoria con processione.
Diede questa terra i natali al car*
dinal Costanzo Boccafuoco o Torri,
creato da Sisto V nel i586, non che
20
3<»() MAC
n diversi servi di Dio, vescovi, dotti,
valorosi guerrieri, ed altri illustri
personaggi. Fra questi nomineremo,
i vescovi Benigno Arredi e France-
sco Picarelli; Paolo Claudi abbate
archimandrita , essendo stati altri
abbati regolari Giambattista Pica-
relli e Costanzo Cornacchia . Il
ven. servo di Dio Pensabene Tur-
chetti discepolo diletto di s. Filip-
po Neri, la cui congregazione nel
1798 stabilirono in Samano i pp.
Nicola Calisti e Perfetto Perfetti.
Il p. Giacomo Zampa francescano
riformato pati il martirio nel 1648
in Scutari d'Albania. 11 ven. p.
Giovanni abbate di Piobbico. Mori-
rono in concetto di santità i sa-
cerdoti Belisario Zampetti, Alessan-
dro Zocchi, e pacifico Maria Zam-
petti. Bernardino da Sarnano fu
capitano rinomato. Fu pure cele-
bre il p. Benigno de'minori. Inoltre
i sarnanesi dicono che il cardinal
Mariano Pierbenedetti è loro concit-
tadino, e che Camerino lo annove-
rò tra'suoi patrizi, ma il Cardella
lo dice di Camerino , e creato car-
dinale nel 1 589 da Sisto V.
Sarnano ha il territorio montuoso,
ed il paese è popolato di 4^oo abi-
tanti, con mediocri fabbricati cinti
di mura con borgo. Vi è un colle-
gio di sacerdoti nella collegiata
e insigne chiesa matrice di s. Ma-
ria Assunta in cielo, la quale è di
disegno gotico, appartenendo il suo
mantenimento al capitolo di Mon-
talto. Dopo la soppressione de'mo-
naci benedettini nei sunnominati
monasteri, cessata l'uffiziatura nelle
due chiese abbazia) i, si formò in
questa collegiata, chiamata pure s.
Maria di Piazza, una congregazio-
ne di preti secolari che in coro
ufficiavano colla cotta. Pio VII nel
1823 accordò a questi sacerdoti
MAC
in memoria dei benedettini, l'uso
della cocolla nera con fodera ere-
misi, e nel seguente anno Leone
XII concesse loro il distintivo cano-
nicale del rocchetto e mozzetta
violacea. 11 Papa Gregorio XVI
col breve In sublimi Apostolicae
Sedis, a'6 giugno i834 confermò
ed eresse in collegiata la chiesa di
s. Maria con tutte le analoghe
prerogative, ed incorporò alla mas-
sa canonicale undici benefizi sem-
plici, onde il capitolo per gratitudi-
ne eresse in sagrestia il suo stem-
ma , con analoga iscrizione di d.
Gregorio Lucarelli canonico deca-
no e vicario del s. orifìzio in Sar-
nano. Nel 1842 poi la patriarcale
arcibasilica Lateranense aggregò il
capitolo nominandolo col titolo di
perinsigne collegiata. Ivi si venera-
no, un antichissimo simulacro di
Gesù Cristo, copiose reliquie , i
corpi de'ss . Martiri Vitaliano, Do-
naziano e Clemenziana. In questa
chiesa sino dal i633 vi fu istitui-
ta una congregazione detta del
suffragio di cento sacerdoti, appro-
vata dal vescovo di Camerino E-
milio Altieri, che vi si aggregò,
poi cardinale, e Papa Clemente
X. La porta principale della col-
legiata ha negli ornati esterni bas-
sorilievi di gotica architettura di
qualche importanza , considerata
l'antichità de'medesimi. In questa
chiesa vi è un beli' affresco rappre-
sentante la Madonna degli Angeli coi
ss. Gio. Battista, Sebastiano, Martino
vescovo, e Piocco, opera mirabile
con coro d'angeli e Dio Padre, e-
seguita nel 148 3 da Lorenzo Se-
verina marchiano, e forse di Sar-
nano, descritto e illustrato con
lettera stampata dal can. d. Con-
cetto Focaccetti di San Ginesio. La
chiesa dell'Annunziata, juspatrouato
MAC
del In famiglia de'marchesi Costa di
Macerata, ha le pareti con pitture
rappresentanti arazzi. Gli agostinia-
ni hanno la bella chiesa di s. Mi-
chele ricca d'ornati. Le monache
francescane di s. Chiara urbaniste
hanno chiesa dedicata a tal santa,
graziosa per la sua forma ed ele-
ganti stucchi. Vi sono il monte di
pietà, con fondo di scudi tremila,
ed il monte Irmnentario, con depo-
sito di quattrocento rubbia di gra-
no: ambedue furono eretti verso il
i 54 *2 . L'ospedale è di recente co-
struzione, grande e comodo. Ne fu
benemerito monsignor Benedetto
Perfetti di Saruaoo. Questo dotto
giureconsulto fu commissario gene-
rale della reverenda camera, de-
cano de' chierici della medesima,
e membro della congregazione di
revisione. Tale prelato avendo ot-
tenuto da Pio VII l'antico ospe-
dale e chiesa di s. Giacomo, che
erano in decadenza, eresse l'odier-
no nel luogo ov'era la chiesa di
s. Sebastiano, con generose contri-
buzioni. L' illustre prelato lasciò
pure un fondo per istabilire in
Sarnano le maestre pie per l'edu-
cazione delle fanciulle, e la sua
disposizione venne eseguita. In Sar-
nano avvi un ginnasio comunale
con quattro cattedre. Vi è pure
lui gaio teatro di una società com-
posta di trentotto condomini, eret-
to con disegno del concittadino
Luigi Fedeli, e ricostruito di nuo-
vo. Vi sono mercati settimanali, e
due annue fiere, nel qual tempo
la fiera si protrae per sette giorni,
per concessione del i44^ m Nico-
lò V. Il Benigni nella San Gi-
nesio illustrata, parla di Sarnano,
quanto a s. Liberato.
11 p. Civalli nella Visita triennale,
presso il Colucci, Aniich. picene t.
MAC 307
XXV, p. i4*, riportale seguenti in-
teressanti notizie su Sarnano. Dice
che fra quelli che concorsero alla
sua edificazione vi fu un Savelli.
Il luogo venne favorito specialmen-
te da s. Francesco d'Asisi, che die
al comune il sigillo con un sera-
fino, ed in memoria del fatto la
comunità assegnò annui tre fiorini
di moneta di marca, per la tona-
ca del padre guardiano de'conven-
tuali, e due pani per fuoco la set-
timana pel vitto dei frati. Notere-
mo che tale sigillo s. Francesca
lo diede ponendo l'estremità, del
suo cordone in una carta, per ter-
minare le dispute nate tra i primi
signori della terra, quando voleva-
no stabilire uno stemma. Al sera-
fino si aggiunse poi la croce per
dimostrare l'indipendenza del go-
verno, e tre gigli per l'origine fran-
cese. Fiorirono sempre in questa
terra uomini di molto valore, co-
me Cornelio Salimbene dottore in
legge, stimato per consiglio; Gio.
Francesco Salimbene uditore della
rota di Perugia; il p. Aurelio a-
gostino teologo rinomatissimo; San-
ti fratello del cardinal Boccafuoco,
ed il loro nipote Bernardino Grizi
cavaliere di s. Stefano e capitano;
Paolo Claudi dottore e teologo, ed
Annibale Grizi cavaliere, altri ni-
poti del cardinale. Sulla porta del
palazzo del comune vi era un bel-
lissimo geroglifico. I conventuali ol-
tre il convento di Sarnano, ebbero
nel territorio in contrada Rocca-
bruna altro convento stabilito da
s. Francesco, ed ove furono tumu-
lati molti beati francescani. Il con-
vento di Sarnano fu eretto nel
1327 circa, con chiesa comoda e
buoni quadri, e nel i525 vi fu
tenuto un capitolo provinciale. Nel
14.06 vi fiorì il p. Nicolò da Sar-
3o8
MAC
nano inquisitore di tutta la Mar-
sa, e nel i4°9 di tutta la Roma-
gna: il p. Francesco Benedetti fu
religioso di molto valore, e carissi-
mo a Sisto V quando era in nù-
noribus. Sopra tutti illustrò la pa-
tria il cardinale Costanzo Torri
detto comunemente Boccafuoco o
il cardinal di Sarnano , de' mi-
nori conventuali, degno di eterna
memoria. Alle notizie che ripor-
tammo alla sua biografia, aggiun-
geremo col p. Civalli, che coll'ope-
ra del valente architetto Giuliano
Grande da Macerata (che il Ric-
ci chiama Stefano Grandi ) ingran-
dì ed abbellì il convento, cui do-
nò varie suppellettili, ed arricchì
la chiesa di s. Francesco d'argen-
terie e parameuti. Le sue benefi-
cenze si estesero a tutto l'ordine
conventuale, ed a molti conventi
del medesimo , massime a quello
de' ss. Apostoli di Roma. Di natu-
ra affabilissimo e trattabilissimo,
inori d'anni sessantasei , l' ultimo
del i5q5 in Roma, essendo pas-
sato al titolo di s. Pietro in Molito-
rio, lodaudone le gesta alla presen-
za di molti cardinali Daniele Als-
worto inglese dottore in teologia.
Trasportato il suo corpo a Sarna-
no nella detta chiesa, fu riposto in
un elevato deposito di pietra mi-
schia, fattogli dal fratello Sante
Sarnano , con lungo ed onorevo-
le epitaffio. Esiste in Sarnano la
biblioteca de' conventuali , eretta
verso l'anno 1600 dal padre Zam-
petti reggente del collegio di san
Bonaventura di Roma: una su-
perba Bibbia in pergamena, tolta-
le nelle vicende politiche, ora è
nella biblioteca di Macerata. Il
march. Ricci, Meni, s loriche , parla
di diverse cose di Sarnano, come
di tre quadri esistenti in s, Fran-
MAC
cesco, cioè della Madonna o Con-
cezione di Vittorio Crivelli, di s.
Lucia, e di Cristo deposto dalla
Croce del Pagani di Monte Rub-
biano, non che delle lunette del
chiostro di s. Agostino, dipinte da
Sebastiano Ghezzi, e del suddetto
alfresco che l'abbate Bosio fece co-
lorire per la descritta chiesa di s.
Maria in Piazza alta di Sarnano,
da Lorenzo Severino o Severi na che
egli dice da Sanseverino. La chiesa
di s. Francesco non è più uffiziata dai
conventuali, bensì dai filippini cui
furono surrogati nelle ultime vicen-
de, avendola restaurata il comune
e il lodato prelato Perfetti. Questi
inoltre le donò l' immagine della
Beata Vergine, copia di quella che
si venera nella chiesa del Suffragio
di Roma, che fece coronare da Pio
VII nella sua cappella secreta. La
cappella ove si venera fu dichia-
rata sua erede dal medesimo pre-
lato, ed il suo aliare è privilegia-
to. Poco distante dalla terra esiste
il convento e chiesa di s. Giusep-
pe de' cappuccini. Presso il ponte
poi sul fiume Tenna evvi la chie-
sa dedicata alia Madonna di Lo-
reto, fabbricata sulle misure del
santuario Lordano, ed abbellita
con superbi arazzi dipinti a sugo di
erba.
Gualdo. Comune del governo
di Sarnano, nella diocesi di Fermo.
Trovasi il territorio in colle, con
paese di pochi fabbricati, anticamen-
te circondati di mura. Lunge da
Sarnano cinque miglia alla volta
di levante, sorge Gualdo sopra
una eminente collina, ove purissi-
ma è 1' aria, il clima salubre^ a-
mene le vedute estesissime. Antica
merlata rocca torreggia sulla vet-
ta del luogo, non del tutto illesa
dalle ingiurie del tempo, avente ai
MAC
lati due muraglieli di forma qua-
drata che presentano le vestigia
dell'antica piazza del castello, con
altra torre di minor mole, che la
fiancheggia al Iato opposto. Molti
altri torrioni circolari ed angolati
si incontrano a quando a quando
su tutta la periferia esterna del
comune, riuniti alle case e resi al
presente abitabili. All' uscire della
porta che guarda il nord-est, al-
l'estremità di ameno prato, si tro-
va il convento de'minori osservanti,
con bel portico, e di solida costru-
zione. Fertile e ben coltivalo è il
terreno, amena 1' adiacenza dell' e-
steso contado, la cui popolazione
ascende a circa 1600 abitanti. Quan-
do e da chi fosse edificato Gualdo
non può stabilirsi, sibbene la sua
origine risale ad epoca antica. Nel
li 80 Gualdo fu venduto da Ga-
rengo a Bono e Trasmondo conti
di s. Angelo in Fontano, e da que-
sti ai figli di Bonifazio, ai quali
ne confermò il possesso nel 11 85
una sentenza di Pietro giudice di
Bertoldo legato dell'impero in Ita-
lia. I Bonifazi, nobilissima famiglia
di Monsammartino, sostennero del-
le liti pel possesso di Gualdo coi
detti conti di s. Angelo in Fonta-
no. Nel 1298 nelle divisioni ese-
guile da Rainaldo, Gualtiero ed
Ottaviano Brun forte figli ed eredi
di Piainaldo seniore, venne al pri-
mo di essi assegnato il castello di
Gualdo col girone, il borgo, i vas-
salli e gli abitanti di esso. Non si
conosce veramente in qual modo
dal dominio dei Bonifazi passasse
Gualdo in quello dei Brunforte. A-
vendo però il detto Rainaldo mi-
litato sotto Carlo I e Manfredi re
delle due Sicilie con molto valore,
meritò nel 1263 l'investitura del-
l' abbazia di Farfa , di Castel s.
MAC 309
Angelo devoluto alla camera reale
per la ribellione del conte Tras-
mondo, e poscia di Castel Ficardo,
di Monte Fiore e di altri luoghi;
si può arguire su tale fondamento
che anche Gualdo per questo mez-
zo si avesse dai Brunforte. E si
crede più probabile una tale opi-
nione sull'autorità del Denina, il
quale dicendo che Manfredi man-
dato aveva all'assedio di Camerino
Percivalle d' Oria in aiuto de'ghi-
bellini della Marca, facile cosa po-
tè essere, che questi ritogliendolo
ai Bonifazi s'insignorisse di Gualdo
situato lungo lo stradale, che per
la più breve via sotto monte, dal
regno di Napoli conduce a quella
citlà. Né deve recar meraviglia, se
dopo la vittoria di Carlo I, sospin-
to contro Manfredi dagli sforzi di
Urbano IV e di Clemente IV, re-
stasse ancora il Brunforte signore
di esso. Dovette Bainaldo seniore
accomodarsi colla parte vittoriosa,
come praticarono a quell' epoca i
più del partito opposto; e di parte
guelfa lo dice il Lilj, e di molte
guelfe città capitano. Una lettera
patentale di Pietro cardinal legato,
diretta nel 1295 al priore di s.
Costanzo del Poggio, luogo vicinis-
simo a Gualdo, lo assolve dalla
scomunica. Che ottenesse poi anco
la sanzione del possesso di Gualdo,
lo chiarisce un istromento del 1 3 19,
in forza del quale manomette gli
abitanti di esso, ed accorda loro
esenzioni, privilegi e giurisdizioni
che asserisce derivategli dalla con-
suetudine e da concessione aposto-
lica. Da altre memorie e da istro-
mento de' 17 aprile del medesimo
anno, si ha che la città di Fermo ac-
quistò il castello di Gualdo, la rocca,
il girone ed annessi, ricevendo sotto
la sua giurisdizione quegli abitanti,
3 io MAC
riconoscendoli come cittadini fer>
mani, ed obbligandosi di trattarli
sempre come tali., corrispondendo
per tal compera al Bruntbrte dir
cimila libbre ravennati di usualo
moneta.
La potenza dei Varani che si
andava ognor più dilatando nel
XIV secolo per virtù di Rodolfo,
uno de' più rinomati signori di
que'tempi, si estese anche a Gual-
do, che venne tolto ai fermarli. Il
concilio di Costanza ne confermò
ai Varani la signoria nel ì^.\6f
nel tempo dello scisma d'occidente.
Ma dopo preso il possesso di Fer-
mo dal conte Francesco Sforza, fu-
rono restituiti nel i434 a quel
comune dai signori di Camerino,
Santangelo, Penna s. Giovanni o
Gualdo. Quei di Gualdo inviaro-
no nell'istesso anno Antonio di Pao-
lo a giurar fedeltà ed obbedienza
ai priori di Fermo , ed i fermani
mandarono nel castello Marino Roc-
chetelli di Fermo. Da quest'epoca
rimase questo soggetto a Fermo, se-
guendo sempre le fazioni e le vi-
cende di quella città, che continuò
fino al declinare del secolo passato
a spedire un castellano sul luogo;
ma nel riparto territoriale del 1827
venne riunito alla provincia di
Macerata. Qui aggiungeremo, che
nel territorio di Gualdo esisteva il
castello di Cardine, di cui più non
rinviensi vestigio , essendone solo
rimasto il nome alla contrada .
Così pure il castello Sismoudo
menzionato fino alla statistica del
1817, che nel i356, allorché Ro-
dolfo Varano acquistò alcuni posse-
dimenti in quel territorio dagli ere-
di di Federico Brunforte, era for-
nito di fabbricati e di piazza; ma
nel 1408, come riferisce 1' Adami,
venne distrutto da Gentile Miglio-
MAC
rati nipote d'Innocenzo VII e fra-
tello di Lodovico signore di Fer-
mo. Nel l445 Eugenio IV conces-
se Castel Sismondo a Pandolfò
Talamonti benemerito della Sede
apostolica, e la città di Fermo lo
comprò da esso nel 1 447- Per
dilferenza di confini furono già que-
stioni fra Sanginesio e Gualdo : nel
i453 il comune di Fermo n'ebbe
favorevole sentenza. Ai 21 ottobre
i483 Sisto IV, a tor di mezzo
maggiori uccisioni , devastazioni e
saccheggi tra i fermani ed i gine-
sini e quei di Gualdo, ordinò al
comune di Sanginesio di eleggere
tre deputati del consiglio di Fer-
mo., e alle città comandò l'elezione
di tre ginesini per accomodare o-
gni titolo di questione e inimicizie
che vi fosse tra essi. Inoltre Fer-
mo nel i483 acquistò ancora i
poderi del duca Giulio Cesare Va-
rani, trasferendo di tutto il domi-
nio a titolo oneroso nel conte Lo-
dovico Vinci nel i485, e quella
famiglia ne rimase proprietaria fino
al di d'oggi. Dov'era l'antico castel-
lo qualche masso informe soltanto
si scorge, e l'agricoltore vi rinven-
ne nel 1828 alcuni ceppi di ferro,
che contenevano ancora le tibbie
di corpo umano, rimembranza del-
le crudeltà degli antichi tempi.
In Gualdo si trovano molte
chiese rurali, alcune delle quali cu-
rate, e fra queste quella di s. Elpi-
dio, ove esiste una scoltura su
pietra incastrata al muro di qualche
pregio, che rappresenta Maria Ver-
gine, la quale stende la mano sul
capo di s. Francesco. Uno di tali
parrochi è soggetto all' arcidiocesi
di Camerino, ed altri due insie-
me al parroco dell'interno dipen-
dente dall' arcivescovo di Fermo,
hanno 1' obbligo di coofficiare la
MAC
chiesa matrice di s. Savino. Essa
fu costruita nel cominciar del se-
colo corrente dall'architetto Pietro
Maggi ticinese, con la forma di
croce greca, con jonica architettura,
ed è un bell'edifizio. Sì conserva
in questa chiesa un gonfalone del
Rosario dipinto da Alessandro Ric-
ci di Fermo. Il quadro dell'altare
maggiore, rappresentante s. Savino,
è di Antonio Liozzi. L'altro degli
Apostoli è d'ignoto autore, ma ben
disegnato: è pure di pregio quello
della Concezione dipinto da Do-
menico Malpiedi di Sanginesio, co-
me afferma nelle sue Memorie il
march. Ricci. Di bella forma è la
chiesa di s. Maria delle Grazie dei
minori osservanti, la quale preesi-
steva al convento edificato nel
i58i. In quella di s. Savino sono
due confraternite, essendo quella
del ss. Sagramento proprietaria
del monte frumentario istituito nel
1608: l'altro moute frumentario
comunale eretto nel 1617 più non
esiste. I Pontefici furono larghi di
concessioni coi gualdesi, come Pao-
lo III, Gregorio XIII e Sisto V,
avendo Innocenzo XI nel 1677
accordato due annue fiere. Questa
terra die i natali a Giovanni Di-
letti dottore in ambe le leggi e
commissario del legato della Mar-
ca nel i558; Leone Ventura mag-
giordomo di Sisto V ; Ansovino
Ventura uditore in Macerata del
cardinal Bandini legato delle Mar-
che; Francesco Radici ni canonico
della metropolitana di Fermo, mor-
to e compianto nel 1840. Appar-
tiene a questa terra l'antica e no-
bile famiglia Ferraguli che diede
alla patria magistratura i dotto-
ri Atanasio, Francescantonio e Giu-
seppe, ed il vivente capitano An-
drea merita onorata menzione per
MAC 3n
la sua coltura e pel municipale
reggimento.
Monte s. Martino. Comune del
governo di Sarnano, nella diocesi di
Fermo. Di questo luogo abbiamo le
Memorie topo grafico -utoriclie della,
terra di Mons ammanino 3 con ap-
pendice diplomatica estratta dai
documenti che si conservano nel
suo archivio, dell' ab. Giuseppe Co-
lucci che le pubblicò nel t. XXIX,
p. 3 e seg. delle sue Antichità pi-
cene, delle quali andiamo a ripor-
tare breve estratto. Nel difendere i
pp. Maire e Boscovich, sopra quan-
to dissero di questa terra nella lo-
ro pianta geografica dello stato ec-
clesiastico, riportò la protesta e sal-
vò le ragioni che contro di essi
emise un monsammartinese nella
descrizione di sua patria, di cui
depose copia nella segreteria prio-
rale, e nell'archivio della congre-
gazione del buon governo. La ter-
ra giace su di un monte, nel con-
fluente de' fiumi Tenna e Tenna-
cola, in luogo forte, distante circa
venti miglia da Macerata^ e quindi-
ci da Fermo : il clima è tempera*
to e l'aria è salubre, in posizione
amena e dilettevole. 11 circuito del-
la terra ha un giro di quasi tre
quarti di miglio ; conserva in par-
te le antiche mura che sono di
pietra viva del paese, come tutte
le altre fabbriche, essendo comuni
le cave di essa nel luogo ; e da
quel che vi resta si vede che le
mura castellane furono già merla-
te e intramezzate da torrioni del-
l'epoca del secolo XIII. Le chiese
sono sei, la prima sotto l'invoca-
zione di s. Martino di Tours, che
è matrice e cura parrocchiale, a-
vendo il santo dato il nome al
paese di cui è protettore, ed ha
buoni quadri. È posta nella parte
3.2 MAC
più eminente della terra, nella con-
Irada di l. Mattino, detta pure di
Castello, perchè essendo questa la
più alta parte della terra, forma-
va un tempo come il castello e
la fortezza di essa. Presso la chiesa
di s. Martino eravi una chiesa sot-
to l' invocazione di s. Michele, nel
cui luogo fu edificato l'ospedale per
gl'infermi. Le altre chiese, alcune
delle quali posseggono buoni di-
pinti, portano il titolo di s. Gio-
vanni, che appartiene alla confra-
ternita del ss. Sagramento, essen-
dovi pure eretta quella della Mor-
te; di s. Tommaso apostolo; degli
agostiniani scalzi con parrocchia e
convento nella pubblica piazza, di
cui fu principal benefattore Mani-
lio Urbani; di s. Maria del Pozzo,
che pel cattivo suo slato d'allora
era stata sospesa la parrocchia e
trasferita in s. Giovanni; e di 8.
Caterina vergine e martire delle
monache benedettine con monaste-
ro ingrandito nel secolo passato.
Di alcune pitture delle chiese di
Monsammartino, ne parla il march.
Pucci nelle Meni, storiche. Il Ca-
talani, De Ecclesia Firmano,, trat-
ta di questo luogo a p. 1 15 e 32 1.
Il palazzo pubblico colla segreteria^
sono più sotto la chiesa di s. Mar-
tino nella strada principale; quello
del podestà è vicino la chiesa di
s. Maria. La famiglia Urbani vi ha
una fabbrica grandiosa a foggia
di palazzo, mollo decorosa. Anche
la casa del Monte e Carila Ricci
è ben intesa, ricca di belli e rari
quadri. Il territorio parte scosceso
e parte in falso piano è ferace;
confina con Castel dementino, s.
Vittoria, Smerillo e Mandola o
Amandola nella stessa diocesi, de-
legazione di Ascoli. Lunghe ed o-
slinate furono le gare de' mando-
MAC
lesi con Monsammartino pei con-
fini, questo li estendeva nel secolo
XV oltre la Scheggia e suo ca-
stello e rocca che possedeva. Mon-
sammartino ebbe pure gravi nimici-
zie pel territorio con Penna s. Gio-
vanni. Nel territorio vi sono de-
scritte le chiese di s, Maria delle
Grazie, di s. Venanzio, di s. Ste-
fano, di s. Maria Maddalena jus-
patronato del Monte e Carità Ric-
ci per uno de* molti generosi legati
di monsignor Armindo Ricci, di s.
Maria di Loreto juspatronato dei
Ricci, di s. Antonio, e la Beata
Vergine della Misericordia, già dei
religiosi del terz'ordine di s. Fran-
cesco, poi degli agostiniani scalzi.
Il governo politico formavasi, co-
me quello delle altre terre della
Marca : la sacra consulta vi desti-
nava il podestà, che un tempo si
eleggeva dal comune, ed esso giu-
dicava le cause civili in prima i-
stanza di ogni somma, e nelle cri-
minali colle solite limitazioni e ri-
serve. Il magistrato , componevasi
di un gonfaloniere e due priori ;
del consiglio di credenza, e genera-
le di tutti i consiglieri, in cui si
risolvevano gli affari pubblici, e si
eleggevano i salariati della terra ;
vi era ancora una compagnia di
miliziotti di circa duecento soldati
coi rispettivi capitano, tenente ed
alfiere. Il primo podestà fu Alta-
villa del 1248: il Colucci a p. 56
ne riporta la serie di alcuni, fino
a Damiano Vico di Montalto del
i543. Aveva la terra lo statuto mu-
nicipale, ma essendosi guasto, da
un commissario apostolico fu de-
cretato doversi osservare quello del-
la comunità di Monte Fortino.
L'origine di Monsammartino ri-
sale al IX o X secolo, non pare
per opera degli ascolani, che vi
MAG
dedussero una colonia, secondo al'
cuni, ma veramente s'ignora; forse
\i fu un vico o un pago apparte-
nente al territorio della colonia di
Faleria, per cui si rinvennero pa-
recchi sepolcri e medaglie, al qua-
le luogo, come altrove, successe poi
una parrocchia cristiana, ed una
chiesa dedicata a s. Martino, ciò
che fa congetturare che la prima-
ria origine si dovesse ripetere dal-
la venuta de* franchi con Carlo
Magno, e perciò nell' Vili secolo,
essendo s. Martino di Tours uno
de'santi più venerati nelle Gallie.
Dal probabile passando al certo,
Monsammartino soggiacque al do-
minio de'propri signori o dinasti
fino dopo il i^4o circa , e nel
i25o si stabili pienamente la sua
comunità indipendente dalla domi-
nazione di qualunque signore. Nel-
T anno 1248 la comunità fece
la sua procura per acquistare il
collegio di Scheggia, compera che
segui a' 5 agosto dal padrone di
esso Commanno di Guarniero, con
tutto il distretto , vassalli e signo-
ria, venendo obbligati i vassalli a
trasferirsi ad abitare in Monsam*
martino, così Commanno, datasi a
questi per il compenso di alcuni
pezzi di terreno la podesteria di
Monsammartino per un anno. Le
famiglie di Scheggia erano circa
quaranta, e dopo la distruzione
del castello, passando ad abitare
nel quartiere s. Martino, questo
prese ii nome di Scheggia. Questa
compera fu un fomite di lunghi
dissapori e discordie colla comu-
nità della Mandola o Amandola,
come abbiamo accennato , dappoi-
ché a misura delle rispettive forze
ora il castello passò in mano di
Monsammartino ed ora di Man-
dola. In detto anno 1248 Mon.
MAC 3i3
sammartino era già formato in co-
munità, per cessione o vendita dei
propri diritti che aveano fatto i
fratelli Gentile e Lambertino figli
di Gualdiero ; e perchè l'altra par-
te del dominio sopra la terra ri-
siedeva nella discendenza dei Boni-
fazi, di cui erano i fratelli Lan-
franchino e Alebi andino, nel i25o
anche questi cederono i loro diritti.
Tali signori erano di due diverse
famiglie, le cui genealogie riporta
il Colucci a p. 3o e seg. insieme
ad una terza di cui fu stipite Mo-
naldo, parimenti come quelli delle
altre, nobile di Monsammartino :
pare che le tre famiglie fossero ra-
mi di quella celebre de'Bonifazi si-
gnori di Castelvecchio fino agli
ultimi tempi. Inoltre i martinesi
acquistarono dai fratelli Lanfran-
chino e Alebrandino anche il ca-
stello di Plano fìomaldi, eh* era
posto al di là dal Tennacola nel
territorio al presente di Penna.
Monsammartino ebbe pure altre
antiche 'famiglie nobili. Altro a-
quisto fece la comunità col Castel lq
di Colmerlo per una metà, l'al-
tra appartenendo a Penna, da Gen-
tile di Monaldo nel 1298. Avendo
i mandolesi delle possidenze in
Scheggia,, non videro che con cat-
tivo occhio l'acquisto fattone dai
martinesi, indi nacquero gare pel
pascolo degli animali e per le con-
tribuzioni de'pesi camerali, e la ca-
lorosa vertenza de'confini, con va-
rie e funeste conseguenze. Altre
differenze di Monsammartino con
Mandola furono quelle per la ga-
bella del passo. D'altronde Mon-
sammartino ebbe sempre amicizia
e buona intelligenza con Penna,
col quale avea il più lungo confine
territoriale, tranne qualche piccolo
dissapore. Nel secolo XIV Mousam-
3i4 MAC MAC
martino fece alcune scorrerie e ne della città di Fermo, e di questa
ricevette pure nel suo territorio, in pure il Colucci ne riporta la ge-
tempo delle guerre civili, venendo nealogia sino a Lodovico del 1 796.
talvolta assoluto dai rettori gene- Gli ultimi suoi alberi genealogici
rali della Marca. Nel i3^8 la ter- sono de'nobili signori di Lornano;
ra fu rovinata da un fiero ter- un ramo incomincia da Alberto,
remoto. Non pochi furono i citta- l'altro da Rinaldo, cioè dal secolo
dini illustri e benemeriti della pa- XIII al XIV. Amor di patria, l'im-
tria, cioè monsignor Armindo Rie- portanza del luogo, 1' abbondanza
ci sotto-datario di Clemente IX, di documenti, fecero diffuso il Co-
istitutore del Monte di Carità in lucci nativo di Penna s. Giovanni,
favore di questo luogo e di altri ove vide la luce a'i9 marzo 1752,
pii legati; Concetto Cambi istituto- in questa storia; sebbene per la sua
re del Monte abbondanza, al cui vasta opera fu aggregato a diverse
esempio altri buoni cittadini fon- cittadinanze e patrie di onore, di
darono il Monte frumentario ; Ni- cui ne pubblicò le memorie e i
cola Lappa, benefattore delle due fasti. Il p. Civalli nella Visita
confraternite della terra ; Manilio triennale, parla di Penna s. Gio-
Urbani rifabbricò la chiesa degli vanni a p. i55, t. XXV delle
agostiniani scalzi, ne ampliò il con- Antich. picene dello stesso Colucci.
vento, e fece altre generose opere; Dopo di lui scrisse il march. Ric-
Lattanzio Urbani dottor di legge ci le dotte Mem. storiche, ove
e magistrato. tratta di alcuni edifizi, pitture ed
Penna s. Giovanni. Comune del altre cose artistiche di Penna s.
governo di Sarnano , diocesi di Giovanni. Al presente contiene più
Fermo. Giuseppe Colucci impiegò di 2700 abitanti,
tutto il t. XXX delle Antichità A ridosso di un alto monte, di-
picene, per le Memorie istoriche stante circa quindici miglia dal
della terra di Penna s. Giovanni, mare e circa sette dagli A pennini,
che brevissimamente compendieremo in mezzo alle città di Fermo, A-
nelle cose principali. Queste me- scoli e Macerata, tutte distanti
morie sono divise in tre parti, in quasi quindici miglia, sorge la ter-
tutte di p. 184. Segue il Codice ra che gli antichi del secolo XIII
diplomatico Pennese di p. i56, dicevano ora Castel della Penna,
quindi l' albero genealogico de' no- ora Castello di s. Giovanni, ora
bili signori della Penna s. Giovan- Castello del monte s. Giovanni, poi
ni, incominciando dal conte Aldo- Penna s. Giovanni. Sulla cima
brandino, da cui discesero il conte del monte oggi esiste piccola chie-
Giovanni del 1225 e Giberto del sa, ma in antico eravi interessante
1248, sino a Rinalduccio del 1 334- fortezza, detta il Girone cioè il
Altro albero genealogico principia cassero, luogo forte e munito. Era
da Paganello e dal successor Mo- questo monte nel secolo XIII e in
nalduccio del 1252 sino a Vanni altri posteriori tutto incasato, par-
dei 1394. Da Andrea del i352 te dalla fortezza, parte dai baloar-
discese Luca Morrone dell'antichis- di, e nel resto da altre fabbriche
sima ed illustre famiglia de'Mor- ed abitazioni che si protraevano
roni di Penna s. Giovanni, patrizia fino al ripiano del resto del paese,
MAC MAC 3 1 5
ed ivi erano poste lo case de'primi residenza del podestà o governato-
signori del luogo, che ornate di re era già unita al palazzo prio-
tortii queste erano lauto alte, che rale, poi fu trasferita altrove. Il
nella cessione fatta nel ìi^Ò dei teatro fu eretto annesso all'antico
loro diritti a favore dell'allora na- palazzo pubblico; l'ospedale pegli
scente comunità, promisero di abbas- infermi già esisteva nel i583, e
sarle ad una certa misura , e di fu nel secolo passato nel mentova-
non alzarle più mai. Ma come pò- to sito. La chiesa principale, ma-
co dopo, nel ii65s fu demolita la trice e pievania, resta nella piazza
fortezza per gelosia di dominio, co- maggiore, ed è sotto l'invocazione di
sì a poco a poco vennero a cadere s, Giovanni Battista protettore pri-
e a demolirsi i torrioni e le case, mario della terra, a cui da anti-
L'aria è purgata e salubre, grata e chissimo tempo die il nome. È
gioconda la posizione. Il torrente grande, elegante e maestosa, con ai-
Salino a sinistra e il fiume Ten- ta torre, venerandovisi un'antica e
nacolo a destra , sul confine del bellissima statua di legno del pa-
terri torio si uniscono nel fiume trono : ne fu architetto Giorgio di
Tenna. Al presente tre sono le Como detto di Jesi , che 1' inco-
porte, del Piano , già .y. Maria, del- minciò nel i52i circa, in luogo
la Pesa forse costruita nel 1 354, dell'antica demolila. Vi sono poi
e del Forno, già s. Martino j avvi le chiese di s. Francesco, già della
pure due altre porte, chiamate il ss. Vergine delle Grazie, col con-
portone e la porlarella, venendo la vento, rimodernata nel secolo pas-
piima detta anticamente porta vec- sato, con buoni quadri, ed eretta
chia e porta spinta. Le antiche nel secolo XV^ venendo concessa
mura castellane in parte esistono ai conventuali nel 1 4^7? c,ìe la-
in buon essere, e in parte vennero sciarono quella pur dedicata alla
restaurate nel secolo passato, nel ss. Vergine delle Grazie, ed allora
resto sono rovinate o occupate da fu edificato il convento di s. Anto-
abitazioni. Le strade principali del- nio, che possiede il corpo di s.
la terra sono tre, ed altrettanti i Vincenzo martire donato dal be-
quartieri o lanieri, chiamati Castel- nemerito del Piceno ed onore del-
lo, eh' è la parte più elevata, più la patria Giuseppe Colucci, insieme
antica e più nobile ; s. Giovanni, a bella statua della Beata Vergine
e s. Croce. Il palazzo priora le era in legno scolpita da Molini , comò
presso la portarella e la piazza ascritto alla confraternita del Rosa*
dello Statuto, ed aveva annessa la rio, esistente nella chiesa; di s. Pie-
torre per la campana pubblica, di tro^ elegante con monastero grande
cui si faceva uso principalmente delle monache benedettine, già nel
per adunare i consigli. Venduto secolo XIII sacra a s. Michele,
all' ospedale degl'infermi , verso il mentre il monastero fu ampliato
1793 nella piazza maggiore s'in- nel secolo passato, ed è uno de»
cominciò ad abitare il nuovo, fab- più antichi della diocesi, e da es?
bricato maestosamente dai fonda- so partirono due monache per fon-
menti con sua torre elegante, con dar quello di s. Tommaso a Mori-
disegno di Pietro Maggi; ivi sono te Santo ; di s. Maria delle Grazio
i principali uffizi e le carceri. La fuori della porta Piano, già de 'fra u-
3.6 MAC
cescani, come si è accennato, sin
tlal i5^7 almeno; e la chiesa di
s. Elisabetta giace sulle vette del
monte ove era la rocca, e siccome
è dedicata alla Visitazione che la
B. Vergine fece a s. Elisabetta, fu
chiamata santa Maria del Monte ;
ivi si venera una spina della co-
rona del Redentore, e vi fu eretta
la confraternita della Morte.
Dacché la terra si formò in co-
munità riconobbe sempre per so-
vrano il Papa, e col suo bene-
placito si elesse i podestà colle so-
lite amplissime facoltà comuni a
tutte le terre e città dello stato
pontifìcio, come nel i582, tem-
po in cui fu riformato e stampato
lo statuto municipale; ma poi ad
evitare gl'intrighi delle elezioni lo
Spedi la congregazione della sacra
consulta. 11 magistrato prima era
composto di quattro individui, poi
di tre, oltre il consiglio generale
di sessantaquattro persone, indi ri-
dotte a trentasei. Il primo grado
dei consiglieri, detto dei gonfalonie-
ri, si componeva di soggetti possi-
denti delle famiglie Bracondi, Cini,
Colucci, Ferraguti, Miti, Perucci,
Rioli, Scipioni, e quattro diverse
famiglie Vecchi. Consistevano le ve-
sti del magistrato nella veste di
rnbbone, di velluto neh' inverno,
di damasco nell'estate, e di zimar-
ra violacea in tempo de' consigli,
atti pubblici e rappresentanze. II
territorio confina con Castel de-
mentino, presso il quale ora è sta-
lo eretto sul Tenna un grandioso
ponte di quattordici arcate, con
L'alerone, con s. Angelo in Ponta-
no, con Gualdo, colla Mandola ,
p con Monsammartino. Nel territo-
rio vi sono ville e chiese, nella vil-
la delle Saline la chiesa di s. Ni-
cola di Tolentino fu eretta nel
MAC
176^ dal padre del Colucci, e per-»
ciò giuspatronato della famiglia. Nel
territorio furono già i seguenti
castelli, nella maggior parte domi-
nati dalla comunità, mentre nella
loro distruzione il più degli abitanti
passarono ad accrescere quelli di Pen-
na; appartennero a diversi signorini-
la comunità di Monsammartino per
cui ebbe lite coi pennesi, e ad altre
comunità. Il castello idi Agello che
appartenne alla famiglia de' nobili
della Penna, con chiesa dedicata a
s. Pietro, in amena situazione. Il ca-
stello di s. Croce con chiesa sotto
questo titolo. Il castello di Plaro-
maldo, distrutto verso il 1249. Il
castello di Colmerlo appartenne
alla nobile famiglia di Lornano
poi Carboni, le cui memorie ri-
salgono al 1 r 99. Vi sono pure i
molini e le saline, le quali per
privilegio confermato principalmen-
te da Leone X e da Benedetto
XIV, colle vene dell' acqua salata
dei territorio e del rivo o fosso
della Patina, forniscono il sale alla
popolazione. Di queste saline si
hanno memorie dal 1292, cioè di
quelle però spettanti alla camera
apostolica, la cui fabbrica è nel
territorio di s. Angelo in Pontano.
L' origine di questa terra è in-
certo, nel 1248 bensì cominciò a
formarsi in comunità, avendo avu-
to prima signori particolari, ed era
già luogo forte e munito di rocca
quando i proprietari lo venderono
al pubblico. 11 nome di Penna pa-
re analogo a quello di altura sco-
scesa, monte o rocca, cui si aggiun-
se s. Giovanni, dal nome del pa-
trono, sotto la cui invocazione e-
ressero i pennesi il primo tempio
a Dio. Vuoisi compresa nel terri-
torio dell'antica colonia di Faleria,
la qual città era quattro miglia di-
MAC
stante, e forse fu uno de' suoi pa-
gi. Furono i conti, dominatori di
Penna della famiglia Monaldi , o
dei Bonifazi signori pure di Mon-
sammartino, forse provenienti da*
gli antichi marchesi e conti di Ca-
merino. Nel 1192 la Penna avea
due signori, Aldebrandino e Berar-
do fratelli, i cui discendenti si sud-
divisero in molte famiglie, a segno
che all'epoca della vendita di Pen-
na, i signori erano più di dieci ol-
tre le sorelle, discendenti de' quali
della linea di Berardo e Paganello
sono le due nobili famiglie patri-
zie Morrone passate in Fermo, e-
sistendo fra i confini di Penna e
Gualdo la contrada Morrone, for-
se per le possidenze che vi ave-
vano. Moltiplicati i nobili di Pen-
na, nacque tra' loro vassalli e di-
pendenti, a cagione de'tempi , ge-
losie, fazioni e dissensioni , il per-
chè i signori a prevenire funeste
conseguenze continuando nella si-
gnoria, vennero col popolo nel 1248
ad un amichevole accordo, ceden-
dogli i loro diritti mediante sborso
di denaro, patti e riserve. Così eri-
gendosi la comunità in repubblica,
acquistò la libertà di eleggere gli
uffiziali, far leggi e statuti, non che
il girone, segnando l'atto col nome
d'Innocenzo IV, cui i pennesi mo-
straronsi fedeli, contro i ghibellini
seguaci di Federico II, e perciò
sempre di voti alla santa Sede. Te-
mendo de' ghibellini la comunità
si sottomise a Fermo, e ne otten-
ne la cittadinanza nel I25i ; ma
non piacque ciò al Papa, probabil-
mente per la crescente potenza di
Fermo, cui ordinò dimettersi dal
possesso di Penna ; onde il rettore
della Marca Gualdiero contro que-
sta fece marciare l'esercito temen-
do de' nobili ghibellini, e resela li-
MAC 317
bera dalla giurisdizione de' ferma-
si e dalla precedente volontaria
dedizione, restando solo dipendente
dall'alto dominio della Sede aposto-
lica in cui restò costantemente. Por-
tatosi il rettore in Penna, in nome
d'Innocenzo IV chiese al consiglio
la rocca, che venne pacificamente
ceduta , per maggior sicurezza e
vantaggio della popolazione che in-
di si accrebbe, accorrendovi molte
famiglie de'dintorni a stabilirvisi a
segno che i signori di essi implo-
rarono dal Pontefice un freno. Nel
1 25g Penna fu costretta ricono-
scere per poco tempo il re Man-
fredi bastardo di Federico li , il
quale avea già dominato nella Mar-
ca, a ciò indotta da' nobili, co' quali
i pennesi fecero nuovi patti ; e per-
chè nelle loro mani non cadesse la
rocca e il girone, tutto demolirono,
ricevendone nel 1265 assoluzione
dal cardinal Pah linieri legato, che
lodò la fedeltà e i servigi resi dai
pennesi, confermando loro i privilegi
e le esenzioni. Dopo il 1276 i no-
bili e fuorusciti, armata mano ten-
tarono d' impadronirsi di Penna ;
il popolo però ne frenò l' impeto
con fiero combattimento, per cui
Rinaldo di Brunforte eh' era alla
testa degli aggressori si sfogò col
dare il guasto al territorio.
Intanto la comunità acquistò la
metà de' castelli di Colmerlo e di
Agello, e della quarta parte di Ca-
stel Gismondo, rigettando le pre-
tensioni della provincia Farfense ,
che voleva Penna e il suo territo-
rio soggetta alla propria giurisdi-
zione. Nei primi del secolo XIV
nate varie differenze coi nobili, a-
michevolmenle si accomodarono; eb-
bero luogo diversi acquisti e scor-
rerie de' ginesini sul territorio , e
Giacomo di Ti asm ondo de' nobili
3.8 MAC
di s. Angelo fu condannato dal ret-
tore per aver tentato sorprendere
la terra , essendo egli del partito
ghibellino, mentre i pennesi eransi
bravamente difesi. Nel i 3 i 7 i fer-
ina ni bandirouo tutti i pennesi dal-
la loro città, con solenne forma*
lità, pare perchè altrettanto aveva
fatto Penna coi fermani che vole-
vano sedurre il popolo a trarsi dal
loro partito. Avendo i fermani colto
iuosservante di tale ordine un pen-
nese, esigerono la multa decretata.
Ad istanza de' pennesi il rettore or-
dinò ai fermani assolvere il dete-
nuto, e non venendo obbedito, con
eccessivo rigore sottopose Fermo
all'interdetto, pena che fu tolta per
lodevole istanza del popolo di Pen-
na, ed ancora fu assoluta Gualdo,
forse complice dell'accaduto; indi le
parti contendenti si riconciliarono.
A cagione di Lodovico di Baviera,
avendo ripreso forza il partito ghi-
bellino, Giovanni XXII cui era no-
to l'attaccamento de' pennesi alla
santa Sede, con breve nel 1329 li
avvisò di tali timori, esortandoli a
restar fedeli, e prestare aiuto al
lettore della Marca. Nel 1 334 molti
sbanditi pennesi unitisi ad altri ri-
belli della Chiesa, con grandissimo
numero di cavalleria e fanteria, o-
stilmente entrarono in Penna ; ma
il popolo prese le armi valorosa-
mente cacciò gì' invasori , i quali
però partirono carichi di bottino,
e con alcuni prigionieri. Per tanta
fellonia il rettore della Marca con-
dannò i rei e li multò in favore
della danneggiata comunità. Nel
i3t»4 patì Penna l'espugnazione
dalla masnada di fra Mori cale ,
che viveva di ruberie e ladronecci;
indi nel 1 358 incominciarono al-
cune vertenze con Falerone, pei
danni fatti ne' terreni di Agello.
MAC
Mentre n'era podestà Ridolfo Va-
rani, profittando della residenza dei
Papi in Avignone, incominciò ad
aspirare alla signoria di Penna, e
più tardi ribellatosi al Pontefice
s'impadronì di molti luoghi , tra i
quali Penna verso il 1 3y5 , per
aver Vanni di Rollino introdotto
di notte Rinaldo nella terra , per
cui Antonio, o meglio Andrea avo
di Antonio della nobilissima fami-
glia Morrone, come di contrario
partito emigrò a Fermo, mentre
Luca suo figlio e padre di Anto-
nio recatosi a Roma ivi morì; e
Penna per quasi sessantanni sog-
giacque al dominio dei Varani. Nel
1 384 portandosi Antonio a rive-
dere sua madre in Penna, Vanni
per odio di partito o per ereditare
i suoi beni come parente, iniqua-
mente tentò di ucciderlo, e perchè
fuggì, saccheggiò ed incendiò la di
lui casa , e sì grave fu il dannò
che la curia generale ordinò che
si compensasse Antonio con s5oo
ducati d'oro; e siccome Fermo re-
clamò con Varani raffronto fatto
al suo concittadino, il traditore Van-
ni venne precipitato dalla rupe del
monte, e morì sfracassato, e ciò
avvenne dopo il i3g4- Mentre bol-
livano nella Marca le fazioni fra i
ministri della santa Sede e i ti-
ranni dei luoghi, Bonifacio IX vi
spedì per marchese il suo fratello
o nipote Andrea Tornaceli, il qua-
le mosse guerra ai Varani, ed en-
trò in Penna, senza potersi impa-
dronire della fortezza ben custodita
dalle genti di Gentile Varani. Que-
sti portatosi con un esercito a Pen-
na, forse verso la contrada di A-
gello, in battaglia vinse Andrea e
col conte di Carrara lo lece pri-
gioniero, riprendendo la terra nel
settembre 1 393.
MAC
Dopo che i Varani s* impadro-
nirono di Penna, narra il Lilj che
Bonifacio IX nel i3g8 o 1399 ^a
concesse a Ridolfo Varani in vi-
cariato , coli' obbligo di dare una
inula per ogni festa di s. Pietro,
colle quali condizioni nel 1406 lo
confermò Innocenzo VII; temen-
do poi i Varani in tempo dello
scisma, de' Malatesti che guerreg-
giavano nella Marca, nel i4i5 e
i4»6 ne riportarono diplomi di
conferma del vicariato, dal concilio
di Costanza , così alle altre loro
possidenze. Sottrattasi Penna dai
Varani, qualche anno dopo, e nel
i434a' 1 4 maggio capitolò con Ales-
sandro Sforza a nome di Francesco
suo fratello vicario della Marca di
Eugenio IV. La rocca o cassero
tornò in potere della comunità per
custodirlo ; poi fu demolita dai pen-
nesi quando si sottrassero dalla si-
gnoria degli Sforza. Continuò Penna
ad eleggersi il podestà; ma quan-
to al vicario che spedivano i Va-
rani , ottenne dal nuovo signore
che lo scegliesse da tre soggetti da
lei presentati. Pare che lo Sforza
cessasse dal dominio nel i^5. Nel
seguente anno Eugenio IV per com-
pensare i pennesi dei danni sofferti
nelle guerre, rilasciò loro la metà
«Ielle imposizioni annue a favore
della camera apostolica. Avendo i
fermani fatta una scorreria, nel
i473 li rimproverò Sisto IV. Molti
uomini illusili produsse Penna, ma
MAC
3i9
ci limiteremo nominare i seguenti.
B. Giovanni francescano, sepolto nel
suo convento di Penna; fr. Serva»
dio francescano inquisitore generale
della Marca nel i324; fr. Sante
Boncori dotto teologo francescano,
e fr. Trebazio Marcotti dell' istesso
ordine. La nobile famiglia Costan-
tini originaria di Becanati e poi
trasferita a Fermo, fiori per ma-
gistrati, fra'quali un Valerio, bisa-
volo del vescovo di Nocera Sulpi-
zio. La nobilissima famiglia Morio-
ni, divisa in tre diversi rami nel
patriziato di Fermo, che hanno
per stemma un tigre rampante su
tre monti, che tiene una penna con
una branca, fiorì per molti celebri
personaggi per dottrina, magistra-
ture, ambascerie e dignità militari,
primeggiando Luca , Pellegrino ,
Francesco canonico e prolonotario
apostolico, Marchetto seniore, Fe-
derico e Giovanni. Altri uomini
illustri di Penna furono i seguen-
ti : Domenico Antonio Burocchi fi-
lippino, Giacomo Scipioni, Galeot-
to Vecchi, per non dire di altri.
Finalmente il Colucci a p. 182 ri-
porta il catalogo di alcuni pievani
di Penna, ed a p. 1 83 de' più anti-
chi podestà, vicari ed altri uffiziali.
Nel successivo volume daremo
le notizie della città di Macerata
e sua sede vescovile, avendo fino-
ra parlato della provincia e dele-
gazione apostolica del suo nome.
FINE DEL VOLUME QUADRI GESIMO,
Z8609
BX 841 .M67 1840
SMCR
fioroni , Gaetano,
1802-1883.
Dizionario di erud
izione
stor ico-ecc lesias
t ica
AFK-9455 (awsk)